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Manifesto per l' uguaglanza diL. Ferrajoli- commento di MG Meriggi
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Scritto da Franco Calamida, 10-04-2018 16:00

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra

Riporto volentieri un importante commento di MG Meriggi al lobro di L.Ferrajoli.

Questo sito si rende disponibile a collocarsi come nodo della rete di circolazione

di analisi e proposte che abbiano come riferimento il Progetto uguaglianza.

Il cuore del volume, del Manifesto è costituito dai paragrafi che individuano la legittimazione e al tempo stesso le concrete possibilità di realizzazione dell’uguaglianza nel diritto al lavoro, insieme al diritto al reddito. L’art. 1 e 4 e l’art. 34 hanno al loro centro il lavoro come accesso pieno alla cittadinanza e il reddito per il cittadino “inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere” che “ha diritto al mantenimento e all’assistenza sociale”. Certamente la tradizione del movimento operaio in Italia – e non solo ma qui approfondiamo il problema italiano – si è mosso nella direzione dell’amplimento delle occasioni di lavoro e, naturalmente, in quella dell’ingresso, di cui parlava Foa, della Costituzione dei luoghi di lavoro. Negli anni ’50 la lotta è stata innanzitutto per l’occupazione e per l’agibilità politica resa difficile innanzitutto per le scissioni sindacali e le successive divisioni con le creazione di sindacati “padronali”. Con gli scioperi contro i licenzimenti che coinvolgevano intere comunità ed entravano nel mito come Luigi Trastulli a Terni. Con l’imponibile di mano d’opera che costituiva una vera e propria “politica economica dal basso” e dal liberale Einaudi fu combattuta come una violazione delle prerogative imprenditoriali. Nei ’60 e soprattutto con lo sviluppo del movimento dei consigli che per la prima volta dopo gli anni della Grande guerra e del biennio ‘18-’20 rinnovava radicalmente le forme della rappresentanza i lavoratori organizzati e non organizzati coinvolti da un nuovo protagonismo mettevano in discussione salario, tempi di lavoro, finalità della produzione. Per la prima volta nel dopoguerra l’unità sindacale non era una generosa invenzione politica come col patto di Roma del ’44, ma un processo sociale culminato nell’ esperienza della Flm. Insomma il lavoro fondamento della cittadinanza nella Costituzione di cui Ferrajoli (pp.154-162) chiede una rifondazione costituzionale si affermava nel cuore di conflitti acuti e generalizzati i cui protagonisti erano significativaente i più diversi: dall’operaio massa del montaggio Fiat agli impiegati e tecnici altamente qualificati della Snam progetti ciò che accomunava questi settori di classe con gli studenti era una ricerca di uguaglianza nell’accesso al salario (gli aumenti uguali per tutti, che suscitarono anche perplessità nelle precedenti generazioni sindacali) ma anche alla conoscenza e con un termine forse retorico al senso del lavoro che in quegli anni produceva anche forme intense di socialità. Lo Statuto dei diritti dei lavoratori è la legge in cui si è cristallizzato il risultato di quegli anni di creatività dei conflitti sociali. Mentre il rinnovamento degli istituti di rappresentanza riguardò tutta l’Europa negli anni ’20 in Italia fu una fase che si distinse dagli altri paesi perché le lotte si consolidarono in nuovi istituti sindacali. All’inizio del capitolo 5 “la rigidità della Costituzione e la sfera del non decidibile” Ferrajoli ricorda opportunamente che l’esperienza del fascismo accettato dalle istituzioni monarchiche aveva suggerito di porre dei principi non contrattabili né rinunciabili. Al tempo stesso dalla sua narrazione sintetica emerge il processo per cui i valori anticipati dalla Costituzione in un momento eccezionale di ricomposizione sociale emersa dalla resistenza e dalla rottura col fascismo si sono concretizzati solo grazie al conflitto e alla sua strutturazione in organizzazioni che ne sono nate. Una peculiarità italiana, del resto, è che anche i principali istituti di welfare generalizzato sono stati ottenuti (pensioni, assistenza sanitaria, riforme scolastiche, innovazioni nel trattamento dei problemi psichiatrici) altrove frutto di complesse e lunghe mediazioni sono state in Italia possibili solo grazie una mobilitazione sociale intensa e radicale. Il Manifesto d’altra parte elenca le date che – in un contesto europeo- in Italia hanno segnato lo svuotamento delle garanzie giuridiche con la precarietà al posto della garanzia della continuità del lavoro, l’immenso spostamento di ricchezze dai salari ai profitti, la priorità della finanza sull’economia reale: il referendum sulla scala mobile del 1985, il pacchetto Treu del 1997, la Fornero del 2013, il Jobs act del 2015 cui potremmo aggiungere la “contro”riforma pensionistica del 1995 del governo Dini e soprattutto il 1980, la sconfitta alla Fiat con una divisione fra operai e impiegati diretta e orchestrata dalla Fiat prima di liquidare anche l’occupazione di tecnici e impiegati che segna davvero l’inizio della fine dell’egemonia o dell’autorevolezza del punto di vista operaio sulla società. Il Manifesto indica come orizzonti di una ripresa possibile la “restaurazione dei diritti fondamentali dei lavoratori nei confronti dei datori di lavoro” e quella che lucidamente chiama “utopia del reddito minimo garantito” cui fa seguire una precisa sintesi di un dibattito amplissimo che ha investito sindacati, gruppi politici, economisti. Ferrajoli precisa che esso non dovrebbe essere un sussidio di povertà – necessariamente, o almeno storicamente, erogato nelle società liberali invece dei diritti dei lavoratori né una integrazione al reddito di lavori precari a tempo parziale necessariamente insufficienti e quindi un accompagnamento alla flessibilità come ad esempio nel caso esemplare della Germania del Hartz-Konzept ma al contrario un reddito non condizionato ad alcun rapporto coatto col mercato del lavoro che permetterebbe di innalzare il potere contrattuale dei potenziali lavoratori soprattutto ma non soltanto al momento dell’ingresso nel mercato. Alle molte legittimazioni etiche, sociali e costituzionali che Ferrajoli indica per affernarne l’importanza si potrebbe aggiungere l’analisi innovativa che teorici che per brevità chiamerò post-operaisti fanno della estensione del comando capitalistico e quindi della produttività dai luoghi fisici di lavoro all’intera vita quotidiana con il prolungamento informale della giornata lavorativa a tutte le attività ideative e relazionali del lavoro manuale e intellettuale reso produttivo nella precarietà. Questa analisi si può sottoporre ad analisi critiche che qui possono solo essere indicate, non descritte. Due risposte del resto si possono dare in generale a questa utopia. La prima potrebbe essere che una proposta così radicale dovrebbe accompagnarsi a un progetto di rilancio di occasioni di lavoro socialmente utile e sostenibile: non workfare coatto ma possibilità di rendere il più possibile il lavoro non pena e sfruttamento ma realizzazione e trasformazione non solo delle materie che ci circondano ma delle relazioni sociali. La seconda è che per cominciare – se non a ottenere – a imporre un obbiettivo così ambizioso bisognerebbe innanzitutto pensare a organizzare i soggetti di questa richiesta, tutti i cittadini ma innanzitutto i lavoratori intermittenti che insieme ai disoccupati di lungo periodo sono i principali portatori di richieste di reddito. Certo se guardiamo il lavoro e le sue organizzazioni in una prospettiva di lungo periodo vediamo che mutualismo e resistenza sono nati proprio organizzando lavoratori per definizione precari, licenziabili ad nutum nella morta stagione, nelle crisi cicliche, per ragioni disciplinari... e difesi solo dal mestiere che come diceva Rigola “è libertà e vita”. In seguito con l’emergere progressivo di rapporti contrattuali sindacati importanti e combattivi hanno organizzato i lavoratori più precari per la natura stessa del loro lavoro: i braccianti dalla Valle padana alla Puglia, i dockers inglesi che dopo un fondamentale sciopero del 1889 danno vita al nuovo unionismo cioè al sindacato che accoglieva anche i non qualificati. Questi lavoratori con proposte anche creative come il collocamento “di classe” e l’imponibile di mano d’opera si organizzano innanzitutto per la continuità del lavoro integrando il reddito attraverso la cooperazione e con un rapporto organizzato con lavori concessi alle cooperative dalle amministrazioni socialiste. Il carattere di classe del riformismo dell’Italia liberale si manifesta innanzitutto in questo intreccio. Questo riferimento al passato lo faccio per indicare che non è certo la prima volta che le organizzazioni dei lavoratori devono affrontare la precarietà. Oggi però il lavoro precario e intermittente si accompagna a una dispersione dei luoghi di lavoro nel territorio e a quella “messa al lavoro” del tempo di vita cui si accennava prima. Non c’è dubbio che le organizzazioni sindacali da sempre impiegano del tempo, a vote molto tempo a mettere le proprie strutture al livello delle trasformazioni della organizzazione del lavoro: basti pensare all’AFL sconfitta su questo piano proprio dal taylorismo e capace di rilancio solo nel pieno del New Deal. Ma oggi è probabile che solo un grande investimento del sindacalismo e innanzitutto della Cgil nelle proposte organizzative verso i lavoratori intermittenti che qualche volta lavorano fianco a fianco con lavoratori a tempo indeterminato può iniziare almeno a porre su basi concrete il problema che ci troviamo davanti pesante come un macigno. Che molti di questi lavoratori hanno scelto anziché l’autorganizzazione, la delega a proposte politiche che di questo tema del reddito hanno fatto la loro ambigua parola d’ordine. Grazie davvero a Ferrajoli per avere dato ordine e rigore a queste talvolta confuse e caotiche discussionie proposte. Maria Grazia Meriggi, già prof. ordinario di storia contemporanea Unibg, direttivo della Società Italiana di Storia del Lavoro (SISLAV) il cui sito invito , vivamente, a visitare

Ultimo aggiornamento : 10-04-2018 16:00

   
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