Alcune note sul libro di Avanguardia operaia –

EMILIO MOLINARI

Ci sono tante Avanguardia Operaia nel libro “ Volevamo cambiare il mondo”. Quante i compagni che l’hanno vissuta.

E’ il pregio del libro e ringrazio di cuore Giovanna Moruzzi che l’ha voluto fortemente e i compagni che l’hanno scritto.

Ci ha rimesso assieme e per un momento ha ridato vita alla storia del: secondo più importante gruppo politico degli anni 70… Dimenticato.

Il perché me lo sono chiesto tante volte: forse abbiamo mancato anche noi militanti, non abbiamo coltivato un legame solidaristico nell’identità, che tiene uniti anche se le strade si interrompono o dividono.

Ognuno ricorda ciò che ha fatto lui: in fabbrica, nella scuola, nell’occupazione delle case, nell’antifascismo, nel femminismo, ecc…cose belle, ma che hanno riguardato tutti i gruppi.

Tutti ricordiamo le speranze e la passione di voler cambiare il mondo, ecc..già, ma erano sentimenti di una intera generazione.

Ma in cosa eravamo diversi noi di AO dagli altri gruppi? Come ci presentavamo, reclutavamo e ci unificavamo con altre realtà?

Il marxismo leninismo, il maoismo, la gioia di vivere? L’Italia era piena di marxisti leninisti, di libretti rossi e tutti nel far politica erano gioiosi: amavamo, cantavamo e riempivamo le trattorie.

No, io penso che la nostra immagine ( oggi fuori moda) sia da cercare nei CUB operai e studenteschi e nello straordinario rapporto con i lavoratori e lavoratori/studenti. Davano ad AO, non so se le parole sono giuste, un ruolo di avanguardia e un’anima popolare. Qualcosa che  nessuno possedeva.

E lasciatemi pensare che i CUB sono stati uno straordinario esperimento di lavoro politico, che ha fatto sì che AO diventasse uno esperimento politico unico nel panorama della sinistra del ’68 non solo italiano.

E oso pensare, sia ancora attuale, al di là dell’elemento operaio non più riproponibile.

Attuale, se non altro, per leggere l’odierna incapacità di tutta la sinistra e della forza popolare della destra.

Guglielmo Ragozzino, un carissimo amico, mai stato in Avanguardia Operaia, nella sua bella recensione al libro, ha colto questo, essere unica, di Avanguardia Operaia e mi ha restituito la gioia di questa identità.

Ecco: non piacerà a tutti eravamo, eravamo quelli dei CUB.

E per completare il nostro DNA, almeno fino al 1975:

  • eravamo animati dalla radicale volontà di autonomia dal PCI e dalla sua burocratica deriva, già visibile, in molti dei suoi dirigenti e quadri intermedi. E’ il nodo dell’alternativa, ancora irrisolto;
  • eravamo, pur nell’involucro marxista leninista, fuori dalla polarizzazione storica in cui si dibatte tutta la sinistra, Socialdemocrazia in marcia verso il liberismo da una parte e anarchismo in tutte le sue anime dall’altra.
  • pensavamo che la rivoluzione non era la somma di fiammate spontanee, di comuni autogestite, di operai incazzati o di trasgressivi figli dei fiori Non eravamo cultori di gesti violenti o eccentrici, non gridavamo nel megafono obbiettivi costruiti fuori dai contesti;
  • noi non inventavamo linguaggi “esclusivi” per distinguerci;
  • non eravamo nemmeno sindacalisti di sinistra. Il buon Gastone Sclavi non riuscì a farsi capire dai 4000 operai della Borletti, smise di parlare. Pietro Mercenaro non convinceva mai nessuno negli incontri con i CUB. Mentre molti bravi sindacalisti della FIM, credo, abbiano assorbito qualcosa dal lavoro dei CUB. (Tiboni, Antoniazzi, Luisa Morgantini.)
  • volevamo costruire un partito, dove gli operai fossero protagonisti, dessero l’impronta e partecipassero alla sua direzione; (ci riuscimmo)
  • rifiutavamo ogni idea di lotta armata e lo ripeterò sempre: rifiutavamo ogni ostentazione della forza e della violenza. ( fummo argine a questa)

I vincitori hanno cancellato tutto, ma penso che in questo modello di lavoro politico ci sia ancora attualità.

Era la nostra vera identità.

Il Movimento Studentesco della Statale di Milano chiuso nell’università, buttò alle ortiche un  enorme patrimonio delegando al PCI e alla CGIL il rapporto con i lavoratori. Ha imbarbarito così le relazione con l’esaltazione di Stalin e l’uso del servizio d’ordine. ( noi eravamo i conigli o i professorini)

Lotta Continua era un gruppo di studenti e intellettuali brillanti. Dei “cow boy” della cultura/sentimento del 68: cavalcarono la rabbia, la ribellione, la trasgressione, la “modernità”, di una generazione di giovani.

Chi entrava in LC o in Potere Operaio, cercava il gesto, il linguaggio distintivo, la fotografia della rivoluzione, la fiammata: spontanea, trasgressiva, violenta o eccentrica, anarchica e…sostanzialmente americana.

E il Manifesto?…Chi aderiva al Manifesto aderiva ad un gruppo dirigente già confezionato e convinto di esserlo. Compagni seri, di “alto profilo” si direbbe oggi. Aderire al  Manifesto era aderire a un pezzo di PCI e a una cultura che non capì il 68 e nemmeno l’autunno caldo….lo subì, lo contrastò, ne assorbì i cocci.

Chi aderiva ad AO cercava altro….cercava i lavoratori in carne ossa e cervello, e un idea da costruire assieme.

Il gruppo dirigente AO non era “griffato” non amava e non era amato dai media, non era nemmeno definito.

Avanguardia Operaia io e Tina, la incontrammo nel 68,  nella casa di Luigi Vinci e Silvana Barbieri in via Raffaello Sanzio. Mi ci aveva portato Rina Barbieri che lavorava nella mia stessa fabbrica.

Luigi parlava troppo lento ma seguiva un ragionamento concreto, Silvana accelerava i concetti li esemplificava con l’esperienza della Sit – Siemens e capii che non mi venivano scodellate idee che qualcuno aveva pensato per me. Ma mi si prospettava un “ lavoro in corso”. Nessuna interferenza, nessuna palestra per gruppi, nessun linguaggio precostituito o inventato….qualcosa d’iniziato, da costruire, che veniva consegnato nelle nostre mani.

Non so se la stessa sera o poco dopo incontrai Mario Mosca il leader del CUB Pirelli,  che non era nemmeno di Avanguardia Operaia ( Luigi Cipriani arriverà dopo e sarà un dirigente importante di AO) e Gino Meloni operaio delle vetrerie Bordoni. Seppi che era in formazione il CUB della SIP con Francesco Forcolini e quello della ATM con Luciano Pelagotti un altro volto indelebile di Avanguardia Operaia.

1968, in quell’incontro nasce il CUB Borletti. Il primo CUB in una grande fabbrica metalmeccanica milanese, alla vigilia del Contratto Nazionale. Il primo laboratorio per la sola AO da cui decollerà. Poi sarebbe arrivata la Philips con mio fratello Antonio e Franco Calamida….e poi la lotta degli impiegati, l’autunno caldo, i lavoratori/studenti e il via allo sviluppo dei CUB in decine di fabbriche.

I dirigenti? 

Luigi Vinci, Massimo Gorla, Michele Randazzo, sono le figure individuabili come tali e in dirittura ci sono Silverio Corvisieri, Oskian Vanghelis, Claudia Sorlini, Giampiero Rota,….Ma già nel ’69 Francesco Forcolini e il sottoscritto entravamo in segreteria, direttamente dalla SIP e dalla Borletti.

Il volto di AO era però Massimo Gorla.

Il comunista colto, gentile, disponibile, con il senso della gioia di vivere. Un amico indivisibile nella mia vita, come Basilio.

La presenza operaia.

E’ il biglietto da visita di AO. La sua credibilità. La serietà con cui rivolgersi agli studenti e anche alla gente.

Il motore delle fusioni con altri gruppi e altri dirigenti simili a Venezia, Napoli e Torino. I lavoratori venivano mandati a realizzare le fusioni. Il sottoscritto fu mandato a: Perugia, Ivrea, Gemona, Torino, Napoli e Caserta.

Andavo per dare credibilità ad operai come Tommaso dell’Alfa Sud, Gallo dell’Olivetti di Marcianise, Raffaele della Cementir. E a Torino a Bruno Canu, Laudano, Pietro Perotti ecc….

Bruno Canu è l’immagine dei CUB e della serietà del circolo Lenin di Torino. E  Corrado delle Donne? Impossibile parlare dei CUB e AO senza parlare di Corrado. Dalla SIP a Napoli ad affiancare Guido Piccoli a costruire i CUB a dirigere il partito in Campania. Poi all’Alfa Romeo e poi…..

E Vittorio Borelli, dalla Mondadori di Milano a vivere a Verona e portare alla fusione con il gruppo di Corrado Brigo (anche lui mandato a dirigere Napoli), i fratelli Mele e Mauro Tosi e i Michele Nardelli di Trento Vittorio che diventa infine il direttore del Quotidiano dei Lavoratori.

Mio fratello, dalla Philips veniva inviato a Parigi da Revolution e alla Renoult per spiegare i CUB italiani.

Non parlo di tanti compagni, dirigenti e straordinari intellettuali di Torino o Napoli. Inseguo solo l’idea dell’identità di AO e della sua attualità.

Sono passati 50 anni, è cambiato tutto so benissimo che nulla è più riproponibile, lo testimoniano le mie scelte. Quella classe operaia, ha perso è evaporata. Nella sinistra hanno vinto altre facce, altri modelli. Ha vinto l’America, l’individuo, il merito e ha perso la società, il diritto sociale, l’eguaglianza e la fraternità…Ma sono convinto che quel modello di lavoro politico è ancora all’ordine del giorno per chi vorrà uscire dal pantano.

I CUB degli anni dal 70- 75 restano nei miei ricordi come:

 

  • la politica che sa parlare a tutti. Lavoratori e studenti che sanno parlare a tutti i loro “colleghi” e che sono messi in grado di parlare fuori dai propri contesti….alla gente; –
  • la capacità di AO dei CUB di promuovere nel 1972 una manifestazione di decine di migliaia di persone a sostegno della lunga lotta della Borletti per l’eliminazione del cottimo. Di gestire da soli la lotta della Cruzet durata mesi, con studenti e lavoratori che si alternavano giorno e notte ai picchetti;

 

  • l’immagine di organismi aperti a tutti e coinvolgenti persone senza idee politiche o di destra. Una tensione, nella radicalità, verso il gettare ponti, superando vecchie divisioni: DC – PCI, cattolici – comunisti; organismi dove operai, intellettuali, studenti si integravano. Dove l’interesse materiale non si separava mai dai valori e viceversa. Dove l’unità era cercata nella partecipazione alle decisioni e nell’egualitarismo dei diritti.

C’era persino qualcosa della Laudato Sì.

Tutti nei CUB imparavano a parlare a tutti.

I lavoratori a parlare “meglio” gli “esterni” a parlare rispettando il sapere di una classe la cui cultura dava ancora il ritmo civile e solidale al popolo e all’umanità.

Lella Longoni, Giorgio Gorli, Giancarlo Mariotti alla Pirelli, Basilio Rizzo alla Sit Siemens, Umberto Tartari e Paola, Luciana e Giorgio Negri, Silvana Barbieri e Tina mia moglie, alla Borletti, Luisa Cetti all’Alfa Romeo, Giovanna Moruzzi a Sesto San Giovanni e Claudia Sorli che girava un po’ in tutti i CUB. Decine di studenti inseriti nelle fabbriche, si presentavano e gli operai…immaginavano i loro figli all’università.

Nel 75 inizia il declino. I nostri limiti della conoscenza di dove va il  mondo, si sommano le divisioni, le stragi di Stato, gli omicidi fascisti, il vento esterno degli ideologhi della violenza che avvalorò la strategia della tensione e che ci coinvolse. Marginalmente, ma la violenza ci coinvolse in cose che non giustificherò mai, nemmeno con il contesto, le stragi e i fascisti. Io so che la violenza non era nel nostro DNA, in nessuno. Mentre ci lambiva eravamo impegnati nell’essere un argine a questa, che ha salvato tanti giovani dalla deriva. Pensavamo al servizio d’ordine per difendere i cortei e i compagni e impedire degenerazioni nelle maifestazioni.

Ho la coscienza di aver sempre contrastato con Massimo e Basilio, ogni manifestazione di violenza e gli slogan truci.

So di essere andato tante volte con Massimo e Saverio davanti alle caserme della polizia o dei carabinieri per spiegare la nostra distanza dai tanti episodi violenti.

So di avere sciolto con Massimo il servizio d’ordine.

Voglio si ricordi che la storia di AO è stata un’altra cosa e non voglio in alcun modo sia confinata nelle pagine degli anni di piombo.

Nell’occupazione delle case.

Lotta Continua era il: prendiamoci la città. Per noi la risposta ad un diritto fondamentale e una idea di organizzazione nei quartieri. Evitammo ogni scntro. Costruimmo l’Unione Inquilini, come tra gli insegnanti costruimmo la CGIL scuola, con l’indimenticabile Teresa Rossi.

 

Vorrei fare un appunto a Vincenzo Vita che ha scritto un bel pezzo sulla cultura in AO.

La fotografia di un gruppo dirigente refrattario alla cultura è una caricatura segnata dal tempo.

Il proletariato giovanile, Licola? Un vento culturale non capito dai dirigenti di AO?.

Difficile definire quel vento: la nuova cultura, lo spartiacque che screma l’anticultura.

Pensa invece Vincenzo, come fosse difficile trovare aspetti culturali avanzati, in quei raduni del proletariato giovanile. Niente di moralistico, ma difficile riconoscere la cultura nell’apoteosi della libertà dell’individuo, nella droga, nelle trasgressioni esasperate dei corpi nudi. Per altro non erano cose nuove: i Provos i Beattle in India Woodstok ecc..già visto e superato, dal balzo verso la politica del 68/69. Difficile cogliere la rottura culturale sacrosanta, questa sì, del femminismo, o l’insostenibilità di una militanza politica totalizzante, o ancora i limiti strategici di tutta la sinistra. Difficile coglierli in mezzo a tanti, tantissimi segni di una deriva sociale e culturale da evitare.

Difficile dividere tra aperti e chiusi con il termine: cultura.

Tutti i compagni che tu citi come conservatori erano colti non perché avevano letto di Marx e Lenin avevano letto ben altro ( cultura vecchia?).  Anch’io ti assicuro che ero praticamente nato in una fabbrica avevo divorato i russi, i francesi, gli americani del new deal e quelli della beat generation. Andavo nel 1960 al Piccolo a vedere Bertol Brech e i Giacobini.

Mio fratello adolescente e il suo amico Vittorio Borelli, vivevano nelle case popolari di San Siro e la Barona, scrivevano poesie e disquisivano su Marcuse.

Anche sull’arretratezza culturale di una classe è stata fatta una caricatura interessata. Caro Vincenzo fare politica voleva dire distinguere e capire l’apertura a nuovi orizzonti culturali o a disastri politici e umani che si delineavano e si sono puntualmente verificati. Nell’incultura di oggi non c’è qualcosa di quella “nuova cultura”?

Il Macondo apriva nuovi orizzonti culturali o portava altrove? I circoli giovanili milanesi portavano più cultura o più violenza e incomunicabilità con il cosiddetto popolo e con la massa vera dei giovani, che correvano verso CL?

Tutti amavamo canale 96. Io apprezzavo Gianolla e invece non mi piaceva  per niente “Collanon” lo trovavo anche culturalmente arrogante.

La politica era a un continuo bivio e se lo trovarono i dirigenti di AO e di DP e dopo, nel 77 e se lo trovò anche un giovane ribelle come Peppino Impastato: scelse AO e DP. Bisogna guardare quel passato assieme a dove siamo finiti oggi.

Per quel che mi riguarda non capivo e non contrastavo. Cercavo di capire e star dentro alle contraddizioni. L’ho fatto tutta la vita.

La caricatura sul raduno di Licola divise AO, ma qualche mese dopo si invertirono le parti. Nel 77 i “conservatori culturali” andavano al raduno di Bologna ( a capire e fare argine) mentre gli “innovatori” prendevano le distanze….culturali.

Infine, nel libro non c’è traccia di una cosa determinante:

le elezioni amministrative del 1975.

Una coalizione, voluta e animata da AO. Tre consiglieri comunali eletti: il sottoscritto espressione dei CUB, Cippino delle occupazioni di case di cui era uno dei leader e Raffaele De Grada partigiano e critico d’arte e del Movimento Studentesco della Statale. (un gruppo che restò sempre unito)

A Torino eleggemmo Bruno Canu, ovvero i CUB della Fiat.

E un fatto storico, di cui AO fu protagonista:

entrammo in maggioranza nel governo milanese

 

Impreparati noi e AO a capire il ruolo istituzionale e incapaci nel farne un laboratorio.

“Lotta e governo” ricordo un documento che scrissi con Enrico Profumo e Sandro Barzaghi. Ignorato, il partito era distratto dagli scontri tra ortodossi e innovatori, dal femminismo, dalle divisioni laceranti in AO e nei gruppi, dalla violenza fascista e dall’imbarbarirsi dell’antifascismo. Avevamo solo quel DNA di Avanguardia Operaia. L’autonomia, come un elemento etico e segnammo la nostra presenza su una questione di fondo:

la questione morale.

Portammo alla luce due scandali clamorosi che riempirono le pagine di tutti i giornali: le tangenti alla ATM sull’acquisto dei primi jumbo tram dalla FIAT. 

La corruzione all’Ortomercato e nella Soveco la società comunale che lo gestiva. 

Grazzini un compagno studente andò a lavorare da facchino all’Ortomercato e divenne uno di loro e un loro leader.

Nel 1975 in quel consiglio comunale, potevi leggere l’inizio del sistema consociativo di Tangentopoli.

Craxi chiedeva le dimissioni di Aniasi il sindaco partigiano, apparivano i miglioristi del PCI con nomi che ritorneranno sempre nelle varie tangentopoli.

Dallo scandalo sull’intermediazione dei grossisti, AO diede vita ai mercatini rossi e con lo scandalo delle tangenti ATM e l’aumento del biglietto del tram rompemmo con la giunta di sinistra e organizzammo la disobbedienza. In quel consiglio muoveva i primi passi la Milano da bere.

Questa è storia di Milano ed è, con gli esemplari 37 anni di Basilio in consiglio comunale, la storia di un presidio della identità e della attualità di AO.

Un presidio che vive da 47 anni. . Con il rigore di Basilio Rizzo la sua vocazione a studiare i problemi, il suo rappresentare il dissenso sociale e cittadino e di essere così normale e così diverso….come AO.

Emilio Molinari – 27 febbraio 2021  Questo artcolo può essere duplicato citando la fonte :  www.costituzionebenicomuni.it

14 Risposte

  1. Maurizio Magnani ha detto:

    Grazie Emilio, ero/sono di AO Sesto San Giovanni studenti medi, Giovanna nostra insegnante di chimica………..

  2. Claudio Bianconi ha detto:

    Grazie Emilio…

  3. Giuliano Pennacchio ha detto:

    Bello. Ricco di annnotazioni, completa molto alcuni aspetti del libro. Grazie Emilio.

  4. alberto tomiolo ha detto:

    entrare nel merito del racconto “epico” di Emilio è, manifestamente, “impossibile”: mi è piaciuto per l’andamento, quel tono che ricordo come suo peculiare nelle varie occasioni di incontro e di vicinanza come consiglieri regionali di DP, rari nantes in gurgite vasto degli anni ’80 tondi tondi nella loro oscenità! di Emilio mi era piaciuta, anche, la disponibilità a capire ed esplorare la sponda, che personalmente avevo in quegli anni toccato, dell’irruzione dell’ecologia teorica ergo politica che per me fu un approdo “conclusivo”: e che fu, ma non voglio qui aprire una voragine di “riflessioni”, il limite, forse il vuoto più colpevole di noi tutti (anche “nipotini” del documento di Roma…) dell’autoproclamata nuova sinistra.

  5. alvaro ricotti ha detto:

    Emilio Molinari, un grande uomo. Un grande politico. Uno dei pochi che conosca che sappia declinare la politica, quella vera, quella vissuta sulla pelle toccando il profondo di ognuno di noi. La nostra sensibilità. Il suo grande amore per gli altri lo manifesta nella politica con un approccio e una sensibilità unica. Questo suo essere, questo suo modo di rapportarsi con gli altri l’hanno fatto paradigma di un certo modo d’intendere e praticare l’arte della politica, un esempio per tutti noi. Questo suo valore, questo suo grande pregio è forse stato anche il suo limite. Quello di non aver colto il grigiume intellettuale che ci circondava. Il pragmatismo che schiacciava le emozioni, anzi le detestava, era la norma, era egemone e coloro che provavano emozioni in tal senso si autocensuravano. Solo la statura di un Emilio poteva emergere sopra il conformismo di un leninismo libresco e asfittico. Troppo pochi erano i compagni come lui, già nella nostra “diversità” saremmo stati ancora più diversi, innovativi e rivoluzionari, nel senso più completo del termine. Il suo utopico intendimento della politica non era per quei tempi e non lo è neanche per quelli attuali, troppo al di sopra degli interessi particolari e all’ambizioni dei carrieristi o pseudo tali. La sua lettura di quello che siamo stati è una lettura romantica, nel senso nobile del termine, che non coglie la miseria culturale della realtà, della nostra realtà, di come eravamo, non era sufficiente richiamarsi a Lenin, a leggere “Stato e rivoluzione”. Anzi l’avessimo fatto con coscienza critica ne avremmo colti i limiti programmatici, etici e storici. Emilio Molinari rispecchiava se stesso negli altri dirigenti, il suo sogno di politica nella politica praticata; magari fosse stata così! Una sola parola Emilio: grazie!
    Alvaro Ricotti

  6. Alessandro Midulla ha detto:

    Quella di AO fu la mia prima e penultima tessera di partito prima di quella di DP, passando attraversoil Collettivo Lenin di Torino, in cui avevo trovato già quelle caratteristiche di AO descritte da Molinari, che consentivano di incanalare la spinta ribellistica da studente in una militanza cosciente e concreta. Fenomeni che apparivano come esclusivamente metropolitani non faticarono a trovare terreno fertile in provincia. Costruimmo un collettivo politico di studenti e proletari nel Saluzzese, applicammo il metodo dell’inchiesta cara a Vittorio Rieser, allacciammo legami organizzativi solidi (ricordo Gino Meloni, dopo l’unificazione CL-AO), analizzavamo la realtà locale, studiavamo, ci ponevamo la questione della proletarizzazione anche nello stile di vita, l’intervento nelle fabbriche era puntuale e informato, capace di attrarre e coinvolgere compagni interni e di dialogare con delegati pur con posizioni politiche diverse, eravamo attenti a non confondere i livelli di coscienza sindacale e politica orientati dal metodo della “linea di massa” che caratterizzava i CUB. Ci convinceva la visione complessiva di classe di AO, affrontavamo in pubblici dibattiti con studenti e operai argomenti come l’internazionalismo, ma anche la prostituzione, l’omosessualità, la musica e il teatro con i circoli La Comune (“Ci ragiono e canto”, “Bandiere rosse a Mirafiori”…), discutevamo con i compagni del Movimento Autonomista Occitano il rapporto fra liberazione nazionale e lotta di classe, non trascuravamo nemmeno l’aspetto grafico di volantini, manifesti e scritte murali né la composizione di canzoni popolari (come sapeva fare Franco Bongiovanni). Con Pietro Perotti (operaio del CUB Mirafiori e artista) e altri compagni realizzammo un grande murales (“1974, un anno di lotte”) alla fabbrica Graziano di Cascine Vica occupata, su cui l’intervista di Vittorio Rieser invitava a riflettere dalle colonne del Quotidiano dei lavoratori (a proposito di “cultura”); ci sentivamo liberi sia dalle costrizioni moralistiche del “realismo socialista” quanto dalle sirene da Parco Lambro. Organizzammo un Comitato di lotta per l’autoriduzione delle bollette del gas che applicò un metodo parallelo a quello dei CUB applicato a livello cittadino, che produsse una crescita di coscienza e di militanza che si consolidò anche in un piccolo bacino elettorale amministrativo insieme a compagni di altra provenienza come radicali, cattolici e pdup che, grazie a un forte spirito unitario, diede frutti importanti nel condizionare lo spostamento a sinistra di un’amministrazione come quella saluzzese tradizionalmente conservatrice. Durante la prsentazione del libro in oggetto, sono rimasto sorpreso della sorpresa per la scoperta dell’intervento di AO nelle forze armate oltre che nella cultura. Come non ricordare la grandiosa partecipazione dei soldati indivisa alla manifestazione del 25 aprile ’75 a Milano? Io fui candidato alle amministrative del ’75 a Saluzzo come soldato per far conoscere i contenuti del Movimento dei soldati democratici per cui fui “premiato” con il trasferimento dalla Caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti di Milano a Cagliari, dove però ebbi felice conferma dell’efficacia del radicamento nazionale di AO. Se, parlando degli anni ’70, rievochiamo la politica vissuta con lo stile e l’impronta di AO, non ci vergogniamo di provare nostalgia e di desiderare un modello di militanza e di organizzazione come quella sperimentata in quegli anni tanto in area metropolitana quanto – questo voglio evidenziare – in provincia.

  7. Elio ha detto:

    Bravo Emilio.
    Elio Bonfantu

  8. maria pia conca ha detto:

    Grazie Emilio Molinari , grazie per il libro, ci voleva ✊
    Pia una ragazza di AO ( 1954)

  9. Angelo Solazzo ha detto:

    Letteralmente divorate le pagine scritte da Emilio, che ringrazio.
    Già all’inizio, nelle sue riflessioni, fa capire quanto fosse profonda la Politica che “stava dentro” ad ogni Compagno che militava in AO.
    Certo, ricordo che, a volte, passavamo per essere inquadrati come professorini. Ma io, oltre che nelle fumose riunioni, ho sempre visto i nostri Compagni nelle “piazze”, pronti al confronto politico e disponibili a costruire realtà di lotta, rivendicazioni, conquiste.
    Ognuno di noi lavorava politicamente nel proprio settore di intervento: io, a metà degli anni 70, ero studente e non seguivo moltissimo la vita interna dell’organizzazione ma con i miei Compagni lavoravamo sul territorio, eravamo presenti in tutte le realtà giovanili, dal Centro Sociale Santa Marta al mercatino popolare dei libri in piazza Vetra.
    Certamente l’aria che si respirava in quegli anni ci amalgamava e ci spingeva in un magnifico vortice di “politica totalizzante”. Ripensandoci oggi, credo che quel “volevamo cambiare il mondo” sia ben posto: ci credevamo veramente e dentro quella volontà di cambiamento ci mettevamo tutto il nostro impegno, 24 ore su 24.
    Penso che ognuno di noi quando si volta a guardare indietro, arrivi a chiedersi: cosa é rimasto?
    A me, e ritengo anche nel nostro Paese, é rimasto molto e potremmo stare ore a discuterne. Ma questo spero possa rientrare nelle pagine di un prossimo volume…
    Grazie per il libro che, almeno per me, ha funzionato come macchina del tempo e che, comunque, mi rimette in discussione e mi da stimoli per continuare una battaglia che, persa non é…
    Tutú

  10. Franco Becchini ha detto:

    Ho letto l’intervento di Emilio e come sempre mi è piaciuto subito e molto. Poi ci ho ripensato e comincia piacermi meno. Più che altro o forse solo la polemica con Vita. Penso che come tutti il gruppo dirigente di AO non abbia capito perché moltissimi giovani dei CUB e di AO cominciassero ad allontanarsi  alla spicciolata e venissero fuori i circoli del proletariato giovanile. Che con Vita niente avevano a che spartire. Poi ci ho letto molto moralismo e una ancora evidente incomprensione dei motivi che invece erano tanto semplici quanto indicibili: molti giovani compagni avevano capito una cosa che i ditigenti non capivano, avevamo perso. La rivoluzione non si faceva più.

    • Redazione ha detto:

      In realtà i dirigenti sapevano che non c’ era la rivoluzione. Sta scritto nel libro, nelle citazioni tratte dalle interviste, con rare eccezioni, nel documento preparatorio il V° Congresso e nelle sue conclusioni. Un punto fermo nell’analisi di AO fu questo : “la fase non è prerivoluzionaria”.Il nostro obiettivo fu “costruire il partito rivoluzinario”. Sono drammaticamente note le scelte di quanti valutarono che la rivoluzione fosse possibile . Non lo era. E c’è una conseguenza importante: nessuno tradiva la rivoluzione. Eppure la teoria del tradimento ha prodotto danni seri e permanenti all’ insieme del movimento operaio. franco calamida.

  11. Michela Galliani ha detto:

    Grazie Emilio di quello che hai scritto, comprese le note polemiche. Più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto l’esperienza in AO mi abbia dato, che mi serve ancora adesso per valutare quel che succede nel mondo. Mi piacerebbe poter dare le mie valutazioni su quanto successo per quanto riguarda il SO, che fu determinante per il mio allontanamento. Grazie ancora. Michela.

  12. Emilio ha detto:

    Cara Michela, è importante il contributo di tutti. Un abbraccio
    Emilio

  13. Camelo Inì ha detto:

    Ho letto solo adesso l’intervento di Emilio e ne condivido lo spirito e il vissuto che descrive anche perchè mi aiuta a rivivere quel vissuto come fosse oggi. Non ero iscritto ad AO, ma avendo molti amici con la A maiuscola a partire da Bruno Canu quel vissuto, vita, sogni, proposte e condizioni materiali per me era come essere iscritto come gli altri. Non so se era solo per me, perché sindacalista a Mirafiori da metà anni 70 e prima in fabbrica, ma penso proprio di nò e il fatto di sentirti di AO senza esserne iscritto per il “profilo” di come portavi avanti i problemi e come ti relazionavi con Operai(per me più facile: ero operaio) e studenti o persone che nel proprio quartiere mettevano in evidenza richieste e proposte. Grazie come al solito ad un caro amico come Emilio e che mi ricorda sempre come tratto il sorriso mentre parla anche di cose serie che non richiederebbero sorrisi o leggerezze, ma forse è proprio questo il segreto che lo fa voler bene da molti. Carmelo Inì

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