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Massimo Florio : la crisi infinita. Che fare? .
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Scritto da Franco Calamida, 10-09-2011 15:32

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Pubblicato in : ADESSO BASTA!, ADESSO BASTA!


Siamo all'arme quodiano per gli efetti della crisi e la manovra del governo aggredisce stato sociale e diritti costituzionali . La sinistra ha proposte , ma non tutte efficaci e assai diverse tra loro , non tutte con la centralità del problema lavoro . Massimo Florio propone una analisi della crisi e ipotesi per uscirne . A mio giudizio condivisibili e assai prossime alla piattaforma Cgil . Su queste sarebbe bene confrontarsi e , se condivise , convergere . Sarebbe bene lo facessero i partiti ma anche tutte le realtà sociali e associative della sinistra . Appunto per dar forza e credibilità alla sinistra , sociale e politica e condurre una campagna di comunicazione di massa che traduca in parole semplici , da tutti comprensibili , su ciò che gran parte dell sinistra vuole e ricerca unità ampia per ottenerlo.

La Crisi Infinita

Massimo Florio

 

5 Settembre 2011

 

 

Nel mese di Agosto del 2011 è apparso evidente che la crisi economica globale non è finita. Sono passati circa tre anni dall’ avvio conclamato della turbolenza. L’ atto di nascita ufficiale  era stato scritto il 15 Settembre 2008, con  il fallimento di Lehman Brothers, una delle maggiori società finanziarie degli Usa, fondata nel 1850, con fatturato di oltre 50 miliardi di dollari, e debiti per 639 miliardi. Si trattava allora del piu’ grande fallimento della storia del mondo. Ma era solo l’inizio conclamato (in realtà una tappa intermedia) di una crisi che viene da lontano e che presumibilmente durerà a lungo. Una cronologia dettagliata degli antefatti, assieme ad una raccolta di scritti interpretativi, è disponibile in un numero speciale da me curato per ‘Quale Stato’ (n.1-2 del 2009) (“Antologia della crisi globale”, scaricabile dal sito www.fpcgil.it). La tesi che ho sostenuto è che la crisi, nonostante si sia manifestata e si manifesti tuttora principalmente come un insieme di fenomeni finanziari, ha tuttavia radici reali, e non si risolverà pienamente finchè gli squilibri di fondo non saranno affrontati.

I fenomeni finanziari principali del 2008 erano stati la caduta del valore degli immobili negli USA, la conseguente ondata di insolvenze dei mutui garantiti dal valore dei beni ipotecati, quindi il crollo dei titoli di debito basati su varie miscele degli stessi mutui cartolarizzati, le perdite di bilancio delle società finanziarie detentrici di questi titoli ‘tossici’, la diffusa contrazione della liquidità interbancaria a seguito dell’incertezza su chi detenesse questi titoli, l’insolvenza delle società che ne avevano assicurato il valore, e infine, per un fenomeno di contagio, la caduta del prezzo delle azioni delle banche, ed infine di tutta la borsa e del mercato obbligazionario privato. A questi fenomeni finanziari, seguivano, prima negli Usa e poi altrove, a causa della contrazione del credito alle imprese, alla brusca caduta del valore del patrimonio delle famiglie (casa e titoli), e alla contrazione dei consumi derivante dal pessimismo diffuso, una ondata di licenziamenti e quindi l’innesco di un processo cumulativo di riduzione di consumi delle famiglie e investimenti delle imprese, con una profonda recessione reale.   La tesi che si trattasse invece di una tipica crisi finanziaria è stata sostenuta da vari economisti di orientamento liberista.  Ho commentato un tipico esempio di questa posizione  in “La crisi americana. Appunti di viaggio”, per  QA Rivista dell’Associazione Rossi-Doria (disponibile presso www.francoangeli.it).

Ci sono pochi dubbi che se i governi e le banche centrali non fossero intervenute nel 2008 e nel 2009 con una serie di provvedimenti di emergenza, la recessione che si era messa in moto a seguito della crisi finanziaria, sarebbe stata maggiore della “Grande Depressione” del 1929 e anni seguenti. Allora la disoccupazione negli Stati Uniti  passo’ dal 3% pre-crisi al 25% nel 1933, la caduta cumulativa della produzione fu di quasi il 50%, ed il contagio all’Europa, ed in particolare alla Germania, si ritiene sia stato fra le concause dell’ascesa del nazismo e quindi della seconda guerra mondiale (cui peraltro si attribuisce la chiusura della crisi negli Stati Uniti stessi a seguito dell’ incremento della spesa militare).

Benchè esiti cosi’ catastrofici siano fortunatemente stati evitati, i provvedimenti presi dalle autorità non sembrano sufficienti a chiudere la crisi. Quella che si è verificata nell’agosto  2011, si manifesta come una seconda crisi finanziaria, che questa volta coinvolge contemporaneamente Usa, Europa e Giappone. Negli Usa, nell’agosto del 2008, per la prima volta nella storia, il debito pubblico della maggiore potenza economica del mondo è stato declassato da una delle maggiori agenzie accreditate di valutazione dei titoli, dopo che l’amministrazione Obama era andata vicina alla mancata approvazione da parte di un Congresso ostile del provvedimento tecnico di ampliamento del debito. Benchè sia il declassamento del debito, che l’ostruzionismo  parlamentare, non debbano essere sopravvalutati, anche per le vistose incoerenze e strumentalità , il nodo che è emerso chiaramente è che gli Stati Uniti, nonostante due enormi immissioni di liquidità nel sistema, il salvataggio delle maggiori società finanziarie e persino automobilistiche, e una politica fiscale espansiva, non sono riusciti a fare diminuire significativamente la disoccupazione, a riavviare una ripresa robusa della produzione, mentre permane lo squilibrio della bilancia commerciale, e si aggrava il rapporto fra debito pubblico e Pil.

Dato che quest’ultimo indicatore per varie ragioni non cattura bene il reale stato di salute dell’economia, è utile concentrarsi sulla disoccupazione. Questa si aggira, nelle rilevazioni ufficiali statunitensi fra il 9 e il 10 per cento. Secondo Stiglitz ( “Bancarotta. L’economia globale in caduta libera”, Einaudi, 2010), una misura piu’ realistica della disoccupazione  che includa le forze di lavoro ‘scoraggiate’ (che rinunciano in certi periodi a cercare lavoro) e il part-time involontario, era del 10,8 % prima della crisi ed era balzata al 17,5% un anno dopo, con una popolazione attiva al minimo dal 1947 (l’anno del completo disarmo post-bellico). In alcuni stati, come California e Michigan, la disoccupazione effettiva è arrivata a superare il 20percento. Come spesso accade in questi casi, c’è stato contemporaneamnte un boom delle domande di assegni di invalidità, che in parte sono altra disoccupazione mascherata.

Come è noto, in Europa, l’impatto della crisi è stato disomogeneo. Minore in Germania, nei paesi nordici e in alcuni dei nuovi stati membri della UE, i quali per varie ragioni avevano un situazione economica e finanziaria piu’ solida, e particolarmente grave in paesi in cui vi erano state bolle immobiliari per certi versi analoghe a quella statunitense (Gran Bretagna e Spagna), o dove il settore bancario era partcolarmente esposto (Irlanda), o dove la competitività e la finanza pubblica soffrivano di problemi strutturali irrisolti (Grecia, Portogallo, Italia).

Infine, la terza  economia  avanzata del mondo, il Giappone, che da oltre un decennio si dibatte dagli esiti di una crisi immobiliare e bancaria precedente, veniva colpito dalla doppia catastrofe del terremoto e dell’incidente nucleare di Fukushima dello scorso anno, con conseguenti misure di finanza pubblica di emergenza, che hanno portato il rapporto debito/Pil a oltre  il 225 percento del Pil, con anche in questo caso declassamento dei titoli pubblici da parte di una delle agenzie di valutazione.

In tutte le tre aree economicamente avanzate del mondo, nel corso del mese di agosto di quest’anno, si è assistito ad un nuovo crollo delle borse, al cedimento dei valori dei titoli di stato, eccetto che per quelli considerati a minore rischio (Svizzera, Germania, Usa, e pochi altri), e soprattutto ad uno spettacolare aumento del prezzo dell’oro, che è sempre un segnale di paura.

Alcuni economisti (in particolare Nouriel Roubini , vedi La Repubblica, 2 Settembre 2011)) a questo punto non escludono una seconda recessione in termini reali (cioè una caduta assoluta del Pil per piu’ trimestri consecutivi), ed eventuali sconvolgimenti piu’ profondi quali l’insolvenza di alcuni stati europei, la loro uscita dall’Euro, o persino la disintegrazione dell’Euro e il ritorno alle valute nazionali.

Per varie ragioni, ritengo improbabile, tuttavia, che si possa verificare uno scenario cosi’ catastrofico (che bizzarramente qualcuno anche a sinistra sembra auspicare, come se la caduta dell’Euro potesse essere foriera di progresso ). L’insolvenza della Grecia è un dato di fatto, come lo è la difficoltà di rifinanziare il debito pubblico irlandese e portoghese, ma –anche a seguito degli interventi della Banca Centrale Europea e piu’ confusamente delle altre istitituzioni comunitare- non siamo ancora ad una crisi analoga a quella del dei titoli pubblici dell’Argentina, che avrebbe conseguenze sociali devastanti.   Lo scenario piu’ probabile sembra quello di una cronicizzazione della malattia, con tassi di disoccupazione effettiva che restano alti, bassa crescita in termini reali in molti paesi, e occasionali nuove tempeste finanziarie con successivi provvedimenti di emergenza.

Se si va verso una malattia che tende a cronicizzare, diviene importante andare oltre i sintomi, e cercare di comprenderne la natura di fondo. Fra gli economisti e i politici, circolano varie interpretazioni, da cui discendono diverse terapie a breve e medio termine.

Ne citerei tre, in modo schematico. La tesi di “destra” è che, come già nel 1929, le ragioni di fondo della crisi dipendano da eccesso di interventismo pubblico, in particolare nella politica delle abitazioni, nella regolamentazione dei mercati finanziari, e nella politica monetaria. In sostanza si ritiene che per ragioni demagogiche il sistema politico satatunitense abbia forzato il sistema finanziario a concedere mutui immobiliari ai poveri, che non potevano permetterseli, innescando un ciclo di aumento dei prezzi delle case del tutto artificiale, che non poteva che sgonfiarsi. Inoltre, la Federal Reserve, pur consapevole della ‘bolla’, avrebbe oscillato nella politica monetaria, prima abbassando enormemente il costo del denaro per le banche, poi bruscamente rialzandolo, determinando cosi’ sia la benzina per accendere l’incendio, che poi la doccia fredda per spegnerlo provocando pero’ un’ alluvione. Infine, sempre per ragioni di opportunismo politico, diversi governi e il congresso, avrebbero ufficialmente o ufficiosamente fatto capire al sistema finanziario che i rischi eccessivi che si assumeva sarebbero stati coperti da varie forme di garanzie pubbliche. Il corollario di questa tesi (che si puo’ trovare bene rappresentata nella raccolta di scritti a cura di A.Mingardi “La crisi ha ucciso il libero mercato?”, IBL Libri ), è che i governi dovrebbero evitare di intervenire, lasciando che la crisi dispieghi i suoi effetti per ritrovare un nuovo equilibrio piu’ sano, dopo avere spazzato via le imprese finanziarie (e non) peggio gestite.

La tesi di “sinistra”, sostenuta in particolare da Krugman e Stiglitz, e’ che i mercati finanziari abbiano una responsabilità storica nella crisi, essenzialmente dovuta ad un eccesso di avidità di guadagno, priva di controlli adeguati, che ha determinato anche grandi squilibri nella distribuzione dei redditi. La cura dovrebbe consistere in politiche fiscali espansive, molto piu’ coraggiose di quelle attuali, in quanto la domanda globale appare insufficiente, mettendo per il momento in secondo piano il problema della sostenibilità del debito pubblico e di rischi di inflazione. Esistono poi diverse versioni “centriste” della lettura dei fatti, che mescolano varie spiegazioni, e che propongono terapie in cui si combinano riduzioni della spesa pubblica, regolamentazione dei mercati finanziari, e qualche provvedimento cauto di sostegno al sistema produttivo (Obama e con varie osciallazioni anche vari governi dell’ Unione Europea).

Rispetto alla lettura Krugman-Stiglitz delle ragioni per cui ancora non stiamo venendo fuori dalla crisi, vorrei proporre una accentuazione di un aspetto che, benchè non sia assente nella impostazione degli economisti neo-keynesiani, forse meriterebbe di essere portato piu’ al centro della scena. Nella lettura di “sinistra”, la domanda globale negli anni precenti lo scoppio conclamato dell’epidemia sarebbe stata insufficiente. Stiglitz, nel libro già citato, osserva che il reddito mediano negli Usa nel 2008 era inferiore del 4% in termini reali rispetto al 2000, mentre il Pil procapite era superiore del 10%. Mentre quest’ultimo è semplicemente il Pil aggregato diviso la popolazione, il reddito mediano è il valore ‘centrale’ che divide a metà la popolazione. La media è influenzata fortemente dalla asimmetria della distribuzione, e in particolare dalla vertiginosa espansione dei redditi alti. Ad esempio lo stipendio nel 2009 il compenso medio degli amministratori delle maggiori 500 imprese Usa è stato di 10,5 milioni di dollari, pari a 344 volte lo stipendio medio di un lavoratore. I 50 top manager dei fondi di investimento in media hanno ricevuto compensi  per 588 milioni di dollari in un anno, pari a 19000 volte un lavoratore-tipo (Stiglitz, op.cit., pag 392). La mediana ci dà un’idea piu’ chiara della asimmetria della crescita dei redditi negli Usa, con la maggioranza della popolazione che guadagna un po’ di meno in termini reali, e il Pil medio che cresce perché una minoranza guadagna molto di di piu’.

E’ difficile tuttavia sostenere che negli anni passati vi sia stata una debolezza della domanda globale. I consumi, negli Usa e nel resto del mondo (soprattutto in Cina, Brasile ed altre economie emergenti) sono cresciuti fortemente. Il punto che a me sembra centrale, è che mentre in alcuni paesi, ad esempio la Cina, l’India, il Brasile, i consumi sono cresciuti grazie alla crescita del  reddito delle famiglie, negli Stati Uniti e altrove, sono cresciuti grazie alla crescita del debito delle famiglie. In altre parole, non c’è stato un problema di domanda globale insufficiente, ma di domanda non sostenibile data la distribuzione del reddito in alcuni paesi-chiave dell’economia contemporanea.

Vi sono due aspetti della distribuzione del reddito che sono centrali in questa lettura strutturale della crisi: la distribuzione fra paesi e fra tipi di reddito. Per quanto riguarda la prima, è evidente che da due decenni sia in crescita la quota del prodotto mondiale dei paesi emergenti, e in diminuizione relativa quella delle economie capitalistiche sviluppate. Questo processo si accompagna tuttavia a grandi squilibri delle bilance commerciali. Il motore sono gli Stati Uniti, i quali acquistano dal resto del mondo “ a debito”, cioè facendosi fare credito dai venditori, sfruttando la rendita che deriva loro dalla status solitario di superpotenza. Al di là del declassamento del debito, il mondo continua a credere che sia impensabile un fallimento del debito pubblico statunitense e quindi del dollaro, e lo squilibrio quindi permane. Le implicazioni di questa asimmetria sono molto complesse, ma sembra evidente che vi è qualcosa di insano nel fatto che la Cina, i paesi produttori di petrolio, ed altri, siano costretti per potere vendere a farsi pagare con sempre crescenti, quasi illimitati, crediti concessi al cliente. Nessun altro paese del mondo potrebbe mantenere questa posizione per un tempo indefinito. Prima o poi ne deriverebbe un deprezzamento della valuta, cui corrisponderebbe un drastico spostamento della ricchezza reale dagli Usa ai paesi verso cui mantiene il disavanzo commerciale. Ne deriverebbe  anche una crisi nella capacità dei paesi-fornitori di esportare verso gli Usa. 

Questo problema è ben noto, ed  ha enormi implicazioni anche geo-politiche ( per i conservatori Usa, si tratta di preservare un “secolo americano”, contro la minaccia di un “secolo cinese”).

Forse meno in evidenza nel dibattito, è il tema della distribuzione dei redditi fra fattori di produzione. Storicamente, nel secolo scorso, salvo gli sconvoglimenti bellici e di crisi specifiche, una sorta di patto sociale aveva determinato un rapporto costante nella distribuzione dei redditi fra lavoro e capitale, nell’ordine di rispettivamente due terzi e un terzo del prodotto nazionale di ciascun paese (anche se ovviamente con oscillazioni nel tempo e diversità fra paesi). Questo ‘patto’ si è rotto a partire dagli anni ’80, e la quota dei redditi da capitale è salita bruscamente, forse oltre il 40 percento negli anni pre-crisi, facendo scendere automaticamente quella del lavoro. La misurazione è difficile, ma l’intuizione è abbastanza chiara. Una espansione dei profitti a lungo termine non puo’ che basarsi sulla crescita dei consumi e degli investimenti reali, ma poiché il reddito della grande maggioranza delle famiglie, quelle che essenzialmente hanno redditi da lavoro, cresce poco, l”invenzione” finanziaria- soprattutto, ma non solo americana- è stata quella di favorire l’indebitamento delle famiglie, oltre ogni ragionevole misura. Certo –qui hanno ragione i conservatori, con il sostegno accomodante della politica e delle autorità monetarie.  Ma al di là delle motivazione degli attori, quello che conta è l’aspetto ‘necessario’ di questo tipo di politiche per mantenere un certo tasso di crescita, sia pure drogato. La crescita passata, molto piu’ sostenuta, degli Usa rispetto all’ Europa, va letta anche in questa luce, oltre che al mantenimento di una certa supremazia tecnologica e manageriali in alcuni campi. 

Se le cose stanno cosi’, la crisi non finirà senza il ritorno a una piu’ equa distribuzione fra redditi da lavoro e da capitale, piu’ sostenibile da punto di vista dell’accumulazione di capitale. Questo argomento non è principalmente di tipo etico o politico, anche se ovviamente questi aspetti non sono trascurabili. L’argomento che propongo è principalmente dell’emergenza di un problema strutturale. E potrebbe essere cosi’ sintetizzato. Il capitalismo per funzionare richiede certe proporzioni macroeconomiche, non solo di domanda globale, ma anche di sostenibilità nel tempo di questa domanda privata (oltre che pubblica). La questione dei mutui immobiliari da questo punto di vista è un perfetto esempio. Perché il settore legato alla rendita immobiliare (costruzioni, compravendite) possa funzionare ed espandersi regolarmente, occorre che abbia non solo un volume crescente di domanda dei clienti di abitazioni, ma che questi clienti siano complessivamente solvibili. Questi possono indebitarsi ampiamente, ma il fondamento della possibilità di restituire il mutuo della casa è una aspettativa a lungo termine di reddito, che generi sufficiente risparmio futuro per compensare il debito presente. In questo senso, la tesi di “destra” è tecnicamente errata. E’ vero che politiche orientate ai mutui facili o in generale accomodanti possono avere esacerbato il problema, ma la questione vera è che senza quelle politiche, ad esempio chiedendo anticipi piu’ alti e maggiori garanzie ai mutuatari, tutto il comparto immobiliare avrebbe ristagnato, perché se il reddito mediano diminuisce, la famiglia mediana non puo’ risparmiare quanto basta per ripagare nel futuro con un certo tasso di interesse il debito presente. Deve esistere una relazione intertemporale ben precisa fra tasso di crescita del reddito (che è principalmente reddito da lavoro), tasso di interesse (che è reddito da capitale), e possibilità di indebitarsi prima e risparmiare poi. Se questo squilibrio di estende dal mutuo per la casa, alla assicurazione sanitaria, al debito per fare studiare i figli, o per acquistare l’automobile, si intuisce forse che il problema americano fondamentalmente sta in una sproporzione fra tasso di crescita del reddito di capitale e tasso di crescita del reddito delle famiglie.

Si potrebbe pensare che siano i percettori stessi di redditi da capitale a potere sostenere la domanda con le loro spese in beni di lusso, ecc., in una sorta di invenzione del moto perpetuo, per cui il reddito da capitale si alimenta prevalentemente da se stesso. Ma è un sogno ( o un incubo), compatibile forse con sistemi pre-capitalistici, in cui il lavoro è in condizione servile, non con un’economia di mercato, che presuppone lavoratori-consumatori. Il tasso di risparmio dei percettori di alti redditi, che sono di fatto tutti redditi da capitale, è molto alto per la semplice ragione che –per quante spese folli possano essere fatte da chi guadagna molto- è praticamente impossibile raggiungere le proporzioni di consumo necessarie ad autosostenere una grande economia.

 Sul piano interno, una redistribuzione permanente dei redditi fra lavoro e capitale comporterebbe non solo, e neppure principalmente, una generica politica fiscale espansiva, quanto una forte politica redistributiva in senso progressivo, possibilmente ex-ante, cioè sulle cause che derminano le sperequazioni, piuttosto che ex-post, attraverso le imposte.

Sul piano internazionale, una volta riconosciuta la natura in parte drogata della crescita americana degli untimi decenni, il nocciolo della faccenda sta nell’abbandono del dollaro come valuta di riserva fondamentale, e l’adozione di una valuta internazionale di riferimento. Questa scelta implica probabilmente  un’ampia redistribuzione dei redditi e dei consumi dagli Stati Uniti verso il resto del mondo.

Tralasciando qui questa dimensione internazionale del problema, che richiederebbe un discorso a parte, vorrei concentrarmi sulla prima questione, che almeno entro certi limiti puo’ essere attuata da singoli stati, anche senza bisogno di cordinamento internazionale.

La questione chiave è come ridimensionare il processo di finanziarizzazione dell’economia. I danni che tale processo provoca sono esposti in modo conciso ed efficace ad esempio da Ronald Dore (“Finanza Pigliatutto. Attendendo la rivincita dell’economia reale”, Il Mulino, 2009). Secondo Dore, un abbozzo di agenda per la riforma dovrebbe comprendere cinque punti:

a)      un sistema di licenze per i prodotti finanziari, che limiti la diffusione di titoli ‘arcani’ e con leva finanziaria elevata

b)      ridurre  in generale rapporti di indebitamento eccessivi per gli operatori

c)      tornare a separare il mercato dei mutui immobiliari dal resto della finanza

d)      introdurre la Tobin Tax, con una piccola aliquota, nell’ordine dello 0,5% sulle transazioni

e)      riportare le settore pubblico le borse, o le agenzie di valutazione del debito

f)        riabilitare in generale la funzione dell’intervento pubblico.

Per quanto non veda nulla di sbagliato in queste singole proposte, in fondo abbastanza moderate, non credo sarebbero sufficienti ad affrontare la questione alla radice. Se l’origine del problema è un meccanismo che altera in maniera non sostenibile la distribuzione dei redditi fra capitale e lavoro, è li’ che occorre intervenire.

Ex-post, il meccanismo correttivo non puo’ che esssere la tassazione ordinaria dei patrimoni. Negli ultimi, in relazione al caso italiano e alla necessità di alleggerirne il debito, si è tornati a parlare di imposta patrimoniale, intendendo un provvedimento una tantum di finanza straordinaria. Le proposte spaziano da una (legalmente dubbia) nuova tassazione dei capitali “scudati”, cioè illegalmente esportati e poi rientrati pagando una imposta estremamente bassa, ad una tassazione generica dei patrimoni al di sopra di una certa entità, a bizzarre idee sulla tassazione di specifici beni (quali le imbarcazioni), all’inevitabile appello alla lotta all’evasione, magari condito da un condono ennesimo. 

Nel campo della finanza straordinaria, per definizione, si puo’ dire di tutto, e non vorrei entrare su questo piano contingente. Una imposta ordinaria sui patrimoni è invece lo strumento tecnico per la redistribuzione ex-post in forma permanente, e appare migliore dell’imposta sui redditi da capitale. Significa sostanzialmente aggiungere alla dichiarazione dei redditi di tutti i soggetti di imposta una dichiarazione del patrimonio (beni immobili e mobili) ed assoggettare ad aliquota progressiva sia i patrimoni delle persone fisiche che di quelle giuridiche.

Penso che, se la correzione deve avvenire ex-post, questa sarebbe la via maestra.

Ma piu’ importante credo sarebbe una politica che alla radice faccia crescere la quota dei redditi da lavoro ex-ante. Qui la via maestra è esattamente opposta a quella perseguita in questi anni, poiché in definitiva la distribuzione dei redditi fra capitale e lavoro è anche, se non soprattutto, una questione di rapporti di forza.

Questi ultimi dipendono in modo abbastanza importante dalla tutela legale e sindacale delle condizioni di lavoro, in particolare appare preminente la questione dell’influenza dei rapporti di lavoro precario nello spingere verso il basso tutti i compensi dei lavoratori ( anche di quelli con contratti a tempo indeterminato, nonostante quanto spesso si dice). Uno dei provvedimenti del programma di Obama, poi attuato in misura modesta, ad esempio era la modifica della legislazione che negli Usa ha reso praticamente impossibile l’organizzazione sindacale nella maggior parte delle imprese. Nel corso di questi anni in Europa, al piu’ il problema che si è posto è stato quello di limitare i danni rispetto al tema della flessibilizzazione del mercato del lavoro, e al contenimento del suo costo per fare fronte alla concorrenza internazionale.

Il fatto che paesi con elevate tutele del lavoro siano anche molto competitivi è stato del tutto ignorato, e di fatto si è accettata l’dea che l’unico modo di sopravvivere alla globalizzazione dei mercati sia imporre salari bassi.

Progettare una politica sostenibile di alti salari sembra oggi impensabile, ma in realtà non è impossibile. In ‘Antologia della Crisi’ ho pubblicato un esempio relativo alla Germania (dove i salari sono molto piu’ alti che in Italia, ma dove secondo alcuni economisti debbono crescere per rendere il paese meno dipendente dalle esportazioni. Un altro esempio è questo: si potrebbe dare una netta preferenza fiscale alle imprese che (a) assumono, (b) assumono con contratti a tempo indeterminato, (c) pagano salari al di sopra dei minimi sindacali, anche nella forma di distribuzione di utili ai dipendenti. La tassazione ordinaria dei patrimoni potrebbe sostenere una politica di questo tipo, per cui le imprese dovrebbero scegliere tra fare una cattiva politica dei salari e allora essere piu’ tassate, o  una politica piu’ favorevole al lavoro e godere di una tassazione piu’ leggera. In sostanza, si potrebbe pensare di tassare l’inquinamento sociale provocato da una cattiva politica salariale, cosi’ come si tassa l’inquinamento ambientale.

 In secondo luogo, si dovrebbe tornare a incentivare il lavoro cooperativo, che anche in settori avanzati dal punto di vista tecnologico, puo’ essere una valida alternativa all’impresa capitalistica.  In terzo luogo, la politica retributiva nel settore pubblico dovrebbe essere dignitosa, ed offrire ai lavoratori (veri) di settori come la sanità e l’istruzione, ma anche di rinnovate imprese pubbliche, compensi competitivi con quelli del settore privato. In quarto luogo, occorrerebbe forse introdurre –come in molti paesi-un adeguato salario mimimo orario legale per tutti, come soglia al di sotto della quale scattano sanzioni adeguate.

Sono solo alcuni esempi, molto schematici e solo illustrativi, di come si possa aumentare la quota del lavoro nella distribuzione dei redditi ex-ante. Non mancano esperienze concrete da studiare in vari paesi, che potrebbero entrare in un’agenda di intervento su larga scala.  Il punto fondamentale è lo sviluppo di una politica deliberatamente mirata ad aumentare il reddito da lavoro in qualunque forma (nel settore privato, pubblico, cooperativo, o nel terzo settore).

Le obiezioni che qualunque politica redistributiva provocherebbe aumento dell’evasione o delocalizzazione delle imprese all’estero, ovviamente debbono essere prese in considerazione, ma sarebbe sufficiente guardarsi intorno nel mondo per constatare che non è necessariamente cosi’.  Ad esempio, non è vero che i paesi in cui l’inquinamento ambientale è maggiormente perseguito hanno visto la fine della loro industria, purchè le regole e gli incentivi siano chiari. E’ il caso della Germania. Lo stesso in certa misura vale per l’inquinamento sociale derivante dalle politiche di bassi salari. In molti paesi l’evasione fiscale e contributiva semplicemente non è una opzione praticabile su vasta scala. E la delocalizzazione solitamente non dipende principalmente da differenze del costo del lavoro (a meno che si tratti di differenze cosi’ enormi, che in sostanza si tratta di produzioni decotte, ormai da tempo non piu’ compatibili con un’economia sviluppata).

Piu’ in generale, occorre comprendere a fondo i meccanismi che generano le rendite finanziarie. Queste sono ormai solo in misura modesta legate al profitto delle imprese di produzione, e in realtà inquinano la stessa produzione reale (come giustamente afferma Dore), ad esempio attirando giovani brillanti verso attività dannose invece che nella produzione di beni utili. Un ‘prodotto finanziario’ non è affatto un ‘prodotto’ in questo senso, ma ha esso stesso bisogno di un riferimento virtuale, spesso fantastico ai beni. Prevenire la formazione di rendite derivanti da questa forma di capitalismo insostenibile, o -se non si puo’ prevenire, tassarne gli esiti e redistribure in senso progressivo, dovrebbe essere interessare persino i capitalisti. In questo senso Keynes era un riformista ed un realista negli anni ‘30, e gli appelli attuali di alcuni ricchi ad essere maggiormente tassati ottanta anni dopo forse non dovrebbero essere visti come una questione di filantropia, ma di realismo e di lungimiranza .

Dato che nessuna grande forza politica è oggi in campo per prendere in considerazione come punti nodali dell’agenda queste due riforme redistributive del capitalismo , quella fra paesi e quella fra capitale e lavoro, l’ipotesi piu’ probabile, e forse persino la meno pericolosa, in mancanza di meglio, è quella della cronicizzazione della malattia, che purtroppo alimenterà comunque  molta piu’ sofferenza sociale di quanto sarebbe possibile con le  risorse reali di cui l’economia globalmente dispone.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Ultimo aggiornamento : 10-09-2011 15:32

   
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