E’ finito il compromesso socialdemocratico. E adesso?

A cura di Mariangela Villa.
Venerdì 18 dicembre si è svolto un seminario online sul tema del lavoro promosso da Costituzione Beni Comuni, coordinato da Franco Calamida e che ha visto gli interventi di Mario Agostinelli, Sandro Antoniazzi. Nadia Rosa, Roberta Turi e Daniela Padoan.E’ stato importante per la qualità degli interventi e per i temi afffrontati, che dovranno necessariamente essere ripresi e approfonditi.  Fondamentale sarà garantire continuità, per mantenere e costruire relazioni che ci consentano di intraprendere quella battaglia culturale e di controinformazione di cui si è parlato nel corso dell’incontro.
Qui di seguito una  sintesi dell’incontro

Tutti ormai concordano sia nel considerare la pandemia da Covid-19 una crisi sistemica perché investe tutti i settori della società, sia sulla necessità di un nuovo modello di sviluppo. Per Mario Agostinelli il rischio da evitare è che il cambiamento lo si intenda unicamente come un semplice cambio di tecnologie e così, anche il mondo del lavoro non si ponga in sintonia con il crollo del concetto e del modello di sviluppo, e tenda invece a difendere la ripetizione proprio di quel modello che ci ha portato a un contrasto ormai irrimediabile con la natura.  La dimensione planetaria della crisi non ha ancora messo in luce a livello globale un antagonista al neoliberismo, fatta eccezione per papa Francesco, il movimento degli studenti e il movimento delle donne. Non è entrato ancora in campo un tema irriducibile come potrebbe essere il lavoro, le cui rappresentanze sindacali europee e sovranazionali restano silenziose.

È necessario interrogarsi sul senso del lavoro “perché non è solo un modo di guadagnarsi il pane, ma anche un mezzo per la crescita personale, per stabilire relazioni sane, per esprimere sé stessi, per condividere doni, per sentirsi corresponsabili nel miglioramento del mondo” (Enciclica Fratelli tutti).

E così molte trasformazioni nel mondo del lavoro, si pensi ad esempio alla meccanizzazione e digitalizzazioni, sono avvenute senza conflitti, senza contrattazioni, senza attenzione a quegli aspetti non salariali. La coscienza dei lavoratori non si è trasformata di pari passo ai cambiamenti tecnologici.

Bisogna avere allora il coraggio di rimettere in discussione alcune questioni di fondo: la proprietà privata, un diritto che può essere antagonista ai beni comuni; l’ossessione per il costo del lavoro che esaspera la competitività a discapito della cooperazione; la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario per lasciare tempo alla “vita”.

Questo implica profondi ripensamenti anche nel sindacato che, come affermato da Sandro Antoniazzi, è rimasto sostanzialmente un sindacato rivendicativo quando invece nella fase attuale le rivendicazioni hanno poco spazio.  Il 1973 è una data di cambiamento epocale perché segna la fine del cosiddetto compromesso socialdemocratico, in cui il capitalismo dava spazio anche al benessere sociale.

Per diversi decenni questo legame tra sviluppo economico e sviluppo sociale ha funzionato (sono stati i cosiddetti trenta “anni gloriosi”), sia perché erano anni di grande sviluppo, sia perché capitalismo ed Occidente erano uniti per contrastare il pericolo comunista. Poi lo sviluppo ha rallentato, il nemico comunista è scomparso, il capitalismo ha potuto espandersi liberamente nel mondo intero senza più il peso della responsabilità del sociale. Il neoliberalismo ha compreso che a livello internazionale l’economia poteva “slegarsi” dal sociale e così il modello socialdemocratico ha esaurito il suo ruolo. Oggi le battaglie del lavoro, sociali e politiche portate avanti a livello nazionale devono assolutamente essere inserite in un contesto mondiale da cui non possono prescindere, così come per il clima o l’ambiente.  Ma mentre la politica liberista si è ormai affermata da oltre quarant’anni non si intravedono a livello mondiale aree di sinistra o sociali in grado di contrastarla.

A livello mondiale il lavoro regolato è una minoranza, corrisponde solo al 40% mentre il 60% è costituito da lavoro informale, se poi si tiene conto anche del lavoro di sussistenza, queste cifre si riducono della metà perché il 50% di tutti i lavori è costituito dall’attività di pura sussistenza. Anche nelle nostre società la diffusione del fenomeno del precariato potrebbe segnalare un processo incipiente che porterà alla trasformazione del lavoro. Il lavoro deve avere senso, deve essere dignitoso e partecipato. Tre sono le proposte avanzate da Sandro Antoniazzi:

  • pensare a un’economia parallela, che coesista con quella capitalista; – la partecipazione dei lavoratori all’impresa, non bisogna temere di entrare nei consigli di amministrazione o di sorveglianza, perché è lì che si prendono le decisioni e  il possibile rischio di essere aziendalizzati lo si evita se c’è una sana linea politica da parte del sindacato; (art. 46 della Costituzione: Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro e in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende).
  • riformare lo statuto dell’impresa realizzando altri modelli di rapporti tra i lavoratori, la proprietà e la gestione.

E’ ora di affermare con forza che l’azienda non è del padrone, è tanto dell’imprenditore che dei lavoratori: è un fatto collettivo, è un’associazione. Il capitalista mette i capitali, i lavoratori il loro lavoro e poi si decide insieme come gestire nell’interesse comune. Alla fine dell’anno, pagati gli interessi al capitale e i salari ai lavoratori (manager compresi), quello che avanza deve essere un guadagno sociale, deve andare alla società perché è dalla società che sono venute le risorse.

L’emergenza sanitaria Covid-19 ha determinato anche un utilizzo massivo del “lavoro da casa”, finalizzato allo scaglionamento della presenza all’interno dei luoghi di lavoro. Nadia Rosa (responsabile lavoro Rifondazione Comunista) ha presentato i risultati dell’inchiesta elaborata dalla “Rete delle lavoratrici e dei lavoratori agili – Italia per conoscere dai diretti interessati come hanno organizzato il lavoro da casa, quali i vantaggi e gli svantaggi e aprire un confronto con le lavoratrici e i lavoratori su come rendere il lavoro davvero agile affinché possa inserirsi in un rapporto chiaro, con regole definite, sotto tutti i punti di vista. Le risposte si riferiscono ad un campione di 2846 lavoratori “da remoto” intervistati tra ottobre e novembre 2020. Analizzando i dati nel complesso emerge una sostanziale propensione da parte delle lavoratrici e dei lavoratori nell’accogliere positivamente (ma non acriticamente) lo smart working come possibile modalità di lavoro anche per il futuro post pandemico, accompagnata però dalla consapevolezza che, in assenza di norme puntuali e collettivamente contrattate che ne regolino l’applicazione, esista il rischio concreto che le uniche a trarne benefici siano le Aziende e che il lavoro agile si trasformi in un’occasione per esasperare la già troppo invadente flessibilità e parcellizzazione del lavoro. Se il 95% degli intervistati ha infatti dichiarato la propria propensione ad un’eventuale proseguimento nell’utilizzo del lavoro da remoto anche nella fase post pandemica, la quasi totalità degli stessi ha posto delle condizioni sine qua non.

Una su tutte è che lo smart working debba essere volontario (98%) e non imposto unilateralmente dalle Aziende come invece introdotto dal DPCM di Marzo (con rinnovata validità fino al 31.01.2021) che ha tolto al lavoratore qualsiasi possibilità di contrattare anche a livello di singolo.

Il 78% degli intervistati indica infatti che, qualora il lavoro da remoto dovesse essere confermato come modalità di prestazione di lavoro anche per il futuro, occorre in ogni caso che sia garantita la possibilità di rientro in ufficio per qualche giorno a settimana qualora il lavoratore/lavoratrice lo richieda. La postazione di lavoro dovrà quindi essere garantita per tutte e tutti dall’Azienda. Inoltre, si sono registrate diverse inadempienze rispetto a quanto normato dalla Legge 81/2017 che regolamenta lo smart working, specie per quanto riguarda la prescritta parità di trattamento economico rispetto al lavoro in presenza. Più del 55% degli intervistati ha infatti dichiarato che l’Azienda NON ha mantenuto tutti i diritti garantiti in presenza. In particolare:

non è stato più erogato il Ticket, non è stato previsto alcun rimborso pasto per chi usufruiva del servizio mensa e non sono stati riconosciuti gli straordinari.

Per lavorare da remoto più del 50% degli intervistati ha dichiarato di aver dovuto utilizzare le proprie apparecchiature elettroniche (dovendo spesso procedere all’acquisto senza alcun rimborso) e nel 93,8% dei casi ha dovuto utilizzare (o potenziare in base alla maggiore necessità di flusso dati) il proprio personale contratto internet (ovviamente a proprie spese). Solo nel 3,3% dei casi è stata l’Azienda a fornire un dispositivo per collegarsi alla rete. Tutto ciò a fronte del fatto che alcune Regioni, come ad esempio la Lombardia, abbiano stanziato un ingente somma a fondo perduto destinata alle imprese per favorire lo smart working.

In alcuni casi è stato segnalato che il lavoratore posto in Cig in maniera intermittente abbia dovuto continuate a lavorare, sotto ricatto del datore di lavoro.

la postazione ricavata nelle case viene percepita come inadeguata per illuminazione, ergonomicità e climatizzazione per quasi il 50% degli intervistati.

Un altro dato che stride con la ratio della sopra citata legge è che, nel 95% dei casi, la prestazione di lavoro sia stata erogata dalla propria abitazione, senza possibilità di interrompere il lavoro durante la giornata di lavoro e con processi e struttura organizzativa identici rispetto al lavoro in presenza.

Ne emerge sostanzialmente un quadro che ha più che fare con la replicazione nelle abitazioni private, della prestazione di lavoro normalmente svolta in ufficio. Inoltre oltre la metà di lavoratori non sa se l’azienda abbia adottato strumenti per il calcolo della loro produttività.

Roberta Turi (segretaria FIOM Milano) concorda sul fatto che oggi manchi una reale alternativa alla linea politica neoliberista e questo ha contagiato anche il sindacato che se a parole propone una società alternativa nei fatti è però subalterno a questa linea.  Il sindacato è un corpo intermedio e così, pur avendo una propria linea autonoma, deve comunque rappresentare le lavoratrici e i lavoratori e lo fa con tutto il disagio di dover fare scelte in cui   non si riconosce. Ma anche le scelte fatte dai governi all’interno delle leggi di bilancio, come ad esempio la detassazione del welfare aziendale, hanno condizionato pesantemente la contrattazione. Inoltre, sempre più spesso, ci si confronta con lavoratori che non hanno più “una coscienza di classe”, la maggior parte dei delegati FIOM non sono iscritti a nessun partito politico e partiti come Fratelli d’Italia o Lega hanno sempre più consenso. E’ triste constatare che partiti populisti, espressione di una destra sociale, hanno molta presa nel mondo del lavoro.

Diventa allora indispensabile condurre innanzitutto una battaglia culturale perché i lavoratori prendano consapevolezza   dei rischi di questa deriva a destra e perché, se così non fosse, la partecipazione auspicata da Antoniazzi non determinerebbe nessun cambiamento di rotta. La vecchia solidarietà tra lavoratori ha ormai lasciato spazio all’individualismo e il Covid e il lavoro da remoto lo ha accentuato, così come il distanziamento all’interno delle stesse fabbriche hanno cancellato quei piccoli spazi di socializzazioni. Oggi la distanza fisica è diventata sempre più anche distanza sociale che il sindacato tenta di arginare  per evitare un ulteriore rinchiudersi dei lavoratori in loro stessi, una ulteriore corporativizzazione.

Attualmente il Covid ha monopolizzato l’informazione, alcune tematiche sono completamente scomparse. La situazione è sicuramente complicata e richiede un grosso lavoro di alfabetizzazione e di controinformazione. Teniamo inoltre presente che, benché ci sono settori che hanno sofferto di più e altri di meno, altri ancora come l’IT che stanno andando bene, l’industria nel suo insieme non si è mai fermata. Rispetto ad altri comparti, possiamo certamente affermare che ci sono lavoratori che si trovano in una situazione “privilegiata” ed è importante che essi ne abbiano consapevolezza. Purtroppo l’individualismo imposto dalla globalizzazione ha disarticolato i movimenti e le aggregazioni che compongono la società e se il virus ha reso ancor più drammatica la situazione, accentuando diseguaglianze e isolamento diventa allora fondamentale, come sottolineato da Daniela Padoan (presidente dell’associazione Laudato Sì), provare a costruire assieme dei percorsi di resistenza culturale, a cominciare proprio dal mondo del lavoro.

Il Covid si è rilevato un importante prisma che ci ha permesso di gettare una luce sulla realtà in cui viviamo e a cui ci stiamo abituando. Sin dall’inizio, il profitto degli imprenditori ha avuto la meglio sulla salute dei lavoratori e della comunità e forse si potrebbe perfino dire che la retorica della produttività lombarda sia stata un veicolo di trasmissione del virus. Ma una riflessione andrebbe fatta anche rispetto ai beni e servizi essenziali   per comprendere cosa effettivamente sia “essenziale”, per contrastare questa cultura dello scarto che colpisce tanto gli esseri umani esclusi quanto le cose che si trasformano velocemente in spazzatura, come ci ricorda papa Francesco nell’enciclica Laudato Sì. Così, accanto allo smart working dei lavoratori tutelati, convive un proletariato digitale, si tratta degli operai specializzati, eppure di massa, della cosiddetta Gig Economy. Sono donne e uomini che guadagnano poco o nulla, assunti alla giornata o meglio, all’ora, alla mercé di app e piattaforme multinazionali che li schiavizzano da remoto. La piattaforma che fa capo ad Amazon lo scorso anno aveva oltre dodici milioni di iscritti nel mondo, controllati con un sistema di videosorveglianza, pagati da uno a due dollari l’ora per compiere anche lavori prettamente intellettuali: commenti su credenze politiche, oppure valutare la qualità di un parlato generato da un computer.  In Italia i lavoratori della piattaforma  Amazon non sono pagati in dollari ma in voucher che danno diritto ad acquistare prodotti esclusivamente su Amazon.

Forse anche noi, sempre più consumatori e sempre meno cittadini, abbiamo un po’ per volta interiorizzato questa ideologia dello scarto  e questo ci porta anche a una sorta di leggerezza rispetto ai rischi e alla necessità di comportamenti consapevoli che la pandemia richiederebbe, non solo per tutelare la nostra salute personale ma anche quella di coloro che ci stanno accanto, soprattutto se fragili. Certamente anche questo è parte di quel declino culturale che sposta la società sempre più a destra.

Tutti concordiamo che la sospensione causata dal virus ha manifestato la fragilità non solo delle nostre vite, ma quella di un intero pianeta che si regge su delicati equilibri e che occorre ripensare in modo radicale il nostro rapporto con gli altri e con l’ambiente. Occorrono nuove politiche fondate sull’alleanza ambiente-lavoro e, a meno di non votarci a una progressiva autodistruzione condannando le generazioni future a un domani sempre più oscuro e incerto, dobbiamo evitare di ragionare solo in termini economicisti o utilitaristici. Dobbiamo rimettere al centro delle nostre azioni la parola “solidarietà”, ormai espulsa da ogni lessico politico, per estenderla a tutte le componenti del pianeta.

Pur   consapevoli del limite delle nostre forze rispetto alla dimensione dei problemi siamo tuttavia fiduciosi che, con il vostro contributo e a partire dal tema lavoro-ambiente sia possibile perseguire un obiettivo comune e costruire un’alleanza tra associazioni.

Mariangela Villa  –  Presidente Costituzione Beni Comuni –  25 dicembre 2020

2 Risposte

  1. franco calamida ha detto:

    Molto articolata e completa è la sintesi degli interventi svolti al seminario, opera di Mariangela Villa. Il confronto di idee non è da considerarsi fine a se stesso, ma come possibile avvio di un percorso , come si suol dire, che per procedere richiede continuità. Cioè richiede l ‘impegno a ragionare insieme e agire insieme . Va tenuto presente che molti dei partecipanti , me compreso, sono stati sindacalisti. E chi lo è stato, lo è per sempre. Non a caso al centro dei ragionamenti è stato il lavoro, che del resto è anche al centro dell’Enciclica Fratelli tutti. Gli obiettivi sono ambiziosi . Io condivido la sfida di farsi “costruttori”, cioè partecipi , con la dovuta modestia e secondo le nostre limitate forze, di un progetto di società. Si tratta di guardare al medio e lungo termine, cioè al futuro. Nel breve le condizioni sono quelle analizzate nel seminario : i poteri stanno “dall’altra parte”, ben pochi ne restano alle “forze” del movimento operaio e degli altri movimenti. I sindacati sono divisi e deboli, ma possono ricercare un nuovo e attuale ruolo nella costruzione dell’ alleanza Lavoro Ambiente , che esiste solo come aspettativa .E’ solo un mio punto di vista: non saremo noi fare tutto quel che indichiamo sia necessario fare. E’ bene dirlo con chiarezza, ricordarlo sempre, è la condizione per rimanere connessi (uso un termine moderno) alla realtà . Per cercar di capire . Saranno i giovani. Forse e se lo vorranno. Io ho un approccio realistico e concreto. “Fa quel che sei capace di fare” . E’ bene definire il contributo che ci proponiamo di dare , valorizzzando anche le inizative “piccole” ma praticabili. La circolazione di idee tra associazioni, i sindacati sono le associazioni più importanti, è un primo passo. Supereremo la separatezza ? forse, speriamo . Ma non è detto che accada, la cultura politica della supposta autosufficienza è tuttora dominante. Viene dal passato, è la nostra storia. Cosa è concreto ? Come è sto detto nel seminario : dar vita a campagne di controinformazione è un obiettivo concreto. Realizzalo nei fatti è un atto concreto, ci distinguerebbe dal pigro accomodarsi sulla “accogliente” poltrona della politica virtuale. È ciò che possiamo fare. In parte viene già fatto, ad esempio da Laudato si’ e non solo. Possiamo contribuire, così penso, alla funzione pedagogica della politica. Con metri di misura per verificare l’efficacia della azioni. Il capitalismo è quel che è, ma ha un metodo nel far le cose ( le loro ovviamente) che ne favorisce il successo: a fianco della descrizione dell’ obiettivo perseguito sta scritto : chi , come e quando. Abbiamo buone idee, ma non lo sa nessuno. O quasi. Farle conoscere è il nostro problema. Appunto: il come. franco calamida cbc.

  2. Redazione ha detto:

    Contributo di Adriano Serafino :
    1 – pur concordando con quanto detto da Mario Agostinelli penso ad una riduzione d’orario generalizzata (28-30 ore settimanali) non a parità di salario (sostenuto totalmente dalle aziende) ma con una sostanziale parità di reddito: ovvero con una quota ad integrazione del salario-stipendio derivante dalla riforma degli ammortizzatori a sostegno di attività quali ad esempio la formazione continua nell’arco della vita, le attività di cura e di nuovo mutualismo, per i beni comuni. Ovviamente un onere per la formazione dovrà essere a carico delle aziende, in particolare quella necessaria per le cosiddette smart skill, le abilità di apprendimento per i tanti programmi e tecnologie sfornate a getto continuo. Nel secolo scorso la gran parte delle aziende lo faceva.
    Cambiare l’orologio della vita quotidiana e delle città è fondamentale per un diverso sistema economico e di progresso. I servizi pubblici debbono essere garantiti per un arco della giornata dal mattino alla sera con orari e turni di cinque ore giornaliere per sei giorni. Così aumenterebbe finalmente anche la produttività nel pubblico impiego. Per una riforma degli ammortizzatori con tale visione si dovrà anche includere una quota progressiva a carico della fiscalità del paese.
    Ricordo che la qualità della vita dei lavoratori ha fatto, nel secolo scorso, un gran salto di qualità a 360 gradi con l’introduzione della settimana corta, la possibilità di viaggiare e più tempo libero.

    2 – su quanto proposto da Sandro Antoniazzi (partecipare alle scelte delle aziende) penso che un futuro ingresso di una rappresentanza dei lavoratori nei consigli di gestione o di amministrazione debba essere preceduto da un gran dibattito e lo stesso sindacato deve dare risposte su quanto disse Sergio Marchionne – nel 2016 di fronte agli universitari della Luiss – in merito al mercato che non possiede né morale né etica: «…Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia …..Tutti noi dobbiamo capire che non potranno mai esserci mercati e crescita razionali e benessere economico se una vasta parte della nostra società non avrà niente da contrattare con l’altra se non la sua stessa vita..». Il sindacato italiano vuole entrare quanto prima nel Cda di Stellantis (Fca-Psa) senza richiedere prima alcuni mutamenti delle finalità di quel capitalismo economico e finanziario, rappresentato ad esempio proprio da John Elkan, che pone il “dare valore all’azionista” come stella polare del suo agire. E poi quali regole diverse definire per la Borsa pensando ad un futuro risparmio contrattuale per concorrere ai piani di sviluppo e di piena occupazione.
    3 – Nadia Rosa ha presentato molti punti della ricerca su un campione di 2846 lavoratori. Un lavoro utilissimo. L’inchiesta è uno strumento partecipativo pressoché dimenticato dal Sindacato, proprio ora che le nuove tecnologie e social lo consentono meglio di un tempo. Sottolineo che l’esperienza governativa proposta in epoca Covid per alcuni versi preoccupa e allarma: troppi i settori della PA che sono stati posti più che in smartworking (anche senza PC) in vacanza pagata al 100% (mentre la Cig garantisce meno). C’è un pigro silenzio del sindacato su questo punto! Penso che lo smartworking può avere un futuro di progresso anche per la dimensione sociale se: 1) si allestiscono locali agili (con una trentina di persone al massimo, di aziende o enti diversi, un cohousing per smartworking), disseminati nelle città dal centro alle periferie, appositamente attrezzati con strutture informatiche e di servizi. Così da fare al massimo un km, anche a piedi, per andare al lavoro, iniziando da settori ove ciò è praticabile e utile alla comunità, anche per quanto s’induce di miglioramento per trasporti e ambiente. 2) E poi come hanno già sottolineano molti: che riguardi solo una parte dei giorni della settimana.
    Adriano Serafino.

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