In morte di Domenico Ghirardi

Mario Agostinelli .

Solido, fiero e “puro” (una parola che raramente si attribuisce ad uno scomparso), come uno dei pini della sua Vallecamonica, chiusa a Sud da un lago dolcissimo e a Nord da un Adamello imperioso: un pezzo delle Alpi che nei millenni ha dato vita a geni, artisti, caratteri, artigiani, lavoratrici e lavoratori gelosi della loro natura e della loro civiltà, tanto generosa. Un sindacalista camuno non è bresciano e nemmeno bergamasco, perché le fabbriche, gli uffici, le gemme turistiche ed i servizi dislocati per lunghi chilometri stretti dai monti hanno prodotto una solidarietà e conflitti che la cultura locale ha elaborato in modo del tutto singolare e diverso da altrove. Infatti, dal punto di vista sindacale Domenico Ghirardi di Malonno si è speso per valorizzare nei fatti la diversità del suo comprensorio, la cui operosità, lontana dalle grandi città, si gestiva in vicinato, tra famiglie, contro un padronato che, dopo essere stato paternalistico, era passato a scontri che tagliavano a metà i quartieri dei paesi.

Quando, come nel caso di Domenico, si fa una lunga esperienza ai tessili (era un elettro-saldatore alla Manifattura Alta Valle) si rimane della FILTEA tutta la vita, anche se negli anni si sale di qualche gradino più in su. Ricordo qui un episodio lontano. Una volta, uscito di fabbrica e lungo un percorso che lo portava a seguire i piccoli laboratori di confezione per imporre l’estensione dello Statuto dei Lavoratori anche alle aziende minori, venne fermato da un padroncino evidentemente con pessime intenzioni. Per puro caso io e Bertoli, un dirigente tessile locale, rientravamo da una assemblea all’Olcese: ci siamo accostati ed abbiamo messo in fuga il malintenzionato. Per tutta risposta, Ghirardi ci disse in dialetto: “bastavo io”, mentre si sentiva ancora l’odore della sgommata.

Quando nel 1980 prese la direzione dei tessili del Comprensorio Valle Camonica-Sebino stringemmo un’amicizia resa colma di umanità in seguito alle necessarie permanenze di due giorni consecutivi, per poter tenere le assemblee su tutti i turni in un posto dove, dalla provincia di Varese in cui abitavo, ci si ferma a dormire, a parlare con le delegate e i delegati, a visitare i luoghi più significativi e a cenare tutti insieme a casa di compagne e compagni che hanno tenuto da parte il vino buono.

Era un uomo autenticamente di sinistra, di quelli per cui anche l’impossibile fa parte di traguardi che si ritengono giusti. Ad ogni sessione del contratto nazionale arrivava attorniato dai suoi delegati e dal più giovane, Calzaferri, molto simile a lui e che assieme a Ravasio mi ha comunicato questo altro tremendo vuoto in un periodo che lascia senza fiato.

Da segretario della CGIL della Valle e poi da segretario dello SPI ha caparbiamente reso onore al lavoro nella sua funzione di contrasto all’alienazione e di conquista della cittadinanza. Lo ricordo qui accanto con una foto recente di ex tessili lombardi e con una vecchia foto che ho conservato, quando organizzò a Darfo l’assemblea lombarda per i diritti nelle piccole imprese: si possono riconoscere Pizzinato al microfono, Domenico, Ravasio, Mele ed io, stesi attorno al tappeto della presidenza. Peccato non si veda il pubblico, fatto di ragazze e ragazzi delle aziende artigiane, che oggi rimpiangeranno da uomini maturi chi aveva fatto della negoziazione sociale negli anni più recenti un mezzo per dialogare non solo con i lavoratori ma con la popolazione di una valle unica e straordinaria.

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