"Gli elementi essenziali " di M.G.Meriggi
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Scritto da Franco Calamida, 28-09-2018 09:35

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Il confronto di esperienze si arricchisce del contributo di Maria Grazia Meriggi.

 

 

Ho a lungo pensato a come contribuire alla discussione sul “secondo biennio rosso” cioè al ’68-’69  e inizialmente ero stata tentata dal riproporre e aggiornare il mio contributo alla bella ricerca di Guido Borio, Francesca Pozzi e Gigi Roggero Futuro anteriore. Dai "Quaderni Rossi" ai movimenti globali .Ricchezze e limiti dell'operaismo italiano, Derive Approdi Roma 2002 oggi consultabile su questo sito con tutte le interviste, per la mia: www.autistici.org/operaismo/meriggi/meriggi.rtf

Quegli incontri risalivano al 2000/2001 nell’atmosfera nuova ed entusiasmante dell’altermondialismo che sembrava aprire una nuova “catena dei perché” per nuove generazioni che avevano solo “sentito parlare” del ’68 e per cui il massacro della caserma Diaz non è stato solo un episodio della lunga serie di repressioni dei movimenti ma un trauma fondativo.

Oggi Milano si prepara a ricevere (dal 12 al 15 settembre) il convegno annuale dell’International Association of Labour History Institutions (IALHI) dedicato alle fonti del ’68: insomma vi parteciperò come una mazziniana di sinistra a un convegno di fonti di storia patria! Ma quel periodo soprattutto se considerato nel suo complesso come biennio studentesco/operaio e come lunga fase che si prolunga fino al 1980 non è ancora compiutamente storicizzato e per comprenderlo basta sentire gli incomposti attacchi che riceve da quell’area politico-culturale che va sotto l’etichetta certo approssimativa di “rossobruna”.

E allora senza pretesa di compiuta storicizzazione dirò brevemente quelli  che mi sembrano gli elementi essenziali di quell’esperienza. La caratteristica peculiare del  nostro ‘68 è di avere messo in contatto diretto e personale – non solo attraverso la mediazione dei partiti socialisti, comunisti e  operai come avveniva in passato – una generazione di studenti provenienti da una scolarizzazione per la prima volta di massa ed una di operai autoctoni ma soprattutto provenienti dall’esperienza di sradicamento ma anche di innovazione esistenziale dell’emigrazione. Che in Italia erano migrazioni interne, in Francia e Germania prevalentemente di stranieri. Quegli studenti non si potevano attendere solo e nemmeno prevalentemente “l’ascensore sociale” da una scuola e da un’università che si candidava fin d’allora a formare personale per un mercato del lavoro in un paese allora ancora esente dal nanismo industriale che oggi ci affligge e ne traevano invece  innanzitutto strumenti critici. Quegli operai vivevano esperienze dolorose e complesse ma – come era avvenuto nei decenni passati ma allora non ci pensavamo – la migrazione anche se avveniva  lungo canali famigliari e di solidarietà di paese consentiva anche, con la condivisione dei luoghi di lavoro,  una “integrazione attraverso il conflitto” di cui testimoniano (per fare un esempio significativo) i sindacalisti della IG Metall che parlano un discreto tedesco ma un italiano con ancora gli accenti del Sud delle origini…

Un mondo del lavoro con subculture più varie e molteplici che in passato, un’intera generazione che passa, come l’Alfonso del romanzo Vogliamo tutto di Nanni Balestrini dal mondo contadino alla grande fabbrica, che ha esigenze di socialità e di vita quotidiana comuni a tutta la sua generazione forza i limiti della centralizzazione rivendicativa e chiede, in forme diverse, il percorso inverso, dai bisogni dei reparti, delle persone, dei lavoratori alle grandi strategie.

La chiave del ’68 a mio parere – l’ho sperimentato nel gruppo pavese “Potere proletario”, nei coodinamenti operai che passano dai Cub a “Democrazia Proletaria” a Milano, ma ci sono state tante esperienze – è il rapporto diretto fra la contestazione studentesca delle gerarchie presenti ma soprattutto future e i lavoratori, gli operai. Il “lavoro alle porte” che più che propaganda di parole d’ordine è ascolto e interpretazione dei bisogni deriva direttamente dalla ricerca e quindi dalle analisi dell’operaismo  in cui oggi a distanza di tanto tempo mi sta più a cuore vedere le continutà che le rotture. L' analisi del capitalismo innovatore di Raniero Panzieri e dei “Quaderni Rossi” (che leggevamo devotamente) consente anche di interpretare le lotte dei tecnici e degli impiegati così caratteristiche dell’area milanese non come manifestazioni di ceto medio riflessivo che si allea con gli operai ma come lotte di una forza lavoro non manuale che è comandata dall’organizzazione del lavoro capitalistica e la contesta dall’interno.

Salario, come risposta ai bisogni materiali ma anche come rapporto di potere, orario e conquista di tempo di vita, organizzazione del lavoro e controllo di come si lavora e perché, di cosa e perché si produce hanno costituito i temi delle lotte spontanee, del movimento dei consigli, della straordinaria innovazione delle forme di rappresentanza che però hanno una lunga storia che parte dall’autocritica della Cgil dopo le sconfitte alle elezioni di commissione interna del ’55.. E infatti – senza qui entrare in ricostruzioni dettagliate per cui non è la sede – a differenza dei partiti del movimento operaio i sindacati, e soprattutto la FLM unitaria hanno saputo accettare quelle critiche, quelle contaminazioni e quelle sfide di rinnovamento. In questo modo, con la Statuto dei diritti del lavoratori, come ebbe occasione di ricordare Vittorio Foa, la Costituzione varcava le soglie della fabbrica.

In occasione di presentazioni di libri su quegli anni e più in generale di quel decennio mi è capitato di notare che si fa molta fatica a comunicare come vedevamo il rapporto con la legalità. Senza feticismo dell’illegalità, non si può avere nemmeno il culto della legge quando la si vuole rifondare ogni giorno!  A un protagonista del Brancaccio che non cito per non personalizzare troppo che mi diceva che certo la mia generazione doveva avere un pesante senso di colpa mi venne spontaneo di dire che semmai ci pentivamo di non avere fatto abbastanza…

Per tutte queste ragioni – che per anni ci hanno fatto vivere ogni giorno come la preparazione al momento della rottura creativa – la generazione che ha vissuto quel “biennio rosso” non concepiva nemmeno che si potesse dividere le lotte per i diritti sociali, economici e politici. Dalla fabbrica alla società ridefinire gerarchie e finalità del produrre significava anche conquistare percorsi di libertà per i singoli, per i corpi e per l’immaginazione.

Si trattava di un percorso, del resto, che quelli che come me sono diventati storici e storiche dei mondi del lavoro e dei suoi movimenti hanno scoperto nella sua storia iniziale, degli operai e soprattutto delle operaie. Come nella canzone «E per la strada gridava i scioperanti; Non più vogliam da voi esser sfruttati; siam liberi, siam forti e siamo tanti e viver non vogliam da carcerati. E nelle stalle più non vogliam morir;  è giunta l'ora, siam stanchi di soffrir».

Il titolo di un volume curato da Eugenia Valtulina e prefato da me insieme a Eugenio Borrella e Maurizio Landini (con scritti di Paolo Barcella, Michele dal Lago, Francesco Mores e Roberto Villa) pubblicato dalla biblioteca di Vittorio di Bergamo insieme alle edizioni SISLav (Società italiana di storia del lavoro) nel 2017, un volume dedicato alle storie delle donne e degli uomini che hanno fatto la FLM in quel difficile territorio), è Quella voglia di cambiare la condizione umana.  Da questo punto di vista la nostra esperienza è ancora attuale e può ancora tenere aperta la catena dei perché. L’emergere di contrapposizioni xenofobe, la contrapposizione ideologica fra libertà dei soggetti e lotta delle classi ci costringe a stare ancora – con le nostre magari inadeguate forze – sul terreno della battaglia.

Maria G. Meriggi

Milano, settembre 2018

 

 

 


 

 


Ultimo aggiornamento : 28-09-2018 09:35

   
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