Viva DP- Mario Dellacqua
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Scritto da Franco Calamida, 08-11-2011 15:01

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, CUB 1969


Raccontiamo la nostra storia . Un contributo di Mario Dellacqua .

 

 Splendidi sessantenni,

NON ULTIMI MOHICANI

 

L'incontro astigiano del 10 ottobre scorso con la storia di Dp ricostruita da Matteo Pucciarelli è stata un'idea dell'infaticabile e sempre allegro Roy Ragusa. Veramente il mio primo pensiero è volato verso quanti non ci sono più. Enzo Caiazza, Pino Bertolino, PierLuigi Zanchetta, insieme con molti altri che ho il torto di non menzionare, erano figure esemplari di umiltà, generosità e istruzione (di formazione universitaria o autodidatti).

 

La Fim-Cisl nel movimento sindacale e Democrazia proletaria sul piano politi-co sono stati il terreno della mia emancipazione dall'angustia parrocchiale e provin-ciale dei miei orizzonti. Da quelle parti - non solo a scuola - ho imparato ad esplorare i percorsi della lettura, della scrittura e del dibattito argomentato. Un bildungsroman ininterrotto che subì una svolta quando capii che l'attività politica è feconda e divertente solo se supportata da una capacità di osservazione e di ascolto che si acqui-sisce con il preventivo esercizio del silenzio: quanto più la trasmissione è collettiva, tanto più creativo, liberatorio e contagioso risulta l'impegno. Non è proprio sponta-neo, tuttavia, distinguere fra l'inchiesta fatta per trovare quello che cerchi e l'inchiesta fatta per tenere conto di quello che trovi se risulta diverso da quello che cercavi.

 

, , ci volevamo bene, come ad Asti ha ricordato Franco Calamida, il milanese più torinese di AO. Apparati ridotti all'osso, stipendi volatili per i funzionari, regime di perenne sottoscrizione fra gli attivisti: lo stile di vita interno da convento laico è stato il propellente etico di una minoranza che aveva bisogno di una robusta coesione e di un visibile egualitarismo per reggere le fatiche ingrate della scalata alla rappresentanza parlamentare. Quando questa arrivò al suo tetto (l'1,7 per cento!), cominciarono le grane, sia per amministrare il patrimonio acquisito, sia per difenderlo dalla concorrenza.

 

Ma già prima si potevano vedere i rischi che correva il convento laico: deriva settaria verso l'esterno e, all'interno, verbosità al limite della rissa tra chi vede in chi la pensa diversamente uno che sta cedendo alle controparti. Fu smisurata, ad esempio, la vivacità dello scontro fra sinistra alternativa e alternativa di sinistra (le due mozioni contrapposte al Congresso del 1982 poi mirabilmente fuse nello slogan “una sinistra alternativa per realizzare un'alternativa di sinistra”). Rilette ora “le due tesi dicevano praticamente le stesse cose”.  Fa bene Matteo Pucciarelli a notarlo seppur con divertita amarezza.

 

Eravamo un buon esempio di slancio partecipativo e di imprenditorialità proletaria ma, al dunque della crocetta che ci interessava, gli operai preferivano la grande ditta PCI. Forse non si fidavano perché chiedevamo salari più alti, lotte più incisive, dirigenti sindacali più intransigenti, diritti più esigibili pensando di poter portare così al potere le classi lavoratrici. Inoltre, non solo i partiti di governo, ci accusavano di cercare facili consensi tra gli scontenti agitando rivendicazioni demagogiche. Essere forza di governo significava farsi carico delle compatibilità, saper dire di no alle spinte corporative, anche a costo di perdere qualche consenso.

 

 

Forse non avevano tutti i torti perché, una volta giunti al tetto delle conquiste sindacali, giravamo a vuoto e non sapevamo come fare per proseguire nell'ascesa smaniosa. Arrivò l'ottobre del 1980 alla Fiat e ci fece scendere tutti in malo modo. Ma i teorici della visione nazionale avevano e hanno torto marcio sulla faccenda dei consensi a buon mercato e su questa faccenda farebbero più bella figura a osservare un ventennio di silenzio.

 

Chi andò a spiegare agli operai della Farmoplant di Massa Carrara che bisogna rinunciare alle produzioni nocive? Maurizio Sacconi o gli attivisti demoproletari? E chi praticò l'idea che per la pace e per l'ambiente, a costo di farsi licenziare dall'Ansaldo, è meglio lavorare per le fonti rinnovabili e non per i reattori nucleari? L'ingegner Alessandro Rossini o Giorgio Straquadanio? E chi andò a spiegare agli operai della Oto Melara (e alla loro Fiom) che l'industria bellica va riconvertita se non si vuole manifestare contro le dittature la domenica per produrre gli ordigni che le armano nel resto della settimana? Alberto Tridente o Giuliano Ferrara? E chi denunciò le forniture di armi italiane ai regimi sanguinari del Salvador e del Sud Africa? Luigi Cipriani o Roberto Formigoni? E chi propose in Europa quasi da solo una legge per la regolamentazione del commercio internazionale di armi? Pierferdy Casini o Eugenio Melandri? E chi andò a Cinisi dopo l'omicidio di Peppino Impastato a denunciare in una piazza circondata da finestre chiuse la matrice mafiosa di quell'atroce delitto, spacciato per suicidio di un terrorista? Angelino Alfano e Marcello Dell’Utri o Franco Calamida e Giovanni Russo Spena?

 

Senza molte delle idee di allora (redistribuzione della ricchezza, riconversione ecolo-gica dell'economia, disarmo, democrazia che sale dal basso e non scende dall'alto) è difficile pensare oggi al progresso e alla salvezza dell'umanità. Perciò grazie a Matteo Pucciarelli per averci restituito una storia cosiddetta minore che non merita di essere derisa e rigettata. Caso mai, parliamone senza furia demolitrice e senza l'indulgenza delle nostalgie apologetiche. Il mito della violenza, ad esempio, è una tentazione persistente. “Quando si vive secondo quella logica – racconta Paolo Miggiano a pag.127 – succede che il mezzo si mangia il fine e devi stare attento perché a furia di fare quelle cose finisci per essere la cosa che fai”.

 

Per parte mia, non penso che quella elettorale sia la madre di tutte le battaglie. Piuttosto è la sorgente di tutte le nostre disgrazie. E qui la recensione finisce, proprio là dove la discussione dovrebbe cominciare sul futuro.

 

Un caro saluto a tutti gli splendidi sessantenni o giù di lì che non si sentono come gli ultimi mohicani (Romano Luperini parlò nel 1979 di ultimi giapponesi). Per quanto siano sfigurate le classi, saltati i muri, defunti i partiti, ridicolizzate le scissioni, naufragate le unificazioni, globalizzate le economie, deperite le democrazie. La carovana non raggiunge l'utopia, ma è proprio l'utopia che fa andare avanti la carovana ...

 

 

Mario Dellacqua

 

 

Matteo PUCCIARELLI    Gli ultimi mohicani Una storia di Democrazia Proletaria,

Edizioni Alegre, Roma 2011, pp. 190, euro 16.

 


Ultimo aggiornamento : 08-11-2011 15:01

   
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Scritto da: vxumkteg (Invitato) 12-12-2011 14:08

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Scritto da: vxumkteg (Invitato IP 41.133.238.172) 12-12-2011 14:08

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Scritto da: lokzswa (Invitato) 12-12-2011 08:41

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Scritto da: lokzswa (Invitato IP 183.181.174.203) 12-12-2011 08:41

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EnNyeZaMbdzRNpBfj

Scritto da: Burchard (Invitato) 11-12-2011 10:30

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Scritto da: Burchard (Invitato IP 121.123.138.99) 11-12-2011 10:30

I'm quite pleased with the inforamiton in this one. TY!

 

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Già , ci volevamo bene....

Scritto da: calamida (Membro) 22-11-2011 17:41

Già , ci volevamo bene....

Scritto da: calamida (Membro IP 79.45.207.108) 22-11-2011 17:41

e per alcuni vale anche oggi . Viva gli spendidi sessantenni , ma anche i sttantenni non erano male : noi fummo i rivoluzionari , oggi non rivendichiamo nulla , stiamo nel presente , proprio perchè , allora fummo i rivoluzionari . 
Non ditelo agli odierni mediocri burocrati di mezza età , "dirigenti" di partito. Non capirebbero . E neppure sono invidiabili . Non si divertono .Noi siamo stati fortunati ; ancor oggi penso che se la politica ,almeno un poco, non diverte,qualcosa non va.

 

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