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Il governo ladro di diritti scippa gli anni 70
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Scritto da Franco Calamida, 08-09-2011 09:40

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Pubblicato in : ADESSO BASTA!, ADESSO BASTA!


Cancellare gli anni 70 , l'egualitarismo del 68 69 : sono i dogmi del Governo e della Confindustria .
Le conquiste di decenni di lotta sono minacciate , in  parte già annullate .
Ma cosa furono , in realtà , quelle conquiste ? Lo racconta in bell' articolo , che verrà pubblicato dalla rivista  Progetto lavoro , Maria Grazia Meriggi , militante del movimento di quegli anni e storica del movimento operaio .    franco calamida .

La soluzione di massacro sociale scelta del governo per fronteggiare il deficit di bilancio connesso al perdurare della crisi economica ha un aspetto largamente condiviso dai governi di tutta Europa e uno nostro specifico. Tratteremo del secondo, senza dimenticare l’importanza del primo. A proposito del quale, dobbiamo ammettere che anche nella crisi del ’29, alcuni anni dovettero passare perché le élites dirigenti si rendessero conto del carattere nuovo e distruttivo di quella crisi: per anni nel ’30, nel ’31 vediamo ancora il Bureau International du Travail discutere degli effetti degli alti salari o della difesa delle monete… Le soluzioni innovative alla crisi sono ancora in tutta Europa appannaggio di economisti emarginati dalle grandi istituzioni meanstream e di componenti importanti del mondo sindacale. In Italia la manovra – come è ben noto – assume aspetti particolarmente iniqui e predatori ma è  diventata anche l’occasione, il pretesto per un regolamento di conti di lungo periodo, per inserirvi  l’attacco ai diritti acquisiti delle lavoratrici e dei lavoratori. Le condizioni negoziali- contratto nazionale- e legislative-Statuto del Lavoratori- che hanno costituito un argine residuo nei lunghi anni che ci separano dal 1980, data al tempo stesso reale e simbolica delle sconfitte dei lavoratori organizzati, potrebbero uscire stravolte definitivamente dalla manovra “d’agosto”.

In questo modo il governo farebbe definitivamente i conti con quanto resta degli anni Settanta che, isolati dai venti anni che li precedono e li preparano, vengono presentati come una fase caotica  dominata da una specie di dittatura dal basso di minoranze organizzate che avrebbero travolto l’ordinata società della gerarchia e del merito. L’egualitarismo diventa, in questa lettura la prevalenza della mediocrità invece di quello che è stato: l’eguaglianza nell’accesso a percorsi di formazione e a servizi rispetto ai quali il nostro paese era gravemente arretrato, l’adeguamento dei salari ai bisogni di una vita dignitosa, e la pari dignità dei lavoratori pur nel perdurare delle differenze di ruoli e funzioni.

In quegli anni, venne superato il welfare che aveva caratterizzato l’Italia del centrismo democristiano, un mix di casse e mutue ereditato dal fascismo e di concessioni corporative: innanzitutto con la riforma delle pensioni (1968). Il superamento delle gabbie salariali (1969) cercava di affermare l’effettiva eguaglianza dei cittadini-lavoratori e insieme di contribuire a superare il grave squilibrio fra Nord e Sud che ha gravato sul nostro paese fin dall’Unità. La riforma sanitaria, conclusasi nel 1978 con l’istituzione di un Servizio Sanitario Nazionale che l’Inghilterra laburista conosceva fin dal II dopoguerra (!) si è accompagnata a una legislazione particolarmente innovativa caratteristica di quegli anni: la cosiddetta “legge Basaglia”. Una legge particolarmente fraintesa e calunniata dalla stampa conservatice: che non negava affatto la specificità della sofferenza psichiatrica ma  aboliva il manicomio come luogo in cui si isolavano e opprimevano uomini e donne con una storia di devianza, di differenza e di sofferenza innanzitutto sociale e che ritornavano ad avere la parola per raccontarsi e giudicare  il mondo fuori da istituzioni che erano veri e propri residui degli ospizi della rivoluzione industriale in pieno Novecento. La riforma della scuola, il tentativo di intervenire sui prezzi del mercato immobiliare risalgono anch’essi agli anni Settanta.

 

Tutte queste conquiste sono state rese possibili e, nello stesso tempo, hanno accelerato un processo di unità fra i sindacati che come sappiamo si è spinto fino alla costruzione della federazione unitaria dei meccanici (FLM, 1972-1984). Non possiamo qui dilungarci in analisi approfondite cui si stanno ormai dedicando giovani storici, ma possiamo dire sinteticamente che proprio questo processo è indissociabile dal sindacato dei consigli, dal  ruolo che in quegli anni assumono, nel sindacato, i lavoratori che rimangono in produzione, lontani quindi dall’indispensabile professionalizzazione del “mestiere” della contrattazione e della mediazione del sindacato esterno ai luoghi di lavoro. Molto del prestigio di cui ancora il sindacato dispone è legato a quella stagione di centralità della manifestazione di bisogni e aspirazioni dei lavoratori nella politica sindacale. In quegli anni si sono integrate creativamente le due principali culture sindacali italiane: quella che tradizionalmente chiamiamo associativa e, rispettivamente, di classe generale, della Cisl e della Cgil. A partire dal 1955, dopo la sconfitta alle elezioni di CI della Fiat, attraverso la rimessa in discussione della rigida centralizzazione degli obbiettivi e delle forme di contrattazione che pure era stata una indispensabile risorsa negli anni del dopoguerra, la Cgil di Di Vittorio, le Camere del lavoro del Nord a partire da Torino cominciano a fare analisi dettagliata delle modifiche dell’organizzazione del lavoro, ma anche dei bisogni e della mentalità di un mondo del lavoro in profondo mutamento durante la grande migrazione dal Sud d’Italia, come lo è oggi dal Sud del mondo. La sensibilità del sindacato associativo, la Cisl nel corso di date importanti degli anni Sessanta è preziosa in questo cammino verso il rapporto con la specificità delle condizioni ma vivificato dall’assunzione del conflitto come fisiologia e non come patologia delle relazioni industriali. I delegati che si formano nelle lotte del ’68-’69 anche quando vengono da culture politiche precise condividono la dimensione di classe generale e la centralità delle esigenze e dei bisogni dei gruppi di lavoratori che li esprimono e li eleggono. L’unità sindacale nasce innanzitutto dalle loro esperienze. La contrattazione aziendale, quella nazionale e la legislazione del lavoro si integrano come non era mai avvenuto prima e subito infatti il mondo imprenditoriale cercherà di riproporre la scelta fra i livelli per impoverirne i contenuti: scegliere fra la tutela del contratto nazionale e la contrattazione aziendale in base alla produttività e ai profitti delle singole imprese, è un ritornello che governi di Destra e Confindustria non si stancano di ripetere da anni.

Lo Statuto dei Lavoratori (maggio 1970) porta finalmente la Costituzione, i diritti di libertà nei luoghi di lavoro – da cui era bandita, come il giovane Vittorio Foa notava nel primissimo dopoguerra. La giusta causa del licenziamento e soprattutto il reintegro hanno voluto dire molto nell’affermare la centralità dei lavoratori nella vita sociale. Il risarcimento monetario rientra nello schema liberale del rispetto dei reciproci interessi fra impresa e lavoratore. Il reintegro significa non solo che non si può arbitrariamente allontanare un lavoratore “scomodo” o “ribelle” ma che il posto di lavoro è un diritto del lavoratore e non una semplice “proprietà” a disposizione dell’impresa. Del resto, un po’ tutti i testimoni di quegli anni raccontano l’emozione dell’ingresso dei sindacalisti e degli “estranei” in fabbrica da cui erano banditi: la fabbrica, l’ufficio, non sono semplicemente “proprietà privata”, come lo sono le residenze degli imprenditori, ma luogo della cooperazione e del conflitto e quindi anche dei lavoratori associati. Quanto l’art. 18 si sia durevolmente insediato nella cultura del nostro paese lo dimostra il fatto che nonostante il mancato raggiungimento del quorum, il referendum per la sua estensione aveva riportato al voto, nel 2003, più di dieci milioni di uomini e donne, fra cui migliaia e migliaia di elettori astensionisti da più tornate elettorali.

Un’altra conquista significativa di quegli anni, gravida dell’egualitarismo tanto odiato dalla cultura della destra al governo, è quella delle 150 ore per il conseguimento del diploma in orario di lavoro. Non era solo il risarcimento di una generazione di lavoratori spesso entrati in produzione in età giovanissima. Era anche l’assunzione da parte del sindacato di un rapporto fra scuola e lavoro che non passasse solo dallo studio come veicolo di mobilità sociale – che comunque in Italia è praticamente inesistente – o come controllo dell’apprendistato, antica aspirazione e pratica del movimento operaio. Scuola e lavoro (non scuola e mercato del lavoro) dovevano intrecciarsi portando nella scuola tutti i saperi e le culture del lavoro in un momento di ridefinizione del ruolo degli insegnanti che coincise anche con la loro sindacalizzazione nel sindacato confederale.

Oggi col pretesto di “far cassa” si parla e straparla di “meritocrazia” in realtà negando che la scuola e l’università possano servire ad altro che ad una spendibilità immediata e diretta entro i limiti delle richieste di un sistema produttivo  debole e marginale. Si pretende – con  meno letterarietà – di tradurre in pratica la frase della presidentessa del Medef, la Confindustria francese, Laurence Parisot: se la vita è precaria, se l’amore è precario perché non il lavoro? Dimenticando che proprio la precarietà è un ostacolo alla formazione e alla stessa qualità delle prestazioni lavorative e non può che aggravare i limiti del nostro sistema produttivo. Il governo e Confindustria hanno fatto degli accordi separati e della divisione del sindacato una pratica ideologica, anche se nel mondo reale poi Fiom e Cgil continuano a fare con efficienza anche il loro mestiere contrattuale.

Le conquiste degli anni Settanta hanno avvicinato il welfare italiano agli standars europei ma insieme hanno abbozzato le linee di una democrazia in cui i lavoratori, le loro lotte e le loro conoscenze fossero risorse e motore di rinnovamento democratico. Se non pensiamo che essere lavoratore salariato debba essere necessariamente la maledizione di chi non ha saputo “arrivare nella vita” possiamo tranquillamente rivendicarne l’eredità e cercare di farne vivere  la capacità creativa e l’inesausta volontà di sapere chi sono i lavoratori, come operano e le condizioni della loro emancipazione.
Maria Grazia Meriggi .


Ultimo aggiornamento : 08-09-2011 09:40

   
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DksxqNEVcBL

Scritto da: xqoewn (Invitato) 12-12-2011 14:55

DksxqNEVcBL

Scritto da: xqoewn (Invitato IP 187.125.2.93) 12-12-2011 14:55

1XYg97 , rmphzvaienik, [link=http://rztweewxqylx.com/]rztweewxqylx[/link], http://nuennmuqwzdx.com/

 

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mKHfNwflDfopK

Scritto da: vxjkxnrgzpp (Invitato) 12-12-2011 09:06

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Scritto da: vxjkxnrgzpp (Invitato IP 187.32.229.130) 12-12-2011 09:06

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nzwFVkBbmbf

Scritto da: Sharleena (Invitato) 11-12-2011 06:34

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Scritto da: Sharleena (Invitato IP 188.165.240.52) 11-12-2011 06:34

Knocked my socks off with kwnodlege!

 

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