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Referendum e manovre governo - intervista a Elena Paciotti
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Scritto da Franco Calamida, 07-05-2011 09:43

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Pubblicato in : ADESSO BASTA!, ADESSO BASTA!


Una utilissima intervista ad Elena Paciotti , Presidente della Fondazione Lelio e LIsli Basso , sulle manovre del Governo per affossare i referendum .
PUBBLICATA DA EBDOMADARIO.COM.

Elena Paciotti è Presidente della Fondazione Lelio e Lisli Basso – Issoco. È stata magistrato e deputato al Parlamento Europeo. Contro il governo e la maggioranza schierata per impedire il voto ai referendum del 12 giugno su acqua pubblica, nucleare e legittimo impedimento, Paciotti ha sottoscritto, insieme a giuristi ed esponenti del mondo dell’economia e della cultura, un “Appello per i referendum”, che pubblichiamo in questo numero come editoriale.  
Presidente, potrebbe spiegarci il contesto in cui si inserisce tale appello? 
Il punto di partenza sembra già un caso di ordinaria follia legislativa. Tutto è cominciato con il decreto legge del 31 marzo 2011 recante “Disposizioni urgenti in favore della cultura, in materia di incroci tra settori della stampa e della televisione, di razionalizzazione dello spettro radioelettrico, di moratoria nucleare, di partecipazioni della Cassa depositi e prestiti, nonché per gli enti del Servizio sanitario nazionale della regione Abruzzo”. In esso, per effetto delle preoccupazioni suscitate dalla catastrofe di Fukushima, è stata inserita una disposizione proprio sulla moratoria nucleare. Il documento prevedeva il rinvio dei programmi di costruzione degli impianti. Poco dopo, in aprile, nel corso della conversione in legge del decreto, l’esecutivo ha introdotto un emendamento alla disposizione sulla moratoria nucleare. Il testo, in parte, riproduceva l’abrogazione delle diverse norme attinenti alla costruzione delle centrali nucleari, abrogazione  fortemente voluta dai presentatori del referendum che si dovrebbe tenere il 12 giugno. Per inciso ricordo che  il governo ha fissato questa data a un mese di distanza da quella delle elezioni amministrative. A parte i pesantissimi oneri per lo stremato bilancio statale, l’obiettivo è palese: impedire il raggiungimento del quorum. Nello stesso emendamento, introdotto e approvato dal Senato e ora all’esame della Camera, si legge, infatti, che “al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche sui profili relativi alla sicurezza nucleare tenendo conto dello sviluppo tecnologico e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione europea non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare”. L’espressione “non si procede” non equivale  necessariamente ad “abolizione”. Secondo un ultimo comma, inoltre, entro 12 mesi dalla data di entrata in vigore della legge di conversione, il Consiglio dei ministri adotterà la strategia energetica nazionale. Tutto ciò fa pensare ad una abrogazione temporanea delle norme sottoposte a referendum. Si tornerà, così, alla precedente moratoria. È evidente che ci troviamo di fronte ad una sorta di truffa legislativa. Il presidente del Consiglio, per di più, ha palesemente dichiarato l’intenzione di non voler rinunciare all’atomo, ma di volere solo evitare il referendum perché il popolo, sotto l’effetto del dramma di Fukushima, potrebbe votare emotivamente. Il Capo del governo ha confessato ciò che la dottrina costituzionalista aveva già denunciato: un abuso di potere della maggioranza ai danni del pronunciamento diretto tramite referendum del corpo elettorale. Il solo scopo dell’iniziativa è scongiurare il voto popolare.
È costituzionalmente possibile non celebrare un referendum manifestando l’esplicita volontà di riproporre in un prossimo futuro la sostanza dei quesiti contestati?
È un bel problema che, forse, la Corte costituzionale sarà invitata a risolvere. Dal punto di vista giuridico la faccenda è complicata. La Corte di Cassazione, intanto, si dovrà pronunciare sul testo della nuova legge, quando sarà definitivo, e valutarne la rispondenza o meno ai principi ispiratori del referendum. Nel caso in cui ciò non accadesse, bisognerà capire cosa fare. Sarà difficile spostare il referendum sulla nuova normativa dal momento che questa contiene l’aspetto positivo dell’abrogazione. Occorrerà forse rivolgersi alla Corte costituzionale per trovare una soluzione. Ma l’atteggiamento del governo è certamente scorretto dal punto di vista del rispetto del sistema democratico. La Costituzione italiana, infatti, prevede la possibilità per il popolo di pronunciarsi direttamente per l’abrogazione di una legge sgradita. È possibile che un’eventualità del genere venga impedita di fatto con un escamotage, perché non abbiamo strumenti sufficienti per evitarlo. Il presupposto di un ordinamento è che le istituzioni innanzitutto lo rispettino. Non esistono norme efficaci contro ogni possibile legge truffa. Il sistema costituzionale prevede che le leggi siano espressione della volontà generale e non di sistemi con i quali ostacolare l’esercizio dei poteri dello Stato. Molti si sono interrogati su questo aspetto: come ci si può comportare di fronte al mancato rispetto da parte delle più alte istituzioni dei loro doveri e prerogative. Forse si tratta di un problema insolubile. Le democrazie, in fin dei conti, si reggono sul presupposto che ai più alti livelli istituzionali le regole vengano rispettate. Può capitare che ci siano conflitti di attribuzione fra alcuni poteri dello Stato, ma ai massimi livelli – Presidenza della Repubblica, Presidenza del Consiglio, Corte Costituzionale – non c’è un terzo che risolva il conflitto. A quel livello le istituzioni si devono rispettare reciprocamente. Nel nostro caso non si vuole rispettare la volontà popolare da parte di un governo che si dichiara investito da quella stessa volontà. Può darsi che vi siano delle strade che, attraverso l’interpretazione delle norme vigenti o una dichiarazione di loro parziale incostituzionalità, consentano una via d’uscita. È un problema giuridico che dovrà essere esaminato.
Colui che spesso si appella ad una presunta sovranità popolare come depositario della medesima perché rappresentante della maggioranza dei voti, è lo stesso che nega la sovranità popolare sostenendo l’emotività della maggioranza degli elettori in merito al quesito sul nucleare. Non le sembra che le posizioni del Presidente del consiglio ne rivelino la totale debolezza e demagogia? 
Ciò che più mi ha impressionato in questa vicenda, è la plateale contraddizione del populismo berlusconiano. Il Capo del governo invoca ad ogni piè sospinto la vox populi per stravolgere qualsiasi limite costituzionale, attribuendo alle elezioni politiche la facoltà di una sorta di investitura intangibile. Questo avviene anche quando il voto è conquistato attraverso le suggestioni di promesse mai mantenute. Ovviamente, si tratta di un voto intangibile solo se a favore del Presidente del consiglio perché se indirizzato ad altre forze politiche, allora, diventa lecito acquisirne gli eletti tramite offerte di benefici. Nel caso del voto referendario, invece, la vox populi, in quanto contraria ai disegni del governo, si vuole messa a tacere, soppressa, ignorata. È assurdo sostenere che si voterebbe in condizioni di emotività. Chi misura gli stati d’animo dei votanti? Quando si fanno campagne mediatiche massicce sul pericolo degli immigrati o sulla sicurezza, in prossimità delle elezioni amministrative, perché la stessa emotività non rappresenta più un problema? D’altronde, dopo il disastro di Fukushima, avvenuto nella prima metà di marzo, molti governi hanno riesaminato le proprie scelte sul nucleare. Non stiamo parlando di persone instabili, prese da isterismo passeggero. Ci riferiamo alla Germania, al Giappone e al nostro stesso Paese che ha optato per la moratoria. Dunque, la pretesa necessità di evitare il voto è inaccettabile. C’è da ricordare che la volontà popolare si è già espressa in passato contro il nucleare. Ora, in conformità con i criteri di legge, è stata chiesta un’ulteriore possibilità di manifestazione della volontà popolare. L’esecutivo, che si è sempre definito depositario della sovranità popolare, cosa fa? Dà luogo ad un imbroglio dichiarato apertamente per ostacolarla.
Nell’appello si parla di attacco alla democrazia e di vulnus costituzionale. Sono parole pesanti da parte di firmatari autorevolissimi. Non le pare che occorra uno scatto unitario delle opposizioni che non è ancora pienamente visibile? 
Non so dare consigli politici alle opposizioni. Ci troviamo di fronte ad una situazione difficilissima da gestire poiché l’attacco alla Costituzione, da parte del premier e della sua maggioranza, è costante. Magistratura, Corte costituzionale ed altri poteri dello Stato sono quotidianamente presi di mira. Si tratta di attacchi verbali, ma anche di vere e proprie norme che vengono votate in contrasto col principio di uguaglianza delle persone davanti alla legge. Rodotà ha parlato di “decostituzionalizzazione” della Costituzione, cioè di introdurre attraverso norme di legge soluzioni che sono in antitesi con i principi della Carta. È difficile immaginare come ci si possa difendere al di là degli strumenti che, per fortuna, il nostro ordinamento prevede. Una ribellione politica richiederebbe una mobilitazione quotidiana proprio perché episodi come quello di cui ci stiamo occupando non rappresentano l’eccezione, ma la regola. Se quella del referendum fosse l’unica questione veramente allarmante allora sarebbe sensato aspettarsi manifestazioni di piazza, ostruzionismi in Parlamento, scioperi generali, ossia iniziative straordinarie per eventi straordinari. Ma quando la straordinarietà di un attacco alla Costituzione diventa in una Repubblica opera quotidiana, mi riesce difficile suggerire soluzioni adeguate, al di là dell’impegno costante di denuncia, di resistenza, di tentativi tenaci di opporre argomenti e ragioni a quella “dittatura della maggioranza” contro cui Montesquieu ha inventato la divisione dei poteri, fondamento dello stato di diritto.

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Ultimo aggiornamento : 07-05-2011 09:47

   
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