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Maria Grazia Meriggi : verso il Congresso del PRC
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Scritto da Franco Calamida, 29-10-2011 15:06

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Pubblicato in : PRC Zona 3, PRC Zona 3


Riportiamo l'intervento di Maria Grazia Meriggi , appassionato e che merita reiflessione , in preparazione del Congresso del Circolo Peppino Impastato - PRC .

Cari compagni e compagne, sull’esempio di Franco Calamida ho recuperato il mio intervento allo scorso congresso e ci  intervengo per attualizzarlo.

 Sul “fare” e il partito sociale, lanciato per una stagione intensa ma non con abbastanza convinzione. Esso è una proposta molto forte che a volte nemmeno gli stessi documenti politici centrali hanno sottolineato abbastanza. Tra l’altro ha una antica tradizione molto milanese e lombarda: il nucleo da cui si sviluppato il partito socialista del 1892 è il Partito operaio italiano che era appunto un partito sociale (allora si diceva “partito economico”). Lo sviluppo dei GAS va in questa direzione di contrasto al carovita ma anche di auto-organizzazione e di una idea  di scambio più democratica e rispettosa dell’ambiente. Se si riesce – come casa della sinistra – a fare uno sportello di consulenza degli immigrati come lo fanno la Cgil e a modo suo la Cisl per i lavoratori “emersi” e  insieme per i lavoratori autoctoni nelle diverse vertenze ad esempio sulla casa si riuscirebbe a far diventare concreto il partito sociale non sostituendosi ai servizi ma insegnando a coloro che si rivolgono a noi ad organizzarsi. La CGIL lavora su questo terreno meglio di quanto non comunichi ma noi potremmo essere un punto di riferimento per gli irregolari, ancora in cerca di lavoro. Questo diventerebbe anche un terreno reale di sperimentazione dell’unità dei nostri partiti e gruppi rendendo più corposa  quella FdS che non riesce a decollare al di là di una vaga formula elettorale.  Queste osservazioni di qualche anno fa mi sembrano riproponibili anche oggi.

Sulla questione del partito “utile” e del governo. Le elezioni non sono il solo terreno di una forza della sinistra di classe ma sono comunque un terreno molto importante, inutile autoingannarci. Tutti abbiamo sentito Landini , alla CdL il 13 ottobre, dire che le necessità e le urgenze gravissime dei lavoratori hanno bisogno anche di una risposta immediata e tutti, credo, lo condividiamo. Tuttavia la ragione che ha spinto la direzione del partito a rifiutare in questa fase di partecipare a un governo – pur condividendo l’impegno di chiudere con l’umiliante prosecuzione di quello attuale – è realistico. Basta sentire quello che Landini indicava come priorità di governo, l’abolizione dell’art 8, della legge 30, un legge sulla rappresentanza che inseguiamo da più di 20 anni, per capire che pochissime forze nel centro sinistra lo sottoscriverebbero. Il contesto europeo impone dei vincoli superabili solo con la volontà convergente della maggior parte delle forze di sinistra se queste tornassero al governo ma per adesso con una partecipazione al governo saremmo in grado di rendere evidenti le nostre priorità e di ottenerle? E’ una cosa su cui non ho le idee chiare e al congresso dovremo discuterne insieme.  La Linke in questo senso si è data un programma di opposizione netto e chiaro, che si può anche comunicare in forma divulgativa e semplificata che è un programma di governo alternativo. Mi pare che dovremmo sviluppare la nostra attività in questo senso: siamo all’opposizione non per incertezza e vocazione alla fludità insorgente (scusate la formula fantasiosa) ma per creare le condizioni per un governo più efficace. E dovremmo saperlo indicare: il partito ha già fatto uno sforzo in questo senso con il numero speciale di Liberazione ma questo programma alternativo dovrebbe diventare strumento di comunicazione di ognuno di noi nei propri luoghi di lavoro (o di studio, o di ricerca di lavoro…)

Per rendere più efficace la nostra attività mi pare che accanto ai circoli territoriali dovremmo affiancare dei gruppi tematici: e soprattutto lanciare i circoli di fabbrica, azienda, luogo di lavoro almeno come proposta e punto di riferimento per quei delegati e rappesentanti che fanno ancora nonostante tutto riferimento a una sinistra non liberista.

Nella nostra relazione con gli immigrati – questo aspetto resta attuale – dobbiamo smetterla di esibire una solidarietà solo morale che li vede come un “altro” indifferenziato, senza profonde distinzioni e conflitti al loro interno. Essi ci sono ben più vicini di quanto dica il razzismo xenofobo della Lega che ha fondato le sue fortune sulla cinica elaborazione di una insicurezza popolare che ha ragioni ben concrete (trasformazioni dell’economia, sotto-occupazione, precarietà, taglio di tutti i servizi, abbandono della manutenzione delle case dell’Aler) cui è stato offerto il classico capro espiatorio. Ma vanno loro offerte delle proposte organizzative – in questo la Cgil è “più avanti” – senza nascondere i problemi posti agli stessi immigrati da logiche interne alle loro comunità e da culture patriarcali. Non pensare agli immigrati attraverso il velo – scusate la battuta – dell’Islam anche se 
le moschee possono essere luoghi di incontro che li accompagnano nel trauma dell’emigrazione. 

Ma non si possono rimuovere dal nostro discorso i problemi messi in luce dalla manifestazione del 15 ottobre. I problemi delle manifestazioni violente hanno monopolizzato l’attenzione non solo de media avversari ma anche del movimento.[1]

Se ci sarà l’occasione dirò a voce nel mio intervento al congresso qualche riflessione sui cosiddetti “violenti” di oggi – e premetto che credo non abbiamo quasi niente a che fare con quelli di ieri. Ma vorrei sottolineare invece il problema posto dalle migliaia e migliaia di manifestanti pacifici. Le loro richieste – come quelle di questo movimento degli indignati in Europa – richiede una nuova grande autorevolezza della politica che può realizzarsi solo attraverso un rafforzamento della capacità di partiti di sinistra non liberista di trasformare radicalmente il ruolo delle istituzioni europee e di promuovere finalmente non solo a parole delle negoziazioni sindacali europee e non nazionali. La richiesta di un ritorno all’interventismo economico è indispensabile per rispondere agli indignati da New York a Roma e da Madrid a Tel Aviv! Allora il rifiuto sostanziale di dialogare con i partiti di questo movimento ci pone un problema di credibilità e utilità che è al centro della nostra ricostruzione. Da Pomigliano in poi da circa due anni la società italiana è in movimento senza che in quasi due anni ciò riesca nemmeno a scalfire le decisioni di politica economica e sociale. Uno strumento per far politica “dal basso e dall’alto” serve ancora, eccome.

Per finire: anch’io mi riconosco nella prima mozione.

Maria G Meriggi, Milano 29 ottobre 2011



[1] Ecco qualche osservazione sulla discussione sulla stampa, nelle riunioni e nei social networks a proposito dei W”violenti”. Direi che tanti nostri compagni  che negli anni Settanta erano nel Pci (non per fare il braccio armato di Pecchioli ma perché lo ritenevano la più solida trincea),  di solito hanno aderito alla tesi “sono infiltrati della questura” in perfetta continuità con l’analisi che allora davano dei movimenti e organizzazioni della lotta armata. Quelli che allora erano a vario titolo militanti nell’area dell’ Autonomia Operaia si sono entusiasmati, con poche eccezioni di quella che hanno letto come insorgenza costituente, figlia diretta delle loro esperienze. Coloro che militavano allora nelle organizzazioni della nuova sinistra hanno – credo a ragione – denunciato soprattutto  il fatto che migliaia di manifestanti fossero ostaggio della doppia prevaricazione, della polizia e di altri manifestanti autonominati “avanguardie”. Ma in tutti i casi, anche quest’ultimo, la reazione è stata in continuità con posizioni e situazione del passato. Ancor peggio coloro che hanno attribuito i fatti a contrasti politici fra gruppi per l’accesso alla rappresentanza politica (insomma come attacco al rapporto Casarini – SeL, all’istituzionalizzazione di Action ecc.) Mi sembra che queste analisi non tengano conto del fatto che la generazione – o una parte di essa – protagonista dei fatti è cresciuta in una situazione reale di negazione del futuro e dunque in una psicologica inchiodata al presente. In cui quindi il gesto anche “violento” non allude a un progetto antagonistico (tanto meno da “partito armato”): in questo senso i violenti e i non violenti sono assai più simili di quanto non siano apparsi alla stampa e alla pubblica opinione e hanno bisogno tutti di una direzione politica forte.


Ultimo aggiornamento : 29-10-2011 15:06

   
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