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Che fare...dopo il disastro preannunciato?
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Scritto da Franco Calamida, 19-03-2018 14:29

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra

Riporto alcuni articoli pubblicati da il Manifesto con riflessioni sul dopo elezioni .

Vi sono posizioni che riconfermano la volontò di prcedere come se nulla fosse successo ,

altre più problematiche. Loris Caruso ha pubblicato un articolo dal titolo :

"Con il M5S l' Italia ha inventato una nuova forma di politica".

Non ne condivido il contenuto , sto dalla parte della proposta di Luigi Ferrajoli ,

cioè del progetto descritto nel libro Manifesto per l' uguaglianza (rifondare la politica) ,

ma non va ignorata la posizione di Loris Caruso . La questione è questa :

la nostra posizione e di strettissima minoranza , quella del M5S è

di larga maggioranza, cioè incide sulla realtà. franco calamida.

 

 

 

Viola Carofalo: «Ai grillini voti in prestito, per i comuni Pap ci sarà»

«Ci saremmo aspettati qualcosina di più, i sondaggi ci davano sopra il 2%, ma non siamo andati male», spiega Viola Carofalo. Dopo una campagna elettorale organizzata in soli quattro mesi Pap si è fermata all’1,3%.

Quali indicazioni avete tratto dall’analisi del voto?

Tenuto conto della valanga di consensi intercettati dai 5S, anche in segmenti a noi vicini come i giovani, ne ricaviamo un quadro che non è malvagio. Per esempio a Napoli, dove i pentastellati sono andati oltre il 50%, nei seggi prossimi ai luoghi dove facciamo attività abbiamo ottenuto risultati ottimi. In città abbiamo totalizzato il 2,96% ma, ad esempio, Chiara Capretti nell’uninominale al centro storico ha portato a casa il 3,69%. Nel quartiere Porto siamo al 6,21%, all’Avvocata 5,7%, a San Giuseppe 5,81%, a Bagnoli 4,61%, a Montecalvario 4,39%. Bene nelle zone popolari, male nei quartieri borghesi di Chiaia e Posillipo. Però al Vomero e all’Arenella, dove si è candidato lo storico Giuseppe Aragno, siamo sopra il 4%. Dove ci conoscono siamo stati premiati. Dove non siamo presenti, i mezzi di informazione non ci hanno aiutato a farci conoscere.

Oltre Napoli, com’è andato il voto?

Molto bene a Livorno e Firenze, dove siamo sopra il 3%. Poco sotto il 3 a Bologna e intorno al 2% a Roma. In generale, andiamo meglio nei grandi centri dove c’è un tessuto di attivisti. Siamo in difficoltà nei piccoli centri, dove avremmo dovuto investire fondi che non avevamo per volantinaggi e manifesti. Ma a noi non interessa fare propaganda, quello che vogliamo è attivare le comunità locali. È questa la strada da percorrere nel futuro.

Molti attribuiscono la vittoria dei 5S al Sud alla richiesta di un nuovo assistenzialismo.

Venerdì ero a un dibattito con altri partiti. Alla rappresentante del Pd ho spiegato che non è necessario scomodare gli analisti per scoprire i motivi del crollo dei partiti tradizionali di centrodestra e centrosinistra, basta andare in un pronto soccorso. Al Sud gli elettori hanno utilizzato i 5S come strumento per buttare giù tutto: anche se Luigi Di Maio sta istituzionalizzando il Movimento, per gli elettori sono ancora quelli del Vaffa Day. Non li hanno votati per il programma ma per rabbia, non è una scelta di campo ma un comune sentire. Pap non è riuscita a intercettare questo elettorato, spiegando loro che avevamo una proposta politica strutturata. In molti ci hanno detto che avrebbero voluto votarci ma i 5S avevano la possibilità di mandare tutti gli altri a casa. Attenzione, però, perché i voti ai grillini sono in prestito e quindi contendibili.

Il voto mostra un’Italia spaccata in due, con il Nord alla Lega. È possibile riunire il paese su un programma comune?

Il Mezzogiorno, con la crisi innescata nel 2007, ha subito un massacro che arrivava su un massacro precedente. Al Nord invece la crisi è stata uno choc: il fallimento delle piccole imprese ha fatto crescere il numero di persone costrette ad accettare lavori con paghe basse, più lontano da casa e con meno diritti. Hanno subito effetti minori, rispetto alle popolazioni del Sud, ma sono ugualmente arrabbiati. Sul lavoro si può costruire un percorso comune per le due Italie. Dopo aver cancellato temi come l’equità sociale e l’antirazzismo, la sinistra istituzionale è ridotta a una tabula rasa. È necessario ripartire dalle comunità, così rinasce anche la coscienza politica.

In primavera ci saranno le amministrative e poi nel 2019 le Europee. Cosa farà Pap?

I territori che vorranno partecipare alle amministrative saranno in campo, rispettando il metodo di lavoro che ci siamo dati per le politiche. Per le Europee, osserviamo cosa succede a sinistra. Non abbiamo partecipato all’incontro con Varoufakis, Hamon e il sindaco Luigi de Magistris. Abbiamo invece ospitato all’Ex Opg Mélenchon. Decideremo quando il quadro sarà più chiaro.

Ricomincio da trecentomila. Il piano A di Potere al popolo

Sinistra. «Le elezioni erano un pretesto per metterci insieme, ora un coordinamento tra i territori». «Assemblee sovrane», ma il sito sarà «lo strumento per allargare la partecipazione»

Sinistra. «Le elezioni erano un pretesto per metterci insieme, ora un coordinamento tra i territori». «Assemblee sovrane», ma il sito sarà «lo strumento per allargare la partecipazione»

«Indietro non si torna» aveva detto Viola Carofalo, portavoce (ma formalmente per la legge elettorale «capo politico») di Potere al popolo, dal palco di piazza Dante a Napoli, alla festa di chiusura della campagna elettorale per le politiche. A livello nazionale il 4 marzo Potere al popolo ha ottenuto l’1,13%, 370.320 alla camera.

A Napoli, città da cui è partita la lista grazie agli attivisti dell’Ex Opg Je so’ pazzo, ha sfiorato la soglia di sbarramento con il 2,9%. Siccome indietro non si torna, stamattina a Roma al Teatro Italia la lista riunisce associazioni, comitati e organizzazioni politiche per «festeggiare il risultato e programmare le mosse dei prossimi mesi».

Nelle due settimane post voto ci sono state circa un centinaio di incontri da Nord a Sud e altrettanti sono programmati fino a fine mese, lo scopo è darsi un’organizzazione sui territori che agisca in modo coordinato: «Le assemblee sono sovrane ma stiamo lavorando al sito di Pap per trasformarlo in uno strumento operativo – spiega Chiara Capretti -. Chi non può partecipare di persona alle riunioni potrà informarsi e dare contributi attraverso il portale. Dobbiamo ragionare su temi di interesse generale creando gruppi di lavoro che sviluppino pratiche comuni e campagne nazionali».

Salute, migranti, diritti, lotta alle povertà e lavoro sono i temi su cui si impegnano gli attivisti dell’Ex Opg, attraverso progetti di mutualismo e solidarietà, da allargare su tutto il territorio.

Poi c’è la pratica del controllo popolare del voto, esercitata a Napoli alle scorse amministrative e alle politiche vegliando sulla regolarità delle operazioni di voto, che adesso dovrà essere adattata ed estesa a parlamentari e istituzioni nazionali. E poi l’opposizione al prossimo governo, tutti temi di discussione oggi al Teatro Italia.

«L’abbiamo detto nella nostra prima assemblea nazionale – commenta Viola Carofalo – quattro mesi fa: le elezioni sono state solo l’inizio, la prima tappa di un progetto più grande di aggregazione di forze sociali, di mobilitazione di giovani e di disaffezionati della politica. Sono state il pretesto per metterci insieme, farci vedere da milioni di persone».

Il risultato elettorale non ha prodotto uno sfaldamento dei gruppi e delle organizzazioni che avevano aderito a Pap, complice anche un appeal inesistente da parte dei partiti di sinistra come Leu, ma anzi sono arrivate nuove richieste di affiliazione: «Molti avevano partecipato alle assemblee ma poi non avevano aderito – prosegue Chiara – hanno atteso la prova del nove del voto. Visto com’è andata e la nostra volontà di andare avanti, hanno capito che potevano fidarsi e si sono fatti avanti. È quello che è successo, ad esempio, con il collettivo del Barrio di Bergamo».

Resta il tema di come ripartire in un paese spaccato in due con al Nord la Lega e al Sud i 5S. Spiega Chiara: «Noi siamo andati su e giù per lo Stivale, gli altri candidati non li abbiamo mai incrociati, ma abbiamo parlato con tanta gente che voleva solo mandare a casa la classe dirigente degli ultimi 15 anni. Al Sud, in particolare, molti non sapevano neppure del reddito di cittadinanza, è stata una ribellione contro chi ha distrutto le loro condizioni di vita».

Come recuperare spazio d’azione? «Il linguaggio di sinistra di per sé non ha alcuna presa sui cittadini – conclude – perché gli elettori di sinistra si sono sentiti fregati dai partiti che in passato l’hanno utilizzato. Per tracciare oggi una linea tra destra e sinistra, che ne riaffermi le differenze, è necessario ripartire dalle pratiche, tornare a fare comunità facendosi carico dei bisogni collettivi. Ci vuole un movimento popolare che pratichi, oltre a rappresentare, le differenze tra destra e sinistra».


«Cosa farò da piccola». Sinistra in panne. Leu, rilancio in salita

I postumi del voto. La delusione di Grasso verso i partiti, ma la sua leadership ora è in forse. Fratoianni guarda ai 5 stelle, Mdp a Zingaretti

I postumi del voto. La delusione di Grasso verso i partiti, ma la sua leadership ora è in forse. Fratoianni guarda ai 5 stelle, Mdp a Zingaretti

«Ma come? Mi avete detto che ognuno avrebbe sciolto le sue organizzazioni. E invece non è stato così. E adesso volete anche fare il tesseramento?». Allo scoccare della terza ora di riunione, Piero Grasso ha un dubbio. Gli avevano detto che il «partito unitario» era cosa fatta. Lo aveva annunciato prima del voto, senza provocare l’entusiasmo degli elettori, si saprà poi. E invece oggi scopre che non è tutto così semplice e rapido.

L’ILLUMINAZIONE avviene martedì pomeriggio a Roma, a via Zanardelli, sede di Mdp. La «sberla» (così l’ha definita Luciana Castellina sul manifesto) è stata forte, per la prima volta – a una settimana dal voto – Liberi e uguali riunisce il suo quartier generale. Presenti Grasso, Boldrini, Speranza, Fratoianni, Muroni, Pastorino (unico eletto di Possibile, Civati non era a Roma). È vero che all’indomani della sconfitta i tre segretari e Grasso hanno scritto ai militanti per invitarli a fare le assemblee territoriali. Ma è altrettanto vero che i tre partiti procedono in ordine sparso: Sinistra italiana ha tenuto la sua direzione e presto terrà l’assemblea nazionale, Possibile ha convocato gli Stati generali sabato 17 a Bologna (dalla mattina al Nuovo Cinema Nosadella). Mdp invece lascia decantare la situazione. Giusto qualche assemblea locale, se «i compagni» chiamavano.

L’OBIETTIVO DELLA RIUNIONE è dare subito un segnale di esistenza, unità e rilancio. Prima che il dibattito interno si avviti a colpi di interviste sui giornali: Civati, D’Alema, Fratoianni, Bersani. Si abbozza una road map: a metà aprile assemblea dei delegati (quelli che il 3 dicembre sono stati convocati per acclamare Grasso), avvio dello scioglimento delle organizzazioni, in autunno costituente del nuovo soggetto.

COME UN TEMPO fece Giuliano Pisapia (ma il paragone fa imbufalire) anche Grasso oggi mette sul piatto un «aut aut»: nessuna «federazione», o unità o lascio perdere. Laura Boldrini è anche più radicale: «Bisogna sparigliare, rivolgersi a un campo largo. Ci vuole il massimo grado di apertura alla società. Dobbiamo rinunciare ad ogni assetto precostituito. Serve un anno zero. Altrimenti non siamo credibili. Allora è meglio lasciare perdere».

LA FATIDICA ANALISI della sconfitta è complessa e sofferta. Per Fratoianni il principale guaio è essere stati percepiti come «un residuo di vecchio Pd ante Renzi». Stessa la lettura da Pippo Civati: «Non eravamo considerati abbastanza alternativi. Ho passato la campagna elettorale a rispondere a domande su D’Alema». Ma quello che brucia di più al leader di Possibile, rimasto fuori dal parlamento (non correva in un collegio sicuro) è il predicare bene e razzolare male: «Bisogna essere coerenti tra parole e fatti. Noi ne discuteremo sabato».

SPERANZA INVECE ripete come un mantra: «Andiamo avanti». Ma verso dove? Fratoianni propone un’apertura al dialogo con i 5 stelle; fin qui non riamato. Boldrini contraria. In Mdp molti temono la mazzata finale delle prossime amministrative e propongono l’alleanza con il Pd. Enrico Rossi, presidente della Toscana, mette in guardia: «Rischiamo di perdere le ultime città amministrate dal centrosinistra». In Friuli Venezia Giulia Mdp tenta l’accordo con il Pd, ma dagli alleati arriva il niet: il candidato è un renziano (Bolzonello) e per Si e Possibile bisogna segnare la discontinuità dall’amministrazione Serracchiani.

MA IL NODO DEL PD è più profondo. Un dirigente di Mdp allarga le braccia: «Se Zingaretti scende in campo alle primarie, l’80 per cento dei miei torna di là».

LA SCONFITTA NON AIUTA. Le poche cariche istituzionali (un capogruppo alla camera, se verrà concessa la deroga, i vice, il tesoriere, forse qualcosa al senato) saranno distribuite con il bilancino. Pensando all’equilibrio della delegazione che sarà consultata al Colle. E tenendo conto del papabile alla leadership. Sperando che i militanti siano d’accordo.
DI LEADERSHIP non si parla apertamente, ma dopo aver definito un’identità politica, si passerà a chi ne è «il programma vivente» (così Vendola disse di Grasso). «Grasso resta il punto di riferimento, il federatore. Non c’è il tentativo di scaricare su di lui responsabilità che non ha», si spiega. C’è un però: «È chiaro che dall’anno zero che ci aspetta verrà fuori anche una nuova leadership, che deve nascere da un processo partecipativo e non pattizio. Potrà essere anche una leadership plurale».

 

Possibile, Pippo Civati ratifica il disastro e si dimette

Bologna. Stati generali del movimento che lega il proprio destino alla sopravvivenza di Leu

Una tragedia, un disastro, una sconfitta prima di tutto culturale. Pippo Civati non si è tirato indietro per raccontare il tracollo della sinistra e di Liberi e Uguali alle ultime politiche. Perché prima che una batosta alle urne, ha spiegato il leader di Possibile, in Italia c’è stata una «trasformazione antropologica della società che ha travolto la politica, e paradossalmente quelli che più sono stati colpiti sono stati coloro che hanno tentato di fare una campagna diversa».

AGLI STATI GENERALI di Possibile, movimento ieri riunito a Bologna con delegati arrivati da tutti Italia, Civati ha annunciato le proprie dimissioni da segretario, e lo ha fatto affrontando di petto la questione delle responsabilità. «Avevamo tante cose da dire, ma non una storia da raccontare. Non ho saputo dare una speranza agli esclusi e agli emarginati, è stato il mio errore più grave e per questo oggi mi dimetto senza problemi e senza angosce».

Non è però il caso di parlare di ripartenza della sinistra, anzi. «Qui bisogna azzerare tutto, immaginare una strategia per il futuro, un progetto Genesi». E il riferimento «non è Papa Francesco», ma ad un nuovo inizio a cui, teoricamente, potrebbe partecipare in futuro anche un Pd «capace di mettersi davvero in discussione». Prospettiva lontana, perché «per il momento non sta avvenendo nulla di tutto questo».

I problemi immediati di Possibile sono piuttosto legati alla sopravvivenza di Leu, che il giorno dopo le elezioni doveva – nelle promesse – trasformarsi in un partito e che invece ora rischia di andare in frantumi, con Mdp da un lato e l’accoppiata Possibile-Sinistra Italiana dall’altro. Per Civati errore è stato l’appoggio alla candidatura di Nicola Zingaretti in Lazio, «perché siamo passati per gli amici del Pd». Ed è un errore «grave» anche il fatto che Mdp sembri intenzionato in Friuli a sostenere un candidato renziano alla guida della Regione.

POI C’È STATA l’analisi della campagna elettorale, «e lì abbiamo visto tutti gli errori possibili, tutti i paletti dello slalom sono stati presi e inforcati uno ad uno». A cominciare dalla candidature dove, con l’eccezione di Bologna, «ha prevalso il sistema delle quote tradendo ancora prima di iniziare la legislatura lo spirito del nostro programma».

Un disastro che ha portato ad un risultato pessimo: nella nuova legislatura Possibile sarà rappresentato da un solo deputato, il genovese Luca Pastorino. Male, anzi malissimo per un movimento nato per diventare «luogo di incontro per la sinistra diffusa, fuori e dentro dai partiti». Nelle prossime settimane Possibile dovrà eleggere un nuovo segretario, e Civati, rimasto fuori dal parlamento, non sarà della partita.

Per farlo capire ha citato il portale satirico Lercio, che lo aveva preso di mira nei giorni scorsi. «È vero quel che dicono, ho inviato un cv a Foodora per lavorare come fattorino, ma mi dicono che non c’è più posto». E ora? «Ora bisogna riflettere assieme, perché si rischia di rivotare tra pochi mesi, e io non avrò niente da mettermi».

 

Dal Manifesto del 13 marzo, commento di Loris Caruso

 

Con il M5S, l’Italia ha inventato una nuova forma della politica.

Sinistra. La frattura vecchio/nuovo vale dieci volte quella destra/sinistra. Come fu per la rivoluzione industriale, oggi quella digitale distrugge le vecchie forme politiche

La quasi sparizione della sinistra italiana, sancita dalle elezioni, provoca un comprensibile senso di vuoto e di smarrimento.

Non è detto però che il nuovo scenario abbia solo aspetti negativi.

I partiti e i ceti parlamentari «alla sinistra del Pd» sono arrivati a questo appuntamento elettorale sfibrati da dieci anni di fallimenti. Con questi risultati, non potranno più essere il perno di nuove iniziative. Il Pd si avvita in una crisi forse irreversibile.

Le elezioni lasciano quindi scoperto tutto il campo democratico-progressista, e questa può essere un’opportunità per tutti gli anti-liberisti.

In diversi paesi europei le sinistre anti-liberiste stanno superando i partiti socialisti, senz’altro la parte politica più in crisi del continente.

Visto il carattere quasi definitivo dei fallimenti della sinistra italiana c’è la necessità, e forse la possibilità, di costruire nel campo progressista una forza completamente nuova, con ambizioni maggioritarie. Questa possibilità però ha un vincolo molto preciso: una discontinuità non semplicemente forte, ma assoluta, con ciò che c’è stato prima.

Una nuova forza potrà avere grandi ambizioni (e queste elezioni dimostrano una volta di più che se non si hanno grandi ambizioni, non si hanno ambizioni) solo se sarà del tutto priva di vecchi volti politici, vecchi apparati, vecchie forme di negoziato e coalizione, vecchie parole d’ordine.

Non c’è bisogno di ulteriori dimostrazioni: nelle forme esistite finora agli elettori italiani non interessano né la sinistra né la sinistra radicale.

La frattura vecchio/nuovo vale attualmente dieci volte quella tra destra e sinistra: vince chi incarna questo principio, come i 5 Stelle nel 2013 e nel 2018 e Renzi nel 2014.

Com’è possibile, però, costruire una nuova forza capace di imporsi nel panorama attuale e porre fine alla giostra di cartelli, liste, nomi e simboli improvvisati a poche settimane dalle elezioni?

La seconda vittoria consecutiva del Movimento 5 Stelle in elezioni politiche dà indicazioni di lungo periodo.

Innanzitutto, l’Italia ha ancora una volta inventato una forma della politica. La più efficace, in Europa, tra le nuove invenzioni politiche. Capace perfino di quello che per un movimento populista è quasi un miracolo: sostituire il leader.

In secondo luogo, il suo successo ha confermato che siamo nella fase storica del campo populista. O si sta in questo campo o non si gioca.

Terzo, la costruzione del consenso va perseguita in modo quasi scientifico: muovendo dalla conoscenza capillare della società, dei suoi bisogni e delle sue rappresentazioni collettive (lavoro che, per i 5 Stelle, fa la Casaleggio Associati), traducendo le esigenze così individuate in pochissimi messaggi-forza, comunicati con iniziative adeguate ai contenuti (spettacolarizzate? Sì, anche spettacolarizzate).

Una campagna elettorale è una campagna elettorale, serve a raggiungere settori lontani dai propri circuiti di militanza, non può essere un discorso solipsistico fatto per il piacere di stare tra amici e compagni. E, per l’elettorato, un partito rappresenta fondamentalmente una sola cosa, che serve a posizionarlo nello spazio politico: Salvini è l’anti-immigrazione, il 5 Stelle è l’anti-classe politica. La sinistra cosa rappresenta?

Quarto, una forza di protesta o di alternativa deve avere un orizzonte globale in cui il suo discorso si inscrive. Anche il rafforzamento dell’ordine esistente e delle sue gerarchie costituisce un orizzonte globale (il più forte, perché il più tangibile). Oppure, una forza politica può evocare un ordine alternativo, quello che una volta si chiamava utopia.

Il 5 Stelle lo fa: la sua utopia è quella della democrazia e della società digitali, che questo partito considera già esistenti, perfette così come sono, solo da dispiegare pienamente. È un paradiso in terra, un’utopia ferma a cui la politica si deve adeguare. Accompagnata da una seconda utopia: la trasformazione globale del sistema politico.

Senza utopia e senza orizzonte non c’è azione politica possibile, soprattutto per le sinistre. Ma questo non bisognerebbe nemmeno ricordarlo, perché nel 1789 e nel secolo successivo le sinistre sono nate così: come prefigurazione utopistica del mondo nuovo, come profezia politica basata sulla società reale, su ciò che contiene ma non può sviluppare, sulle promesse che solleva e non può realizzare.

Si chiamava dialettica. Qual è oggi l’orizzonte utopistico della sinistra? È ancora il socialismo? E cosa significa, oggi, socialismo?

C’è un’analogia storica molto forte tra la fase storica attuale e quella della prima rivoluzione industriale, tra fine ‘700 e metà ‘800, l’epoca in cui la sinistra è nata.

La rivoluzione industriale distrusse la società dell’antico regime e la forma politica della monarchia assoluta. Fu una fase storica «antipolitica», in cui il bersaglio di movimenti e rivoluzioni erano le classi politiche, le autorità pubbliche, la forma stessa dello Stato.

Oggi, analogamente, la «rivoluzione digitale» sta distruggendo la democrazia parlamentare e rappresentativa, una forma politica non più adeguata ai rapporti sociali e alla vita materiale.

La forma di stato e di organizzazione politica che conosciamo non durerà molto.

Il Movimento 5 Stelle ha il suo modello alternativo: una forma politica modellata sul funzionamento e sugli interessi delle grandi imprese digitali.

Chi vuole costruire una forza di emancipazione all’altezza dei tempi deve giocare a questa altezza, ripensare la sua utopia, inventare il proprio modello alternativo, trovare un solo grande elemento simbolico su cui caratterizzarsi e parlare del mondo che può venire, non di quello che finisce.

 

Ultimo aggiornamento : 19-03-2018 14:29

   
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