La bella storia di Ao

3 aprile 1969: primo sciopero della Philips sede.

raccontata da Guglielmo Ragozzino.

L’editore Mimesis arriva in libreria con “Volevamo cambiare il mondo”, storia di Avanguardia operaia 1968-1977.  Avanguardia operaia, movimento politico e sociale degli anni immediatamente precedenti e soprattutto coincidenti e successivi al “sessantotto” italiano ha scritto la propria autobiografia e l’ha affidata a varie “penne”. Per meglio dire: alcune persone che mezzo secolo fa avevano operato nell’ambito dell’Avanguardia operaia hanno sentito l’esigenza di ripensare quelle giornate, i lontani avvenimenti, le speranze, le scelte di vita; e prendere di nuovo la parola, rileggere diari e volantini custoditi in qualche soffitta; e raccontare. Non c’è infatti nel libro un autore unico , magari un leader, a proporre la sua verità, ma è un gruppo di militanti che voce per voce prende la parola, come era caratteristico allora tra di loro, più ancora che tra i gruppi coevi. 1. Si tratta dunque di un lavoro con varie firme, ciascuna delle quali descrive e ricorda una delle attività principali dell’organizzazione; quella che conosceva meglio, quella dove agiva: la fabbrica, la scuola e l’università, la casa in uno specifico quadro sociale, la presa di coscienza delle donne, la cultura nelle varie immaginazioni, l’autodifesa antifascista, l’esercito. Un autore, Roberto Biorcio, ha il compito di riassumere in un solo testo gli anni centrali dell’Avanguardia Operaia, cercando di tenere insieme le tante parti. Un altro testo, dovuto a Franco Calamida riassume il nesso centrale, quello tra partito e organizzazione di massa, come si diceva in linguaggio comunista, cioè il legame tra Avanguardia operaia e Cub.

Il nome del libro di Mimesis, è fortemente evocativo: “Volevamo cambiare il mondo. Storia di Avanguardia Operaia 1968-1977” a cura di Roberto Biorcio e Matteo Pucciarelli. Se mi è consentita un’unica osservazione personale, dirò che il mondo – a furia di spinte e insistendo parecchio – l’hanno effettivamente un po’ cambiato, compiendo la loro impegnativa avventura. Non è mancata un’inevitabile eterogenesi dei fini. Nessun Palazzo d’Inverno conquistato, ma una decisa revisione dei Consigli operai, una spiegazione al sindacato un po’ timido su come operare. Occorre aggiungere che la caratteristica saliente dei vari capitoli del libro è di servirsi d’interviste di militanti del settore: un centinaio di interviste a giovani persone dell’Ao di allora che raccontano il come e il perché, semplicemente. In breve tempo anche le interviste saranno a disposizione. Esse sono svolte, in giro per l’Italia, non solo a Milano, alla ricerca della memoria comune e dei tanti ricordi personali di compagni e compagne. Il compito è portato a termine da Giovanna Moruzzi. Giovanna ha lavorato in memoria dell’amato Michele Randazzo, il padre dei suoi figli, un generoso insegnante che spiegava il vero Che fare? a tutto il movimento.

  1. Tutto parte dai giovani impazienti, cresciuti in un decennio di pace. Il movimento globale è loro. Loro la musica, loro l’amore, loro la rabbia. Sono soprattutto  studenti delle università. Il loro malessere si sviluppa in ogni luogo del mondo e rimbalza da un campus all’altro. Dentro c’è il desiderio di libertà senza limiti che coinvolge tutti e si scontra con l’autoritarismo conservatore dei presidi e delle facoltà; e dei padri. L’occasione scatenante è la guerra ingiusta dell’America al Vietnam. Molti giovani americani si rifiutano di partire. Se questo è di fatto lo sfondo culturale e politico valido per ogni terra, Italia compresa; per l’Italia c’è un altro fatto materiale a fungere da innesco : in pochi anni il numero degli studenti è raddoppiato. Così non sono più sempre gli stessi, di padre in figlio, a studiare e laurearsi. Non sono più sempre gli stessi figli a lottare contro l’oppressione della polizia e dei governi; ci sono anche molte figlie e poi oltretutto la base sociale si è allargata; ormai “anche l’operaio vuole il figlio dottore”, come si lamentava in quegli anni la Contessa cantata da Pietrangeli.

In Italia però c’è più ancora. Certo  sono in molti ad ammirare (o invidiare) le barricate del maggio francese, ma è presente anche una critica forte ai compagni francesi: a Parigi è tutto finito senza vere conseguenze solo perché non è riuscito, o non è stato tentato, il collegamento con gli operai. La Renault si è vista assai poco sulle barricate o all’Odeon. Qui da noi invece abbiamo fatto –  e faremo – sempre meglio: il collegamento tra studenti e operai è riuscito e riesce  proprio per merito (o colpa, secondo altri, assai malevoli) anche di Ao e dei Cub.

  1. “Ao si costruiva pezzo per pezzo dalle esperienze dirette che si facevano nelle lotte, i protagonisti delle lotte diventavano quelli che costruivano il partito. Certo, c’era il ruolo degli intellettuali che è sempre stato forte, ma è l’unica organizzazione che ha promosso quadri operai come dirigenti.” Quello che precede è un’osservazione di Emilio Molinari riportata nel testo di Biorcio. Molinari indica due aspetti significativi della sua organizzazione: sono i quadri operai che costruiscono dal niente (dalle lotte) il partito; non solo ma ne diventano anche dirigenti. I dirigenti con origine sociale e culturale operaia sono presenti nella tradizione del movimento, che per l’appunto si chiama operaio, ma Molinari assicura in questo brevissimo testo che Ao è l’unica organizzazione dei suoi tempi ad averlo fatto sul serio. Vi si può leggere anche una velata critica al ruolo strabordante dell’élite intellettuale. I racconti si susseguono.

“Ho fondato il Cub delle presse. Era il Cub più grosso. Poi c’erano dei Cub anche alle carrozzerie e alle meccaniche. Facevamo manifestazioni… Per esempio un giorno è aumentata la benzina e abbiamo fermato Mirafiori”   Questo ricordo di Piero Perotti, trascritto sempre da Biorcio, mostra che il movimento di Ao e dei Cub non era unicamente milanese; qui si parla del cuore di Torino, la grande Fiat. Il passo è significativo anche perché indica nell’aumento del prezzo della benzina la causa di uno sciopero interno con cui “abbiamo fermato Mirafiori” e indica anche il collegamento tra i vari reparti con il prevalere di quello più deciso o schierato, con l’idea più forte accettata fatta propria, seguita dagli altri senza rivalità. Indica soprattutto la scelta di colpire il padrone (Agnelli) visto che prendersela con lo stato che aumenta le tasse e il prezzo del carburante al popolo non si può, non è pratico, mentre occorre un obiettivo intermedio;  al contrario c’è anche l’invito perentorio ad Agnelli che con la benzina ha qualcosa a che fare, di farsi  sentire, per difendere una volta tanto anche noi che gli costruiamo le auto. E mi scusino Perotti e il Cub delle presse se ho lavorato di fantasia… Bastano forse questi due esempi per mostrare come Biorcio voglia descrivere il ruolo popolare e deciso di Ao.

  1. Sui militanti di Ao si scherzava perché in mensa si cibavano di pane e salame (o pastasciutta che fosse) e “Stato e rivoluzione” di Lenin: erano, a detta degli altri, irridenti e invidiosi, “gli operai che studiavano”, oppure anche quelli della “quarta” intendendosi la quarta internazionale, e sommariamente quelli usciti-cacciati dal Pci come trotzkisti. Per certi versi, tutto questo inorgogliva una parte dei militanti: conosciamo la nostra origine, sappiamo dove andare e perché andarci:  era, più o meno, la convinzione presente tra di loro. Con l’andar del tempo – e il tempo era rapido, fluiva a settimane, non ai lenti anni di una volta, la cultura di Ao scelse anche di dedicarsi a oggetti meno classici: la musica, il cinema, la televisione libera, la radio senza limiti, Roma, non capitale del governo, ma città amica, con la sua estate romana, Mamma Rai, le arti visive, la stampa. Vincenzo Vita, studente di chimica, vent’anni appena, fu mandato a perdersi, e se ne fosse uscito vivo, a indagare come era fatto tutto questo mondo; il suo racconto – o dobbiamo dire narrazione, tanto per essere alla moda –  è un capitolo del libro di Ao che descrive bene l’incontro di mondi sconosciuti: la capitale che non sa nulla degli operai del nord e questi ultimi che diffidenti, incerti, prevenuti sbarcano e si inoltrano in un territorio ignoto. Vita si racconta: è il cronista, partecipe sempre, distaccato quando è opportuno, nel rivolgimento della cultura acquisita che è in corso, che avviene sotto i suoi occhi, a tiro delle sue orecchie. Assiste, consiglia, segue la sua organizzazione che rischia di perdersi in quel mondo nuovo che bisogna moderare in un intelligente disordine, tenere a freno quando serve, spronare in qualche caso. Per alcuni sono solo i fini del partito leninista da mantenere vivi, per altri sono gli interessi della classe operaia che ormai pretende di leggere, vedere, sentire tutto: vuole scegliersi finalmente la musica e il meglio del cinema ma soprattutto fare da sé la propria cultura, senza prenderla in prestito da nessuno. Non occorre neppure giurare di avere inventato tutto da soli come fanno altri compagni di altre organizzazioni. Il piano è simile al laissez faire, laissez passer valido in altri tempi, per altri scopi. Il culmine è Licola, il nostro Woodstok….
  2. Molte le pagine del libro di Ao che ritornano sull’argomento dell’antifascismo militante e del servizio d’ordine. Il tema è svolto da Paolo Miggiano che ripercorre le settimane e gli episodi nel modo in cui si presentavano volta per volta a un militante di base che si accontentava di stare dalla parte giusta, o almeno  quella che credeva essere la parte giusta e  voleva quindi difendere i propri compagni e le loro lotte in fabbrica, in piazza, all’università, nelle scuole nei cortei, dalla polizia e dai fascisti. Non c’è una riflessione successiva, una lettura di documenti, un esame di filmati che precisino e spieghino… L’esistenza di altri gruppi, di sinistra o anche sedicenti tali, entra nel racconto, ma è la descrizione di un fastidio minore, di un rumore noioso da  risolvere volta per volta, fino al momento in cui…  entrano in gioco le pistole. A questo punto Ao si ritira: il gioco non è più gioco, lo scontro mortale è l’opposto dei suoi principi. Per questo l’ uccisione di Sergio Ramelli, studente milanese di destra, 18 anni…  rappresenta… la fine del servizio d’ordine, nella convinzione maturata sia pur lentamente, di un’attività pericolosa e controproducente.   Ao, in quanto organizzazione politica, ne risente in modo significativo. La scelta è quella di stemperarsi in gruppi diversi (Pdup, Democrazia proletaria) con prospettive addirittura parlamentari, non rifiutando nemmeno una forma di partecipazione al sindacato confederale, per esempio nella Fim o nell’intera Cgil.

 

6. Un ricordo di Franco Calamida impiegato alla Philips, può servire per restituire un aspetto paradossale dello scontro, meglio del dibattito tra culture. “Ricordo che il Ms volantinò un poderoso opuscolo alla Philips sede, che conteneva questa perentoria e apodittica affermazione: ‘Attenzione lavoratori, nel vostro Cdf ci sono trotskisti’. Un impiegato che  presumibilmente non aveva la più pallida idea di chi fosse Trotski, mi fermò in mensa e mi chiese: ‘ma tu sei trotskista?’ ‘Io? Io sono interista’, risposi. Mi parve tranquillizzato. Ci sedemmo allo stesso tavolo, si mangiava benissimo nella mensa controllata dal Cdf”. Come dire che Ao primeggiava nelle mense, mentre era un po’ più carente nella quarta internazionale.

3 Risposte

  1. Redazione ha detto:

    Ringrazio Guglielmo per l’ affettuosa recensione del libro, al quale anche io ho collaborato. “Se mi è consentita un’unica osservazione personale, dirò che il mondo – a furia di spinte e insistendo parecchio – l’hanno effettivamente un po’ cambiato, compiendo la loro impegnativa avventura”.
    Scrive Guglielmo. Anche il mio ringraziamento è personale, per la sua lettura del testo e condividendo la definizione di “impegnativa avventura”, Così è stato, così la hanno vissata compagni e compagne; così sta scritto nelle interviste. In quel “un poco” stava il realismo e il senso di moderazione e il rifiuto degli eccessi e del trionfalismo , mio, di Vittorio Rieser, di Emilio Molinari, di Luigi Cipriani e di migliaia di compagni e compagne.
    franco calamida.

  2. Marcello ha detto:

    ✊❤

  3. Piero Sacchi ha detto:

    Ciao a voi tutti , in particolare a Roberto Biorcio da Piero Sacchi e dall’ internazionale dei mandrogni uniti.
    Siamo sempre attivi e combattivi con buon seguito. Il mondo intorno a noi non ha mai cessato di cambiare.

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