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Manifesto per il diritto ad un cibo sostenibile
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Scritto da Franco Calamida, 16-02-2011 15:15

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Pubblicato in : ADESSO BASTA!, ADESSO BASTA!




LA FAME,IL CIBO E LA SOSTENIBILITA' .

Salvare il pianeta e garantire la sopravvivenza dell'umanità . Non di una parte sola , di tutta , nessuno sia escluso .

Manifesto per il Diritto ad  un “CIBO SOSTENIBILE”

La fame, il cibo e la sostenibilità

Nonostante tutti gli “sforzi” della FAO e delle Istituzioni internazionali il numero di persone denutrite nel mondo è continuato ad aumentare e  questo non per gravi carestie o per altre catastrofi naturali, cioè per scarsezza di cibo, ma perché i poveri sono diventati più poveri e non hanno soldi per comprarselo.  

Esemplare è il caso dell’India dove i denutriti sono aumentati, sia in valore assoluto ( attualmente 221 milioni) che in percentuale, passando negli ultimi 10 anni dal 17 al 20% circa della popolazione, nonostante non si siano verificate diminuzioni delle scorte alimentari.

Dobbiamo, nel contempo, sottolineare che, accanto ai 925 milioni di abitanti della Terra, che soffrono la fame (dato FAO 2010), vi sono circa un miliardo di obesi e 300 milioni di questi sono gravemente obesi. Anche in questo caso si tratta, in genere, di malnutrizione dovuta non solo a problemi culturali, ma anche alla povertà, alla impossibilità di comprarsi cibo sano.

I prodigiosi effetti della “trasformazione industriale” dell’agricoltura, che le organizzazione internazionali, dalla Banca Mondiale, alla Fao e alle Nazioni Unite, hanno sbandierato dagli anni ’60 in poi, non si sono assolutamente verificati. 

Questa rivoluzione industriale, che all’inizio, ironia della sorte,  veniva chiamata “rivoluzione verde”, si è concretizzata in questo modo: un uso massiccio dell’acqua, del petrolio e delle sostanze chimiche di sintesi (fitofarmaci e fertilizzanti); la meccanizzazione forzata del lavoro nei campi, la riduzione della manodopera impiegata, un’ulteriore  concentrazione delle terre nelle mani di pochi proprietari ed il proseguimento di un processo iniziato fin dal 1500 in America Latina, ovvero quello dell’imposizione delle monoculture, tutto questo finalizzato ad interessi estranei alle esigenze delle popolazioni locali.

A fronte di aumenti della produttività specifica, non sempre di carattere permanente e a volte discutibili anche riguardo ai risultati, si sono verificati gravi effetti “collaterali”, sia sotto il profilo economico – sociale sia sotto quello ambientale.

Sembra un paradosso, ma si può affermare che l’attuale modello agricolo globalizzato, dal punto di vista dell’efficienza energetica, sia molto meno efficiente di quello basato sul bue, l’aratro ed il letame. Infatti questo modello, per produrre, trasportare in giro per il mondo, conservare e cucinare una caloria di cibo, ne consuma sette di combustibili fossili.

Gli effetti economico sociali

L'industrializzazione dell’agricoltura ha prodotto un gigantesco processo di espulsione e inurbazione di grandi masse di contadini, verso le baraccopoli di quelle che sono oggi le megalopoli del terzo mondo.

Milioni di piccoli contadini sono stati messi nella condizione di non poter più coltivare, neppure  il necessario alla propria vita quotidiana, perché costretti a produrre solo alcuni prodotti destinati all’esportazione.  Milioni di contadini sono stati espulsi dalle campagne perché considerati inutili, sostituibili dal lavoro delle macchine e in certi casi anche potenzialmente pericolosi, in quanto determinati a voler partecipare alle scelte sull'uso della terra. 

Contemporaneamente si è rafforzato il potere e la capacità  di controllo delle oligarchie economiche sulle produzioni agricole e quindi sulla vita di miliardi di persone.

Questo processo si è consolidato negli ultimi decenni  attraverso il controllo delle sementi e la diffusione degli OGM, sotto l'egida di una decina di multinazionali agro-chimiche.

Tali industrie hanno imposto modelli produttivi e di consumo di carattere globale; ad esempio si sono realizzate immense piantagioni estensive di soia OGM in America Latina, da impiegare come mangimi animali, per produrre enormi quantità di carne e di latte (spesso di bassa qualità), in gran parte sprecate.

Ma forse il risultato economico più eclatante è stato, non solo nei paesi poveri, ma anche in quelli  ricchi, un'importante riduzione del valore del lavoro agricolo. Oggi, anche in Italia, la maggior parte dei contadini, che non riescono ad usufruire di sovvenzioni, o che non hanno cominciato a fare scelte alternative e coraggiose, stanno andando incontro ad un progressivo impoverimento.

Gli effetti ambientali

Questo modello agricolo ha provocato un notevole incremento degli impatti ambientali: il consumo delle acque e delle altre risorse naturali, l’emissione di inquinanti, il deterioramento dei suoli, l’abbandono dei cosiddetti terreni marginali, ovvero inadatti all’agricoltura industrializzata, la cui mancata gestione costituisce un grave problema ambientale ed economico.

Dallo studio della Commissione europea “EIPRO” emerge come il settore produttivo “food and drink” sia il principale responsabile degli impatti ambientali complessivi dei consumi nei 25 paesi della UE, con il 31% degli impatti, contro il 23,6 della costruzione e gestione degli edifici, il 18,5 dei trasporti e il 26,9 di tutti gli altri settori.  Secondo alcuni studi, l’insieme dei processi di questo modello di produzione e consumo di cibo risulta il principale emettitore di gas serra nel mondo.

Anche in Italia i problemi ambientali di questo modello agro-zootecnico sono ormai evidenti.

Oltre i due terzi dei suoli del territorio nazionale presentano forti problemi di degradazione. In particolare, il 21,3% dei suoli del territorio nazionale è ormai a rischio di desertificazione. Questo degrado, verificatosi negli ultimi 40 anni, ha provocato una diminuzione di circa il 30% della capacità di ritenzione idrica. In parti consistenti del nostro territorio, il suolo ha ridotto in modo preoccupante la sua fertilità, perdendo la capacità di trattenere e fornire alle piante sostanza organica e nutrienti. Nonostante i consistenti interventi economici, continuano a rimanere preoccupanti i livelli di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, causati dalle ingenti quantità di prodotti chimici utilizzati in agricoltura. Rilevanti sono poi gli effetti negativi sulla perdita di diversità biologica e sui problemi alla salute causati da queste sostanze chimiche.

In sintesi, è possibile affermare che la maggior parte del cibo prodotto oggi nel mondo non è sostenibile, né socialmente, né ambientalmente! La sostenibilità di cui parliamo non è qualcosa di astratto, ma qualcosa di concreto, misurabile con strumenti di calcolo e opportuni indicatori già a nostra disposizione.

E' diritto di ogni essere umano nutrirsi con un Cibo Sostenibile, non ottenuto da distruzione della natura e grazie all’impoverimento di altri esseri umani, e riteniamo che chiunque produca e venda Cibo non Sostenibile lede un diritto e compie reati contro il Bene Comune.

Una manifestazione di intenti e di volontà

I promotori ed i firmatari di questo manifesto vogliono affermare e difendere il Diritto ad un Cibo sostenibile; si impegnano a raccogliere la disponibilità di  altre donne e uomini per raggiungere tale obiettivo.

Vogliamo cambiare l'attuale modello agro-zootecnico che ha come presupposti ed effetti:

o        il riscaldamento e l’inquinamento del nostro pianeta

o        l’immane distruzione di risorse naturali quali: l’acqua, il suolo, l’energia e la biodiversità

o        l’assoggettamento di miliardi di persone e di interi territori agli interessi di poche decina di imprese multinazionali, che pretendono di controllare i semi (OGM) e le risorse naturali (acqua, suolo, energia)

o        la fame e l'espulsione dalle terre di centinaia di milioni di agricoltori in tutto il mondo

o        le modalità di trattamento degli animali, spesso allevati in situazioni inaccettabili.

Proponiamo un modello agro-zootecnico che si ponga questi obiettivi:

o        l’autodeterminazione dei popoli e la loro sovranità alimentare 

o        contribuire in misura determinante al raffreddamento del pianeta

o        il diritto al cibo garantito a tutti gli abitanti del pianeta, a prescindere dalle condizioni economiche e sociali

o        l’affermazione di modelli agricoli mirati, innanzitutto, al soddisfacimento dei bisogni delle popolazioni locali

o        la preservazione e la valorizzazione delle risorse naturali e culturali locali

o        la produzione di un cibo di qualità, che valorizzi le esperienze e le capacità dei diversi produttori e garantisca la salute dei cittadini e dell’ambiente.

o        il miglioramento della qualità sociale ed economica del lavoro e dell’occupazione agricola  e della sua quantità

o        il riconoscimento di questo nuovo modello in una legislazione internazionale, europea e nazionale che riconosca la funzione sociale e ambientale della terra in tutto il Pianeta.

 

 


Ultimo aggiornamento : 16-02-2011 15:15

   
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