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Da Cattaneo a Pisapia di Ester Prestini
(8 voti)
 

Scritto da Franco Calamida, 22-03-2011 07:36

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Importante articolo : il federalismo di Carlo Cattaneo non è quello della Lega . Da Giuliano Pisapia
a Carlo Cattaneo

di Ester Prestini

 

Sabato 26 febbraio il teatro Dal Verme è al completo, per i numerosi cittadini milanesi rimasti fuori è stato allestito uno schermo, potranno  così  seguire anche dall’esterno  gli  interventi che si susseguiranno nel corso  di una serata speciale: la presentazione del programma di Giuliano Pisapia candidato sindaco a Milano per il centro-sinistra. Il valore particolare dell’avvenimento sta soprattutto nel fatto eccezionale che il Progetto per Milano non è stato elaborato dagli addetti ai lavori della politica, nelle sedi tradizionalmente deputate alla definizione delle scelte programmatiche, negli incontri di vertice tra i partiti che compongono la coalizione. Dal mese di gennaio ad oggi più di mille persone, iscritte ai partiti e no, membri di associazioni e singoli cittadini, hanno aderito all’Officina per la città e, partendo dalla disamina dei programmi dei quattro candidati delle primarie (Valerio Onida,  Stefano Boeri, Michele Sacerdoti e Giuliano Pisapia)  hanno lavorato insieme, con metodo partecipativo e nell’interesse di Milano. L’Officina si è costituita in 11 tavoli tematici (La città metropolitana/Il Comune modello/Finanza civica/Nuovo sviluppo economico/Coesione sociale/La città dei diritti/Legalità/Scuola e senso civico/Università, ricerca e innovazione/L’industria culturale e il distretto della creatività/La città internazionale) che, a loro volta, si sono suddivisi in sottogruppi  le cui elaborazioni hanno poi trovato sintesi in assemblee di revisione,  approfondimento e definizione del percorso compiuto. I partecipanti all’Officina hanno svolto un non facile lavoro di sintesi, hanno elaborato idee, hanno offerto intuizioni, hanno messo al servizio di un progetto collettivo le proprie competenze, le proprie conoscenze, l’esperienza di chi giorno per giorno vive i problemi e le contraddizioni di una realtà metropolitana che da troppi anni assiste al proprio declino economico e culturale, che vede aumentare progressivamente le disuguaglianze sociali, che si è sempre più allontanata dalla sua tradizione di riformismo illuminato e che manca da troppo tempo di una classe dirigente in grado di definire una compiuta strategia di sviluppo che faccia di Milano una vera città europea, traguardo da cui oggi è assai lontana.
E’ su questa straordinaria esperienza di elaborazione dal basso di un progetto di città che vorrei soffermare l’attenzione. È sotto gli occhi di tutti la crisi della rappresentanza, la disaffezione crescente alla politica, l’idiosincrasia per i partiti (solo 7 italiani su 100 ancora accordano fiducia alle formazioni politiche strutturate, dicono i dati Eurispes del febbraio 2011), l’aumento del non voto ad ogni nuova elezione (il non voto in Lombardia, ad esempio, è maggiore nelle aree urbane e senza grandi variazioni tra giovani e anziani), il vertiginoso aumento della sfiducia nelle istituzioni che all’inizio di questo nuovo anno ha registrato un incremento superiore al 22%, sempre dati Eurispes, toccando il punto più basso dal 2004.
Tutti i dati a disposizione confermano il costante e progressivo allontanamento dei cittadini dagli strumenti essenziali della democrazia e questa situazione è gravida di rischi, perché se il pluralismo che caratterizza le società moderne non trova modo di esprimersi prevarranno frantumazione sociale e particolarismi identitari e su questo scivoloso terreno gravido di rischi avrà buon gioco, come già sta avvenendo,  un populismo xenofobo e reazionario che, lanciando  parole d’ordine svuotate di significato (il termine “libertà, ad esempio, nell’accezione berlusconiana), attrae insoddisfazione e pulsioni primarie, quali paura e rancore, impedendo ogni mediazione culturale e, quindi, politica.
Come ridare dignità alla politica? Come convincere che essa può essere qualcosa di diverso dal trasformismo, dal voto di scambio, dalla difesa egoistica dei propri interessi, da uno statuto di privilegio per una casta inamovibile? Io sono convinta che, proprio a partire dalle elezioni comunali, si possa  esperire una pratica di cittadinanza attiva che ricongiunga le istituzioni rappresentative  a forme di democrazia diretta, si possa praticare quella che la politologa Chantal Mouffe definisce “democrazia agonistica”, ovvero una costante, vivace dialettica tra  gli organi di rappresentanza istituzionale e la partecipazione diretta dei singoli e dei gruppi alle scelte programmatiche. Questo rapporto costante e proattivo garantirebbe trasparenza decisionale, possibilità reale di rappresentare le istanze che emergono dal basso, cura per l’interesse generale, autonomia delle istituzioni dai partiti. Qui ritroverebbe finalmente casa l’etica pubblica che lascia indifferenti i più se è ridotta a pura petizione di principio.
Ecco perché Giuliano Pisapia ha ribadito con forza che il lavoro dell’Officina non si  è concluso con la definizione del programma né si concluderà con la campagna elettorale. Ora quei contenuti dovranno essere discussi, confrontati, arricchiti dal confronto con gli altri  cittadini milanesi, soprattutto con quelli delle aree territoriali dove più feroce si è fatta l’emarginazione, l’esclusione, perché è soprattutto nel degrado e nella solitudine delle periferie che la democrazia si perde nella rabbia, nella sfiducia, nell’indifferenza. Se poi  Pisapia dovesse vincere le elezioni, e questa è la nostra scommessa,  questa la nostra speranza, i tavoli tematici saranno permanenti  per favorire un reale processo di partecipazione e di controllo democratico.
Del resto un grande italiano come Carlo Cattaneo fondava la sua visione politica sull’autogoverno comunale, considerava i comuni “plessi nervei della vita vicinale”, bellissima definizione con cui indicava il legame indissolubile tra autogoverno e benessere dei cittadini. La sua convinzione nasceva dal fatto che la Lombardia era sopravvissuta  alle “tante irruzioni straniere” grazie alla diffusione capillare dei suoi comuni e alla loro capacità di risposta ai bisogni sociali, una sorta di democrazia in fieri. Tale convinzione era poi rafforzata dalle vicende della storia urbana del centro e del nord dell’Italia, dalla gloria delle sue numerose città, vicende che lo rendevano sempre più convinto che la miglior organizzazione del potere politico parte dal basso a opera dei comuni e successivamente dalle regioni. Per Cattaneo autogoverno e presa di coscienza da parte dei cittadini andavano di pari passo e l’autogoverno non poteva essere valido se basato su ignoranza e interesse personale oppure se semplicemente delegato a figure sia pure carismatiche.
Non lasciamo alla Lega, che ne distorce i pensiero sul tema del federalismo, la lungimiranza politica di Cattaneo, ricordiamo che, come un filo rosso, il tema dell’autogoverno attraversa pensatori ed esperienze della sinistra da Gramsci nell’Ordine Nuovo al Partito d’Azione, dalle lotte del 1968 ai Consigli di fabbrica; ricordiamo che questo tema è stato finora sempre rimosso dai politici per interessi personali e di partito, riprendiamolo alla luce delle questioni che oggi  attraversano le nostre complesse società.
Pisapia  e l’Officina partono dalla convinzione che  l’autogoverno possa dare spazio ai nuovi soggetti del cambiamento, possa ridare alla parola “ politica” il suo senso originario, cioè quello di essere spazio condiviso di “azione e di parola”, sfida continua alla produzione di senso, luogo in cui certamente contino i bisogni reali, ma anche la critica culturale, le pratiche artistiche e il lavoro dell’immaginazione per un diverso modo di vivere la città e le infinite positive relazioni che essa potrebbe consentire se non fosse piegata e piagata dal consumo di suolo, di aria, di beni comuni, di vita e di vite. 
Infine, come ci ha ricordato Eva Cantarella, i Greci avevano già compreso 2500 anni fa il legame ineludibile tra libertà e presa di parola nello spazio pubblico; scrisse nella tragedia Le supplici Euripide: “Ecco che cosa è libertà: «Chi ha qualche consiglio e vuole offrirlo alla città?””
Se Milano vincerà questa scommessa potrà metterla al servizio del suo futuro e di quello dell’intero Paese.

 
 



Ultimo aggiornamento : 22-03-2011 07:36

   
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