AO – Eterogenesi dei fini –

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di Stefano Semenzato

 

Devo ringraziare chi ha ideato e realizzato questo libro perché rappresenta un tuffo in un periodo  particolarmente significativo della mia vita (quelli tra i 20 e 30anni). E che ha fatto riaffiorare episodi e riflessioni che il tempo aveva cancellato e confuso.

Credo fosse il 1970 e attraverso il circuito trotskista, invitato da Renato Darsiè allora aderente alla Quarta internazionale, Massimo Gorla arrivò al circolo Lenin di Mestre. Alcune stanze fredde, umide e fumose alla base di una mia tracheite cronica. Era presentato come “compagno del CUB ATM (Azienda Tranviaria Milanese). Parlò a lungo del Cub; parlava in prima persona: “noi dell’ATM”, e ricordo che il mio commento fu ammirato e votai per l’unificazione con AO di Milano. Per vari mesi rimasi con la convinzione che Gorla fosse un tranviere e che i tranvieri di Milano erano più capaci degli operai di Marghera.

Nel 71 vinsi una selezione per lavorare in IBM. Contemporaneamente mi proposero di andare a Milano per lavorare nel gruppo dirigente di AO. L’alternativa era secca. Ne discussi per giorni con Marina, la mia compagna, e alla fine mi ritrovai a Milano a casa di Luigi Vinci e Silvana Barbieri. Facevo il pendolare, alcuni giorni alla settimana. E poi giravo per l’Italia.

Era la fase “dai gruppi al partito” e venivo spesso incaricato di incontrare realtà che volevano aggregarsi al processo di costruzione di AO. Ricordo un bellissimo viaggio da Mestre all’Umbria per incontrare il circolo Carlo Marx di Perugia-Umbertide. O ancora quando andavo a Bari e Dino Frisullo mi portava prima a vedere la città e poi alle riunioni sulla canna della sua bicicletta.

Verso la fine del 73 stavo facendo il militare di leva ad Arzene, in Friuli. Forcolini mi comunicò che dovevo andare a Roma. Corvisieri si spostava a Milano per fare il giornale e Roma rimaneva sguarnita di quadri dirigenti. Andavo a fare l’accompagnatore militare di ciechi di guerra. Il fatto è che tramite Paolo Grassi AO era molto forte nell’Unione italiana ciechi. Erano considerati ciechi di guerra, non solo i  vecchi veterani in pensione, ma anche due ragazzi, fratello e sorella, miei coetanei, che a cinque anni erano saltati su una mina giocando alla periferia di Roma. Fui assegnato a loro e mi lasciarono tutto il tempo per fare politica.

Marina mi raggiunse a metà del 74, alla vigilia della grande manifestazione per la vittoria del referendum sul divorzio. Per venire a Roma aveva rischiato l’espulsione da AO perché “nel Vietnam le ragioni di partito vengono prima di quelle personali”.

Facemmo un gruppo a Formia tramite Manolo Fantasia. Erano i tempi delle tessere per simpatizzanti e per membri effettivi. C’era l’esame di Marx-leninismo. Passò Ermete Realacci ma non fu convinto dell’idea. Attraverso contorti percorsi quel gruppo portò Vittorio Foa a Formia che divenne la sua residenza per tutta la vecchiaia.

A fine 74, nel crogiuolo di fusioni e scissioni, mi trovai di fronte ad un altro bivio: partito o giornale. Scelsi il giornale e diventai responsabile della redazione romana del Quotidiano dei Lavoratori. A Roma si doveva realizzare l’interfaccia con le istituzioni e dar conto delle lotte romane. Non fu cosa facile.

Conservo insomma alcuni bei ricordi di quegli anni e per questo del libro ammiro in primo luogo il titolo “Volevamo cambiare il mondo”. Esprime un sentimento che come appare dalle testimonianze era la molla che mobilitò una intera generazione. Eravamo tutti partecipi e protagonisti di quella grande fase di trasformazione che segui il 68.

Il libro si pone giustamente il quesito di quale fosse il nucleo portante di quella esperienza e – non so se per merito delle interviste o degli autori – risponde giustamente che la parte più importante  va cercata nei Cub e nella articolazione del “lavoro di massa”. I capitoli che riguardano le fabbriche e la lotta per la casa danno l’idea di esperienze concrete e positive; dagli altri –scritti brillantemente e acutamente- traspaiono più le contraddizioni ed i limiti di quella esperienza (penso ai capitoli sul femminismo di Grazia Longoni e sulla cultura di Vincenzo Vita).

Sfogliando periodicamente opuscoli, riviste, giornali di quegli anni (che ancora conservo) mi si è condensata l’idea di AO come caso di eterogenesi dei fini. Ecco, c’è nel libro quel concetto, citato ma non analizzato, relativo ai “professorini”. Che cosa si voleva ottenere con le scuole quadri, con le letture di Marx, con quelle di Lenin, con le interminabili discussioni sul maoismo o su Althusser?  Non possiamo dimenticare che pensavamo di essere una avanguardia leninista capace di fare la rivoluzione, che teorizzavamo i CUB come strutture intermedie tra il l’avanguardia rivoluzionaria e le masse e che su questo dibattito si concentrava gran parte della attività di partito.

Ecco, su questo, sulla parte “teorica”, da professorini di AO il libro riflette poco. Eppure da qui nascono alcuni dei limiti delle fasi successive; valga per tutte la vulgata “maoista” della gerarchia delle contraddizioni, quella principale e quelle secondarie, con l’esito della sottovalutazione prima del femminismo, poi dell’ecologismo. Da qui credo nasca quella parte culturale che diceva che ” il partito si rafforza epurandosi” che ho sentito ripetersi tante volte negli anni e che tuttora riaffiora nella vita politica.

Ma dicevo eterogenesi dei fini perché questo apparato ideologico produceva dei Cub  teorizzati come strumenti per un progetto rivoluzionario, ma per fortuna realizzati come esperienze di lotta sindacale avanzata, di riformismo sociale, di autogestione, di partecipazione e democrazia (ed è questa l’interpretazione di Franco Calamida e di altre testimonianze).

Capire come funzionava il nesso tra il quell’ apparato ideologico e la realtà che veniva praticata è rimasto per me un mistero. Certo c’era una parte di linea politica che permetteva di collocarsi nella società, nella distinzione dal Pci e dagli altri gruppi politici, ma poi c’era una parte di ”strategia rivoluzionaria”, c’era una parte ideologica che animava incredibili discussioni interne (ricordo quelle su Mao e sulle vicende cinesi , fino alle espulsioni per l’interpretazione da dare alla banda dei 4).  Il rapporto teoria/pratica allora ci sembrava evidente, ma visto oggi invece mi appare incomprensibile. Ma forse un’altra eterogenesi dei fini fu che quei dibattiti (come ricorda Vincenzo Vita) ci costringevano a leggere e studiare e questo è ancora oggi (almeno per me) uno degli aspetti più duraturi di quella storia.

Stefano Semenzato – 06/03/2021   Questo articolo può essere riprodotto citando la fonte: www.lasinistrainzona.it

6 Risposte

  1. Redazione ha detto:

    Caro Stefano, anch’io credo che siano molti i punti di riflessione su quella esperienza. Uno mi sta a cuore: Ao propose un processo di unificazione delle forze rivoluzionarie, però la sequenza di successive scissioni è impressionante. Non riguarda solo noi di AO , certo, ma riguarda anche noi che volevamo dare risposta alla domanda di unità presente nel movimento. C ‘è qualcosa di fondo nelle nostre categorie di analisi e nella concezione del partito, come ci siamo raccontati telefonicamente questa mattina, che produce questa (irrimediabile?) “passione” per la scissione. Eppure è in palese contraddizione con la pur sincera volontà di unificazione, come descritto nel libro. Sul piano logico,l’ esigenza dettata dallo strapotere dell’avvversario e dalla attuale inconsistenza della sinistra, oggi ancor più di ieri, dovrebbe spinger tutti, anche a calci nel sedere, a pratiche di convergenz. Ma così non è. Dove si è persa la razionalità politica? Almeno quella porzione della quale disponevamo? Che credo fosse significativa. Ma vengo al problema che hai sollevato: come funzionava il “nesso tra apparato ideologico e la realtà che veniva praticata?” Un mistero? Così hai scritto. In parte si. Ad esempio: per la realtà Philips sede(1100 lavortrici e lavoratori) il rapporto Ao Cub non era per nulla dall’ alto al basso , non sentivamo alcuna imposizione esterna, anzi, sentivamo anzi di avere un supporto. il Cub, e il Cdf poi, operavano con molta autonomia. Il centro di decisione reale era sempre e comunque uno: l assemblea. Il “partito” si adattava, e si modellava sul movimento; del resto diversi dirigenti dei Cub lo erano ( lo eravamo) anche nel “partito” e gestivano (gestivamo) la commissione fabbriche. L apparato ideologico evolveva e si definiva, con le sue contraddizioni, ma con scarsi riflessi sulla realtà che più conosco e forse vale anche per altri Cub. Parlo di una realtà (la Philips) che fece buona pratica politica, concreta e nei fatti. Eravamo egemoni, cioè promuovevamo gli scioperi e gestivamo le vertenze aziendali. Però non era solo buon sindacalismo, a mio giudizio una” buona idelogia ” animava i Cub (“una fede ci è nata in cuor”).Si trattava di una visione del mondo molto generale, non una definita strategia rivoluzionaria, ma erano ben distinguibili i valori di libertà, eguaglianza , giustizia sociale, pace . La dimensione politica determinava la tendenza all’ unità e il senso di appartenenza. AO ha il merito della politicizzazione del movimento dei Cub. La linea politica ? Gorla mi aveva parlato della ” via rivoluzionaria alle riforme “, la condividevo, pensavo di praticarla nei fatti, ma anni dopo appresi che era stata respinta in segreteria in quanto revisionista. In effetti I “misteri” sono molti. Ragionarci è utile per valorizzare nel presente quelle esperienze. Il tuo contributo mi è prezioso; abituato a formarmi un pensiero all’ interno di un collettivo, mi sento come uno, vecchio, che si aggira,solo, in un bosco fitto e mai visto , con qualche lampo di luce e molta ombra inquietante. Passando a Dp : ricordi quando si arrivò alla separazione finale ? In segretria si cercò una mediazione , in realtà finsero di cercarla; idee diverse potevano convivere, dovevano convivere. Ci dividemmo, anche io e te, che avevamo le stesse idee, con le articolazioni che giustamente caratterizzano ciascuno , e mi divisi da Emilio e Basilio e altri compagni con i quali avrei poi fatto tante buone cose insieme, per un arco di tempo di decenni. Come mai? Per ora è un mistero. La segreteria assegnò a me e a te il compito di trovare una mediazione. Noi due, in due. Noi facemmo quel che sapevamo fare: andammo a casa tua, e ci ponemmo la domanda di fondo : spaghettti o maccheroni? Sugo rosso? Era una bella giornata. La nostra scelta fu razionale , sebbene di limitato orizzonte. I contrasti ideologici li lasciammo altrove, non avevano soluzione. Se non c’ è soluzione non ha senso cercrla. E il rosso c’ era, era il pomodoro. A presto… speriamo. Franco Calamida.
    PS : Il libro ci ha rimesso in contatto. Buona cosa. Ottima.

  2. Ennio Abate ha detto:

    Una obiezione veloce a Semenzato (e a Calamida): sinceramente pensate che se quei Cub non fossero stati teorizzati «come strumenti per un progetto rivoluzionario» sarebbero esistiti nella forma che ebbero? O che sarebbe stato meglio pensarli da subito come Cdf (Consigli di fabbrica) e stop?
    Al di là delle dicerie sui “professorini”, la « parte “teorica”» non l’ho mai vista (né la vedo oggi) come una inutile e pesante bardatura o addirittura unica causa responsabile in automatico di « alcuni dei limiti delle fasi successive» che avrebbero portato alla «sottovalutazione prima del femminismo, poi dell’ecologismo».
    Se non ci fosse stata la « parte “teorica”», la sbandata verso il “riformismo debole” sarebbe stata ovvia e non avrebbe neppure permesso di valorizzare i Cub manco come “spina nel fianco” critica dei sindacati che avevano una loro forte vocazione al pompieraggio e al burocratismo.
    Affaccio, invece, un’altra ipotesi: che sul piano della teoria ci si mosse con troppa approssimazione ed eclettismo e non ci fu uno scatto di originalità adeguato alle cose reali; e perciò finirono per prevalere anche in AO le spinte all’epurazione (reattiva o nevrotica) e l’incapacità di far fronte alle “emergenze”: giovanilismo, femminismo, lottarmatismo. Su quegli scogli naufragò la navicella ancora fragile di AO. Ennio Abate-

  3. Redazione ha detto:

    Caro Ennio, faccio solo riferimento alle testimonianze e alle interviste. Alla Philips sede, che conosco bene, in 3 scioperammo nel 68, nel 69 nacque il Cub, nel 70 il cdf che per alcuni anni convisse con il Cub (si chiamava “gruppo di studio” e si studiavano i classici e si discuteva, con curiosità e passione e senso critico.) I sindacati non erano tutti eguali e cambiarono. Anche i rapporti Cub sindacati, inizialmente aspramente conflittuali, cambiarono. La FLM non era burocratica. Per nulla,è stata un grande sindacato. I Cub furono intreccio di dimensione politica ed economica. Scuola di comunismo. Certo non furono” oggetto di teorizzazione.” Comunque non ho scritto ciò che mi attribuisci. Rispetto tutte le idee, in particolare quelle che non condivido. Non invidio chi non ha dubbi. Ti ringrazio per la tua partecipazione al dibattito.
    Franco Calamida.

  4. Ennio Abate ha detto:

    SAMIZDAT/ SU RAMELLI E SULLA VIOLENZA a cura di Ennio Abate
    L’amico e ex compagno (come me) di Avanguardia Operaia, Franco Calamida
    , in occasione dell’anniversario (29 aprile) dell’uccisione del giovane Sergio Ramelli, ha scritto una nobile e sofferta riflessione (https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10216536182229888&set=a.1316136556331&type=3&theater). Pacatamente ma fermamente ho espresso il mio parziale dissenso con questo mio commento:
    Spero che il mio commento non sia quello di un “irritato”.
    Ma devo ripetere che una cosa è condannare ( e anche censurare) uno slogan truculento (” Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero”) che – d’accordo – si avvicina troppo pericolosamente alla cultura fascista del “viva la morte”. Altra cosa, però, esorcizzare o condannare la violenza in sé.
    La violenza negli anni ‘70 fu «di una minoranza certo, non dei lavoratori e dei più». E non fu di una minoranza anche quella esercitata durante la Resistenza, di cui vogliamo essere « gli allievi e gli eredi»? Mica quei giovani scrissero soltanto lettere struggenti. Presero o no le armi?
    Quindi, il problema – insisto – non è la condanna della violenza in sé, alla quale in certe circostanze storiche furono costretti i nostri padri e. in misura incomparabilmente minore, noi e i nostri compagni negli anni ’70, ma quello della violenza non necessaria, evitabile, sbagliata, come quella che esercitarono quei nostri compagni di AO quando – orrore sì – eliminarono da accecati il giovanissimo Ramelli. (In tempi in cui io ed altri, insegnanti di AO negli Itis di periferia come me, coi giovani fascistelli che avevamo in classe discutevamo).
    Prima di liquidare la questione della violenza, rileggetevi per favore il capitolo 7, La violenza, pagg. 413 – 514, di «Una guerra civile» di Claudio Pavone.
    P.s.
    E poi, caro Franco, trovo la proposta («Le Istituzioni il 29 dovrebbero promuovere “la giornata contro la violenza, in memoria di tutte le vittime, perché non accada mai più») inconciliabile con l’altra che affacci subito dopo (« Ciascuno ricordi i suoi, nessuna riconciliazione»). O l’una o l’altra. Si è *costretti* alla seconda perché la prima non è praticabile e resta purtroppo solo un auspicio. Il problema della *memoria divisa * non si è ancora risolto.

  5. Redazione ha detto:

    Franco Calamida Sulla violenza e la mortedi Ramelli

    Spero di non suscitare irritati commenti. I 29 aprile è, da sempre, una brutta giornata. Venne ucciso Sergio Ramelli, non fu un errore, fu un orrore, anche se involontario. La vita di un giovane è stata cancellata, per sempre. Dobbiamo, innanzitutto noi del 68 ,quelli delle lotte per i diritti e la libertà, prenderne atto. Questa tragedia non può essere rimossa. Non per guardare indietro, ma avanti. Per non rubare il futuro alle nuove generazioni. Ancora ieri è stato gridato lo slagan: ” Camerata basco nero il tuo posto è al cimitero”. Non mi piaceva allora, ancor meno oggi. Voglio dirlo chiaro e netto: dobbiamo fare i conti con la violenza, che ci fu in quegli anni. Di una minoranza certo, non dei lavoratori e dei più, ma ci fu. Va condannata. Semplice: va condannata. Anche alcuni slogan erano violenti, non vanno ripetuti. Sono altro da noi. La cultura della violenza e le parole generano gli atti violenti. L’ avversario politico non va “mandato al cimitero”. C’è la morte in questo slogan, niente di eroico. Noi non siamo per “viva la morte”, ma per “viva la vita”. Siamo gli allievi e gli eredi dei giovani e delle giovani che scrissero “Le lettere dei condannati a morte della resistenza” Scrivevano di amore, di affetto strugente per i genitori, la madre, il padre, di amicizie profonde e di società giusta. Scrivevano di libertà, che allora significò abbattere il muro del fascismo.
    Ma anche per una seconda ragione, più attuale, il 29 aprile è una tetra giornata. I fascisti non commemorano la memoria di un giovane, ma rilanciano i cupi miti del nazifascismo, che furono la prigione o l’ assassinio degli avversari politici, la torture, la deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio, i soprusi e le violenz quotidiane. Per la Milano antifascista, per il rispetto di chi sacrificò la vita per la nostra libertà non è accettabile. Indigna le nostre coscienze. Le Istituzioni il 29 dovrebbero promuovere “la giornata contro la violenza, in memoria di tutte le vittime, perchè non accada mai più” e null’ altro che quella dovrebbe vedere la nostra città. Mai più manifestazioni fasciste. Non propongo la “conciliazione”, per nulla. L amnistia ci fu allora. Non c’è una via di mezzo, ove ciascuno ha un poco di ragione. C’è chi ha combattuto per la libertà e la Costituzione, dalla parte giusta e quelli che sono stati la vergogna ( feroce e volgare) d’ Italia ancora lo sono. I morti non sono tutti eguali, non lo furono in vita, non lo sono nella memoria. Noi ricordiamo i nostri, quelli che ci hanno lasciato in eredità una Italia libera, esempi di coraggio e dedizione e a nostra volta alle nuve generazioni dobbiamo lasciare una Italia gentile e libera. E’ questa la nostra responsabilità, conserviamo la memoria nei nostri cuori e con le menti guardiamo al futuro.

    • Redazione ha detto:

      Caro Ennio, devo chiarire il mio punto di vista. Io non ho “principi assoluti”. Non sono per il no alla guerra per principio, colloco tutto nel contesto. La seconda guerra mondiale ( terribile e violenta) fu necessaria; non condivisi l’ invito alla diserzione lanciato da Ghandi, che per molti aspetti ammiro.
      Ma il contesto del 68 e dintorni è stato altra cosa .Le Br erano in guerra. Loro, non noi. Non regge il confronto con la Resistenza . Non sono pacifista “senza se e senza ma”. La proposta della giornata contro la violenza, contro tutte le violenze , lanciava un messaggio, per il futuro :” Che non accada mai più” , mai più giovani vite stroncate. Era rivolta alle istituzioni perchè, in zona 3 in particolare, ogni anno noi del Prc presentavamo una mozione che invitava il sindaco a non partecipare alla commemorazione per Ramelli. E ci esponevamo all accusa di giustificazionismo dell’ atto di violenza che portò alla morte Ramelli e di non presa di distanza. Diversa sarebbe stata la celebrazione della giornata contro la violenza e la posizione di noi che l ‘avevamo proposta. Sembra ragionevole, forse anche tu la condividi, con questa spiegazione (o forse no). Ma fu respinta. Da chi ? Innanzitutto dal Prc.
      “Un errore” è stata una definizione consolatoria. E’ stata la rimozione sostanziale di una grande questione di cultura politica. Solo uno sbaglio, dunque consentiva, e consente ancor oggi, sonni tranquilli. Franco Calamida.

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