“Sentivamo forte l’ impulso a lottare”

RICCARDO BARBERO

Leggere il libro curato da Biorcio e Pucciarelli sulla storia di Avanguardia Operaia mi ha sicuramente ricordato momenti felici della mia vita e della mia militanza politica, ma mi ha sollecitato anche a pormi alcune domande su quel periodo e sul suo esito negativo.

I dieci anni dal ’68 al ’77 sono stati densi per tutti noi che allora eravamo giovani e che sentivamo forte l’impulso a lottare per cambiare la società, se non proprio il mondo intero.

Alcuni di noi, forse una minoranza, aveva già militato nella sinistra storica e ne aveva colto l’impreparazione di fronte allo sviluppo delle contraddizioni di una società capitalistica matura, al nascere di movimenti nuovi e al manifestarsi di una soggettiva politica che travalicava i tradizionali ambiti del movimento operaio.

Il PCI, in particolare, non comprese il significato e la portata del movimento studentesco che prese avvio nelle università nel 1967 per dilagare poi in tutte le scuole, contagiando il mondo della cultura e delle professioni.

Ricordo come nella sezione universitaria, alla quale ero iscritto, i dirigenti, tutti professori o assistenti universitari, rifiutassero esplicitamente di confrontarsi con i temi posti dell’occupazione dell’università, centrati sulla lotta all’autoritarismo accademico.

Il sindacato stento’ inizialmente a costruire un rapporto positivo con i nuovi operai che affollavano le officine delle fabbriche fordiste e che esprimevano rabbia e ribellione verso il regime di fabbrica.

La gran parte dei dirigenti intermedi e dei quadri sindacali della CGIL era espressione di una classe operaia di mestiere che aveva difeso le fabbriche durante la resistenza e che era stata emarginata o licenziata per rappresaglia negli anni ’50: non riusci’ a comprendere subito gli atteggiamenti ribellistici dei giovani operai delle linee di montaggio.

Quando questi due soggetti – i giovani studenti e i giovani operai – entrarono in contatto, prese corpo l’idea di costruire nuove forme di organizzazione politica al di fuori dei partiti tradizionali e dei sindacati.

Da questo punto di vista il nucleo originario milanese di AO costitui’ piu’ un’eccezione che una conferma di questa “regola”, perché era costituito in prevalenza da compagni che avevano un’esperienza e una storia di militanza nel PCI e nella CGIL.  Questa “differenza” determino’ in positivo una maggiore attenzione alla formazione politica e culturale dei militanti e un’idea piu’ strutturata dell’organizzazione e dell’azione politica, rispetto alle altre organizzazioni movimentiste come Lotta Continua.

E tuttavia nonostante questi pregi (o forse proprio a causa di essi?) questa maggiore solidità teorica limito’ la capacità di un’analisi marxista critica e creativa: l’atteggiamento della sinistra politica e sindacale fu spiegato solo come effetto del revisionismo, anche alla luce della critica maoista verso l’URSS.

Sarebbe bastato, quindi, ristabilire la corretta strada leninista per avere la giusta strategia: non casualmente nel libro le testimonianze di molti compagni, a piu’ riprese, confermano che non c’era in AO una chiarezza sulla strategia rivoluzionaria, ma si puntava sostanzialmente a contribuire alla costruzione del nuovo partito comunista.

Sarebbe poi stato quest’ultimo a dotarsi della strategia rivoluzionaria.

In realtà la pratica concreta era molto piu’ ricca e articolata e si manifestava nella costruzione di una linea di massa all’interno dei diversi movimenti sociali. Da questo punto di vista è sintomatica l’evoluzione della concezione del ruolo dei CUB all’interno delle fabbriche di cui si parla nella parte curata da Franco Calamida: da una fase iniziale nella quale coesisteva una visione sindacale con quella politica, a quella successiva nella quale i CUB venivano intesi come organizzazione politica di massa in relazione dialettica con la cellula dell’organizzazione di partito, da un lato, e con il Consiglio di fabbrica, dall’altro.

E d’altro canto l’iniziativa politica si allargava ai temi del territorio (la casa, in primo luogo, ma non solo), fino ai temi culturali, come testimonia l’interessante paragrafo curato da Vincenzo Vita.

Eppure queste esperienze poco pesavano nell’elaborazione teorica degli organismi dirigenti: non si arricchi’ l’impostazione leninista, accontentandosi di un’interpretazione scolastica incardinata sulle tre centralità “ontologiche” della classe operaia, del partito e dello stato.

Probabilmente i tempi erano troppo frenetici e le nostre capacità limitate.

Ma questi limiti spiegano, forse, almeno in parte, la crisi del 76 e la successiva scomparsa.

Pensandoci, a distanza di quasi cinquant’anni, è paradossale che la sinistra extraparlamentare cosi’ ampia e radicata a livello sociale, si sia liquefatta, a seguito di un risultato elettorale deludente: forse, pero’, questo mette in evidenza proprio quei limiti di strategia ai quali si accennava in precedenza.

Che cosa ci prefiggevamo nel presentare delle liste per il parlamento? Non ci fu una discussione chiara e approfondita. Quella scarsa chiarezza si è poi trascinata per decenni e ha coinvolto tutte le formazioni di sinistra, fino ad arrivare ai giorni attuali.

Naturalmente sarebbe sbagliato attribuire la sconfitta e la dissoluzione delle formazioni extraparlamentari degli anni ’70 solo o principalmente al risultato elettorale: in realtà la sconfitta colpi’ anche il PCI e il sindacato.

Probabilmente il punto piu’ alto dello scontro di classe in quel periodo fu raggiunto tra il maggio del 74 (referendum sul divorzio) e il febbraio 1975 (accordo sulla scala mobile): le successive elezioni amministrative regionali e comunali del giugno 1975 sanzionarono una sconfitta della Dc e un forte avanzamento della sinistra storica (PCI, PSI). Anche le liste di Democrazia Proletaria ottennero un risultato incoraggiante.

Era il primo sbocco politico-istituzionale di una lunga stagione di lotte sociali che aveva dovuto fronteggiare anche la strategia della tensione e vari tentativi golpisti, come viene ricordato da Biorcio nel testo.

Ma il PCI, chiuso nella sua prospettiva del compromesso storico, elaborata da Berlinguer e dal gruppo dirigente dopo il golpe in Cile del settembre 1973, non spinse per adeguare il parlamento nazionale alla situazione dei territori e le elezioni furono si’ anticipate, ma per le contraddizioni interne al centrosinistra.

L’esito fu, quindi, negativo anche per il PCI e la mancanza di uno sbocco politico-istituzionale si ripercosse sul movimento operaio e popolare: ricordo la stanchezza di quei giorni e quella che manifestavano molti compagni operai, perché una lunga ed estenuante stagione di lotte non sembrava aver cambiato i rapporti di forza a livello politico e non si poteva pensare di continuare ancora per molto a quello stesso ritmo.

Non credo che i nuovi movimenti giovanili e la crescita del movimento femminista avrebbero avuto lo stesso effetto disgregativo, se il quadro politico fosse mutato positivamente: certamente i nodi posti dalle compagne (e in parte anche quelli dei circoli del proletariato giovanile) insistevano su una tradizione politica inadeguata, fondata sulla visione “ontologica” della centralità della classe operaia e del partito. Ma in un quadro politico positivo, avrebbero potuto dare un contributo innovativo molto importante, come emerge dal paragrafo curato da Lella Longoni.

Ricordo invece benissimo un’immagine funesta del convegno di Bologna del settembre 1977: come Avanguardia Operaia decidemmo di partecipare al corteo contro la repressione voluta da Cossiga. Seguimmo anche il convegno dove prevalevano nettamente le posizioni della cosiddetta autonomia operaia: ero in platea perché, cosi’ mi avevano detto, forse avremmo potuto intervenire dal palco. Scelsi di sedermi vicino alla zona occupata dalle compagne che facevano le tricoteuses, mentre ascoltavano gli interventi che si succedevano. Sembrava un’area relativamente “riflessiva”: invece quando uno degli intervenuti, che faceva chiaramente riferimento alla lotta armata, scandi’ i suoi slogan, tutte quelle compagne lasciarono cadere i loro aghi da calza e proiettandosi in piedi risposero a quelle parole d’ordine facendo il gesto della pistola.

Era un segnale evidente che il riflusso politico stava generando in una parte significativa del movimento le posizioni militariste che hanno anch’esse fortemente contribuito alla sconfitta della sinistra.

Giovanna Moruzzi scrive nella prefazione che il libro vuole essere un documento delle scelte politiche e di vita di una generazione di giovani e giovanissimi degli anni ’70 e che, allo stesso tempo, puo’ essere un modo per spiegare quei tempi alle nuove generazioni.

Per quest’ultimo aspetto non so se il testo riesca efficacemente nel suo intento: forse, piu’ che la storia di questa o quella organizzazione politica, potrebbe servire di piu’ rifarsi alle testimonianze di quei giovani di allora per spiegare come sia stato possibile che cosi’ tanti e tutti insieme si siano mobilitati per tanti anni per lottare per una società migliore.

Per noi, ormai vecchi, che abbiamo vissuto quegli anni, un libro come questo dovrebbe, invece, spingerci ad approfondire lo studio e l’analisi di quel periodo, per individuare, accanto ai tanti aspetti positivi, anche gli errori che ci hanno portato a una sconfitta che ha fatto sentire i suoi effetti sul lungo periodo.

E’ un contributo che dobbiamo dare alle nuove generazioni.

Sappiamo bene che la storia non si ripeterà, ma anche che c’è tanto da imparare dal passato.

Riccardo Barbero

Torino, 21.02.21

 

 

 

 

 

 

Una risposta

  1. Redazione ha detto:

    Con Riccardo Barbero ho condiviso lunghi tratti delle generose lotte che conducemmo per cambiare la società, per molti anni. Andavo spessoa Torino, con Emilio Molinari sviluppavamo il confronto di idee e pratiche che avrebbe poi portato alla confluenza del Collettivo Lenin in Ao. Ha ragione: eravamo giovani. Anche sul resto ha ragione, condivido quanto ha scritto. Dopo tanto tempo. Con Barbero e Rieser ho partecipato alla stesura del Documento preparatorio del V° Congresso di Ao. Decidemmo giustamente di non trattare il femminismo e la ribellione del movimento delle donne con un “titolo a parte”, qualcosa da aggiungere. Ritenemmo che la differenza di genere dovesse percorrere tutta l’ analisi e le proposte . Non so se siamo riusciti nell’intento, lo spero. Ricordo comunque che assai di frequente, dopo un nostro giorno di lavoro ( allora i Documenti erano lughissimi) Maria Teresa Battaglino, nel tardo pomeriggio, veniva a discutere con noi quanto avevamo scritto. La scelta di confrontarci fu buona cosa.

    Di quanto ha scritto Riccardo condivido e considero importantissima questa parte:
    “Per noi, ormai vecchi, che abbiamo vissuto quegli anni, un libro come questo dovrebbe… spingerci ad approfondire lo studio e l’analisi di quel periodo, per individuare, accanto ai tanti aspetti positivi, anche gli errori che ci hanno portato a una sconfitta che ha fatto sentire i suoi effetti sul lungo periodo.

    E’ un contributo che dobbiamo dare alle nuove generazioni.”

    E’ proprio questo ciò che possiamo fare e anch’io cerco di fare. Il recente incontro online è stato uno stimolo ; come ha scritto Vincenzo Vita nel suo bel capitolo del libro : si trattò di “educazione dei sentimenti”. Forse non siamo più rivoluzionari ( non ve ne sono le condizioni, purtroppo) , però siamo “educati” …e tenaci.

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