Sandro Antoniazzi: La politica mondiale del lavoro.

 

Il libro che ho scritto e che è appena uscito nelle librerie – “La politica mondiale del lavoro”, Jaca Book, 2021 – ha uno scopo essenziale: quello di sostenere la necessità di una convinta e decisa scelta mondiale da parte del movimento dei lavoratori.

Non che il sindacato non si interessi oggi dei problemi internazionali, ma quella che sinora è stata una attività particolare, demandata a uffici specifici o ai dirigenti, deve diventare un’attività generale di tutti, dei lavoratori, dei delegati, dei sindacati locali.

E’ necessario un movimento collettivo di massa che coscientemente assuma questo compito.

Obiettivo ambizioso, ma ricordiamoci che il primo compito del sindacato è l’elevazione dei lavoratori, che significa metterli in grado di affrontare i problemi che attraversano.

Una volta l’internazionalismo era la bandiera del movimento dei lavoratori. La Prima Internazionale era una piccola cosa, eppure faceva paura. Ora l’internazionalizzazione viene realizzata dal Capitale e il Lavoro deve necessariamente prendere questa strada. Il Capitale ha scelto il campo di confronto ed è su questo che ci si deve misurare.

Finiti i “trenta anni gloriosi” del dopoguerra, siamo entrati in un’epoca in cui ha prevalso il neoliberismo su scala mondiale fatto di privatizzazioni, di finanziarizzazione, di delocalizzazione, un insieme di politiche che ha portato all’attuale globalizzazione.

Venute meno le condizioni favorevoli di un tempo, il sindacato si trova ora ad operare in un campo, quello mondiale, per lui praticamente nuovo e dove le sue forze sono al momento relativamente modeste, con un compito gigantesco da affrontare.

Il libro non ha un carattere teorico, ma di illustrazione dei problemi del lavoro, visti attraverso tre grandi nuclei: le multinazionali, le migrazioni e il lavoro informale. E insieme esamina i soggetti che affrontano i problemi del lavoro a questo livello, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro e i sindacati internazionali.

E’ bene partire dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) per un motivo preciso. In mancanza di leggi e contratti internazionali (ne esiste solo uno, quello marittimo), le Convenzioni e Raccomandazioni dell’ILO, per quanto trattasi di “soft law”, costituiscono di fatto il riferimento normativo più diffuso, che viene utilizzato in molti casi.

L’ILO ha una lunga storia, in quanto nata nel 1919, e nel tempo ha prodotto molte deliberazioni; però molte di queste deliberazioni non sono poi sottoscritte dagli stati membri e sono ben poco applicate. Anche per questo, attorno all’anno duemila, l’ILO ha deciso di cambiare totalmente la sua strategia: si è concentrata su poche fondamentali convenzioni su cui realizzare un consenso generalizzato, per farle diventare effettive ed efficaci. Si tratta di quattro Convenzioni, che riguardano il lavoro dei bambini, il lavoro schiavista o obbligato, la discriminazione nel lavoro e il diritto di libertà sindacale e della contrattazione collettiva.

Queste quattro Convenzioni costituiscono i “core labours standards”, oggi molto diffusi e che entrano in molti documenti internazionali e in alcuni accordi aziendali.

L’ILO successivamente ha aggiunto tre altre Convenzioni di carattere più sociale, riguardanti l’occupazione, la protezione sociale e il dialogo sociale; le due proposte assieme vengono a costituire la politica del “decent work”, che è diventata da allora la politica fondamentale dell’organizzazione.

Per venire ai problemi del lavoro mondiale, il primo sicuramente è costituito dalla presenza delle multinazionali, che dominano incontrastate l’economia internazionale. Secondo l’UNCTAD (ONU) sono 320.000 nel mondo, in cui la maggior parte in Europa, ma perché si contano anche le piccole realtà. Ma tra le 100 maggiori la presenza decisiva è delle aziende americane e cinesi, per oltre i due terzi.

Poiché i sindacati a livello internazionale sono relativamente deboli, si sono rivolti soprattutto alle organizzazioni internazionali per poter avere qualche possibilità di intervento. Sono sorte così diverse “Linee guida” rivolte alle multinazionali per orientarne il comportamento; oggi sono ben tre, una dell’ILO, una dell’ OECD e più recentemente anche una dell’ONU. Si richiamano l’una con l’altra e tutte contengono i “core labours standards”.

Non esistono invece contratti di lavoro firmati a livello di una multinazionale. Queste si sono dotate di autonome “Norme di condotta” (considerate acqua fresca da parte dei sindacati), ma più recentemente, a partire dagli anni duemila, hanno iniziato a adottare gli IFA (International Framework Agreements) che non sono contratti, ma accordi quadro, accordi di massima, su principi generali (anche loro, ad esempio, contengono i “core labours standards”). Dapprima visti con diffidenza dai sindacati, ora sono invece ricercati, perchè ci si è accorti che comunque è un primo modo di avere rapporti con le multinazionali, da cui poi possono nascere accordi ulteriori.

Vanno segnalate due iniziative importanti, a livello ONU e a livello della UE, per dare un base legislativa al rapporto sindacale con le multinazionali: nel primo caso si tratta di una Convenzione che una volta approvata dall’Assemblea Generale può assumere il valore di legge per gli Stati che la ratificano; il secondo caso riguarda una legislazione di sostegno, per la quale le multinazionali che firmano si impegnano a adottare una serie di norme.

Il problema più serio da affrontare con le multinazionali sono le cosiddette “catene di valore” (cioè una  miriade di appalti e sub-appalti)  che le aziende usano nel modo più spregiudicato e senza regole, spesso in condizioni veramente disumane. E’ un lavoro progressivo che va svolto, d’intesa cogli Stati ospitanti che temono che le “clausole sociali” possano eliminare lavoro per loro essenziale, e con le ONG che danno un contributo rilevante e naturalmente i sindacati locali (che vanno sostenuti).

Una seconda grande tematica riguarda le migrazioni, un imponente costante movimento che attraversa i continenti e che riguarda sia spostamenti Sud-Sud, sia spostamenti Sud-Nord, di cui più si discute.

Indubbiamente fra le ragioni delle migrazioni una ragione fondamentale sta nella situazione economica e nella crescita delle popolazioni di determinate aree, ma non sono meno importanti altri fattori. Per l’Europa, ad esempio, un ruolo di rilievo hanno avuto le guerre nella vicina Asia Minore (Afghanistan, Siria, Iraq) e i conflitti perenni dei paesi africani (Libia, Somalia, Eritrea, ecc..) e poi crescono le migrazioni per motivi climatici (nel 2013, 22 milioni di persone hanno dovuto abbandonare la loro terra per questo motivo).

Gli immigrati sono oggi nel mondo 272 milioni e tendono costantemente ad aumentare e così i paesi del Nord sono tutti costantemente preoccupati sia per il lavoro che per l’integrazione. Per il lavoro c’è chi pensa che gli immigrati siano la causa del deterioramento del mercato del lavoro; in realtà la tendenza al precariato e ai bassi salari è diffusa in tutto il mondo (dove vige la regola della  “race to bottom”), dunque gli immigrati non sono la causa, ma solo parte del problema.

Per quanto riguarda l’integrazione, si può dire che l’immigrazione è strettamente connessa alla globalizzazione. Non si può volere l’una e non volere l’altra. Piuttosto come dice una studiosa “un inglese all’estero non è mai un immigrato”. Questa regola dovrebbe valere per tutti.

Veniamo al terzo problema, quello del lavoro informale. Il primo dato può meravigliare e dovrebbe costituire materia di riflessione per noi occidentali; il lavoro informale nel mondo è più diffuso del lavoro formale: 60% contro il 40%. Se poi si considera anche il lavoro di sussistenza, abbiamo le seguenti percentuali: sussistenza 50%, informale 30%, formale o standard 20%.

Una delle prime studiose del lavoro informale, Keith Harr, ci ricorda che “il lavoro formale ha cento anni di vita, quello informale è sempre esistito”.

I problemi più discussi a riguardo sono due: il primo è la possibilità di trasformare il lavoro informale in lavoro formale. Una Raccomandazione ILO porta questo titolo, ma non dà una risposta. Si è fra l’altro visto che quando aumenta il lavoro formale, il lavoro informale non tende a diminuire, ma al contrario aumenta.

Il secondo riguarda chi deve organizzare questi lavoratori: il sindacato o associazioni specifiche? Il sindacato dice che se sono lavoratori sono di competenza del sindacato, ma molti sindacati non sono d’accordo e non sono in grado di farlo. Le soluzioni migliori finora realizzate sono organizzazioni autonome che collaborano col sindacato. A questo proposito è interessante l’esperienza che viene chiamata dei sindacati di comunità: sindacati locali operano e lottano insieme a associazioni di donne, di neri, a movimenti sociali, per degli obiettivi comuni (ad es. per le lavoratrici domestiche e per le imprese di pulizia in USA).

La diffusione del lavoro informale degli altri continenti fa vedere in una luce diversa anche i nostri problemi di precariato: non siamo forse anche noi di fronte a qualcosa di analogo a quello che succede nel mondo?

E per rispondere al tema del futuro del lavoro informale, guardando la situazione mondiale, sembra evidente che il capitalismo non sarà mai in grado di dare lavoro a tutti. Come dice uno studioso africano: “Gli africani sono 1,2 miliardi e raddoppieranno nel giro di 30 anni: non penserete che questi troveranno tutti lavoro stabile a tempo pieno?” Penso che la risposta che dovremmo sempre di più considerare anche  noi in Occidente è l’idea di una “seconda economia”, che non contesti quella capitalistica, ma che si affianchi a questa con proprie regole e condizioni (è l’idea avanzata da un economista indiano, K.Sanyal).

Veniamo così al sindacato internazionale; poiché a noi interessa il momento attuale, la storia può essere riassunta molto sinteticamente.

Il movimento del lavoro è sorto subito con un’idea mondiale (anche se si trattava di pochi paesi europei) e infatti prende il nome di Prima Internazionale: non era un sindacato, era un miscuglio di associazioni di ogni genere (c’erano anche i mazziniani). La Seconda Internazionale vede la predominanza dei partiti socialisti che in pratica escludono i sindacati, i quali promuoveranno una propria internazionale solo nel 1913. (Prima sono nate le federazioni internazionali di categoria, a partire dai calzaturieri nel 1889).

Siamo alla vigilia della guerra e si riprende a ritrovarsi nel 1919, ma presto si verifica l’avvento del fascismo e successivamente del nazismo, mentre si apre un insanabile contrasto fra socialisti e comunisti.

Di unità sindacale si parlerà solo nel 1945, sull’onda del successo militare delle forze alleate, e così si creerà la Federazione Sindacale Mondiale (FSM) che durerà però solo 3 anni, a causa delle crescenti divisioni ideologiche: nella FSM resteranno le formazioni comuniste ( con grandi numeri perché tutti i lavoratori di questi paesi erano di fatto iscritti), mentre si formerà la Confederazione Sindacale dei Sindacati Liberi (CISL) per raggruppare, come dice l’aggettivo, i lavoratori dei paesi liberi.

In sostanza, per farla breve, dal 1948 sino alla caduta del regime sovietico, queste due internazionali si sono combattute fra loro, pro e contro il comunismo, molto di più che combattere i padroni, che intanto indisturbati hanno sviluppato il loro potere e la loro economia.

E’ dunque solo dall’ anno 2000 che incomincia una nuova era; la FSM, senza i grandi paesi socialisti è ridotta a una scarsa rappresentanza, la CISL (che nel 2006 si fonde col sindacato cristiano e perde l’aggettivo ”libero” che non ha più senso) diventa di fatto la grande organizzazione internazionale e finalmente (questa è la mia opinione) si mette a fare del sindacalismo.

Merita poi di essere citato il sindacato europeo, perché ci riguarda direttamente e anche perché l’esperienza europea è praticamente unica: è l’unico sindacato fortemente organizzato a livello continentale, mentre negli altri continenti esistono solamente dei coordinamenti (l’Africa e i paesi arabi hanno delle Confederazioni generali, ma molto più politiche che sindacali).

Nata nel 1973, la Ces ha iniziato la sua attività con spirito combattivo, avanzando rivendicazioni rilevanti come l’orario di 35 ore, ma ha dovuto presto modificare la sua impostazione, sia a causa della crisi scoppiata proprio in quegli anni, sia perché l’Europa non è uno Stato e il sindacato europeo non è come i sindacati nazionali.

I rapporti con l’Europa non sono stati facili per molti anni fino a quando non è arrivato al governo   Jacques Delors, che volendo realizzare un grande mercato europeo ha proposto un accordo di dialogo sociale al sindacato. L’accordo ha funzionato discretamente fino a quando c’è stato Delors, con un gravissimo limite e cioè che il progetto di Delors prevedeva una “unità monetaria” (realizzata), ma anche una “unità politica” (bocciata). Ne è scaturito un risultato sbilanciato a cui poi si è aggiunto negli anni successivi l’avvento dei partiti conservatori nella maggior parte dei paesi europei, con un conseguente atteggiamento negativo da parte della Commissione Europea.

I rapporti sindacali sono diventanti pertanto sempre difficili, con alcuni momenti di crisi, ad esempio in occasione della Direttiva Bolkestein (che garantiva il contratto di origine del lavoratore: in altre parole il lavoratore polacco che lavorava a Parigi, manteneva il contratto del proprio paese, creando una concorrenza sleale). Naturalmente si sono anche realizzati obiettivi e affermazioni di principi importanti che fanno dell’Europa il continente certamente più sociale e più sindacalizzato.

Il vero problema di fondo è la natura sia della UE (che non ha un vero Governo e un vero Parlamento) sia della CES, che è un sindacato a sovranità limitata (ad esempio, non può dichiarare uno sciopero che è di competenza nazionale). Così l’attività sostanziale della Ces è quella di essere una “lobby” della UE; niente di male, perché questo fanno anche i sindacati nazionali, ma per la CES a differenza degli altri questa  è politicamente l’unica attività. Per superare questa situazione la strada maestra ci sembra quella di lottare per fare in modo che l’UE acquisti una propria forza politica, con un Parlamento e un Governo in grado di decidere e di governare.

 

Per concludere. E’ da 40 anni, dai tempi della Thatcher e di Reagan che la politica neo-liberista domina a livello mondiale e le forze sociali non sono state capaci di proporre un’alternativa. E’ scomparsa dalla scena l’ipotesi comunista (che con tutti i suoi limiti serviva almeno a frenare il capitalismo) e si è esaurita la passata proposta socialdemocratica.

Dunque il problema che si pone è affrontare il capitalismo con una proposta nuova, non di abbattimento come si diceva una volta, ma di cambiamento e trasformazione, verso soluzioni più eque e più umane.

Una proposta che unisca tutte le forze disponibili, politiche, sociali, culturali, ambientaliste, femministe, perché lavorino autonomamente, ma tutte con la stessa prospettiva.

Fra queste forze il lavoro rimane importante, perché rappresenta tre miliardi e mezzo di persone e perché il lavoro è parte essenziale della vita e della dignità delle persone.

 

gennaio 2021                                                                                                         Sandro Antoniazzi

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