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Milano in Comune : Carta delle regole e dei valori
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Scritto da Franco Calamida, 29-03-2017 15:55

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Si è costituita l' Associazione Milano in Comune . La ragion d' essere e gli intenti sono riportati nella Carta che segue.

Ultimo aggiornamento: 29-03-2017 15:55

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Leonida Calamida accolto nel Giardino dei Giusti
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Scritto da Franco Calamida, 29-03-2017 15:35

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, Rifondazione Comunista


E' successo di recente . Ovviamente ne sono lieto : in fondamentali scelte di vita ho seguito l' esempio di mio padre . Non parlava volentieri del periodo della lotta clandestina , raccontava piuttosto delle sue avventure di montagna. Ma una cosa lamentava , con garbo e comprensione , senza rimprovero alcuno e cioè che nessuno di quelli che aveva aiutato aveva avuto il piacere di incontralo a guerra finita . Il rammarico era questo : sarebbe stato bello per entrambi . Ma non vi diede gran peso , per nulla. Oggi di questo riconoscimento sarebbe lieto , contento , molto contento . E' stata buona cosa . E' stato un abbraccio collettivo , tra quanti han tanto sofferto , da non dimenticare mai e quanti non sono stati indifferenti , ma coraggiosi , perchè andava fatto. franco calamida .

Ultimo aggiornamento: 29-03-2017 15:35

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Reddito in assenza di lavoro o universale di cittadinanza?
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Scritto da Franco Calamida, 28-03-2017 17:45

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra

E' questione di grande atttualità . Credo che la scelta riguardi il modello di società . Sono contrario al reddito di cittadinanza e favorevole a quello minimo garantito . Inoltre penso che di egual rilievo dell 'obiettivo della redistribuzione del reddito sia l' obiettivo della redistribuzione del lavoro. Comunque : cominciamo a ragionarci , scambiamoci idee . Di seguito riporto la news redatta da Piero Basso che fornisce sul tema preziosi contributi . franco calamida .

 

Un appello

“Un appello” è il titolo che ho dato a questo numero della nostra newsletter, o lettera di controinformazione, o anche “circolare sinistra” come a un certo punto avremmo voluto chiamarla, pensando all'orientamento progressista di chi scrive e di chi legge queste righe, e alludendo anche alla linea filoviaria che percorre in senso antiorario i viali della circonvallazione esterna di Milano. Ci abbiamo rinunciato perché la parola “sinistra” oltre a significati positivi (progressista, dal lato del cuore) ne ha anche di negativi (minacciosa, funesta).

Ma l'appello del titolo non è certo l'argomento più importante che vi propongo, anzi è l'ultimo, come importanza e come collocazione, in fondo a tutto il resto. Non volevo però che lo trascuraste, dopo tanti altri argomenti, più e meno interessanti, più o meno attuali, più o meno noiosi. E' la prima volta, dopo tanti anni, che faccio appello alla vostra generosità con la richiesta di un contributo, e proprio l'eccezionalità dell'evento mi ha incoraggiato a dargli un certo rilievo.

 

L'oggetto principale di questo numero è ancora il reddito di cittadinanza, dopo che l'articolo di Laura Pennacchi, pubblicato dieci giorni fa, mi ha provocato numerosi messaggi di risposta, in generale favorevoli a una forma di sostegno al reddito del tipo proposto del movimento 5 stelle (che chiamandolo “reddito di cittadinanza” induce una notevole confusione). Riprendiamo il tema con  un articolo di Tito Boeri che fa chiarezza sulla differenza tra reddito minimo garantito e reddito di cittadinanza, e due articoli a favore e contro il reddito di cittadinanza.

 

Completano questo numero un saluto alle lettrici in occasione dell'8 marzo, un articolo di Ida Dominijanni sulla scissione nel PD, una nota sui gravissimi contenuti anti-costituzionali del libro bianco della difesa, e l'annuncio di due importanti convegni in programma a Milano nel mese di marzo, il primo contro la strisciante privatizzazione in atto dell'acqua, della salute e della conoscenza, il secondo sulle politiche europee contro il diritto d'asilo. Chiudo col già citato appello.

Buona lettura!

 

 

Otto marzo

Il prossimo 8 marzo saranno trascorsi esattamente cento anni da quel giorno del 1917 quando un'imponente manifestazione di donne invase le strade di San Pietroburgo, allora la capitale della Russia, chiedendo la fine della guerra e segnando l'inizio della prima fase della rivoluzione russa (la “rivoluzione di febbraio” secondo il calendario giuliano ancora in vigore in Russia sino alla rivoluzione).

Anche se l'8 marzo, anniversario dell'inizio di un durissimo sciopero delle operaie tessili newyorkesi, era già stato proclamato "giornata internazionale dell'operaia" dalla seconda conferenza internazionale delle donne socialiste, riunita a Copenhagen nell'ottobre del 1910, le manifestazioni che ebbero luogo negli anni successivi in diverse città europee e degli Stati Uniti si svolsero spesso in giorni diversi dall'8 marzo. Solo la grande eco della manifestazione di S. Pietroburgo portò, nel primo dopoguerra, a unificare in quel giorno tutte le manifestazioni di lotta in difesa dei diritti delle donne.

A oltre un secolo di distanza molte cose sono cambiate (non ovunque: l'incendio che nel 1911 causò la morte di 146 operaie dell'azienda tessile Triangle Shirt Waist di New York rimaste chiuse a chiave nei reparti mentre padroni e dirigenti si mettevano in salvo, si è ripetuto quattro anni fa, quasi identico ma con un numero molto maggiore di vittime, a Dacca, nel Bangladesh). La giornata di lotta è diventata, in parte, giorno di festa. Le rivendicazioni sono cambiate, l'accento, dai diritti sociali e politici, si è spostato sui diritti civili. Ma non è tramontato lo spirito che cento anni fa ha animato le donne che a S. Pietroburgo come a New York, a Parigi come a Berlino, sono scese in piazza per chiedere pace e diritti.

In questa occasione desidero ringraziare le mie lettrici, che sono spesso anche mie corrispondenti, per la loro fedeltà, per la loro attenzione, per i loro incoraggiamenti.

A tutte, buon otto marzo!

 

 

No al militarismo, sì alla pace, voto alle donne.

Estratti dal discorso di Jane Addams, fondatrice della Women International League for Peace and Freedom e premio Nobel per la pace nel 1931, al Congresso  internazionale delle donne per la pace dell’Aia, 1915

 

“Il massacro di esseri umani su vasta scala, pianificato e legalizzato, rappresenta in questo momento la somma di tutti i mali. Come donne, proviamo un senso di rivolta morale contro la crudeltà e la devastazione della guerra. Noi donne siamo le custodi della vita e non consentiremo più alla sua sconsiderata distruzione. Come donne, a cui è stata affidata la cura delle generazioni future, dei deboli e dei disabili, non sopporteremo più senza protestare l’ulteriore aggravio della cura degli uomini invalidi e mutilati, delle donne impoverite e degli orfani che la guerra ci impone. Noi donne, che nel passato abbiamo costruito con duro e paziente lavoro i fondamenti della vita familiare e delle attività produttive pacifiche, non ci lasceremo più ingannare da quel male devastante e non tollereremo che venga negato il primato della ragione e della giustizia attraverso cui la guerra oggi soffoca le forze morali del genere umano. Pertanto noi chiediamo che sia riconosciuto e rispettato il diritto di essere consultate su questioni che riguardano non solo la vita degli individui, ma anche delle nazioni e che alle donne sia data l’opportunità di decidere della guerra e della pace. Tra i punti della nostra risoluzione c’è la limitazione degli armamenti e la nazionalizzazione della produzione bellica, l’opposizione organizzata al militarismo, l’educazione della gioventù all’idea di pace, il controllo democratico della politica estera, l’estensione del voto alle donne, condizione perché i governi possano divenire più umani, l’unione tra le nazioni in alternativa all’equilibrio tra le potenze, l’azione per una graduale organizzazione internazionale che renda inutili le leggi di guerra, la sostituzione di eserciti e marine rivali con una forma di polizia internazionale, l’eliminazione delle cause economiche della guerra, la nomina da parte del nostro governo di una commissione di uomini e donne, con adeguati stanziamenti, per promuovere la pace internazionale.

 

 

Ancora sul «reddito di cittadinanza»

L’articolo di Laura Pennacchi che abbiamo proposto nell'ultima circolare (Perché al “reddito di cittadinanza” preferisco il lavoro, apparso sul “manifesto” del 29 gennaio) ha provocato diverse reazioni critiche, in generale favorevoli a qualche forma di sostegno al reddito. C'è chi, come Maurizio Sabbadini, sottolinea che l’Italia – caso quasi unico in Europa – manca tuttora di strumenti di sostegno/integrazione al reddito per la sempre più ampia platea dei lavoratori precari, informali, particolarmente colpiti in questi anni di crisi, e ci invita a dare voce alle «ragioni del sì». Altri ritiene che la bandiera del sostegno al reddito dovrebbe essere sostenuta e fatta propria dalla sinistra, e non lasciata ai soli 5 stelle presentatori, nel 2013, di una proposta di legge

(qui una presentazione rapida: http://www.huffingtonpost.it/2016/06/13/m5s-reddito-cittadinanza-_n_10438038.html e qui il testo del DDL: http://www.beppegrillo.it/marcia_perugia_assisi/pdf/DISEGNO-DI-LEGGE-REDDITO-DI-CITTADINANZA.pdf).

 

Purtroppo proprio questa proposta è all'origine di molta confusione, perché parla di “reddito di cittadinanza” mentre quello che viene proposto è tutt'altro, per cui mi sembra utile premettere agli articoli che seguono alcune semplici considerazioni (che traggo, per lo più, dal bel libro di Elena Granaglia e Magda Bolzoni, “Il reddito di base”).

Il “reddito di cittadinanza” è un contributo periodico versato dallo Stato a tutti i cittadini, indipendentemente dal reddito e da ogni altra condizione. Le giustificazioni sono di due tipi: da una parte si tratta di una specie di “dividendo” su tutte le ricchezze del mondo, date dalla natura o accumulate dalle generazioni precedenti; l'altra giustificazione risiede nel dovere della collettività di garantire a tutti il diritto all'esistenza.

Tutt'altra natura ha il “reddito minimo”, una misura rivolta a combattere la povertà nella forma di integrazione del reddito fino al raggiungimento di una certa soglia. Due sono i criteri per determinare questa soglia (come reddito al di sotto del quale scatta l'integrazione, e come livello che deve essere raggiunto con l'integrazione): un criterio “assoluto”, dato dal minimo necessario per soddisfare i bisogni fondamentali, e un criterio “relativo”, per esempio il 60% del reddito mediano.

L'integrazione al minimo può essere incondizionata (reddito minimo garantito) o subordinata a certe condizioni, in primis la disponibilità a lavorare, e in questo caso si parla di reddito di inserimento, o di inclusione. Anche qui le opzioni sono molte, dall'obbligo di accettare la prima proposta di lavoro, quale che sia, sino a considerazioni sulla qualità del lavoro disponibile, in termini di pericolosità, remunerazione, distanza dall'abitazione e simili. Una forma di incentivazione al lavoro consiste anche in una riduzione dell'assegno inferiore al reddito aggiuntivo da lavoro. L'obiettivo di queste politiche è di proteggere contro la povertà, incentivare al lavoro, contenere la spesa pubblica.

Infine un cenno alla “imposta negativa” per cui chi ha un reddito inferiore a una determinata soglia riceve un sussidio proporzionale alla differenza tra il reddito soglia e il proprio reddito, così come coloro che hanno redditi superiori pagano le imposte sulla differenza tra il proprio reddito e il reddito soglia.

 

Il reddito di cittadinanza è sostenuto, da ormai trent’anni, da un variegato schieramento che va da esponenti liberali di sinistra (è il caso del filosofo Van Parijs di cui pubblichiamo un’intervista) a settori della estrema sinistra (in particolare il filone di matrice operaista, particolarmente forte in Italia), e compare oggi per esempio nel programma del candidato socialista alle prossime elezioni presidenziali francesi Benoît Hamon (esso dovrebbe garantire, a regime, un reddito di 750 euro a tutti i francesi adulti), oltre a essere stato oggetto di un referendum in Svizzera lo scorso giugno.

Le forze politiche neoliberiste tendono naturalmente a vederlo come una misura iper-statalistica, ma non mancano anche in questo campo dei sostenitori “pelosi” (Milton Friedman, il padre del neoliberismo, è stato un sostenitore dell'imposta negativa), interessati in particolare alla possibilità di riassorbire in questo reddito sociale tutte le provvidenze del “vecchio” welfare, da sempre la loro bestia nera.

 

Maggiore accettazione incontrano le varie forme di reddito minimo, viste, a seconda dei punti di vista, come strumenti di lotta alla povertà o come “pezze” alla condizione delle crescenti masse di lavoratori poveri (“working poor”, come li chiama ormai senza peli sulla lingua la sociologia ufficiale), senza affatto ripensare un altro e nuovo modello di sviluppo (e di lavoro). Era questa, in sostanza, la preoccupazione espressa dall’articolo di Laura Pennacchi. Preoccupazione che riproponiamo in questa “Lettera” con un intervento dell’economista Michel Husson e che l’esperienza finlandese, dove si sta sperimentando su un campione di cittadini un “reddito di cittadinanza” (http://www.linkiesta.it/it/article/2017/01/05/modello-finlandia-volete-il-reddito-di-cittadinanza-scordatevi-il-welf/32871/ ), sembra purtroppo confermare.

 

La discussione comunque è aperta e saremo lieti di ospitare altri contributi e punti di vista dei lettori su questo importantissimo tema.

 

 

Reddito di cittadinanza o reddito minimo garantito?

In questo breve articolo di quattro anni fa (Reddito di cittadinanza e reddito minimo garantito, “la voce.info”, 5.03.2013, http://www.lavoce.info/archives/7397/reddito-di-cittadinanza-e-reddito-minimo-garantito/ ) Tito Boeri e Roberto Perotti facevano alcune importanti distinzioni che è bene tenere presenti. Da notare, anche, come i due economisti (neoliberali ancorché “di sinistra”) chiariscano che il “reddito minimo garantito” per il quale si pronunciano debba essere sostitutivo di altre componenti dello stato sociale.

 

Il reddito di cittadinanza

Il reddito di cittadinanza è un programma di contrasto alla povertà di tipo universalistico in cui la concessione del sussidio non è subordinata a un accertamento delle condizioni economiche e patrimoniali dell’individuo.  Il suo punto di forza è che non ha effetti distorsivi sulla decisione di lavorare. Supponiamo che lo Stato garantisca un reddito  di 1000 euro al mese  a chi non ha lavoro. Nessuno lavorerà per meno di 1000 euro. Ma difficilmente qualcuno accetterà un lavoro anche per 1200 euro: il guadagno netto sarebbe solo di 200 euro, perché dovrebbe rinunciare al sussidio di disoccupazione di 1000 euro.   Il reddito di cittadinanza  evita questo problema, perché viene assicurato a tutti indipendentemente dalla condizione lavorativa e dal reddito. Ma proprio per questo è economicamente infattibile. Con un calcolo approssimativo si può mostrare perché. Si consideri un  reddito di cittadinanza che garantisca a ogni individuo un trasferimento mensile, indipendentemente dal reddito e dalla situazione lavorativa,  di 500 euro al mese (un importo chiaramente prudenziale); si supponga che venga corrisposto ai circa  50 milioni di individui con più di 18 anni. Il totale della spesa per  questo programma sarebbe di 300 miliardi di euro, quasi il 20 per cento del Pil. Sarebbe anche probabilmente un programma politicamente ingestibile: come giustificare  agli elettori che ogni membro della famiglia Agnelli o Berlusconi percepisce un reddito garantito ogni mese?

 

Reddito minimo garantito: un programma per tutti ma selettivo

Il reddito minimo garantito (Rmg) è un programma universale e selettivo al tempo stesso, nel senso che è basato su regole uguali per tutti (non limitato ad alcune categorie di lavoratori come nella tradizione italiana), che subordinano la concessione del sussidio ad accertamenti su reddito e patrimonio di chi lo domanda. Questo è uno schema oggi esistente, pur in forme molto diverse, in tutti i paesi dell’Unione Europea a 15 (e in diversi nuovi stati membri). Il reddito minimo garantito dovrebbe sostituire e riordinare molti schemi preesistenti, riducendo sprechi ed evitando la compresenza di tanti strumenti presenti. Dovrebbe infatti sostituire le pensioni sociali e le integrazioni al minimo nonché tutte le prestazioni di indennità civile: assegno di assistenza, indennità di frequenza minori, pensioni di inabilità, e indennità di accompagnamento.  Questi sono programmi con obiettivi meritevoli, ma sviluppati in modo non coordinato. Andrebbero perciò riunificati all’interno del Rmg, prevedendo maggiorazioni per ciascuna tipologia di beneficiari. In questo modo, le maggiorazioni per invalidi, soggetti non deambulanti e soggetti non autosufficienti sarebbero condizionate alla prova dei mezzi. Nello specifico, il Rmg dovrebbe prevedere maggiorazioni per i figli a carico (in base all’età e al numero), i familiari disabili e le famiglie monogenitore. Inoltre dovrebbe essere progettato in modo tale da non scoraggiare il lavoro part-time e il lavoro occasionale.

 

Quanto costa e chi paga

Il Rmg dovrebbe essere finanziato a livello nazionale  con cofinanziamento a livello locale (nell’ordine del 10 per cento) delle prestazioni pecuniarie e in natura.

Ma quanto potrebbe costare il Rmg? È possibile fornire stime prudenziali (probabilmente in eccesso) secondo diverse ipotesi relativamente al suo ammontare e alle tipologie di redditi da considerare nel selezionare la platea dei beneficiari. Il Rmg andrebbe inizialmente introdotto a un livello abbastanza basso e poi incrementato anche come riconoscimento di un miglioramento nell’amministrazione dello strumento. Ad esempio, un Rmg da 500 euro potrebbe costare tra 8 e 10 miliardi di euro. Il livello più alto si raggiunge ipotizzando che, a causa dell’evasione fiscale, si riesca ad accertare solo l’85 per cento del reddito dei lavoratori autonomi e il 95 per cento di quello dei lavoratori dipendenti.

 

 

Il «reddito di base incondizionato» secondo Van Parijs

Philippe Van Parijs, filosofo ed economista belga, è uno dei più importanti sostenitori della proposta e dei movimenti per il basic income, cioè il vero e proprio “reddito di cittadinanza”.

Riproduciamo qui un’intervista apparsa di recente su “Alfabeta2”: https://www.alfabeta2.it/2014/03/29/reddito-base-incondizionato/ (dalla rivista “Mouvements”, traduzione dal francese di Davide Gallo Lassere).

 

“Mouvements”: Lei è uno dei principali sostenitori del reddito di base incondizionato nel mondo; com’è arrivato a difendere questa idea?

Philippe Van Parijs: Risale al 1982. Ci sono arrivato per due vie. La prima partiva dall’urgenza di proporre una soluzione ecologicamente responsabile alla disoccupazione. Vi era una disoccupazione molto importante in Belgio, e anche quando la congiuntura era buona, la disoccupazione non diminuiva. Per la grande coalizione dei padroni e dei sindacati, della sinistra e della destra, non vi era che una soluzione per risolvere questo problema: la crescita. Più precisamente, un crescita il cui tasso doveva essere più elevato del tasso di aumento della produttività, esso stesso elevato. Per degli ecologisti, tuttavia, una corsa accelerata alla crescita non poteva rappresentare una soluzione. È in questo contesto che mi è venuta l’idea di un reddito universale, che proposi allora di battezzare allocazione universale in modo da suggerire un’analogia con il suffragio universale.

Un tale reddito separa parzialmente il reddito generato dalla crescita e il contributo a questa crescita. Deve consentire di lavorare meno a quelle persone che lavorano troppo, liberando così degli impieghi a favore di altre persone che invece non trovano lavoro. Un reddito universale è una sorta di tecnica agile di redistribuzione del tempo di lavoro che affronta il problema della disoccupazione senza dover puntare su una corsa folle alla crescita.

La seconda via che mi ha condotto all’allocazione universale è più filosofica. All’inizio degli anni ’80, molte persone che, come me, si situavano a sinistra, si rendevano conto che non aveva più alcun senso vedere nel socialismo e nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione il futuro desiderabile del capitalismo. Si cominciò allora a riconoscere pienamente che se i regimi comunisti non avevano risposto alle speranze immense che avevano fatto nascere, non era per delle ragioni puramente contingenti. D’altra parte, era importante ai miei occhi riformulare una visione del futuro che potesse entusiasmare, farci sognare, mobilitarci. Ora, il reddito universale e incondizionato non è forse interpretabile come una via capitalista verso il comunismo, inteso come una società che può scrivere sul proprio vessillo: “da ognuno (volontariamente) secondo le sue capacità, a ciascuno (incondizionatamente) secondo i suoi bisogni”?

Una società di mercato dotata di un’allocazione universale può in effetti essere compresa come una società nella quale una parte del prodotto è distribuita secondo i bisogni di ciascuno, eventualmente variabile in funzione dell’età e integrabile a beneficio di certe persone che hanno dei bisogni particolari, per esempio di mobilità. Più questo reddito universale è elevato, più il contributo di ognuno alla società è un contributo volontario, motivato dall’interesse intrinseco all'attività svolta piuttosto che dal bisogno di guadagnarsi da vivere. Più la parte del prodotto distribuita sotto forma di reddito incondizionato è grande, più ci si avvicina a questa società “comunista”, intesa come una società in cui l’insieme della produzione è distribuito in funzione del bisogno anziché in funzione dei contributi. Se, da allora, ho scoperto numerosi predecessori e non ho ancora trovato alcun problema decisivo che mi abbia condotto ad abbandonare questa idea. Ho letto e ascoltato migliaia di obiezioni e ho rapidamente acquisito la convinzione che la più seria non sia di natura tecnica, economica o politica, bensì di natura etica, e a questa ho tentato di rispondere in Real Freedom for All. […]

 

Lei si ritiene un liberale ugualitario, giusto?

Esatto, un liberale di sinistra, se volete, a condizione di definire chiaramente questi termini. Essere “liberale”, in senso eminentemente filosofico, non significa essere pro-mercato o pro-capitalismo. Significa semplicemente sostenere che una società giusta non deve essere fondata su una concezione preliminare di ciò che deve essere una vita buona, su un privilegio accordato all’eterosessualità rispetto all’omosessualità, per esempio, o a una vita religiosa rispetto a una da libertino (o il contrario), ecc. Una concezione liberale presuppone che vi sia un modo per definire ciò che è una società giusta senza appoggiarsi su una concezione della vita buona, della perfezione umana – vita buona che certe istituzioni dovrebbero tentare di rendere possibile e ricompensare. Tra i liberali, però, vi sono quelli di destra e quelli di sinistra. Quelli di sinistra ritengono che sia a priori ingiusto che i membri di una società dispongano di mezzi ineguali per realizzare la loro concezione della vita buona. Di conseguenza, il giusto è l’uguaglianza delle risorse.

 

Nel 1986, ha partecipato alla creazione di ciò che diventerà il BIEN.

Il BIEN - Basic Income European Network, un’eccellente combinazione di un nome inglese e un acronimo francese o spagnolo, organizza un congresso ogni due anni. Nel 2004, al congresso di Barcellona, mi sono lasciato convincere, in particolare dal senatore brasiliano Eduardo Suplicy, a trasformare la nostra rete in una rete mondiale, mantenendo l’acronimo BIEN ma modificandone l’interpretazione in Earth Network. Era logico, visto il numero crescente di persone non europee che partecipavano al congresso.

 

Avete creato il BIEN nel 1986 e si è diffuso in diversi Paesi. Come spiega il fatto che nessun paese, anche sviluppato, abbia ancora messo in pratica l’allocazione universale né nemmeno incominciato un serio dibattito a tal proposito?

C’è stato un dibattito autentico in certi Paesi, ma a corrente alternata. Un caso esemplare sono i Paesi Bassi. […] Anche nei casi in cui non si è troppo lontani da una concreta realizzazione – i Paesi Bassi dispongono già di una pensione di base, di allocazioni familiari, di un reddito minimo condizionato e di crediti d’imposta rimborsabili – si tratta di un profondo cambiamento della maniera in cui si concepisce il funzionamento della società e la distribuzione dei redditi. Non si può dunque aspettarsi che tutto fili liscio come l’olio. Tanto più che ci sono diversi ostacoli contro i quali si sbatte sistematicamente.

Il primo può essere formulato sotto forma di un dilemma: o le cose vanno troppo bene economicamente, e ci si dice “non c’è bisogno di un’allocazione universale”, o vanno troppo male economicamente, e ci si dice “non c’è denaro per finanziarla”.

Il secondo ostacolo strutturale è che si tratta di un’idea che divide persone che sono abitualmente dalla stessa parte della barricata, a destra come a sinistra del resto. […] A sinistra, il conflitto riguarda un’altra questione: perché siamo contro lo sfruttamento capitalistico? Ce ne sono che sono contro lo sfruttamento poiché “è inaccettabile che i proletari siano obbligati a vendere la loro forza-lavoro”. In questo caso fornire un’allocazione universale è magnifico, poiché se i proletari lavorano è perché il lavoro è davvero attraente. Si tratta di uno strumento potente al servizio dell’emancipazione dei proletari, dunque se ci si situa a sinistra non si può che essere favorevoli. Ma ce ne sono altri che sono contro lo sfruttamento capitalistico perché permette ai capitalisti di vivere senza lavorare. Ora, i partigiani dell’allocazione universale vorrebbero estendere questa possibilità scandalosa all’insieme della popolazione offrendo a ognuno un’opzione che per fortuna oggi è privilegio di una piccola minoranza. La ragione etica dell’opposizione allo sfruttamento capitalistico è profondamente differente nei due casi, e il dibattito sull’allocazione universale rende manifesta questa tensione.

Un terzo ostacolo al quale è importante prestare attenzione riguarda l’opposizione dei sindacati. Ci sono certi sindacati che hanno sostenuto l’allocazione universale. Nei Paesi Bassi un sostenitore molto forte del movimento per l’allocazione universale, era un sindacato del settore agroalimentare con una maggioranza di donne e di lavoratori a tempo parziale. Non è un caso. Ma in generale i sindacati, nella misura in cui si interessano a un’idea così lontana dalle loro rivendicazioni tradizionali, sono piuttosto ostili. Peraltro l’allocazione universale rappresenta anche un formidabile fondo per gli scioperi: si può scioperare percependo l’allocazione universale. Ciò non dovrebbe costituire un’acquisizione cruciale dal punto di vista sindacale? Non necessariamente. Poiché, con l’allocazione universale, i lavoratori individuali sono anche meno dipendenti dai sindacati. […]

 

 

Utopia sociale o liquidazione del welfare?

L’articolo che segue è dell’economista marxista francese Michel Husson ed è apparso sull’inserto domenicale dell’“Humanité” del 23 giugno 2016 con il titolo Revenu universel. Utopie au temps d’Uber et des robots?  (http://www.humanite.fr/revenu-universel-utopie-au-temps-duber-et-des-robots-610145). Trad.it. Toni Muzzioli

 

Le nuove tecnologie condurranno – pare – ad un’ecatombe di posti di lavoro e l’invasione dei robot metterà in discussione l’esistenza stessa del lavoro salariato. Le ricchezze prodotte potrebbero dunque essere distribuite sotto forma di un reddito universale. L’idea è seducente, ma è valida?

Come ogni teoria, bisogna esaminare i suoi presupposti. Il primo è che l’automazione cancellerà buona parte dei posti di lavoro. Qui c’è molto del bluff:: in realtà parecchi economisti sono oggi preoccupati dal rallentamento della produttività, che fanno fatica a spiegare. Quanto agli studi sui quali si basano questi pronostici, essi sono criticabili, come ha appena mostrato l’OCSE, che riduce di cinque volte le previsioni più “catastrofiste”.

Il secondo postulato è che le piattaforme Internet stanno riducendo il lavoro salariato a favore del lavoro indipendente «uberizzato». Anche qui c’è non poca enfasi sull’ampiezza del processo.

Ma ammettiamo pure la realtà di queste evoluzioni. Ci vuole una ipotesi supplementare, e cioè che l’unica soluzione sia quella del reddito universale. Ed è qui che il ragionamento somiglia molto a una rinuncia. Perché la teoria funzioni, bisogna in effetti rinunciare ad altre risposte possibili alle evoluzioni citate.. la prima è la riduzione del tempo di lavoro: se effettivamente i robot si apprestano a sostituire il lavoro umano, allora la soluzione razionale è che gli esseri umani – tutte e tutti – lavorino di meno; e se effettivamente la «uberizzazione» è destinata a diffondersi, dovrebbe accompagnarsi a forme di protezione sociale professionale che garantiscano la continuità salariale e nel godimento dei diritti sociali.

L’evidenza del reddito universale è dunque discutibile, eppure è agitata tanto dagli ultraliberisti quanto da altri che vi vedono l’elemento centrale di una profonda trasformazione sociale. Certo, vi sono numerose varianti e sarebbe disonesto accomunare questi differenti progetti. Eppure, essi hanno tutti un punto in comune: l’idea di un reddito monetario: ognuno riceverebbe un assegno. La prima domanda che si pone è dunque: quale sarebbe la sua contropartita? Per i liberali sarebbe la soppressione di una parte più o meno importante del sistema di protezione sociale: minimi salariali, sussidi familiari, indennità di disoccupazione, sanità pubblica, pensioni. Il perimetro può variare, ma si tratta sempre della sostituzione di una parte della sicurezza sociale, intesa in senso ampio, tramite la corresponsione di un reddito, a saldo di tutto. Si tratta dunque di progetti reazionari.

I progetti progressisti, dal canto loro, immaginano un reddito d’esistenza incondizionato tale per cui ogni individuo sarebbe protetto dai rischi della vita, anche se non lavora. Qui ancora si pone la questione del finanziamento: se mi ammalo gravemente, me la devo cavare col mio “reddito universale” o posso ancora contare sulla sanità pubblica? Il «costo» della misura non è lo stesso e diventa enorme se lo stato sociale viene mantenuto, ciò che richiede un cambiamento molto profondo nella ripartizione dei redditi. Ma perché dovrebbe essere più facile da imporre, rispetto alla riduzione d’orario? La risposta che spesso si dà è che lo si farebbe gradualmente, ma allora la distinzione con i progetti liberisti si attenua molto, perché il reddito garantito non sarebbe più davvero un reddito “d’esistenza”.

È un assegno, e questo è certamente il punto di divergenza principale. Tutto il progresso sociale si è sviluppato a partire dalla rimessa in discussione della logica capitalistica che fa della forza-lavoro una merce come le altre. Questo processo di  «demercificazione» porta a una soddisfazione gratuita o quasi-dei diritti sociali: diritto all’educazione, alla sanità, alla pensione ecc. I progetti di reddito universale voltano le spalle a questo movimento, favorendo una «ri-mercificazione».

L’orizzonte della trasformazione sociale dovrebbe essere al contrario una società del tempo libero che estende il campo della gratuità, dei servizi pubblici, le sue tappe intermedie essendo la lotta per le 32 ore, la difesa dei servizi pubblici, così come la rivalorizzazione ed estensione dei redditi sociali.

 

 

Scissioni

Oltre cinquant'anni fa ho partecipato a una scissione: tra il '63 e il '64 la sinistra socialista uscì dal PSI per formare il PSIUP. Nel mio ricordo fu un evento drammatico, che coinvolse decine di migliaia di iscritti, in migliaia di assemblee, congressi, discussioni a tu per tu. I più riluttanti alla scissione eravamo proprio noi, mentre una parte della maggioranza non vedeva di malocchio la nostra uscita, ritenendo che fossimo dei disturbatori. Ci volle tempo prima di perdere ogni speranza nella possibilità di vincere la battaglia interna e di riportare il Partito sulla via del socialismo. Dovemmo scegliere tra fedeltà al partito e fedeltà agli ideali, e fu per tutti una scelta drammatica.

Da quello che leggo nei giornali l'attuale scissione nel PD mi sembra più un'operazione di vertice che il frutto di una lunga e appassionata battaglia per conquistare la mente e il cuore dei militanti.

Sul tema riporto alcuni stralci di un articolo di Ida Dominijanni, pubblicato su Huffington Post il 19/2/2017 (http://www.huffingtonpost.it/ida-dominijanni/)

 

Lo scongiuro della scissione

Ida Dominijanni

L’infinita soap-opera del Pd non ha dalla sua dei buoni sceneggiatori: né fra i protagonisti, né fra gli osservatori. A una classe politica che oscilla fra il non dare il meglio e il dare il peggio di sé fa riscontro un coro di cronisti e commentatori che oscillano a loro volta fra la foga di descriverla come un covo di vipere velenose e l’ansia di scongiurare una scissione che sarebbe al meglio incomprensibile, al peggio devastante. Il bilancio della parabola del Pd – dieci anni non ancora compiuti e vissuti molto pericolosamente – pencola infine fra quello di un partito mai nato, di una miscela mal riuscita e di un progetto mai decollato, a quello di un bene prezioso e irrinunciabile, dell’unico superstite del riformismo europeo, dell’ultima barriera della civiltà contro l’invasione dei barbari pentastellati o trumpisti.

Tutto questo non aiuta a capire se c’è, e qual è, la posta della partita che si sta giocando – malamente – nel Pd, ma anche fuori dal Pd: sono aperti altri cantieri, in primis quello del congresso di fondazione di Sinistra Italiana, e intanto non smobilitano le reti dei comitati nati a sostegno del No al referendum costituzionale. Si può continuare a guardare tutto questo come una commedia recitata da attori di second’ordine, con le batterie cariche di personalismi, ambizioni, rivincite e rancori incrociati. Oppure si può fare uno sforzo di generosità – ce ne vuole parecchia, lo so – e alzare, quantomeno, l’asticella delle aspettative e delle richieste, sperando che serva ad alzare anche quella delle risposte.

Lascerei perdere, intanto, gli scongiuri. Il fantasma delle scissioni perseguita la sinistra, e l’invocazione dell’unità la alimenta, da quando è nata. Già questa storica altalena dovrebbe dire qualcosa di un problema evidentemente mal posto. Non sempre la convivenza forzata è sinonimo di unità, e non sempre le divisioni sono foriere di sciagura. Non sempre l’unità è garanzia di un’identità riconoscibile, e non sempre le differenze condannano alla frammentazione. Un’articolazione non settaria delle differenze è ciò che da sempre manca alla sinistra e alla forma-partito disciplinata e disciplinare da cui la sinistra, fra mille trasmutazioni che della forma-partito hanno buttato il bambino tenendosi l’acqua sporca, non è mai riuscita a emanciparsi davvero.

[Ma questo è un discorso che ci porterebbe troppo lontano. Chiediamoci piutostose la scissione del PD può portare maggior chiarezza, e non maggior cupezza, nel quadro politico. Cominciamo con l'osservare che rispetto a dieci anni fa, quando il PD nacque, molte cose sono cambiate].

Nel frattempo si è rovesciato il mondo, ed è collassato il sistema politico italiano. Le sorti della globalizzazione non sono più magnifiche e progressive. La crisi del capitalismo finanziario ha smontato da sola le ricette neoliberali, con o senza lo zuccherino delle “terze vie” blairiane. La destra ha cambiato natura e da liberista si è fatta protezionista. I nazionalismi risorgono sotto la bandiera illusoria del sovranismo. E i popoli spremuti dalla crisi e, in Europa, dall’austerity si danno voce come possono e con chi trovano, sui una sponda e sull’altra dell’Atlantico: e tanto peggio per chi ha aspettato Trump per accorgersene, liquidando quattro anni fa il M5S a fenomeno effimero e transeunte e pensando di riportare il tripolarismo in un bipolarismo forzato a colpi di leggi elettorali incostituzionali e di riforme costituzionali sonoramente bocciate.

In un mondo così, torna non il bisogno, ma la necessità di una sinistra. Detta o non detta, dichiarata o sussurrata, esplicita o implicita, la posta in gioco della scissione del Pd, e più in generale dei lavori in corso in questo così denso fine settimana, è questa. Lo sanno benissimo i sacerdoti dello scongiuro, che non tralasciano talk show per mostrarsi esterrefatti e scandalizzati del riapparire dello spettro che il Pd avrebbe dovuto seppellire per sempre. La domanda vera è quanto ne siano consapevoli invece i protagonisti dello scontro. I quali stavolta, dentro e fuori dal Pd, sono pregati di fare sul serio. Il compito è urgente ma tutt’altro che facile, e tutt’altro che light. Lo dico con le parole di Carlo Galli (www.ragionipolitiche.wordpress.com) : una sinistra di governo (e di “protezione” non securitaria della società ) che tenga conto che la globalizzazione non è passata invano dovrà essere nei fatti rivoluzionaria, tanto è il peso delle macerie da spostare e delle nuove istituzioni da ricostruire”. Vietato bluffare, accontentarsi di un pur necessario cambio ai posti di comando, riproporre ricette usurate con l’aggiunta di un 3 o 4.0, diluire nel moderatismo la radicalità necessaria. Gli esami non finiscono mai, ma qualche volta sono ultimativi.

 

 

Libro bianco e guerre sporche

Il 10 febbraio scorso il Consiglio dei ministri ha approvato il disegno di legge che consentirà l’implementazione del “Libro Bianco per la sicurezza internazionale e la difesa” [per il testo testo completo del libro bianco: https://goo.gl/MBmU6s]. Un mix di retorica e analisi abborracciate utili a sostenere e giustificare scelte sempre più incompatibili con il dettato costituzionale e che non mettono in discussione, anzi si può dire che rilancino, operazioni disastrose come quelle in Somalia o in Libia.

Il “Libro” chiarisce da subito che per difesa si intende “la protezione degli interessi vitali e strategici dell’Italia” (§ 56), “interessi che hanno una dimensione necessariamente internazionale (§ 54)”. E se qualcuno considerasse troppo vago il concetto di “interesse nazionale”, verrebbe subito illuminato: si tratta di garantire “i nostri interessi economici” (§ 60) e la “libertà dei flussi commerciali” (§ 51).

Meno evidente è invece a chi si faccia riferimento quando si parla di “comunità internazionale”, ma forse qualche indizio lo possiamo trovare. L’ONU è a malapena citata, mentre il ruolo della NATO è più volte esaltato. Vale la pena leggere per intero il § 64: “La comunità transatlantica costituisce il secondo e più ampio cerchio di garanzia della difesa del Paese; la NATO, che ha garantito la pace nella regione euro-atlantica per quasi sessanta anni, rimane l’organizzazione di riferimento per questa comunità. Nel tempo la NATO è evoluta, assumendo un ruolo più ampio e diverso, ma è nella dimensione della difesa collettiva che essa trova la sua perdurante centralità. Ad oggi, solo l’Alleanza fra nord-americani ed europei è in grado di esercitare la dissuasione, la deterrenza e la difesa militare contro qualunque genere di minaccia”.

Viene poi auspicato che alcuni investimenti, considerati strategici per una politica comune di sicurezza europea, siano esclusi dal patto di stabilità, una proposta già avanzata al vertice NATO del 2014 dall’allora presidente del consiglio perché, come ebbe poi a ribadire, “figurarsi se uno sta attento allo ‘zero virgola’ sulla sicurezza”.

L’industria militare diventa un “pilastro tecnologico, manifatturiero, occupazionale, economico e di crescita senza eguali per il Sistema Paese” poiché “contribuisce, attraverso le esportazioni, al riequilibrio della bilancia commerciale e alla promozione di prodotti dell’industria nazionale in settori ad alta remunerazione” (§260).

“Una straordinaria e pericolosa concentrazione di potere militare ed economico senza precedenti nel nostro paese”, denunciano i sindacati di categoria, e, come si evince fra l’altro dal § 294: il Libro Bianco costituisce “direttiva ministeriale” a normativa vigente, dunque già operativa prima di qualsiasi confronto politico di merito con il Parlamento, parlamento pressoché silente, fatta qualche lodevole e rara eccezione.

Nulla si dice sul divieto di esportare materiali di armamento o tecnologia duale (civile-militare) verso governi in conflitto o che non rispettano i diritti umani così come viene accantonata ogni proposta riguardante la riduzione delle spese militari e l’eventuale loro riconversione sociale. Negli anni ’70-80 i lavoratori e i sindacati delle fabbriche d’armi si batterono per la riconversione delle industrie belliche: oggi dirigenti di queste industrie potranno assumere incarichi nelle Forze armate, contribuendo a determinare le politiche di quella che, in neolingua orwelliana, viene chiamata “difesa”.

[eb]

 

 

Ultimo aggiornamento: 28-03-2017 17:52

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L.Ferrajoli: l' attacco alle garanzie costituzionali
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Scritto da Franco Calamida, 06-11-2016 09:02

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Questa netta presa di posizione di Luigi Ferrajoli sul vero obiettivo del governo  Renzi  dovrebbe essere al centro della campagna referendaria e del confronto/scontro politico con i sostenitori del SI . Per questo lo riportiamo sperando di fare cosa utile.

Ultimo aggiornamento: 06-11-2016 09:02

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