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M.Florio: il 68 di un sedicenne.
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Scritto da Franco Calamida, 18-09-2018 10:18

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra

"Noi eravamo la storia" scrive Massimo Florio. Oggi non lo siamo più e non sappiamo

come sarà quella futura. Questo suo racconto è un contributo ad una riflessione

collettiva sul tema : ma cosa è successo ?. Pur con storie diverse tutti tutte

siamo stati partecipi di un forte senso del collettivo . Perderlo , oggi ,

o rinnovarlo , dipende da noi , solo da noi.

franco calamida.

Il  sessantotto di un sedicenne, da Trento a Palermo.

 

Massimo Florio

 

3 Settembre 2018.

 

Accetto volentieri l’invito di Franco Calamida a scrivere del mio ‘68, ma solo con qualche ricordo e pensiero sparso, non con il tentativo di rispondere alle grandi domande, in particolare a quella che in questi giorni mi continua a tormentare: come è successo che da li’ siamo arrivati qui, dalla speranza di cambiare il mondo al ritorno dei nazionalismi .  Ci saranno forse altri momenti in cui tentare di rispondere.

Nel 1968 arrivavo a Trento da Civitavecchia, seguendo i continui trasferimenti di mio padre, Salvatore Florio, ufficiale di carriera. Il terrorismo non era ancora quello fascista  di  Piazza Fontana e quello brigatista e dintorni, ma quello altoatesino. A casa, durante la notte, c’era un apparato radio per i frequenti  attentati alle caserme in alta montagna della Guardia di finanza ( degli Alpini e altri). Oltre trecento attentati e piu’ di venti morti prima di chiudere la partita. Ero iscritto al liceo classico Prati, dove ben presto sarebbe arrivato, dalla non troppo distante via Verdi, il vento della facoltà di Sociologia. Prima con i volantini ciclostilati che ci invitavano a partecipare all’occupazione (la terza, durata da Gennaio ad Aprile) e ai ‘controcorsi’ che li’ si organizzavano . Poi ci sarebbe stata l’ “intrusione” irriverente di aula in aula di Paolo Sorbi con il suo megafono. Era  un cattolico del dissenso, oggi convertitosi all’impegno contro i gay e l’aborto (i tragitti individuali sono quello che sono, amen). Di lui appunto Toni Capuozzo in  ‘I luoghi del ‘68’ (il Mulino, 2018) dice che era ‘attivo nel coinvolgimento degli studenti medi’ . Ero appunto uno di quelli coinvolti.  Sorbi si distinse poi  nel ‘controquaresimale’ sul sagrato del Duomo, dove leggeva, sempre con il megafono,  ‘Lettera ad una Professoressa’ ai fedeli trentini esterrefatti.

Da li’ il mio contatto con Mauro Rostagno e il movimento studentesco. La prima volta che lo sentii parlare era in uno scantinato denso di fumo. Lui dava un valido contributo personale  alla nube con un sigaro toscano sempre acceso, era nella fase castrista (ne avrà diverse altre). La riunione era fra l’altro  su Praga,  su cui Rostagno aveva posizioni ‘carriste’, cioè di giustificazione dell’intervento sovietico, che a me invece sembrava, ieri come oggi, una tragedia. Lo dico perché l’agiografia è irritante. Non basta essere morti per avere avuto sempre ragione.  La prima manifestazione che avevo contribuito a organizzare invece era per ricordare  Jan Palach, lo studente praghese che nel Gennaio 1969 si era dato fuoco per protesta, un gesto che sarebbe stato imitato da altri in seguito nella Cecoslovacchia occupata. Palach a sua volta imitava le autoimmolazioni di oltre trenta monaci buddisti per protesta contro la guerra del Vietnam, e di pacifisti in tutto il mondo (uno davanti al palazzo delle Nazioni Unite).  

Il sessantotto, a Trento come altrove, come il piccolo esempio della accesa discussione sull’intervento sovietico in Cecoslovacchia mostra,  era tutto meno che un movimento ideologicamente e politicamente omogeneo. Alla mensa universitaria si potevano trovare (seduti pero’ a tavoli diversi) Marco Boato, non ancora parlamentare dei Verdi, sempre in giacca e cravatta, Renato Curcio non ancora in clandestinità ma già molto cospirativo, e il malcapitato rettore Francesco Alberoni, non ancora sociologo commerciale dell’innamoramento e altre amenità . Nei seminari durante l’occupazione si succedevano le voci piu’ varie, dallo scrittore tedesco Peter Schneider (che in seguito sarebbe stato invitato ad Harvard, Princeton, Stanford e altrove); a Lelio Basso che rappresentava un socialismo diverso, a Rossana Rossanda, ancora eretica dentro il PCI (ne sarebbe stata espulsa di li’ a poco), al compositore Luigi Nono già icona di una musica di rottura, e cento altri voci di una sinistra diversa dai comunisti e socialisti ortodossi.

Se intellettualmente regnava il caos, per cui si potevano trovare nello stesso scaffale il libretto rosso di Mao, gli scritti di Don Milani non ancora in odore di santità,  quelli di  Wilhelm Reich sulla rivoluzione sessuale, i discorsi terzomondisti di ‘Che’ Guevara e i saggi filosofici di Adorno , e se  politicamente la nuova sinistra era già una frammentata costellazione di gruppi in accesa polemica gli uni con gli altri, che cosa ci faceva sentire in definitiva parte di un unico movimento?

Questa non è una domanda retorica. La tendenza oggi prevalente (libretto di Capuozzo incluso) è di vedere nel ’68 essenzialmente un fenomeno culturale di massa, un flash di pulsioni antiautoritarie. Emilio Molinari ha scritto di due movimenti, uno dei quali, quello degli operai, ha perso, l’altro avrebbe vinto sul piano del costume.

In parte è cosi’,  ma un movimento soltanto in superficie è fatto di discorsi, libri, volantini, striscioni, film, cortei, sogni e segni.  In una prospettiva storica è fatto di ciò che significa piu’ profondamente.  Quello che anche un sedicenne poteva sentire, piu’ o meno confusamente  era questo:  noi rappresentavamo  al tempo stesso la rottura soggettiva con un mondo che ci appariva insopportabilmente ingiusto, ma eravamo anche  testimoni della crisi oggettiva di quel mondo.

Il ’68 era cominciato con l’offensiva del Tet da parte dei vietcong e dell’esercito nordvietnamita.  Quella sorprendente battaglia, costata decine di migliaia di morti, rendeva evidente che gli  Stati Uniti, oggi come allora il centro imperiale del potere capitialistico, potevano perdere la  guerra contro guerriglieri comunisti in un paese del terzo mondo. Ed era vero: nel 1975 gli ultimi americani dovranno scappare in elicottero dai tetti di un’ambasciata a Saigon. Questo non era  controcultura, non era un film di Godard, era un fatto storico. Come lo sarebbero state le crisi petrolifere, che rivelavano di li’ a qualche anno la fragilità (perdurante) di quel capitalismo,  e vari altri segni di disordine economico e politico globale. Quello che Trento e in mille altri posti aleggiava era la sensazione, da ognuno capita a modo proprio,  che forse una rivoluzione in Occidente era possibile, una rivoluzione certamente anticapitalista,  forse socialista, forse  comunista, forse  libertaria. Ma nulla di meno che una rivoluzione. Che poi in un movimento rivoluzionario si ammucchino tutte assieme proteste per una riforma dell’ Università sentita come autoritaria, o contro la censura dei film, o contro le gerarchie vaticane, o per i diritti dei lavoratori alla catena di montaggio, dei soldati di leva e degli obiettori, per i diritti dei matti e dei malati, delle donne e degli omosessuali, e per mille altre ragioni, è normale quando tira aria di rivoluzione, e persino in un certo senso quasi irrilevante. Quello che conta è il senso complessivo di queste proteste e sentimenti quando coinvolgono molti contemporaneamente, in molti luoghi, su molti temi, in molti modi. Ma la sincronia e l’estensione non erano una pura coincidenza nè un’ illusione.

 A chi oggi pensa che il sessantotto sia stato un fatto soprattutto di costume, una ubriacatura ideologica  di massa o una festa creativa, rispondo che la noi eravamo la storia.  La storia è confusa, è fatta di una babele di linguaggi, di azioni nobili e infami, ma ha un suo senso di marcia. Molto confuse, a dir poco, se viste da vicino, sono state le rivoluzioni francese, americana, russa, cinese. Caotica è stata la resistenza italiana, un insieme di gruppi spontanei e  di partiti  nuovi e vecchi, di patriottismo monarchico, di comunismo rivoluzionario, di eroismo individuale e di violenze  imperdonabili (ad esempio verso le donne collaborazioniste).  Quel caleidoscopio di forze aveva pero’ un senso storico e, alla fine, nelle  circostanze nazionali e internazionali di allora,  ha vinto e costruito uno stato fondato su una costituzione democratica avanzata, una delle migliori del mondo.

Noi invece abbiamo perso. E quindi non sembra vi sia il senso di una storia, ma solo microstorie, che ognuno racconta come gli pare. C’è chi pensa del resto che non potevamo che perdere, come se tutto fosse immutabile in occidente. Non è vero e soprattutto non ci sembrava affatto vero. Nel 1969 De Gaulle in Francia, il padre-padrone del paese, si era dovuto dimettere dopo avere perso un referendum ancora sull’onda del Maggio. A Trento come altrove ciò che era successo a Parigi sembrava avere un significato molto immediato per noi.  Ma non era solo ‘l’anno degli studenti’. Un nuovo movimento operaio di massa scuoteva mezza Europa. Non è vero che gli operai fossero distanti e impenetrabili al ’68. Persino a Trento con quelli della Michelin (pneumatici, oltre 1500 dipendenti, ormai chiusa da tempo ) e di altre fabbriche minori parlavamo. Nell’autunno del 1969 scadevano 32 contratti nazionali, per cinque milioni di lavoratori.  Ricordo benissimo le discussioni a Sociologia su come collegarci  alla rivolta operaia di Valdagno, quando fu abbattuta la statua del conte Marzotto e la sorpresa per manifestazioni violente all’interno della Fiat Mirafiori. Chi ha visto con i propri occhi gli immensi, coloratissimi, combattivi cortei operai di quegli anni, il dilagare delle assemblee e dei consigli di fabbrica, sa che tutto poteva sembrare possibile, e lo era. Per gli increduli, ci sono comunque le statistiche sulle ore di sciopero: 302 milioni nel 1969 (quattro volte quelle dell’anno precedente), 7.5 milioni di partecipanti con 40 ore a testa (Brunetta G., “ Conflitti di lavoro in Italia (1950-1979)”. Gli industriali mandavano i figli in Svizzera per prudenza, oltre ai capitali, sempre per prudenza.

Nel 1974 ci sarebbe stata la rivoluzione ‘dei garofani’ in Portogallo, e negli stessi anni la transizione democratica in Grecia e Portogallo. Oggi sappiamo che la successiva rottura dell’URSS e del suo blocco avrebbe preso la piega che ha preso (neo-nazionalismi xenofobi), ma a noi poteva sembrare che un altro esito fosse possibile quando  in Polonia, Cecoslovacchia, Germania Est e Ungheria c’erano anche forze di sinistra ad animare l’opposizione ai regimi morenti. In Italia non sembrava impossibile che il PCI potesse diventare il partito di maggioranza relativa. Nel 1976 ebbe il 34.4%, piu’  di quanto hanno preso oggi i Cinque Stelle  (divenne poi  il primo partito alle elezioni europee del 1984, sull’onda anche emotiva della morte di Berlinguer). I socialisti avevano circa un 11% e c’erano ancora consensi a sinistra del PCI . La DC sembrava alle corde. Come poco dopo  si è visto: lo era.  

Nel 1969/1970 ero a Palermo, sempre al seguito dei trasferimenti di mio padre, che stavolta conduceva indagini sulla mafia (versante droga, contrabbando, riciclaggio). Per coincidenza anche Rostagno sarebbe andato a Palermo, per Lotta Continua, ma il mio percorso era ormai diverso. La strage di Piazza Fontana (12 dicembre 1969), per noi studenti di sinistra del Liceo Garibaldi,  era chiaramente l’inizio della guerra contro il movimento del sessantotto. Eravamo frastornati, ma non al punto di non capire che quando qualcuno mette delle bombe in una banca manda un messaggio, e che quelle bombe erano per noi. Avevo aderito alla Lega degli Studenti Rivoluzionari, un gruppo locale, ed al Circolo Labriola dove i discorsi erano meno fumosi che a Trento, dato che il gruppo attorno a Mario Mineo veniva da una lunga tradizione marxista, ancorchè eretica, e soprattutto da una buona comprensione dei fatti economici e politici. Un ambiente meno divertente, ma piu’ serio che a Trento.  Quel gruppo sarebbe poi confluito ne ‘Il Manifesto’, e ne sarebbe uscito nel 1976, dando vita alla rivista ‘Praxis’. La storia è raccontata da Maria Albanese (nella rivista InTrasformazione dell’Università di Palermo, 2013). Quella vicenda oggi è un frammento minore di altre storie, di altri gruppi, altri ne scrivono, bene o spesso male. Non mi dilungo su questo. Dopo Roma sono andato a Milano, continando a fare qualcosa, ma dagli anni ’80 in poi ho gradualmente preso atto di come era andata . Ho fatto il ricercatore in Università, occupandomi di privatizzazioni, investimenti pubblici, politica industriale e regionale europea e ora di impatto sociale della scienza.

Che subito dopo il ’68  potesse esserci una rivoluzione in Italia, o quantomeno un cambiamento a sinistra di regime politico con una imprevedibile dinamica, non ne dubitava una parte della borghesia e degli apparati dello stato. Mio padre in seguito si trovo’ ad indagare sulla P2 e dintorni. Pagò un prezzo molto alto per questo. Era un servitore dello stato con una mentalità fortemente conservatrice. A Trento mandava i suoi uomini a prendermi di peso e portarmi via dalle manifestazioni e, come in tante case italiane, avevamo discussioni furibonde. La rottura era anche fra generazioni.  Ma ricordo quando, andati poi a Roma nel 1971 (io  animavo un collettivo studentesco di Giurisprudenza da cui sarebbero usciti molti giuristi democratici), mio padre mi sorprese telefonandomi un un pomeriggio per dirmi di avvisare “tutti” di non dormire a casa quella notte. E’ un episodio che non ho mai raccontato, ma questi sono anche 40 anni dalla sua prematura scomparsa, e voglio ricordarlo cosi’. Avvisammo anche il PCI che prese alcuni provvedimenti di sicurezza.  In realtà l’allarme ‘rosso’ NATO ai militari era stato dato per altre ragioni , ma il colpo di stato di Pinochet in Cile (11 settembre 1973) aveva chiarito al mondo che gli americani non avrebbero mai permesso che una maggioranza elettorale di sinistra prendesse il controllo di un paese nella loro sfera di influenza, a qualunque costo. Mio padre dall’interno delle istituzioni evidentemente credeva che un colpo di stato ‘cileno’ fosse possibile. Da qui quella telefonata .

No, il ’68 non era teatro, era la storia. Quello che apparentemente bolliva nella contenitore della facoltà di sociologia di Trento, come  altrove, era certo un bizzarro misto di letture del Vangelo dalla parte degli ultimi, di un Marx profetico, di spezzoni televisivi della guerra in un paese lontano, immagini dei quartieri in rivolta dei neri americani, fotografie della  Sorbona occupata, appelli della resistenza antifascista a Franco e  ai colonnelli greci, e infinite altre cose. Ma su tutto  c’era l’attesa di un grande cambiamento.  Quello che bolliva nei centri del potere era la nostra stessa attesa. Poteva succedere, il resto è contorno. Noi sentivamo di potere vincere, altri sentivano di doverci schiacciare. Non era per niente un gioco, anche quando si presentava cosi’.

Come abbiamo perso è una storia ancora da scrivere, se i documenti fossero tutti accessibili. Ma quando è cominciato a succedere lo ho appena detto. Molto presto. A partire dal 1969 in Italia inizia la stagione del terrorismo, prima con bombe alla FIAT, poi alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, poi sulla ferrovia per Gioia Tauro, e altrove, a volte con attentati dinamitardi a grappolo (anche otto insieme lo stesso giorno su diversi binari). Margarethe Von Trotta  firma il film ‘Anni di piombo’ (Die bleierne Zeit). Ma da noi ci sono anche gli anni del tritolo prima durante e dopo quelli delle pallottole. Dura per oltre quindici anni. 1500 (millecinquecento) attentati, con il picco nel biennio 1977-78 e il rapimento Moro. In quanti paesi dell’occidente nel dopoguerra è stato rapito e ucciso un presidente del consiglio in carica?  I morti sono stati oltre 300, di cui 85 solo alla stazione di Bologna (1980), i feriti circa mille, gli arrestati oltre 6000. A Palermo contemporaneamente si inaspriva la guerra della mafia ad una parte dello stato e della società. Rostagno ci lascerà la vita, come Peppino Impastato e tanti altri (la  mafia, ovviamente, cercherà di fare credere che Peppino stesse mettendo una bomba sui binari).

L’uso politico del terrorismo per stroncare movimenti rivoluzionari, approfittando del fatto che in questi movimenti vi è comunque sempre una componente che si presta magnificamente al gioco, è una costante. Che tizio o caio fossero infiltrati o convinti di essere autonomi è del tutto irrilevante. La domanda vera è un’altra. Perché, pur avendo capito che lo stato reagiva anche in questo modo, utilizzando in vario modo il terrorismo già a partire dalla fine del ‘69, non siamo riusciti per tempo a porre riparo?

I vari gruppi in competizione fra loro usciti dal ’68  nel complesso esprimevano un’area di qualche centinaio di migliaia di simpatizzanti, con tre quotidiani, diverse radio, centinaia di sedi, dozzine di riviste,  e diverse migliaia di attivisti ( la militanza a quel tempo era un impegno quotidiano e per molti quasi a tempo pieno). Il potenziale c’era, soprattutto perché sul versante del PCI la situazione non era piu’ immobile. Eravamo una piccola minoranza, ma in comunicazione con tanti altri. Per una fase si era aperto un varco.  Ma quei gruppi si rivelarono incapaci di andare oltre embrioni organizzativi ossessionati dal definire una propria  identità piuttosto che fare veramente politica. Questa incapacità di unificazione e di progetto, del resto, avrebbe probabilmente condotto alla sconfitta anche senza il terrorismo, ma sicuramente questo la ha resa piu’ veloce e senza appello. La partita era sicuramente chiusa nel ’78 con il rapimento Moro, ma forse già nel ’73 con il Cile e la conseguente svolta del PCI : il ‘compromesso storico’, la rinuncia a contrapporsi alla DC vincendo le elezioni, prendendo atto della lezione impartita da Pinochet e Kissinger al mondo. 

Da dove venisse quella incapacità di unità e di progetto politico della nuova (e vecchia) sinistra è un discorso piu’ complesso.  Riguarda la storia della sinistra italiana ed europea, che – come ho detto- qui non posso tentare di sviluppare.  Ma è un discorso che forse sarebbe interessante  anche per l’oggi.

 Quello che è in gioco oggi, cinquanta anni dopo, non è una speranza di cambiare il mondo, chissà quando se ne potrà riparlare e in che termini, ma di arginare il dilagare nel mondo dei neo-nazionalismi (Trump e i suoi accoliti,  Erdogan e la catastrofe islamista, Putin e una Russia quasi zarista,  il ritorno del fascismo in Europa: Orban, Le Pen, Salvini...). Come  si sia arrivati fin qui non lo so. Ma penso che la lezione politica della nostra frammentazione e conseguente sconfitta di allora possa ancora dire qualcosa a chi voglia impegnarsi oggi.

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento : 18-09-2018 10:24

   
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