Il 1° maggio è festa rivoluzionaria.

3 aprile 1969: primo sciopero della Philips sede.

 

Pubblichiamo due articoli scritti da Franco Astengo in occasione dei 50 anni compiuti da il Manifesto.

 
Il 1° maggio 1971, a pochi giorni dall’uscita del suo numero inaugurale, il Manifesto pubblicava uno degli articoli più importanti e per certi versi dissacranti, della sua storia.

“Il primo maggio è nato come sciopero. Non è festa del lavoro salariato, è una giornata di lotta per sopprimerlo. E’ festa rivoluzionaria”.

Nel numero speciale per i 50 anni uscito il 28 aprile 2021 questo articolo non è stato riprodotto e di quel 1° maggio di cinquant’anni fa compare soltanto la seconda pagina.

Secondo Fulvio De Lucis probabilmente quella pagina è stata considerata “troppo marxiana in tempi di dimenticanza del modo di produzione capitalistico dove è una “festa” avere un lavoro completamente subalterno al comando del profitto”.

Parto proprio da questa affermazione per sviluppare alcune considerazioni sui dati di “continuità storica”ben presenti in alcuni dei passaggi dell’articolo.

Un articolo, è bene ricordarlo, che fu scritto in momento particolarmente “alto” di lotte operaie e di serrata contrapposizione politica sulla cui analisi sarebbe troppo complesso soffermarci in questa sede.

Un punto del testo pubblicato il 1° maggio di cinquant’anni fa però può essere utilmente preso in esame: “Nessuno più di Marx ha fatto del lavoro il centro della storia. L’uomo stesso è il prodotto del suo lavoro” e più avanti “Da un lato il lavoro diventa, come lavoro salariato, fino in fondo e per tutti una realtà esterna, senza senso e senza contenuti, un’alienazione insopportabile..”.

Ecco questo è il punto su cui soffermarci, quello del lavoro come alienazione.

La domanda allora diventa: qual’è il punto di alienazione raggiunto oggi? Si pone ancora la prospettiva che dalla presa di coscienza dell’alienazione si possa arrivare alla presa di coscienza della necessità del superamento del lavoro salariato?

Si tratta di prendere in considerazione un dato di fondo : l’uomo non è più il prodotto del suo lavoro, come si pensava cinquant’anni fa, e neppure la dimensione umana si trova ancora al centro della subalternità al comando del profitto.

Oggi l’uomo (nel senso di genere umano) non è null’altro che l’espressione del suo consumo, della sua capacità di corrispondere in ogni momento della sua vita e non soltanto in fabbrica all’egemonia del comando del profitto.

Dentro lo stridore sociale dominante è il comando del profitto che ormai si è esteso sull’insieme di contraddizioni che la modernità presenta, assumendo il comando di tutte le innovazioni che via via si stanno presentando sulla scena.

Ogni nostro atto, ogni nostra possibilità di visione, è compiuto in funzione dell’apparire quasi sempre pubblicitario del combinato disposto tra reale e virtuale sul quale la logica del profitto si espande e si afferma.

L’intreccio tra reale e virtuale che si accompagna ormai in tutti gli aspetti della nostra vita non produce altro che la virtuosità del profitto in tutti i campi: ce ne stiamo magari accorgendo adesso analizzando l’andamento tragico dell’emergenza sanitaria.

L’incombenza imposta a tutti è quella di mantenere integro il ciclo del consumo.

Così si è arrivati più ancora che alla negazione al considerare superfluo il conflitto, sia nel sociale sia nel politico.

Il conflitto è considerato ormai marginale, momento di turbamento dell’ordine costituito.

Si cerca di spingere fuori dal quadro le potenziali note stonate riducendone i portatori a testimoni innocui.

Sono del tutto remote le potenzialità di considerare “lotta” e non “festa” una giornata del lavoro nel significato profondo, originario, del Primo Maggio.

Così l’articolo di quel lontano 1° maggio di cinquant’anni fa può essere considerato lontano nel tempo, reperto di vera antichità nella storia delle relazioni umane, sociali, politiche.

L’orizzonte è rimasto ristretto alla sola possibilità della migliore remunerazione del lavoro umano per fa sì che ci sia consentito di continuare ad esercitare questa funzione di mera riproduzione del consumo come fattore di consenso e di nuova dimensione dell’umanità.

Ricordarsi le condizioni di intreccio tra sfruttamento e alienazione ponendo assieme il tema di rivedere la visione del lavoro potrebbe rappresentare la possibilità di compiere dopo tanto tempo un primo passo in avanti.

Tutto questo si può fare magari recuperando un vecchio testo di giornale, rimasto lì e non utilizzato per incartare le patate.

aprile 2021  Franco Astengo.

 

IL VOLO DEL CALABRONE E LA NUOVA SINISTRA

Sarà ricordato come merita questo volo del calabrone che dura da cinquant’anni.

La storia del Manifesto come esempio unico di presenza politica nella sinistra e di cambiamento profondo in quelle regole dell’informazione che sembravano scolpite per sempre: o dalla parte dei padroni o giornale di partito.

Attorno a”Il Manifesto”, nato su di un progetto politico compiuto arrivato ad assumere la dimensione del partito, si sviluppò alla metà degli anni’70 un originale confronto sul tema dell’autonomia del giornale al riguardo della soggettività costituita.

Un’autonomia quella reclamata e praticata dal giornale che coltivava l’ambizione di mantenere intatta la propria valenza culturale e morale sull’insieme della sinistra italiana ma che nacque anche, in quel frangente storico, da una non metabolizzata “sindrome della sconfitta” resa anche emblematica da una certa deriva movimentista.

Dopo travagli e rotture anche dolorose il Manifesto assunse una veste di ” giornale/partito” (dal titolo del libro di Massimiliano Di Giorgio) con l’obiettivo di svolgere una sorta di “moral suasion” sull’insieme della sinistra.

Un “giornale partito” allo scopo della cui definizione di identità può valere ancora l’esempio del 25 aprile 1994, quello della manifestazione convocata dal giornale per segnalare l’arrivo di un pericolo vero sul terreno della distruzione della democrazia.

Quella degli anni’70, nel confronto partito/giornale, fu una fase complessa dove si misurarono contraddizioni reali in quello che era ancora il campo di una “nuova sinistra”.

Siamo in un periodo di rievocazioni: è recentemente uscito il libro di Simone Oggionni su Lucio Magri e quello curato da Biorcio e Pucciarelli su Avanguardia Operaia (con un saggio impressionante, se letto con gli occhiali dell’oggi, di Franco Calamida sulla “Milano Operaia”).

Una “nuova sinistra” da ricordare nell’insieme della sua storia tra gruppi, partiti, giornali: una “nuova sinistra” progetto politico incompiuto tra grandi slanci rivoluzionari, chiusure ideologiche inopportune, dibattito di alto spessore culturale però frammentato sul terreno più propriamente politico.

Una “nuova sinistra” dobbiamo avere il coraggio di ricordarlo condizionata nel suo percorso dalla sconfitta elettorale del ’76 (ma forse eravamo già oltre il “canto del cigno”).

Per tutto il periodo a partire dalla chiusura della “repubblica dei partiti” (ben oltre quindi dalla fine dell’esperienza della nuova sinistra, coincidente con la fine del PCI e la confluenza di DP in Rifondazione Comunista) il Manifesto ha svolto una funzione fondamentale di raccordo politico/culturale senza però sciogliere il nodo di fondo.

Oggi, però, è il caso di aggiungere che la necessità del progetto politico appare, pur nella diversità dei tempi, ancora quanto mai urgente e indifferibile: nel vuoto in cui ci troviamo “Il Manifesto” potrebbe rappresentare un riferimento ben oltre una semplice funzione informativa/esortativa o di “ospitalità” del dibattito.

E’ ritornato d’attualità l’antico tema del costruire una “nuova sinistra”.

aprile 2021 – Franco Astengo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *