Il senso del lavoro


Mario Agostinelli

DA “LAUDATO SI’” A “FRATELLI TUTTI”: SENSO DEL LAVORO E DEL CONFLITTO SOCIALE “OLTRE” LO SVILUPPO

 

 

Dopo cinque anni di esperienza a contatto di una Associazione che ha preso ispirazione dall’Enciclica Laudato Si’, traggo la convinzione che le resistenze politico-culturali, oltre che ad un irresponsabile rigetto del monito di Francesco, siano dovute principalmente al rifiuto di separarsi definitivamente dall’idea dello “sviluppo”. Un rifiuto che continua ad alimentare un’illusione rivelatasi al fondo un disastro: che cioè l’aumento della torta da spartire in base alla crescita non avrebbe trovato limiti nelle risorse della biosfera e non avrebbe fatto i conti con la rapacità del sistema capitalista nell’appropriarsi delle ricchezze provenienti dal lavoro e dalla natura. Occorre riconoscere che anche tra le maglie del progressismo lo sviluppo è stato insignito di un favore largo, nella convinzione che le nazioni “avanzate” potessero indicare ai paesi ritardatari la strada da intraprendere per allinearsi e misurare il miglioramento della loro prestazione economica misurata dal PIL. Dopo aver preso in custodia la loro economia, la sbalorditiva varietà dei popoli si sarebbe ridotta ad una classifica basata sul debito contratto e preteso e sulla ricchezza prodotta e immancabilmente depredata. Almeno dal secondo dopoguerra fino al suo declino con l’inizio del nuovo secolo, questa riduzione delle differenze culturali, sociali, naturali, che fanno dell’umanità un punto di osservazione plurale e cosciente della biosfera entro cui convive, ha tenuto banco, contaminando la gran parte delle culture politiche. Le merci e il loro consumo si son eretti a mezzo di comunicazione quando non a scopo dell’esistenza e si è creato uno spazio sociale transnazionale nel quale il tempo veniva ad essere in continua accelerazione. Rompere uno schema così potenzialmente inclusivo, eppure distruttivo, è il compito che Francesco si è dato ed è la misura dell’ostilità incontrata da un autentico capovolgimento di valori.

 

Le élite mondiali ed i media transnazionali si sforzano di dare credibilità ad una loro rappresentazione della civiltà industriale che garantisca in prospettiva il livello minimo dei diritti umani e delle condizioni ambientali, assicurando comunque per l’impresa la massimizzazione dei profitti. Ma non esiste misura per trovare un equilibrio tra i tre contendenti, se non la pratica di un conflitto in cui lavoro e natura stanno dalla stessa parte. Un conflitto giunto ad un punto di rottura che riguarda la messa in discussione radicale del sistema. Sono i fatti a dimostrare che il ricorso senza limiti al consumo di natura ed i danni provocati dallo sfruttamento del lavoro tramutano quello che viene spacciato per sviluppo – un termine ormai privo di significati positivi – nel lento declino della vita vegetale e animale. Di fatto, si tratta di un pezzo di archeologia ormai in decomposizione quanto l’antropocentrismo e tanto meno attrattivo per le nuove generazioni, quanto più logorato dall’ingiustizia sociale e dal danno alla salute che ne hanno accompagnato la parabola. Non solo nelle parole del papa, ma nelle stesse preoccupazioni della scienza, esso, da consunta utopia, cede ormai il passo ad un bisogno di sopravvivenza, che può sussistere solo in armonia con la natura e come tensione cosciente verso una storia in comune, fatta di innumerevoli relazioni ed interconnessioni, visibili o invisibili, di cui “niente ci risulta indifferente”. Siamo, insomma, ad una svolta storica, ad una scoperta e, dall’altro lato, ad un “necrologio” – come afferma Wolfgang Sachs – che non a caso non ci è dato di elaborare quanto prima possibile. Possiamo però chiederci perché e cercare di scorgere quale sia il passo in avanti compiuto dalla seconda enciclica, che, al di là di ogni dubbio, tratta esplicitamente di politica e di un soggetto politico da definire nelle stesse settimane in cui Trump non risulta un semplice incidente, dal momento che non solo negli USA, ma anche vicino a noi si manifestano compulsioni che si riflettono in lui come in uno specchio.

Nonostante non ci fosse angoscia nelle pagine di una Enciclica premonitrice che invita a “camminare cantando”, ma una carica avvincente al rinnovamento, non è bastata la sintonia con l’affermarsi del movimento degli studenti di Greta né il crescente protagonismo delle donne in ogni regione del mondo, per incrociare un linguaggio o una pratica che imprimessero correzioni all’agenda dei governanti. Probabilmente lo stesso Francesco, così ostinatamente coerente ad ogni sua esternazione pubblica, riconosce che la Laudato Si’ peccò di ottimismo e non ci sono stati gli effetti sperati. Oltretutto, sulla scena globale, se si fa eccezione per qualche movimento degli “ignudi” nelle campagne o nelle foreste, il mondo del lavoro nel complesso si è mostrato incerto o poco attivo, mentre nel disagio sociale la democrazia ha fatto passi indietro, lasciando il campo ad una politica ostile all’austerità, insensibile ai limiti della natura e orientata all’economia dello scarto. Così, la nuova leva di leader autoritari e le corporation globali non hanno affatto desistito nel loro percorso involutivo: anzi, hanno concordemente intuito che, con la fine dell’era fossile e la limitazione dell’estrazione delle risorse naturali, la sconfitta inferta negli ultimi decenni a danno del bene comune e delle classi meno abbienti si sarebbe potuta arrestare se non addirittura ribaltare. Per il capitalismo globalizzato è parso giungere il momento per rendere ancora più aspro il conflitto con la crescente massa dei salariati e più pressante l’alienazione degli ultimi, sia nei confronti del lavoro sia verso la natura. Nelle strette di un cambio di passo con la pretesa di una resa dei conti, si è fatta strada – non solo ai piani alti, ma in molte fasce di popolazione temporaneamente protette – un’interpretazione del futuro prossimo del tutto incompatibile con il pensiero del pontefice argentino: non ci sarebbe stato più spazio per tutti gli scartati sul pianeta; il simulacro del PIL e il ruolo della finanza avrebbero assicurata la competizione più ostile e avida nei mercati; perfino l’idea di sviluppo si sarebbe potuta mettere in dubbio, ma avrebbe resistito all’erosione purché la si colorasse “un poco di verde”. A ruota, i media si sono distinti, da un versante, nel negare che fosse necessaria una rottura per riprogrammare modi e finalità di una produzione che aggredisce salute, ambiente e vite, da un altro, nel far sparire nel silenzio le domande più coinvolgenti sulla portata dell’Antropocene e sul ruolo non settario delle religioni in un mondo dilaniato ed in decomposizione ed in un tempo che sta tragicamente venendo a mancare (interrogativi consegnati ad una reazione niente affatto scontata, così ben rimarcati e rappresentati da un riflesso bianco che avanza nel buio di un Venerdì di pioggia in una piazza San Pietro deserta…).

La posta oggi è alta; forse più di quanto lo fosse cinque anni addietro, perché la pandemia ha accorciato ancor più i tempi. Ed è pertanto in un contesto aggravato che dobbiamo valutare il “rilancio” di Bergoglio attraverso la nuova enciclica “Fratelli Tutti”. Fortunatamente, Landini, i metalmeccanici e il sindacato stanno ribattendo senza arretramenti all’offensiva di Confindustria in una partita apertissima, il cui esito sarebbe ancora più incerto se terreni di scontro tra loro disconnessi si frazionassero ulteriormente. Non arriverei certo qui a sostenere che ci debba essere un nesso tra due versanti – i contratti e la predicazione – ovviamente autonomi e indipendenti. Ma come non riconoscere che il mondo cui si rivolge Francesco abbia necessità di poter contare anche sulla riconversione della produzione verso valori d’uso condivisi e sulla dignità del lavoro, affinché si possa aver cura della Terra, del clima e della giustizia sociale? Basta leggere – e rileggere, se occorre – il testo firmato il 3 di Ottobre del 2020 nella Basilisca di Assisi. Il papa riprende sul terreno esplicito dove si sarebbe dovuta collocare la politica – cosa che quest’ultima non ha fatto – l’intero discorso del cambiamento strutturale antropologico, economico, finanziario e sociale auspicato, ma platealmente eluso. Ovviamente non si ripete, ma articola su altri temi e terreni la stessa provocazione di un cambio d’era evocata un lustro prima. Una boccata d’aria per credenti, non credenti, movimenti popolari, democrazie, forze sociali, forze politiche impegnate in cantieri spesso smarriti: un messaggio ed una alleanza da non lasciarsi sfuggire, anche se risulterà complesso comporre il quadro entro cui superare e sconfiggere l’involuzione nazionalista, populista e xenofoba, che comprime gli scarti e le povertà che dilagano nella società mondiale.

 

Parlo di alleanza da costruire perché abbiamo a che fare più con una pietra angolare che non con un edificio già strutturato. La diagnosi papale dei mali del mondo è oggettiva ed esplicita, ma la “pars construens”, anche quando luminosa e circostanziata, resta debole. Manca un anello: non è un limite di pensiero o di intenti, è un guasto – forse irreparabile – nell’ordine delle cose: la fraternità e l’amore universale non hanno ancora la forza che ha animato i movimenti politici in nome della libertà e dell’uguaglianza. A meno che, con il capovolgimento che nella Lettera viene concepito come una nuova gerarchia nella triade libertà-uguaglianza-fraternità si riscopra un primato di sorellanza e fratellanza tra gli individui ed un rapporto nuovo tra loro e la natura mediato dal lavoro: un lavoro che, avrebbero detto Marx ed Engels di metà Ottocento , “produce l’accrescimento della natura umanizzata senza provocare la scomparsa della primordiale natura amica”, ovvero, un lavoro che si autolimita a creare valore d’uso in un mondo in cui la sufficienza soppianta l’efficienza e il profitto cessa di essere identificato col fare impresa.

Dopo le sconfitte, rimangono due certezze: rivalutare la memoria come fonte di valori inalienabili e dare titolo di rappresentanza al fondo del barile dell’ingiustizia sociale e ambientale. Non sorprende allora se si dichiara senza mezzi termini che “Il diritto alla proprietà privata si può considerare solo come un diritto naturale secondario e derivato dal principio della destinazione universale dei beni creati”, con un attacco frontale al principio su cui si regge un sistema capitalistico sempre più raffinato e corroborato dalla tecnocrazia. E non ci si stupisce nemmeno quando viene ribadita “la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata”, riprendendo così, all’interno delle contraddizioni laceranti tra sistema d’impresa, società e natura, il contestatissimo art. 41 di una Costituzione di democrazia sociale come quella della nostra Repubblica. Tanto meno meraviglia il ricorso ad una “consapevole coltivazione della fraternità”, come antidoto alla restrizione della libertà quando questa appaga solo per possedere o godere e come inveramento di una uguaglianza, che, se è definita solo in astratto, viene in realtà minata dall’individualismo competitivo.

 

Affermazioni non proprio ordinarie e difficili da elaborare sui due piedi dai commentatori di routine, che ne sono usciti spaesati, preferendo parlare di sé, anziché di un contenuto davvero complesso. Ci hanno provato infatti subito da destra, dando al papa del comunista, (Marcello Veneziani), dal centro, citando la triade della Rivoluzione Francese come “ponte” tra Illuminismo e Cattolicesimo e lamentando una tardiva rivalutazione della tecnica (Massimo Cacciari) ed anche da sinistra, richiamando la sproporzione tra ricchezza delle denunce e scarsezza dei rimedi (Pietro Stefani).

Pochi, tuttavia, mettono in risalto un ragionamento sul lavoro che ritengo centrale e che nella prima enciclica era solo un po’ sbiadito di fronte alla preoccupazione per lo scempio della natura. Qui invece c’è un crescendo di carico sul senso del lavoro, come agente unitario, solidale, fraterno, alla fin fine globale, dopo aver constatato che, all’opposto, “il senso sociale è stato fatto proprio dall’economia e dalla finanza con una cultura che unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni”.

Si parte dall’auspicio che “i movimenti popolari che aggregano disoccupati, lavoratori precari e informali e tanti altri, crescano dal basso, dal sottosuolo del pianeta, confluiscano, siano più coordinati, s’incontrino”. Poi si passa alla denuncia dell’ossessione di ridurre i costi del lavoro, senza rendersi conto delle gravi conseguenze che ciò provoca, perché la disoccupazione che si produce ha come effetto diretto di allargare i confini della povertà. Ma, alla fine, ecco comparire anche quell’organizzazione, quella disciplina e quella socializzazione del tempo, delle attività e delle vite di masse (e che altro sono se non i lavori, le opere, le arti, i mestieri, le attività in cui viene organizzata la società umana?) che, dopo la vittoria della rivoluzione industriale e dei modi di produzione capitalistici, tra il diciottesimo, il diciannovesimo e il ventesimo secolo, hanno smembrato intere comunità con la divisione del lavoro, la meccanizzazione, l’automazione, la digitalizzazione. la globalizzazione del commercio, fino alla trasformazione delle merci in mezzi di comunicazione attraverso il loro consumo. Ritengo che qui il papa – a contatto ormai giornaliero col resto del mondo intero – abbia rifatto i conti con una visione più generale e complessa della organizzazione della produzione e del consumo, che dall’esperienza argentina non aveva ancora potuto derivare appieno quando scrisse la Laudato.

Ne viene un’attenzione ineliminabile per l’obbiettivo della piena occupazione (o, addirittura, il timore che la tecnologia porti ad una nuova forma di alienazione come nel caso di una inoccupazione strutturale dovuta all’incorporazione dell’uomo nel macchinario o rete intelligente che sia) e per l’universalità dei diritti del lavoro al fine di assicurarne la funzione come atto creativo e non distruttore della natura. Va annotato come trattare di “piena occupazione” possa rimanere un espediente finché non si capiscono i meccanismi e i poteri che regolano la distribuzione del lavoro. C’è materia di cui discutere più in concreto, così come del limite dello stesso valore sociale del lavoro, che, in quanto capacità trasformativa resa eccessiva dalla massimizzazione del profitto (ridurre l’orario!), finisce col nuocere sia alla realizzazione della donna e dell’uomo sia alla sopravvivenza della biosfera.

 

Concludo con alcune considerazioni, dedotte dalla lettura dei testi, da prendere con “levità” come indicazioni per ulteriori approfondimenti.

Forse nella “Fratelli Tutti” c’è un ripensamento rispetto alla Laudato, quando si parla di “diritto naturale”, come se esistesse l’uomo naturale, anziché la natura fattasi storia, da cui gli uomini e le donne prendono vita e con cui paritariamente convivono.

Occorre che una ricchezza così densa di stimoli e suggestioni entri nell’agenda di un dibattito il più ampio, popolare ed unitario, che tocchi nel profondo tutto quanto è sociale e arrivi alla politica per trasformarla.

Gli stessi luoghi di lavoro devono essere sedi attrezzate per una più intensa partecipazione dei lavoratori, dei tecnici, dei ricercatori nella gestione delle filiere che promuovono, reggono e gestiscono la conversione ecologica.

Cito cinque passaggi indicativi di una disposizione concettuale molto aperta verso le nuove scienze, aspetto anch’esso innovativo di questo papato: “Il tempo e lo spazio non sono tra loro indipendenti e neppure gli atomi o le particelle subatomiche si possono considerare separatamente”; “Il Big-Bang, oggi si pone all’origine del mondo”; “Il tempo è superiore allo spazio”; “L’unità prevale sul conflitto”; “La realtà è più importante dell’idea”; “Il tutto è superiore alla parte”.

 

Accantonato l’antropocentrismo e superato l’equivoco dello sviluppo è possibile alfine che gli uomini tornino a dare priorità e a vivere all’interno della sfera naturale e dei valori d’uso, nel rispetto della natura come della salute e dell’ambiente, dell’aria, dell’acqua e della terra, nell’ambito di quella ecologia integrale che andrà a sostegno della decolonizzazione dai poteri dominanti sui territori, finalmente valorizzati nelle loro diversità e “terrestritorietà”.

Novembre 2020

 

 

2 Risposte

  1. Redazione ha detto:

    Il prossimo anno rischia di essere l’anno della disoccupazione di massa , segnato da un dramma sociale di dimensioni che non è facile oggi immaginare. Riguarda uomini e donne, riguarda tutti. Anche per questo è bene tornare a ragionare di lavoro. Molto profonde sono le mutazioni che attraversano la nostra società e scuotono i pilastri della convivenza civile. Indubbiamente Il Covid rafforza le diseguaglianze. Come reagire? Cosa proporre? A quale stella polare guardare, in una realtà complessa? Mario Agostinelli e Emilo Molinari e Sandro Antoniazzi e altri , tra questi anch’io, convergono in una proposta : assumere per i movimenti come riferimento , che è politico in senso pieno ( la cura del bene comune, la lotta contro diseguaglianze) le due recenti Encicliche di Papa Bergoglio. Condivido il giudizio che “è una alleanza da costruire ” , che non c’è e bisogna capire il perchè , perchè le stesse Associazioni che hanno obiettivi comuni o assai prossimi fanno cose bellissime ma restano chiuse all’interno dei loro steccati, generosi gruppi familistici che si fidano solo di se stessi. Dove è finita l’ unità come sentire comune ? L’unità come base del progetto di cambiamento. Dove ci siamo perduti e quando? Questo “separatismo” , questa tendenza a dividersi, a ritenersi “sovrani di se stessi con piccoli imperi” viene ( dovrebbe venire) travolta da “Fratelli tutti ” . Ci dice innanzitutto che noi dobbiamo cambiare. E come dobbiamo cambiare. E’ una gioia, per chi ha la nostra storia, leggere la proposta “dei movimenti popolari che crescono dal basso, che si aggregano”,e il Papa aggiunge : “Che siano coordinati, che si incontrino”; avendo ben presente le tremende, drammatiche difficoltà che attendono i lavoratori e le lavoratrici ( non è allarmismo, è invece da incoscienti non averne la piena percezione) . Il Papa ripropone inoltre l’ obiettivo antico e sacro per il moviemto operaio :la piena ocupazione. I temi sono molti, mi propongo di rifletterci ancora, ma uno lo voglio sottolineare subito. Importantissimo. Sandro Antoniazzi propone di battersi per: “Modificare lo Statuto d’impresa realizzando altri modelli di rapporti tra i lavoratori, la proprietà e la gestione” ed Emilio Molinari scrive: “Ma diverso sarebbe il senso di questo termine ( cogestione Ndr) se fosse partecipazione dei lavoratori alla gestione delle aziende per gestire la cura del bene comune o iniziare la loro transizione ecologica. ”

    Sebbene io sia , per natura, credo, molto prudente nel “lasciar la strada vecchia per la nuova”, ho riflettuto su questa ipotesi e ho concluso che merita non solo attenzione ma anche condivisione.

    In un articolo pubblicato dall’ Espresso dei 1 novembre Thomas Piketty propone, per combattere le diseguaglianze, la “ridefinizione giuridica della proprietà e il potere attribuito ai lavoratori. L’idea chiave del socialismo partecipativo che propongo è la condivisione del potere : gli impiegati di una azienda , anche se non ne detengono nessuna azione devono avere la metà dei diritti di voto nei consigli di amministrazione. Come in Germania. Il potere dovrebbe circolare, come il reddito e la proprietà”
    Si tratta di un obiettivo troppo ambizioso? Anche i nostri obiettivi, dignità e diritto al lavoro, contrasto al cambiamento climatico, difesa dell’ambiente e della salute, lotta alle povertà e alle diseguaglianze , pace e armamenti …sono obiettivi ambiziosi. E’ meglio averne , che stare a guardare. E in ogni caso: parliamone.
    franco Calamida costituzionebenicomuni.

  2. Redazione ha detto:

    Comune-info

    Informazione indipendente

    Come affrontare questo tempo?
    Antonio De Lellis

    In tanti pezzi di società, anche diversi tra loro, emergono poco a poco pensieri, proposte, approfondimenti: la consapevolezza di avere di fronte poteri feroci che preferiscono usare da molto tempo diverse maschere (debitocrazia, finanza speculativa, Big Pharma…), l’aumento delle disuguaglianze pagato ovunque dai più fragili e più piccoli, l’affermarsi di paura e sorveglianza, ma anche un’idea nuova e ampia di conflitto da coltivare e gestire, la riscoperta del valore politico, per dirla con Francesco, dell’”amicizia sociale”, un’idea della società della cura che non vuole unire a tutti costi le lotte ma favorirne molte e diverse.

    Le rivolte di questi giorni trovano terreno fertile nel malcontento diffuso e nel dramma di molti che stanno subendo misure illogiche di restringimento. Da una parte gli interessi particolari, dall’altra l’impossibilità di far fronte alla sopravvivenza. Che cosa sta succedendo? Dove finiremo? Come affrontare il tempo che verrà?

    Dice Donatella Di Cesare (Bollati Boringhieri) in Il tempo della rivolta:

    “La rivolta anarchica viola le frontiere statuali, denazionalizza i presunti cittadini, li svincola e li estranea, li rende provvisoriamente apolidi, li invita a proclamarsi stranieri residenti”.

    Emarginata dalla riflessione, presentata come un evento caotico e fosco dal racconto mediatico, la rivolta è un tema incandescente nello scenario globale. Se i movimenti che occupano le piazze, sottolineando il declino della rappresentanza, chiedono il diritto di apparizione e l’ingresso nello spazio pubblico, la rivolta va oltre: anziché accettare il conflitto interno, mette in discussione le cornici stesse di quello spazio. I protagonisti sono molti: dai nuovi disobbedienti a coloro che praticano l’anonimato nel web, dai segnalatori d’illeciti a quanti si dichiarano «invisibili». Il tempo della rivolta fornisce un’interpretazione politica della maschera e parla di «zone d’irresponsabilità»; nascondersi per mostrarsi è una sfida allo Stato che condanna ogni maschera che non sia la propria, al potere finanziario senza volto, all’economia disincarnata, noncurante dei propri effetti; si svela così l’enorme dissimmetria, si mette allo scoperto la disparità di forze, si denuncia la sorveglianza planetaria. La rivolta non è un evento effimero, bensì un passaggio anarchico che si compie nel disimpegno dall’architettura politica.

    E papa Francesco chiarisce:

    Fino a quando non si eliminano l’esclusione e l’inequità nella società e tra i diversi popoli sarà impossibile sradicare la violenza. Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione. Quando la società – locale, nazionale o mondiale – abbandona nella periferia una parte di sé, non vi saranno programmi politici, né forze dell’ordine o di intelligence che possano assicurare illimitatamente la tranquillità. Ciò non accade soltanto perché l’inequità provoca la reazione violenta di quanti sono esclusi dal sistema, bensì perché il sistema sociale ed economico è ingiusto alla radice.

    Cosa è accaduto con il Covid? A quale biforcazione stiamo assistendo? “La tempesta Covid-19 e la turbolenza del mercato accelerano la divergenza delle fortune”, cioè aumentano le disuguaglianze (nell’ultimo report di due importanti società svizzere, Ubs e Pwc, che si occupano di consulenza finanziaria, tra l’altro, si legge: “Al 31 luglio 2020 il numero di miliardari era 2.189. La popolazione miliardaria è cresciuta di 131 unità. C’erano 2.058 miliardari quattro mesi prima).

    Con Thomas Piketty diremmo:

    Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze: l’uomo deve trovare le ragioni di queste disparità per non rischiare di vedere crollare l’intero edificio politico e sociale. In questa chiave, anche molte ideologie del passato non appaiono più così irragionevoli, se paragonate al nostro presente.

    Ma l’epoca delle grandi narrazioni si è chiusa. Siamo passati in questi ultimi decenni dalla cultura del collettivo a quella del connettivo. Sullo sfondo nuovi poteri sembrano affermarsi: il capitalismo della sorveglianza dei Big Data, soprattutto dopo la paventata minaccia terroristica globale (attentato alle torri gemelle); la debitocrazia e la Finanza speculativa causa della grande crisi del 2008, con ripercussioni mondiali; la società strumentalizzante e i Big Pharma che controllano le grandi organizzazioni sanitarie e le agenzie del farmaco, e impongono nuovi modelli di comportamento, per lo più di dipendenza, causando in parte la mancata prevenzione rispetto ad eventi pandemici, i cui vantaggi economici sono a loro appannaggio. In questo contesto, una nuova accelerazione di processi sociali, già in atto, sembrano coagularsi intorno a una idea di società della cura del vivente. Dice Pino Cosentino:

    “La società della cura” è un’affermazione valoriale, ma nello stesso tempo squisitamente politica.

    Come può essere utile la società della cura nell’attuale contesto di rivolte? La società della cura è un campo di idee e valori che va nella giusta strada, e questo é il punto, non è solo una strada, ovvero non è un pensiero unico, ma una grande visione dentro la quale possiamo riscoprirci meno condizionati e liberi di costruire una identità poliedrica.

    Se stiamo costruendo una visione del mondo che era solo di gruppi frammentati, e che ora appare a molti di più come una possibilità, qual è lo stile da assumere o da seguire per la costruzione della società della cura? Come possono essere utili i contributi e documenti, come l’ultima enciclica di Francesco, nella costruzione di uno stile della società della cura?
    Proviamo a ragionare su due livelli: amicizia sociale e conflitto. Qual è il contesto per papa Francesco? Siamo dentro la privatizzazione universale di tutto l’esistente, compresi i diritti ormai assimilati al denaro. Si hanno tanti più diritti quanto più denaro si possiede.

    Con Silvio Piccoli diremmo:

    La libertà e l’uguaglianza senza la fraternità genera le disuguaglianze sociali. Lo stile potrebbe essere quello di mettere insieme i saperi al servizio di un pensiero sparso e ampio e farsi movimento perché sebbene ci sia una cultura ragionata e siano stati prodotti dei documenti giuridici il percorso sulla fraternità e la sorellanza è in stand by.

    L’amicizia sociale. Secondo Bergoglio

    … il Prendersi cura del mondo che ci circonda e ci sostiene significa prendersi cura di noi stessi. Ma abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune. Tale cura non interessa ai poteri economici.

    Il noi di cui parla Francesco è una relazione di amicizia sociale,

    una cultura diversa, che ci orienti a superare le inimicizie e a prenderci cura gli uni degli altri. Nei momenti di crisi la scelta diventa incalzante: potremmo dire che, in questo momento, chiunque non è brigante e chiunque non passa a distanza, o è ferito o sta portando sulle sue spalle qualche ferito. Non rassegniamoci a vivere chiusi in un frammento di realtà. La promozione dell’amicizia sociale implica non solo l’avvicinamento tra gruppi sociali distanti a motivo di qualche periodo storico conflittuale, ma anche la ricerca di un rinnovato incontro con i settori più impoveriti e vulnerabili. Siamo chiamati a invitare e incontrarci in un “noi” che sia più forte della somma di piccole individualità. Rinunciamo alla meschinità e al risentimento dei particolarismi sterili, delle contrapposizioni senza fine. Smettiamo di nascondere il dolore delle perdite e facciamoci carico dei nostri delitti, della nostra ignavia e delle nostre menzogne. Come non c’è dialogo con l’altro senza identità personale, così non c’è apertura tra popoli se non a partire dall’amore alla terra, al popolo, ai propri tratti culturali. Prendersi cura della fragilità dice forza e tenerezza, dice lotta e fecondità in mezzo a un modello funzionalista e privatista che conduce inesorabilmente alla “cultura dello scarto”. Occorre riconoscere nella propria vita che «quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio». Di fatto, «il numero sempre crescente di interconnessioni e di comunicazioni che avviluppano il nostro pianeta rende più palpabile la consapevolezza dell’unità e della condivisione di un comune destino tra le Nazioni della terra. Se la società si regge primariamente sui criteri della libertà di mercato e dell’efficienza, non c’è posto per i fragili, e la fraternità (e la sorellanza) sarà tutt’al più un’espressione romantica. In questi momenti, nei quali tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, ci fa bene appellarci alla solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune.

    La società della cura è agli inizi di questo percorso dell’amicizia sociale soprattutto con il metodo delle convergenze. Nonostante provenienze da diversi percorsi non è l’unità che ci interessa, ma la convergenza che può rappresentare un passaggio verso una costruzione di amicizia sociale.

    Tra la società del profitto e la società della cura c’è il conflitto. Così si esprime Roberto De Lena, sottolineando il ruolo centrale del conflitto. E sempre con papa Francesco:

    È vero che le differenze generano conflitti, ma l’uniformità genera asfissia e fa sì che ci fagocitiamo culturalmente. Quando i conflitti non si risolvono ma si nascondono o si seppelliscono nel passato, ci sono silenzi che possono significare il rendersi complici di gravi errori. Invece la vera riconciliazione non rifugge dal conflitto, bensì si ottiene nel conflitto. È possibile cominciare dal basso e caso per caso, lottare per ciò che è più concreto e locale, fino all’ultimo angolo della del mondo. Le difficoltà che sembrano enormi sono l’opportunità per crescere, e non la scusa per la tristezza inerte che favorisce la sottomissione. Che la società si incammini verso il perseguimento del bene comune e, a partire da questa finalità, ricostruisca sempre nuovamente il suo ordine politico e sociale, il suo tessuto di relazioni, il suo progetto umano. Coi suoi gesti il buon samaritano ha mostrato che «l’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro».

    In un momento storico così delicato, dice Renato Di Nicola, i movimenti dovrebbero essere cerniere gli uni degli altri. Se le nostre proposte ricalcano il modello individualista faremo tante cose, ma non modificheremo la realtà, saremo come poteri che fanno le stesse cose. Cosa abbiamo dentro e che cosa fogliamo fare? Oggi l’organizzazione della paura e la sorveglianza hanno imposto attraverso vari lockdown un distanziamento sociale e la rivoluzione della cura delle relazioni ne è proprio l’antidoto. È molto interessante questo processo di convergenza, una rivalutazione del nostro agire. Forse non possiamo cambiare nei tempi e nei modi che vogliamo, ma c’è un ideale orizzonte. Stiamo già costruendo la società della cura.

    L’articolo è il frutto di una riflessione promossa all’interno di Attac Abruzzo-Molise
    E’ stato pubblicato sul sito “Comune info” ottobre 2020

    Antonio Delellis

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