Libro su AO: motivo di attualissima discussione.

 

 Mario Agostinelli

 

Veramente pregevole, oltre che necessario, che venga colmata una lacuna che, a ben guardare, non veniva rilevata qui in Lombardia, dove la storia di Avanguardia Operaia  e di DP si è così profondamente intrecciata alle vicende politiche e sociali ed è stata ancora oggi così direttamente trasmessa da chi vi ha militato, da farne motivo di attualissima discussione. Quindi, innanzitutto, una ricostruzione preziosa.

 

Per quanto mi riguarda, la lettura di una documentazione assai ricca come quella che scorre in quasi trecento pagine, produce una rivisitazione di un decennio vissuto in luoghi e organizzazioni contigue, spesso in posizioni contrastanti, ma mai divaricate al punto da non sentirsi di appartenere ad un popolo di sinistra che, come dice il sottotitolo, lottava per cambiare il mondo.

Vengo dalla provincia bergamasca, con una formazione laico e cattolica insieme, come capitava a chi stava mezza giornata in oratorio e l’altra mezza in un cortile con un’osteria sulla porta. A 19 anni capito a Milano per frequentare l’Università. Finito in un pensionato per studenti, faccio subito esperienza di quelle prime ondate di bollore contro la riforma Gui (“la scuola sta annegando in un mare di Gui” scrivo con un carboncino sul muro) e subito dopo incontro le manganellate della polizia alla partenza del Giro d’Italia del 1966 in Piazza Duomo. Non evito certo le scaramucce (tali erano all’inizio) con la Mobile, che solo raramente si spostava fino a Città Studi dove organizzavamo le prime occupazioni dimostrative a Chimica e Fisica. Manca poco all’incontro con i leader studenteschi che vengono da Torino (Viale) dalla Cattolica (Pero) da Pisa (Cazzaniga) per stilare documenti comuni e dare il via ad un movimento studentesco che avrà il suo centro alla Statale, mentre in via Celoria si articolerà con una riflessione più orientata allo sbocco in fabbrica che non alle grandi vicende politiche internazionali di fine anni ’60. Nascono lì i miei primi contatti con il gruppo che poi darà vita al quotidiano di AO e, mentre durante il periodo del servizio militare a Roma stringerò rapporti con il “manifesto”, al mio ritorno in Lombardia passerò alla FIOM e alla CGIL a tempo pieno, rincontrando nelle fabbriche milanesi o nei cortei molti dei protagonisti delle interviste che arricchiscono questo libro.

 

Una così lunga premessa serve a giustificare e dar corpo ad una riflessione su Avanguardia Operaia e Democrazia Proletaria da osservatore esterno, eppure inevitabilmente coinvolto nel dibattito e nelle azioni che  allora avevano al centro un punto di riferimento ineludibile: la condizione e la soggettività operaia.

Mi è facile allora capire l’entusiasmo di quel “meticciato” – come lo definisce Giovanna Moruzzi, – che trasformava in un “sogno bello vissuto insieme” le esperienze condotte a tempo pieno e di corsa, nonostante qualche concessione a tratti di settarismo nutrito di solidissime convinzioni che portavano a confronti mai tanto aspri da lasciarci irrimediabilmente divisi.

Risulta impressionante quanto la composizione di AO fosse di età giovanissima e come, tuttavia, godesse di attenzione in una classe operaia in gran parte nata al Sud, senza licenza elementare, diffidente verso una popolazione lombarda che non era certo accogliente fuori della fabbrica. Il “meticciato” si arricchiva col passare del tempo non solo di nuovi arrivi da tutti i capi d’Italia, ma anche per innesti culturali, letture impegnative, spettacoli improvvisati, canti ed inni prima sconosciuti e poi imparati a memoria per il giro successivo.  Intanto, la socializzazione passava non solo dal tempo libero o liberato, ma anche dalle relazioni più solidali nei luoghi di lavoro e dalle trasformazioni profonde rivendicate con una organizzazione del lavoro in collettivo, che dava origine a nuove forme di rappresentanza sindacale. Non tutto si risolveva senza contrasti e a volte si creavano autentici dissapori: alla fine però CGIL, CISL, UIL, ma anche il PCI, il PSI gli stessi gruppi extraparlamentari sapevano sciogliere le loro riserve e affidare le loro deleghe in assemblee comuni.

Il valore aggiunto di questi processi si deve molto alle formazioni nuove che si affacciavano alla politica. Ricordo che in quegli anni, fino almeno a metà degli anni ’70, la gioventù, gli studenti, le operaie e gli operai vivevano fuori casa, spesso in rottura con le famiglie, prolungando oltre misura lo stare insieme, per socializzare conoscenze, creatività e non solo esperienze. Si pensi, ad esempio alla straordinaria conquista delle 150 ore, dove – ricordo – la IGNIS del “commendatore” Borghi sospendeva per un’ora e mezza a turno 140 addetti pagati non per stare alla catena, ma per recarsi in pullman a frequentare la scuola media pubblica di Varano Borghi. Ricordo anche che molti dei leader delle 150 ore erano di AO e ne capisco ancor oggi bene la convinzione con cui intendevano ricostruire a scuola l’organizzazione del lavoro che gli era occultato sulle macchine operatrici e che richiedeva un plus di conoscenza per essere modificata attraverso la contrattazione.

 

E’ pur vero, come dice Biorcio, che i partiti esistenti non raccoglievano quanto di doveva la domanda sociale prorompente da un ’68, che definirei mondiale e non solo europeo.  Ma non si può trascurare quanto la funzione di avanguardia si diffondesse nel tessuto sociale, contaminando di progetti e idee non solo circuiti di militanti, ma perfino la trama  delle istituzioni locali, che vedevano affollarsi le assemblee comunali, i consultori, gli ambulatori territoriali, perfino i consigli di classe e dei genitori, che diventavano luoghi di autentica rappresentanza e partecipazione.

Molto bella l’esposizione dell’Assemblea promossa dai Cub al Palalido di Milano: “3000 compagni e compagne animatori di lotte di decine di fabbriche e aziende. Entusiasmo e proposte di lotta e di estensione del movimento. E canti. Le conclusioni sono di Emilio Molinari. Settembre 1969, ancora Milano, Palalido. Assemblea promossa dai sindacati dei tecnici, degli impiegati e delle segretarie. 3000 delegati.

Io (Calamida) presento la mozione e la dichiarazione di voto è di Emilio Molinari. Fu approvata con stupefacente maggioranza (quasi tutti). I contenuti?

Quelli delle lotte: aumento eguale per tutti, 40 ore, parità normativa tra operai e impiegati, assemblea nell’orario di lavoro.”

Il sindacato cambiò per l’irrompere di quella grandiosa tornata di lotte che culminò con la conquista del contratto dei metalmeccanici. I lavoratori e le lavoratrici facevano sentire la loro voce, in centinaia di assemblee, nelle scuole sindacali, nei seminari. Pizzinato, Manghi, Trentin, Antoniazzi circondati dai delegati con la tessera unitaria FLM.

 

C’è nel libro una giusta sottolineatura del ruolo dei CUB. Per la mia esperienza in Lombardia, tra il ‘69 e il ’72 la vitalità e la centralità dei consigli di fabbrica non si sarebbe affermata e stabilizzata a prescindere dal funzionamento contemporaneo, anche se distinto, di cellule e commissioni di fabbrica costituite dal PCI e dai gruppi politici alternativi alla sua sinistra. Un’idea della trasformazione della società richiede piena autonomia del sindacato nell’azione rivendicativa per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, il salario, l’orario, la salute, ma, contemporaneamente, deve agire una tensione visibile e convergente dell’intera sinistra sul terreno dell’alternativa al sistema capitalista. Senza dubbio, l’alternativa rispetto alle politiche riformiste del Pci era ragione di contrasto, ma si stemperava dall’una e dall’altra parte attribuendo un ruolo sempre più importante alle mobilitazioni sociali che si impegnavano per fare crescere il potere dei cittadini nei diversi ambiti della società e nelle istituzioni e, in quegli anni, combattendo fianco a fianco contro la strategia della tensione.

 

Mi ha molto colpito l’insistenza di testimonianze e preoccupazioni che il libro raccoglie sul servizio d’ordine, nato per difendere i cortei, ma poi sottoposto a prove di violenza che, se fossero sfuggite di mano, avrebbero potuto lasciare spazio al terrorismo o a tragedie come quella di Ramelli, ricordata con dolore da Calamida. Anche per questo il libro ricorda l’avversione allo spontaneismo e rivendica un ruolo positivo svolto da AO sui luoghi di lavoro nel contrastare l’azione di reclutamento dei personaggi che diedero poi vita alle formazioni terroriste, anche se quel tempo ha lasciato segni dolorosi anche dalle sue parti.

Non ho elementi per contribuire o riflettere in modo pertinente sul femminismo, il movimento delle donne e sull’intervento politico nelle forze armate che sono estesamente trattati da Grazia Longoni e Alberto Madricardo.

Posso dire che molti degli ex- militanti di DP che conosco tutt’ora hanno provato a

pensare a un rinnovamento del paradigma comunista e, forse, a coltivare una forma un po’ diversa di partito. Come loro, molti nella “nuova sinistra” hanno continuato a cercare di proporre a tutta la società i valori emersi dai movimenti, trasformandoli in tracce di un programma politico a cui è sempre venuta a mancare sia una soggettività che ne reggesse il peso sia un blocco sociale cui contrapporsi con successo.

 

Forse questo libro può contribuire non solo a fare storia, ma a riconoscere la distanza che l’intera sinistra misura non tanto dai livelli di partecipazione e dall’intensità delle speranze di quegli anni, ma dalle emergenze che incombono e che da sole potrebbero costituire l’occasione per non rimanere al palo. Stiamo uscendo dal ciclo dell’austerity seguito alla crisi della globalizzazione con una crescita del divario a tutti i livelli. Si tratta innanzitutto di ridurre gli squilibri. Ma non basta se non si affronta ora e con radicalità la transizione ambientale e tecnologica indispensabile affinché non finisca la storia e si ricostruisca una civiltà.

Il quadro complessivo di trasformazione politica, economica, sociale a livello sistemico richiede ben altro rispetto a come la valuta il governo Draghi.

La visione capitalista dell’ambiente e della tecnologia si sta affermando con l’assoluto dominio delle superpotenze: Stati e multinazionali, assieme e contro. Ma pur sempre dentro un liberismo non scalfito nemmeno dalla pandemia. Allora, chiedere con forza l’apertura di una discussione di fondo all’interno di ciò che rimane della sinistra italiana intorno al tema della possibile costituzione di una soggettività adeguata, di ricostruzione di una identità posta al di fuori da stilemi ormai evidentemente inadeguati, richiede di riflettere più e meglio non sulla religione, ma sulla politica di Francesco, a cui un’alleanza anticapitalista e ecologicamente intransigente potrebbe mettere le ali.

 

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