Il declino economico dell’Europa

Per arginare il declino dell’Europa non basteranno Recovery Fund e interventi della Bce. L’Ue dovrebbe contrastare il declino demografico, aprendo le porte ogni anno a circa 2-3 milioni di immigrati. Ora si aggiunge la complicazione della Brexit, con la City che ancora assorbe dal 40 all’80% delle transazioni.

Un improvviso sussulto di vita  

Le strutture dell’Unione europea e della Zona-euro, stimolate dalla crisi del coronavirus, sembrano avere avuto finalmente, nell’ultimo periodo, un sussulto di vita. Mentre la Bce allargava i suoi grandi programmi di acquisto dei titoli pubblici dei Paesi membri e mentre manteneva in vita le sue politiche di quantitative easing, l’Ue approvava i piani del Next Generation EU e di altri fondi; tutto questo ha contribuito a far tirare un sospiro di sollievo al continente. Sembrerebbe poi che tali misure siano anche pronte, in caso di bisogno, ad allungare e ad ampliare la gamma della loro applicazione. Si parla così di rendere il Next Generation EU un progetto permanente e, per quanto riguarda la Bce, oltre ad estendere ancora gli interventi, di arrivare a cancellare i titoli di Stato dei vari Paesi da essa acquistati sino ad oggi.

Su di un altro piano, la Brexit, nonostante comporti un ridimensionamento dell’Ue, sembra alla fine portare un altro segnale positivo, dal momento che la Gran Bretagna tendeva a frenare qualsiasi tentativo di andare avanti nella costruzione dell’unità del continente. Lo stesso Next Generation EU,  insieme agli altri fondi, se la Gran Bretagna fosse stata ancora un membro attivo dell’Unione, non sarebbe presumibilmente passato.

I programmi presenti e quelli eventuali non bastano però a risollevare le sorti di un continente apparentemente avviluppato in un lento processo di declino, schiacciato dalle proprie debolezze e da grandi differenziazioni al suo interno, oltre che dal ritrovarsi in una posizione molto scomoda tra le due superpotenze. “Franza o Spagna?” ci si chiedeva qualche secolo fa. A meno di una di qualche giravolta della storia, il futuro dell’Europa sembra privo di grandi prospettive.

Le cifre del declino

Non mancano le evidenze del declino economico europeo.

Il quotidiano Le Monde, in una sua serie di articoli sull’argomento (Albert, Chabrel e altri, 2020) ci aiuta a ricostruire la situazione con poche cifre di base.

Utilizzando il criterio di valutazione della parità dei poteri di acquisto, nel 1981 il Pil degli Stati Uniti pesava per circa il 21% di quello mondiale e altrettanto succedeva ai 19 Paesi che oggi fanno parte della Zona-euro messi insieme, mentre la Cina registrava allora circa il 2% del totale.

Nel 2019 la situazione è molto cambiata; gli Stati Uniti pesano ormai per circa il 16% del Pil totale, mentre i Paesi europei si fermano al 12%. Nel frattempo la Cina è passata al 18,5%, acquisendo il primato.

I Paesi cosiddetti “emergenti”, presi nel loro insieme, registravano ormai, nel 2019, il 58% del Pil mondiale.

Le tendenze delineate per gli ultimi decenni dovrebbero continuare ancora nei prossimi anni. Oltre al fatto che l’economia cinese sarà l’unica tra quelle dei grandi Paesi a svilupparsi anche nel 2020, le previsioni più recenti relative alla sua crescita nel 2021 si aggirano tra l’8% e il 10%. Arriveremo forse tra qualche anno ad una situazione nella quale i Paesi emergenti si accaparreranno il 70% di tutto? La cosa appare plausibile.

Comunque il declino europeo appare abbastanza più marcato di quello statunitense. Così, sempre Le Monde (Albert, Chabrel, 2020) ci ricorda che dal 2008 al 2019 la crescita del Pil Usa è stata in media dell’1,85% annuo, mentre quella della Zona-euro appena dello 0,82%, prestazioni in ogni caso non entusiasmanti in ambedue i casi. La pandemia tende ad accentuare il fenomeno della divaricazione degli andamenti economici dai due lati dell’Atlantico: così per il 2020 la caduta del Pil statunitense dovrebbe aggirarsi intorno al 4,0%, mentre quella dei Paesi della Zona-euro intorno al 7,3%.

All’interno di tale Zona, poi, i Paesi del Nord registrano risultati migliori di quelli del Sud. In particolare l’Italia non cresce ormai da decenni, essendo stata colpita a suo tempo dallo stesso morbo della stagnazione secolare del Giappone, “virus” che minaccia ora altri paesi, a cominciare dalla Francia.

A cosa è dovuto il declino europeo e ci sono in qualche modo delle speranze di una migliore dinamica futura?

Le principali ragioni, anche se non sono le sole, che prendiamo qui in considerazione per quanto riguarda le nostre difficoltà sono quelle del declino demografico, della scarsa presenza del continente nelle tecnologie avanzate, delle debolezze della moneta e del mercato finanziario comune.

Le tendenze demografiche 

Diversi studiosi sottolineano da tempo la grande importanza dei mutamenti demografici per spiegare anche i processi di sviluppo economico.

L’Europa si caratterizza da molto tempo come un continente in cui si assiste ad un’apparentemente inarrestabile caduta della natalità e ad una riduzione della popolazione. Tra i grandi Paesi dell’Ue solo la Francia mostra dei segni di resistenza, anche se essi sembrano indebolirsi più di recente.

Secondo i dati Eurostat relativi all’Ue, nel 2019 l’Irlanda è stato il solo Paese a registrare un numero di nati superiore a quello dei morti.

La popolazione della Germania dovrebbe ridursi nel tempo sia pure di poco, passando dagli attuali 83 milioni di abitanti a 80 milioni nel 2050; quella italiana da 60 milioni a 54; quella spagnola da 47 a 43. Intanto la popolazione statunitense crescerà dai 330 ai 379 milioni di abitanti. La scarsità delle nascite e l’allungamento della vita comporta un invecchiamento dell’età media della popolazione. Per quanto riguarda il nostro Paese, i dati pubblicati nelle scorse settimane dall’Istat sulle tendenze demografiche confermano le peggiori paure.

La riduzione della popolazione e il suo invecchiamento portano ad un eccesso di risparmio, ad un più ridotto livello di consumi e ad investimenti deboli, in sostanza, ceteris paribus, alla modestia dei processi di sviluppo.

La riduzione nel numero degli abitanti si potrebbe combattere con almeno due strumenti: da una parte con politiche che incoraggino la natalità, dall’altra con rilevanti programmi di immigrazione dai Paesi extra UE. Per quanto riguarda quest’ultima questione, l’Ue avrebbe bisogno dell’arrivo ogni anno di all’incirca di 2-3 milioni di persone da fuori.

La proposta appare attualmente poco praticabile sul piano politico di fronte ad una parte consistente degli elettori europei fortemente contrari. E comunque avrebbe bisogno di un approccio diverso, capace di risolvere problemi organizzativi, logistici, sociali in Paesi europei come quelli del Sud già piagati da tante questioni e difficoltà di accesso a servizi essenziali specialmente nei territori delle aree interne e non metropolitane.

Per quanto riguarda le politiche specifiche volte ad aiutare la natalità, la loro messa in campo richiederebbe comunque tempi lunghi per mostrare effetti significativi e, per altro verso, si potrebbero rivelare di limitata efficacia.

Le tecnologie

Gli indicatori dell’arretratezza

L’Ue si trova oggi in grave difficoltà nei confronti di Cina e Stati Uniti nel settore delle tecnologie avanzate e in particolare nella digitalizzazione dell’economia, ciò che tende a pregiudicare in prospettiva un adeguato sviluppo futuro dei Paesi del continente.

Così, l’elenco delle prime imprese tecnologiche del mondo è monopolizzato da quelle Usa e cinesi; a parte il caso della svedese Spotify, che combatte da posizioni relativamente importanti, per trovare la prima impresa europea, la tedesca SAP, dobbiamo scendere molto nell’elenco, sino alla sessantesima posizione.

Se prendiamo in considerazione l’elenco dei cosiddetti “unicorni”, le imprese  operanti nel settore delle tecnologie avanzate che hanno raggiunto una valutazione di mercato di almeno un miliardo di dollari, anche in questo caso la parte del leone viene spartita tra imprese Usa e cinesi e a quelle europee tocca un significativo, ma modesto, 10% del totale. Se ci rivolgessimo poi al numero delle domande di brevetti o quello degli articoli scientifici pubblicati da esperti dei vari Paesi la situazione migliorerebbe un poco, ma non cambierebbe sostanzialmente il quadro di insieme. In ogni caso, in ambedue le classifiche, troviamo la Cina ormai al primo posto e gli Stati Uniti al secondo.

Le ragioni dell’arretratezza 

A cosa è dovuta questa arretratezza, almeno relativa, del nostro continente? Molti, tra cui lo stesso Le Monde, indicano intanto nelle scarse risorse dedicate alla ricerca e sviluppo nei paesi del continente una causa importante del fenomeno. Ma, senza sottovalutare del tutto tale indicazione, pensiamo che essa possa spiegare una parte ridotta della verità. In effetti, attualmente i Paesi dell’Unione europea spendono ogni anno circa il 2,2% del Pil per la ricerca, meno certamente degli Stati Uniti (2,8%) o del Giappone (3,3%). Anche la Cina ha però attualmente un rapporto simile a quello dell’Ue, eppure i suoi risultati appaiono molto più brillanti.

Certamente un aumento delle spese potrebbe portare a risultati migliori, ma intanto forse bisognerebbe cercare di indirizzare le risorse meglio. In effetti, la gran parte di esse vanno ai settori più tradizionali e poco a quelli innovativi e le strutture specializzate nel sostegno alle start-up e alle imprese nei settori di punta sono insufficienti, anche se la situazione va, lentamente, migliorando. Manca inoltre una grande Borsa specializzata per il settore tecnologico, presente invece nelle esperienze Usa e cinese.

Va poi considerato che i mercati sono in Europa in gran parte ancora troppo legati al contesto nazionale, mentre Stati Uniti e Cina dispongono di un grande mercato omogeneo, anche a livello della lingua.

Si può ancora sottolineare l’esistenza di un rapporto ancora troppo lontano tra università, centri di ricerca ed imprese, al contrario di nuovo che nel caso di Cina e Stati Uniti.

Una politica industriale?

L’Europa è da tempo all’avanguardia nel cercare (peraltro con scarsi risultati) di controllare i comportamenti perversi dei grandi gruppi del digitale, cosa a cui si guarda nel mondo certamente con rispetto, ma è apparsa negli anni meno attenta ad avviare politiche atte a sviluppare dei campioni continentali nel settore.

Finalmente, negli ultimi tempi, superando un tabù ideologico che vedeva come scandaloso persino il fatto di pronunciare l’espressione “politica industriale”, l’Ue, trascinata nella sostanza da Germania e Francia (con gli altri Paesi purtroppo quasi sempre in un ruolo solo di retroguardia), sta avviando progetti di sviluppo in alcuni settori importanti.

I comparti vanno da quello delle batterie (oggi sostanziale monopolio asiatico) ad alcuni programmi nel campo dell’intelligenza artificiale (Cina e Usa la fanno ancora da padroni), sino ai motori di ricerca, al cloud computing, alla gestione dei dati (che oggi vanno a finire negli Stati Uniti) ai chip, nonchè alle tecnologie avanzate presenti all’interno del cosiddetto Green New Deal.

Per altro verso, bisognerebbe anche sviluppare politiche che allarghino la disponibilità di capitali di rischio per le imprese e tendano ad unificare le regole per i mercati dei prodotti tra i vari Paesi (Sandbu, 2020).

Qualcosa si muove, ma non è forse troppo poco e troppo tardi?  E’ certo che almeno in alcuni casi il divario con Cina e Stati Uniti appare probabilmente incolmabile.

I mercati finanziari e la moneta

Un terzo aspetto delle debolezza europea riguarda i temi in senso lato finanziari, da una parte la moneta comune, dall’altra le banche ed i mercati finanziari. Un’area economica senza una moneta e un mercato finanziario forti fa molta fatica ad essere una protagonista di primo piano sulla scena mondiale.

Le banche 

Le banche di più grandi dimensioni al mondo sono quelle cinesi, mentre gli istituti statunitensi sono quelli maggiormente valutati dal mercato finanziario e presentano in media una redditività all’incirca doppia di quelli europei, che peraltro operano ancora su base prevalentemente nazionale, mentre anche per quanto riguarda l’area del fintech le imprese cinesi sono di gran lunga le più importanti.

Va sottolineato che per raggiungere gli attuali obiettivi sul clima e sull’energia occorrerebbero investimenti aggiuntivi nella Ue e di grande peso. Ma le banche e i mercati finanziari attuali sono in grado di mettere a disposizione strumenti adeguati in termini di debito e di capitale per far fronte a tali impegni? La risposta appare negativa. La strada per una finanza sostenibile in Europa appare ancora molto lunga (Crisostomo, 2020). Sarebbe necessaria una forte accelerazione in tale campo che si stenta però a vedere all’orizzonte.

Oggi il panorama finanziario europeo è dominato dalle banche. Le attività del settore rappresentano il 300% del prodotto interno lordo nell’area dell’euro, contro soltanto l’85% negli Stati Uniti, dove appare molto più importante il mercato dei capitali.

I mercati finanziari 

Per quanto riguarda i servizi finanziari un problema molto concreto è quello che ci si rivolge ad un sistema che non è controllato o regolato da noi; la City è a tutt’oggi la capitale finanziaria della Ue, cosa che appare intollerabile, mentre appare urgente costruire una unione bancaria e un’unione dei mercati dei capitali.

Londra domina il trading di azioni; la Germania sarebbe il mercato più grande per quanto riguarda l’emissione di bond, ma di nuovo Londra domina il suo trading. L’egemonia di Londra si spiega anche con il fatto che la piazza è un hub per i mercati globali, dominando l’underwriting di assicurazioni, nonchè il trading nelle valute e nei derivati. Le imprese europee hanno oggi bisogno dell’accesso diretto al mercato più liquido del mondo (Stafford, 2020). Attualmente tra il 40% e l’80% di tutta l’attività dei mercati finanziari dell’Ue è condotta in Gran Bretagna, a seconda a quale segmento del mercato ci si riferisce (King, 2020). Anche se negli ultimi anni la Cina ha superato l’Ue diventando il secondo mercato obbligazionario al mondo dopo quello degli Stati Uniti.

Jean-Claude Junker, da presidente della Commissione europea ha avviato nel 2014 un progetto per la Capital Market Union; lo scopo sarebbe quello di mettere insieme i mercati dei capitali nazionali in un mercato unico, col risultato che essi diventino più ampi ed integrati, rendendo le risorse finanziarie più accessibili alle imprese europee, e quindi fare dell’Ue un luogo più sicuro per proteggere i risparmi e gli investimenti dei cittadini.

La marcia del piano appare però molto lenta; nel 2020 la Commissione, pressata anche dalle conseguenze del coronavirus, ha pubblicato un piano d’azione in 16 mosse per portare avanti il progetto.

La moneta comune

Per quanto riguarda l’euro, le sue vicende nel tempo non hanno permesso di mantenere le grandi speranze su cui esso era stato a suo tempo varato e anzi esse hanno contribuito per lunghi periodi a mettere in difficoltà una parte consistente dei Paesi interessati. Creato vent’anni fa, il sistema della moneta unica ha attraversato almeno due crisi importanti, sfiorando persino la dissoluzione (Albert, Carrell, 2020).

Negli ultimi tempi sono stati fatti rilevanti passi in avanti attraverso i programmi sempre più interventisti della Bce; i progressi si sono accelerati con lo scoppio della pandemia.

L’architettura dell’euro resta però incompleta; manca un sistema comune di garanzia dei depositi bancari, manca un budget comune dell’unione monetaria, non sono convincenti i meccanismi di salvataggio delle banche in difficoltà posti in essere finora e le banche di taglia relativamente più ridotta sono ancora sotto il controllo delle sole autorità nazionali.

Il peso delle riserve in euro delle banche centrali di tutto il mondo è a tutt’oggi molto ridotto, aggirandosi intorno al 20% del totale, contro il 60-65% del dollaro, mentre un poco migliore appare il peso degli scambi commerciali in euro dei Paesi dell’Ue e mentre un mercato finanziario di obbligazioni in euro è stato solo di recente animato dalla emissioni in atto dell’Unione a fronte del varo del Next Generation EU e di altri strumenti recenti.

Conclusioni

L’economia dei Paesi dell’Ue cresce da tempo più lentamente di quella degli Stati Uniti e ancor più della Cina e il distacco dalle altre due principali aree economiche del mondo tende a farsi con il tempo sempre più marcato; il sistema economico e finanziario europeo, piuttosto debole, è largamente tributario alla City di Londra e alle grandi banche Usa, mentre il dollaro domina largamente sull’euro. Sul fronte tecnologico, l’Europa è molto indietro rispetto agli Stati Uniti e alla Cina, mentre su quello demografico le cose vanno parecchio  male.

Ci vuole una forte dose di ottimismo per sperare che le cose possano cambiare rapidamente. I programmi messi in campo recentemente e su vari fronti dall’Unione Europea, sotto l’impulso in particolare di Germania e Francia, dal Next Generation EU fund ai progetti industriali, sino agli acquisti di titoli pubblici da parte della Bce, pur segnando una svolta significativa nelle politiche del nostro continente, non sembrano capaci di rovesciarne in qualche modo le sorti, anche se possibili progressi si potrebbero registrare nei prossimi anni,  in maniera disomogenea, sui tre fronti indicati.

Naturalmente, non bisogna dimenticare che la maggiore debolezza dell’Ue, al di là delle ragioni “tecniche”, è dovuta al fatto che manca l’unificazione politica e, a quanto si può prevedere, non la avremo ancora per molto tempo. La debolezza politica del continente contribuisce poi a ostacolare la messa in campo di strategie autonome e a renderlo più facilmente soggetto alla volontà degli Stati Uniti, come molti recenti accadimenti hanno largamente mostrato. Certo, lo scoppio della pandemia ha dato un colpo d’acceleratore al processo di integrazione, ma di quante altre disgrazie avremo bisogno per arrivare sino in fondo ad una strada ancora molto lunga ed impervia?

Articolo pubblicato da Sbilanciamoci   30 dicembre 2020

Una risposta

  1. Redazione ha detto:

    Il silenzio sugli innocenti

    Giulio Marcon

    Da Trieste a Bihac sono migliaia i profughi e i richiedenti asilo al freddo sulla rotta balcanica, fermati e ricacciati indietro da Croazia, Slovenia e Italia nel silenzio dell’Ue. Il nostro governo è coinvolto nei respingimenti illegali e il Parlamento fa finta di niente. Mettere fine a questa vergogna è una priorità.

    Negli ultimi giorni, finalmente, la stampa italiana (Stella su Il Corriere della Sera, Manconi su la Repubblica, oltre a Internazionale e anche la RAI) si sta occupando della vicenda delle centinaia di richiedenti asilo che in questi mesi sono stati fermati a Trieste e nelle altre località della regione, rispediti in Slovenia e da qui trasportati in Croazia e poi in Bosnia Erzegovina.

    Sono stati fermati a Trieste, caricati (rapiti) su furgoni e rispediti indietro senza alcun provvedimento formale e senza possibilità di opporsi a quello che (non) gli è stato notificato. Come dei deportati senza nome, dei fantasmi, dei desaparecidos, di cui non sapremo più niente. Molti scappano dalle milizie dei talebani, altri dalle fazioni siriane in guerra, altri dalla repressione dei kurdi in Turchia, ma anche in questo caso non ne sapremo mai nulla.

    Da tempo migliaia di rifugiati fuggono dalla Siria, dall’Afghanistan, dall’Iraq seguendo la cosiddetta “rotta balcanica”: arrivano in Serbia e in Bosnia Erzegovina (nella zona di Bihac) e da lì vorrebbero entrare in “Europa”, cioè in Croazia (per poi proseguire in altri Paesi) che fa parte dell’Unione europea, per ottenere asilo e salvarsi dalla persecuzione. Nell’ultimo Rapporto di Migrantes la vicenda viene descritta con grande completezza.

    I profughi che attraversano il confine tra la Bosnia e la Croazia, lo fanno in condizioni durissime e spesso sono picchiati, denudati e depredati di ogni bene dalle forze di polizia croate, come hanno testimoniato diverse ONG presenti sul posto, tra queste il Border Violence Monitoring Network. Sono centinaia i profughi maltrattati dalla polizia croata. In Italia e in modo particolare a Trieste questa incredibile e drammatica vicenda viene seguita da ICS-Trieste – organizzazione aderente alla Campagna Sbilanciamoci! – che accoglie oltre mille richiedenti asilo nella città giuliana.

    Il governo italiano (che aveva preannunciato nel mese di maggio questa “stretta” e aveva mandato una quarantina di agenti sul confine) per giustificare il suo comportamento si appella ad un accordo di “riammissione” stipulato con la Slovenia nel 1996. Ma quell’accordo non è mai stato ratificato dal Parlamento italiano ed è in contrasto con la successiva normativa dell’Unione europea (di cui Italia e Slovenia fanno parte) che dice cose chiare: il richiedente asilo non può essere respinto quando sia in pericolo di vita o di persecuzione nel Paese da cui proviene e senza un provvedimento formale. Inoltre quell’accordo del 1996 non può essere applicato ai richiedenti asilo: sta di fatto che a chi arriva nel nostro Paese non è data la possibilità di chiedere asilo.

    Gianfranco Schiavone, presidente dell’ICS-Trieste e Vice Presidente dell’ASGI ha dichiarato a suo tempo. “È inconcepibile che [i richiedenti asilo, ndr] attraversino tre Paesi e che non ci sia la minima traccia di nessun atto amministrativo. Secondo le testimonianze raccolte, le persone riammesse non avrebbero ricevuto alcun provvedimento e ignare di tutto si sono ritrovate respinte in Slovenia, quindi in Croazia, ed infine in Serbia o in Bosnia sebbene fossero interessate a domandare protezione internazionale all’Italia… Siamo nella più assoluta illegalità, ma sembra che il fatto non interessi a nessuno”.

    Nel frattempo a Bihac, la città bosniaca al confine con la Croazia, 6 mila profughi sono accampati al freddo in strutture fatiscenti, in tende, nei boschi, in attesa di potersi dirigere verso l’Italia. Il 23 dicembre scorso il campo temporaneo di Lipa, vicino Bihac, è andato a fuoco. Nel 2019 sono transitati dalla Bosnia più di 30 mila profughi e il flusso è continuato. Il silenzio europeo è colpevole, soprattutto verso tre Paesi membri – Croazia, Slovenia e Italia – che violano le normative internazionali in materia di tutela e rispetto dei diritti dei richiedenti asilo. Anche il silenzio italiano è inaccettabile. Complice quello del governo, coinvolto in prima persona nei respingimenti illegali dei profughi. Subalterno quello del Parlamento, nonostante le interrogazioni senza esito di alcuni deputati.

    Mettere fine a questa vergogna – indegna per un paese democratico – è impellente, una priorità per tutti noi.

    Articolo pubblicato da Sbilanciamoci

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