Il lavoro umano comandato


Maria Grazia Meriggi

 

Carissimi ripropongo qui alcune riflessioni già elaborate da mesi, già in piena crisi economica di lunga durata ma prima che la pandemia imponesse il tema del rapporto fra natura e sviluppo su cui devo ammettere di non avere elaborato une posizione personale.

Al centro delle nostre discussioni dovrebbero essere più che il “lavoro” – espressione che può includere il più sfruttato protagonista della gig economy come la più libera manifestazione di creatività, e in mezzo tutto il resto – i lavoratori, i soggetti sociali protagonisti della crisi e il loro ruolo nell’organizzazione del lavoro di cui spesso la “sinistra liberale” mette in luce – in una specie di “utopia del Capitale” – esclusivamente gli effetti innovativi. Fenomeni che convivono con la generale svalorizzazione di cui parla in questo sito Sandro Antoniazzi, la compressione generalizzata della massa salariale e la diffusione di forme molteplici di precariato È vero infatti che l’automazione presente in molti settori industriali innovativi non riduce solo posti di lavoro ma crea anche ruoli tecnici in cui ci possono essere operai con funzioni complesse di controllo e verifica sui processi. Non si può parlare di superamento del taylorismo in tutti i settori ma certo – pensiamo all’industria dell’auto, dalla Toyota alla FCA – alla subordinazione del lavoro al macchinario della catena di montaggio si sono sostituiti secondo i metodi messi a punto dal management giapponese, il just in time e la flesssibilità delle mansioni, con un ricorso costante all’intervento dei lavoratori nell’adempimento della “filosofia” aziendale. Insomma più saperi tecnici, più interventi degli operai e  salariati nel rendere più fluido e senza sprechi il processo produttivo.

Si tratta però di una “messa al lavoro” ancora più intensa di competenze e partecipazione alle finalità produttive per il profitto che non lascia nemmeno spazio per le “furbizie” e la conquista di momenti di tempo liberi dallo sfruttamento. È vero che in questi settori avanzati la distinzione fra categorie è meno netta che nella fabbrica fordista ma la possiamo anche interpretare come generalizzazione della condizione operaia – di lavoro umano comandato – prevista dal Marx degli scritti preparatori del Capitale noti come Grundrisse (Lineamenti fondamentali della critica dell’economia politica 1857/’58): la messa al lavoro dell’intelletto generale come fattore produttivo.

D’altra parte gli operai, relativmente minoritari in Occidente, sono massa sterminata nei paesi ormai protagonisti dello sviluppo, l’India e la Cina, e questo è evidente. Ma anche nell’Occidente sviluppato si è generalizzata la condizione operaia nel senso prima indicato. Se ovviamente la densità umana e sociale della working class del suo tempo si è imposta a Marx negli anni Quaranta dell’Ottocento, la nozione marxiana di classe operaia non coincide, infatti, semplicemente con la “tuta blu” ma  con la messa al lavoro delle risorse fisiche e intellettuali per il profitto.

Questo vale per i settori in cui ancora prevalgono i rapporti di lavoro a tempo indeterminato – che però coesistono con lavoratori somministrati da agenzie del lavoro (di diritto privato: legge Biagi) o da quelle cooperative create per abbattere il costo del lavoro note come “false cooperative”. Ma mentre lo sviluppo tecnico e l’automazione creano nuovi lavori e funzioni avanzate, ne rendono intanto superflui migliaia e migliaia creando lavoro povero in un mercato del lavoro spietatamente concorrenziale e disoccupazione tecnica che nessun corso di formazione o nessun centro per l’impiego possono superare. L’individuazione della disoccupazione tecnica del resto risale agli anni ’10 del Novecento!  Ma accanto a questi settori è cresciuto come è ben noto il lavoro terziario di servizi comunicativi, progettuali, alla persona… o anche semplicemente parasubordinati con contratti a tempo determinato. In questo settore coesistono attività manuali e tradizionali con attività ad alto contenuto progettuale, persone che hanno abbandonato precocemente la scuola e altre con alta e talvolta altissima scolarità. Definire – come viene spesso fatto – i molti lavoratori stabili e precari con difficoltà economiche che impediscono spesso di progettarsi una vita indipendente dalla famiglia una massa plebea e rancorosa contrapposta a un cosiddetto e indefinito ceto medio o medio colto alto tendenzialmente progressista non solo attribuisce a questa “massa” i suoi bisogni come colpe ma evita di analizzare le differenze di ruoli, figure, formazione e quindi immagini del futuro di questa “massa” di lavoratori poveri. Lavoratori che dipendono dalla chiamata dell’agenzia o direttamente dell’imprenditore e per i quali il tempo di vita è interamente colonizzato dal lavoro, dal suo progetto, dalla sua organizzazione che spesso è autorganizzazione. Pur con forzature polemiche Sergio Bologna con il suo Il lavoro autonomo di seconda generazione (1997) ha contribuito a mettere a fuoco più di vent’anni fa le risorse e i problemi di questi lavoratori ormai non più “atipici”.

Precarietà e coesistenza spesso negli stessi luoghi di lavoratori stabili e precari, attacco costante alle prestazioni del welfare hanno creato una percezione di insicurezza che è reale, alla quale, come è noto, precise agenzie politiche e il sistema dei media hanno invece indicato un falso obbiettivo: la concorrenza dei migranti e la società multiculturale  come minaccia invece che come occasione.

Organizzare insieme gli operai “quasi ingegneri” e quelli resi “quasi superflui”, gli stabili (la cui stabilità è necessaria per le elevate funzioni nella catena del comando) e i precari, gli autoctoni e i migranti. È probabilmente questo il problema che ci si deve porre e senza passare dal quale gli stessi appelli umanitari cui certo non si deve rinunciare rischiano di restare inutili.

Il movimento operaio ha affrontato più volte, nel corso di due secoli, crisi e depressioni (dal 1874 circa agli anni Novanta dell’Ottocento; dopo la crisi statunitense e poi mondiale dopo il 1929); trasformazioni nell’organizzazione del lavoro; flussi migratori intensissimi prima della Grande guerra negli Usa, negli anni fra le due guerre in Francia e Inghilterra e in tutta Europa dopo la seconda guerra mondiale con la variante delle intense migrazioni interne. L’unificazione delle molteplici figure produttive e delle diverse posizioni dei lavoratori potenziali – in cui vanno inclusi i disoccupati involontari, cioè la assoluta maggioranza dei disoccupati – è stato un processo complesso che anche nel momento di massima  unificazione tecnica, negli anni dell’ “operaio massa” ha richiesto un’azione politi soggettiva oggi completamente assente. La crisi pandemica è stata una lente d’ingrandimento crudele su questi processi ma mancando una leva per mutare i rapporti di forza non ha inciso sulla tracotanza miope delle forze padronali organizzate, soprattutto in Italia. Diverso il discorso sull’Europa, su cui altri dovrebbero tornare con maggiore competenza di me.

Quali segmenti del mondo del lavoro e quali soggetti organizzati possono essere considerati centrali nella ricomposizione di questa tragica frammentazione mi sembra l’interrogativo centrale.

Oggi la rappresentanza politica di una bene individuata composizione di classe – con tutti i problemi che essa pone – sembra consegnarci una crisi d’epoca. Quella sindacale, pur grave, invece riceve ancora da parte di tanti lavoratori una domanda tenace che sopravvive alle sconfitte. Certamente perdura il problema che i sindacati non si sono attrezzati ancora alle lunghe filiere di imprese come la FCA. E’ anche una domanda di servizi – che comunque sono spesso una prima occasione di contatto – ma soprattutto di contrattazione e di accompagnamento nel mercato del lavoro.

Semmai il “nostro” ruolo oggi potrebbe essere di fare da ponte, attraverso i nostri militanti, fra le pratiche se non fra le organizzazioni della Cgil, dell’Usb incisiva nella logistica, di associazioni come Acta. Un coordinamento di delegati e RSU potrebbe essere una base di partenza al cui interno i migranti non sarebbero più la “schiuma della terra” oggetto di biopolitica ma lavoratori da organizzare.

Maria g Meriggi –  Storica dei movimenti sociali europei – CostituzioneBeniComuni – novembre 2020

 

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