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Roberto Mapelli : commento al doc.nazionale del Congresso PRC
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Scritto da Franco Calamida, 30-11-2011 14:47

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, Rifondazione Comunista


Riceviamo e volentieri pubblichiamo . Questo articolo sarà publicato sul prossimo numero di Progetto lavoro.

 

Roberto Mapelli

L’ago della bussola è rotto? PRC a congresso

Ho votato per il documento risultato maggioritario nel Comitato politico nazionale del PRC, solo perché preoccupato per la sua tenuta politica. Di questo documento sono profondamente insoddisfatto, ad alcuni contenuti importanti anche contrario. Affronto qui la concezione della società, del processo sociale e della politica sottesa al documento.

 

Esso nella sua primissima parte, che fa da preambolo complessivo di senso, parla di una concezione del comunismo definito “di società”, contrapposto al “socialismo di stato”. Ma, a parte un richiamo non spiegato al “socialismo del XXI secolo” latinoamericano, di “socialismo di società” non si parla, come si trattasse di passare direttamente dal capitalismo al “comunismo di società”, cioè come se quest’ultimo fosse dentro ai processi in corso “di società” in quanto immanente ai processi generali della contemporaneità. Invece proprio la crisi sistemica del capitalismo sta rimettendo al centro il tema del socialismo, a partire dall’America latina, inteso come modello di società che risponde direttamente alle attese concrete di liberazione, di eguaglianza, di solidarietà sociale e di democrazia partecipata dei soggetti dominati e sfruttati, che viene realizzandosi attraverso atti e momenti concreti, infine che ha a proprio presupposto concreto l’unificazione politica anticapitalistica di queste classi. Non c’è nessuna immanenza metafisica nel “socialismo del XXI secolo” latinoamericano, ci sono masse e forze politiche che definiscono il socialismo muovendo da attese reali e cercando di usare contraddizioni concrete. Assumendo questa prospettiva, occorre definire il comunismo (anche tenendo conto della débâcle del “socialismo di stato” ovvero del “socialismo reale”) come orizzonte largo di realizzazione storica di tali attese socialiste, financo attraverso il cambiamento dei profili antropologico-culturali degli individui; come il risultato, quindi, di una lotta dagli esiti per nulla scontati; dunque come il risultato di una lotta politica di classe da costruire, come comunisti, assieme ai soggetti dominati e sfruttati dal capitalismo, non “prima” e a prescindere.

 

La pretesa di un’attualità del “comunismo di società”, di cui la crisi è solo la prova provata, e la schematica contrapposizione tra “(comunismo di) società” e “(socialismo di) stato” portano il documento congressuale a non dire sostanzialmente nulla a proposito dei temi programmatici che enumera, facendone cioè sostanzialmente delle etichette. Vi si parla enfaticamente di “socializzazione dei mezzi di produzione” senza però dire (data se non altro la complessità delle formazioni sociali capitalistiche sviluppate) quale debba essere in questa socializzazione il ruolo dello stato. Di conseguenza nulla si dice a proposito della sua riorganizzazione socialista ovvero delle forme dei suoi rapporti con la società e segnatamente con i soggetti ex dominati e sfruttati, per esempio nulla si dice delle forme di intreccio tra istituzioni della democrazia diretta e istituzioni della democrazia delegata. Si pensa che possano bastare a muovere verso il “comunismo di società” socializzazione dei mezzi di produzione più partecipazione democratica? Cioè si pensa che a socializzazione dei mezzi di produzione e a generalizzazione della partecipazione democratica corrisponda la riduzione dello stato a pura amministrazione delle cose? Ancora, a socializzazione dei mezzi di produzione e a generalizzazione della partecipazione democratica il documento non unisce l’obiettivo della liberazione del lavoro dallo sfruttamento e dal complesso di condizioni disumane nelle quali spesso si svolge. Dunque si pensa che la configurazione dei rapporti di produzione nell’ambito del “comunismo di società” non faccia problema? Oppure si pensa che a socializzazione dei mezzi di produzione e a partecipazione democratica possano immediatamente corrispondere il superamento della forma di impresa dell’unità produttiva e l’estinzione radicale del mercato, che tutto diverrebbe “bene comune”, che la totalità dello scambio diverrebbe “demercificata”, che il denaro diverrebbe inutile, e così il risparmio e le banche? Non è un reato diventare anarchici metafisici: però intanto occorrerebbe esserne consapevoli, in secondo luogo per onestà intellettuale occorrerebbe dichiararlo, parlare quindi di “anarchismo di società”.

 

Il complesso di queste illusioni e di queste incertezze indica come il documento sia condizionato da assiomi astratti, di quelli cioè che intenzionalmente si sottraggono al dovere della propria validazione nell’analisi concreta della realtà specifica del capitalismo contemporaneo, dei suoi momenti e delle sue crisi, nonché al dovere della propria validazione nell’analisi concreta delle esperienze socialiste contemporanee, a partire proprio da quelle dell’America latina. Il primo assioma, evidente e sul quale non è il caso di ritornare, consiste in una concezione semplificata e banalizzata delle società contemporanee, dei loro processi economici, politici, culturali. Ciò che conta di esse è il conflitto tra il capitalismo e lo spirito comunista che sorvola il mondo. Il secondo assioma è, anche a seguito di questa concezione delle società contemporanee, una valutazione distorta della forza materiale ed egemonica di cui dispongono le strutture della cooperazione sociale, dunque una valutazione distorta, in più sensi, del grado di coesione e di organizzazione e del grado di soggettivazione politica delle classi. In altre parole quest’errore consiste, in primo luogo, in una sorta di metafisica rigida dei rapporti di forza, che impedisce di vedere i problemi delle classi dentro alla crisi in corso; in secondo luogo, e soprattutto, quest’errore porta a un’ipostatizzazione sistematicamente ottimistica delle possibilità concrete del proletariato e dei suoi possibili alleati di “movimento” in questo momento specifico della crisi capitalistica.

 

In altre parole ancora, nel definire la prospettiva realistica della lotta di classe in questo momento, quindi nel definire i compiti tattici e organizzativi di un partito comunista, non si guarda ai rapporti di forza politici e culturali concreti tra le classi e alla qualità concreta del conflitto che le classi subalterne riescono a praticare, e prima ancora a concepire, ma, deterministicamente, al processo economico oggettivo, quindi oggi della crisi sistemica in cui il capitalismo versa, e, idealisticamente, al “comunismo di società” come immanenza che nella crisi è possibile se non necessario che si materializzi, semplicemente in quanto essa è “sistemica”. Che essa sia sistemica è indubbio: ma che essa sia meccanicamente orientata al crollo del capitalismo è un altro. L’illusione “crollista” è stata propria in diversi momenti del movimento operaio, che ha dovuto poi farci i conti e criticarla, e con essa criticare le proprie tattiche attendiste oppure volontariste. Dunque la crisi in corso, analizzata a partire da quest’illusione, consente al documento di affermare vaste possibilità immediate di rottura sistemica alla lotta di classe dei lavoratori, e, data una tale situazione, la necessità di un intervento politico da parte comunista che queste possibilità porti alla loro coscienza, di conseguenza li porti a una sollevazione generale. Corollario di ciò è che si tratti di indicare obiettivi “dirompenti”. Corollario di ciò, poi, è che si tratti di andare sostanzialmente da soli, al più, per esigenze di bottega (il rientro nelle aule parlamentari) di sviluppare accordi puramente elettorali.

 

Tra gli assiomi astratti che portano a queste posizioni, ancora, è una concezione meccanicistica della storia, di essa cioè come di un susseguirsi necessario di modi di produzione sempre più sviluppati, in quanto determinati da un bisogno imperioso di sviluppo delle forze produttive, e che hanno nelle grandi crisi sistemiche il momento del parto. Di questa metafisica fu maestro Kautsky: che da un lato annegò il ruolo soggettivo dei lavoratori, quindi un loro ruolo possibile anziché necessario, nell’oggettivo movimento delle forze produttive, rendendo così concettualmente obbligato, appunto, che le crisi capitalistiche producessero il socialismo, dall’altro concepì apertamente il partito dei lavoratori come “ecclesia militans” ovvero come partito settario, puramente propagandista, attendista. L’intero Novecento si è premurato di falsificare in ogni momento della sua vicenda l’illusione meccanicista: le contraddizioni della società, in quanto non semplicemente economiche, propongono momenti critici nei quali si manifestano varie possibilità di soluzione, alcune (quelle conservatrici o antirivoluzionarie) spesso a portata di mano, altre (quelle rivoluzionarie) spesso da far maturare politicamente e nella coscienza dei soggetti dominati e sfruttati. In questa maturazione contano molto, dunque (come insegnano Lenin e Gramsci), i processi della politica.

 

Se di questo si tratta, l’illusione del documento congressuale di un comunismo “immanente” ovvero che nelle crisi non può non manifestarsi, e la conseguente attitudine settaria, ad andar da soli, in quanto rappresentanti monopolistici di quest’immanenza, sono estremamente pericolose: portano semplicemente all’autoisolamento dei comunisti, non semplicemente rispetto a possibili alleati, in vista di risultati parziali, ma rispetto alla propria classe, ai “movimenti”, ecc., e per una semplicissima ragione: l’incapacità dei comunisti di egemonia. L’egemonia infatti è possibile solo quando ci si disponga ad essere utili a ciò che classe dei lavoratori, movimenti, ecc. stanno facendo o pensano si debba fare. Solo a questa condizione è possibile riuscire a essere ascoltati e anche seguiti in fatto di indicazioni di obiettivi di più ampia portata.

 

In ultimo, il determinismo, in quanto paralizzante e auto-emarginante, richiede, come già scritto, un alibi idealistico. Come già scritto, esso risiede nell’immanenza del comunismo. Quest’immanenza però funziona come alibi se è in via di materializzazione, è davvero nei processi concreti della società. Quindi, poiché si tratta di un’invenzione, occorre inventarsi anche la sua materializzazione. Ciò porta il documento alla messa in campo di una sorta di comunismo “ultramovimentista”, apologetico cioè delle manifestazioni ideologiche molto radicalizzate di quote di leadership di movimento, scarsamente capace invece di valorizzare obiettivi concreti e soprattutto capacità di mobilitazione unitaria di forze larghe. Avviene così, per esempio, che della FIOM si veda la posizione classista molto netta ma non se ne vedano le terribili difficoltà, e che della CGIL si critichino acidamente, e a volte insensatamente, sia i tentativi di ricomposizione di un fronte largo del lavoro, necessariamente fatti anche di mediazioni, che le sue iniziative di sciopero generale e le sue manifestazioni di massa vengano espulse dal complesso di quelle di “movimento”. Ciò immaginando, la parte valorizzata dei movimenti in corso o ricorrenti nella società italiana, indubbiamente importanti, non solo per il coinvolgimento sociale spesso esteso ma anche per lo spettro esteso delle proposte e dei terreni di intervento, viene dunque emancipata da ogni relazione con il processo reale della politica e della stessa lotta di classe. Solo cioè a questa condizione i “movimenti” possono essere rappresentati come in grado di terremotare, sostanzialmente per proprio conto, il quadro sociale generale e di aprire più o meno alla svelta opportunità reali al cambiamento comunista di società. Si tratta perciò anche di una posizione incapace di un rapporto utile ai movimenti stessi: estremizzandone contenuti e inventandone possibilità immediate, essa sta a guardarli in attesa di risultati meravigliosi, si limita a dargli una mano pratica, invece di contribuire anche alla loro stabilizzazione e alla loro crescita politica, alla loro uscita da un primitivismo politico spesso subalterno (fatto per esempio di “antipolitica”), così come da ultrasinistrismi illusori.

 

Cambierà il PRC questo suo modo di rapportarsi alla realtà sociale, alla politica, a se stesso? Nelle crisi ogni forza politica è messa continuamente alla prova. E’ facile perciò subirvi sconfitte distruttive. Al PRC dunque serve rapidamente di cambiare.


Ultimo aggiornamento : 30-11-2011 14:47

   
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FtphwKXTZGSOFaE

Scritto da: yuhljulyzdd (Invitato) 12-12-2011 14:19

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Scritto da: yuhljulyzdd (Invitato IP 200.203.240.19) 12-12-2011 14:19

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AblULVqrTh

Scritto da: Lanette (Invitato) 11-12-2011 16:39

AblULVqrTh

Scritto da: Lanette (Invitato IP 109.230.216.60) 11-12-2011 16:39

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