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Ambientalismo di Mario Agostinelli
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Scritto da Franco Calamida, 29-03-2011 14:59

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Pubblicato in : ADESSO BASTA!, ADESSO BASTA!


Una bella proposta , viene da Mario Agostinelli .

A PROPOSITO DI NEOAMBIENTALISMO

Mario Agostinelli per Manifesto Dic 2010

Ricorrendo alla mia esperienza diretta avanzo alcune considerazioni su quello che Asor Rosa definisce “neoambientalismo italiano”. La prima novità che caratterizza le realtà di movimento che conosco  riguarda la qualità e lo specifico della dimensione locale, nel momento in cui un percorso partecipativo utilizza i conflitti aperti per dar forma ad un’“identità del territorio”. Una identità includente anzichè escludente, opposta quindi all’”identità dei nativi” di stampo leghista. A questa scoperta della qualità territoriale si arriva in primo luogo per opposizione ai processi di degrado che la minacciano. Una volta però superata la fase di “aggregazione contro”, le rivendicazioni e le lotte si indirizzano a una alternativa di convivenza e di relazioni sociali che fa perno sul mantenimento e la valorizzazione delle risorse naturali disponibili. La solidarietà anche verso le future generazioni, l’autoorganizzazione e la condivisione sono gli orizzonti di una rinascita di pratiche di democrazia diretta che, prima o poi, portano al conflitto con gli eletti designati dai partiti che, al di là della loro collocazione, risultino subalterni o espressione dei “poteri forti”. Si dà vita così a un tessuto partecipativo “dal basso” che critica e delegittima la delega esterna e  si plasmano esperienze diverse da posto a posto: tanto articolate quanto singolare e vitale è un luogo in cui si vive e abita a confronto dell’opacità indifferenziata di territori da attraversare o da consumare come vorrebbero le lobbies degli affari. In tutti i casi, ai comitati che si formano è chiarissimo che il processo che stanno innescando non si ferma al territorio, essendo le loro rivendicazioni complementari ad altre in altri luoghi, come d’altra parte attesta lo scambio in rete costitutivo di un’esperienza locale aperta.

La seconda novità concerne una sintesi già in corso che percorre le diverse realtà territoriali e che riconduce le rivendicazioni in atto, dalla Val di Susa al Vesuvio, alla categoria dei  “beni comuni”. Attorno a questo concetto pregnante si muovono comitati e piattaforme nazionali e sovranazionali e si svolgono lotte già unificanti che fanno presagire che una “nuova narrazione” sia già in atto, anche se la politica non se ne fa sfiorare. La critica spesso rivolta alla inadeguatezza e quasi alla “ancellarità” della dimensione territoriale è pertanto fuori luogo, se si pensa che essa è indispensabile alla nascita di una coscienza del cambiamento e che la sua connessione con livelli di governo più ampi è già operante.

C’è da chiedersi allora perché territorio e beni comuni siano il perno di un  “neoambientalismo” in espansione e perché in esso il mondo del lavoro sia ancora relativamente ai margini. Credo che la spiegazione stia nella diffusa percezione che in questa fase della civiltà sia in discussione innanzitutto la sopravvivenza, così come la si misura nel degrado osservato di acqua, suolo, aria e nel consumo obbligato di energia e che i diritti del lavoro, erroneamente, vengano dopo.

In un simile contesto non è automatico gettare lo sguardo oltre l’ambiente, anche se siamo ad un passaggio dello sviluppo che impone di rifasare con l’orologio della biosfera sia i ritmi produttivi che i tempi dei cicli naturali, accelerati e squilibrati dalla disponibilità delle fonti fossili (lavoro di milioni di anni del sole da bruciare in un baleno) e consegnati al mercato e al profitto dal sistema industriale del capitalismo globalizzato. Cicli “spremuti”oltre ogni misura: per la terra cementificata e erosa o spinta a raccolti abbondanti ma non ripetibili dall’uso dei fertilizzanti, dall’irrigazione intensiva, dall’impiego di sementi geneticamente modificate; per l’acqua forzata ben oltre la gravità e l’evaporazione che ne regolano la rigenerazione; per il vento caricato di energia distruttiva dalle emissioni e dagli inquinanti; per il fuoco reso abbondante e disponibile dal consumo di fossili e dalla conversione della materia. Ma anche, con minor scandalo, per il lavoro, una risorsa anch’essa consumata e degradata al pari di quelle della natura. La sottrazione dei tempi di vita alla socialità, all’ozio, all’attività riproduttiva e la saturazione totale di quelli di lavoro rimangono così impunemente a disposizione di un modello che distrugge tutto quanto appartiene all’unicum della biosfera, per troppi ancora scomposta in “uomo” e “natura”. Ma come si potrebbe ottenere il cambiamento desiderato senza passare, come ha capito la FIOM, dal conflitto e dalla democrazia nei posti di lavoro e senza ripristinare una piena autonomia delle organizzazioni sindacali in questo movimento “dal basso”? In fondo, se al centro della politica si riportasse il tempo, incomprimibile quando si tratta della vita e limitativo della libertà per chi ne viene espropriato, apparirebbe in tutta evidenza come abbiano una matrice contigua aspetti apparentemente incommensurabili, come il rapido avvicinarsi della catastrofe climatica e l’ossessione della competitività del sistema d’impresa; il consumo di suolo e la soppressione delle pause mensa a Pomigliano.

Penso che la priorità per il “neoambientalismo”, stia nell’unificazione dei movimenti dei beni comuni (acqua, energia e cibo). In quanto alle realtà locali,  prima ancora di una “rete delle reti” sovraordinata, basterebbe censire e riordinare i tratti specifici di ciascuna esperienza per farla utilmente conoscere e consentirle in autonomia l’interazione con quella “intellettualità del bene comune” che andrebbe strutturata in una unica dimensione nazionale, a disposizione delle “buone pratiche” decentrate.


Ultimo aggiornamento : 29-03-2011 14:59

   
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