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Ferrajoli difende Lula e Rousseff
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Scritto da Franco Calamida, 26-11-2017 22:21

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica

Luigi Ferrajoli espone valutazioni critiche  , con ineccepibile competemza e rigore ,

sulla gestione dei processi a Roussef e Lula . Cita Beccaria e il "processo offensivo " ,

nel quale il giudice considera  l 'imputato un nemico e l' obiettivo che persegue

non è la ricerca della verità processuale , fondata su prove che prendon forma

e sostanza nel corso del dibattimento , ma la sconfitta del suo nemico ,

cioè la condanna dell 'imputato . Luigi Ferrajoli è molto noto in Brasile ove ha

tenuto corsi , seminari e conferenze e un ciclo di lezioni è intitolato a suo nome.

 

 


Luigi Ferrajoli, Esistono, in Brasile, garanzie del corretto processo?

      La cultura giuridica democratica italiana è profondamente turbata per le vicende che hanno portato all’impeachment della presidente Dilma Rousseff e al processo penale contro Inacio Lula. Si ha l’impressione che queste vicende segnalino una pesante carenza di garanzie e una grave lesione dei principi del corretto processo, difficilmente spiegabili se non con la finalità politica di porre fine al processo riformatore realizzato in Brasile negli anni della presidenza di Lula e di Dilma Rousseff che ha portato fuori della miseria 40 milioni di brasiliani.
       Innanzitutto la carenza di garanzie costituzionali della democrazia politica rivelata dall’impeachment con cui è stata destituita la presidente Dilma Rousseff, legittimamente eletta dal popolo brasiliano. Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 85 della Costituzione brasiliana. Benché questa norma sia formulata in termini non del tutto precisi, mi sembra difficile negare, sulla base di una sua interpretazione razionale e della natura stessa dell’istituto dell’impeachment, che non esistevano i presupposti della sua applicazione. Il reato da essa previsto è infatti un reato complesso, consistente congiuntamente di un reato-fine, costituito dall’attentato alla Costituzione, e da uno dei sette reati-strumento elencati nell’art. 85 quali reati-mezzo. Ebbene, nella condotta di Dilma Rousseff, ammesso che ricorra uno di questi sette reati strumentali, certamente non ricorre il reato-fine di attentato alla Costituzione. Si ha perciò l’impressione che sotto forma di impeachment sia stato in realtà espresso un voto politico di sfiducia, che è un tratto caratteristico delle democrazie parlamentari ma è del tutto estraneo a un sistema presidenziale come è quello brasiliano. Senza contare la lesione dei diritti fondamentali e della dignità personale della cittadina Dilma Rousseff, a danno della quale sono state violate tutte le garanzie del corretto processo: dalla garanzia della tassatività della figura di reato a quelle del contraddittorio, del diritto di difesa e della terzietà e imparzialità del giudizio.
       Quanto al processo contro l’ex presidente Lula, qui in Italia non ne conosciamo gli atti se non sommariamente. Siamo tuttavia rimasti impressionati dal suo impianto inquisitorio, manifestato da tre aspetti inconfondibili delle pratiche inquisitorie.
       In primo luogo la confusione tra giudice e accusa, cioè la mancata separazione tra le due funzioni e perciò la figura del giudice inquisitore, che in violazione del principio ne procedat iudex ex officio, promuove l’accusa, forma le prove, emette mandati di cattura e di comparzione, partecipa a conferenze stampa illustrando l’accusa e anticipando il giudizio e infine pronuncia la condanna di primo grado. Il giudice Sergio Moro sembra infatti l’assoluto protagonista di questo processo. Oltre ad aver promosso l’accusa ha emesso, il 12 luglio di quest’anno, la sentenza di condanna, con la quale ha irrogato a Lula la pena di 9 anni e 6 mesi di reclusione per corruzione e riciclaggio e l’interdizione dai pubblici uffici per 19 anni. E’ chiaro che una simile, incredibile figura è la negazione dell’imparzialità e della terzietà, dato che conferisce al processo un andamento monologante, fondato sul potere dispotico del giudice-inquisitore.
        Il secondo aspetto di questo processo è la specifica epistemologia inquisitoria, basata sulla petizione di principio in forza della quale l’ipotesi accusatoria da provare, che dovrebbe essere la conclusione di un'argomentazione induttiva suffragata da prove e non smentita da controprove, forma invece la premessa di un procedimento deduttivo che assume come vere solo le prove che la confermano e come false tutte quelle che la contraddicono. Di qui l’andamento tautologico del ragionamento probatorio, in forza del quale la tesi accusatoria risulta di fatto infalsificabile dato che funziona da criterio pregiudiziale di orientamento delle indagini, da filtro selettivo della credibilità delle prove e da chiave interpretativa dell'intero materiale processuale. Due soli esempi. L’ex ministro Antonio Pallocci, in stato di custodia preventiva, a maggio di quest’anno aveva tentato un patteggiamento – una “confessione premiata” – per ottenere la liberazione, ma la sua richiesta era stata respinta dal giudice perché non aveva formulato nessuna accusa a Lula e a Dilma Rousseff ma solo contro il sistema bancario. Ebbene, questo stesso imputato, il 6 settembre, di fronte ai procuratori, ha cambiato la sua prima versione dei fatti e ha fornito quella ipotizzata dall’accusa onde ottenere la liberazione. Totalmente ignorata è stata al contrario la deposizione di Emilio Olbrecht, che il 12 giugno aveva dichiarato al giudice Moro di non aver mai donato alcun immobile all’Istituto Lula, secondo quanto invece ipotizzato nell’accusa di corruzione.
      Il terzo tratto inquisitorio di questo processo è infine l’assunzione dell’imputato come nemico: la demonizzazione di Lula da parte della stampa. Ciò che è più grave è che la campagna di stampa contro Lula è stata alimentata dal protagonismo dei giudici, i quali hanno diffuso atti coperti dal segreto istruttorio e si sono pronunciati pubblicamente e duramente, in una vera campagna mediatica e giudiziaria, contro il loro imputato, alla ricerca di una impropria legittimazione: non già quella della soggezione alla legge e della prova dei fatti, bensì quella del consenso popolare, così manifestando un’ostilità e un’assenza di imparzialità che è difficile capire come mai non ne abbia giustificato la ricusazione.
      Il giudice Moro, che continua a indagare su altre ipotesi di reato contestate a Lula, ha rilasciato prima dell’apertura del processo numerose interviste alla stampa, nelle quali ha attaccato apertamente il suo imputato; ha promosso le cosiddette “delazioni premiate”, consistenti di fatto nella promessa della libertà come compenso del contributo degli imputati all’accusa; ha perfino rivendicato l’intercettazione nel 2016 della telefonata nella quale la presidente Rousseff proponeva a Lula di entrare nel suo governo, da lui resa pubblica con l’argomento che “la gente aveva diritto di conoscere il contenuto di quel dialogo. L’anticipazione del giudizio non è, d’altro canto, un’abitudine del solo giudice Moro. Il 6 agosto di quest’anno il Presidente del Tribunale Regionale Superiore della 4^ regione (TRF-4), Carlos Eduardo Thompson Flores, di fronte al quale si svolgerà il giudizio d’appello promosso dalla difesa contro la sentenza di condanna del 12 luglio in primo grado, ha elogiato il giudice Moro e ha dichiarato, in un’intervista al giornale “Estado de Sao Paulo” che la sua sentenza “è tecnicamente irreprensibile”.
       Simili anticipazioni di giudizio, secondo i codici di procedura di tutti i paesi civili – per esempio gli articoli 37 e 36 del codice di procedura penale italiano – sono motivi ovvi e indiscutibili di astensione e di ricusazione. Ed anche in Brasile, come ha ricordato Lenio Streck, esiste una norma sia pure alquanto vaga – l’articolo 12 del Codice della Magistratura brasiliana del 2008 – che impone al magistrato di comportarsi in maniera “prudente e imparziale” nei suoi rapporti con la stampa. I giornali brasiliani, evocando l’inchiesta italiana “Mani pulite” dei primi anni Novanta, ha parlato dell’inchiesta Lava Jato che ha coinvolto Inacio Lula come della “Mani Pulite brasiliana”. Ma nessuna delle storture qui illustrate può essere rinvenuta nell’inchiesta italiana: un’inchiesta che nessuno, non diciamo dei giudici, ma neppure dei pubblici ministeri che ad essa hanno partecipato, gradirebbe fosse assimilata a quella brasiliana.
         Sono infatti i principi elementari del corretto processo che in questo procedimento sono stati e continuano ad essere contraddetti. Le condotte qui illustrate dei giudici brasiliani rappresentano infatti un esempio clamoroso di quello che Cesare Beccaria, nel § XVII del Dei delitti e delle pene, ha chiamato “processo offensivo”, dove “il giudice” – contrariamente a quello da lui chiamato “processo informativo” dove il giudice è “un indifferente ricercatore del vero” – “diviene nemico del reo”, e “non cerca la verità del fatto, ma cerca nel prigioniero il delitto, e lo insidia, e crede di perdere se non vi riesce, e di far torto a quell’infallibilità che l’uomo s’arroga in tutte le cose”; “quasiché le leggi e il giudice”, aggiunge Beccaria nel § XXXI, “abbiano interesse non di cercare la verità, ma di provare il delitto”. E’ invece sulla natura del giudizio quale “ricerca indifferente del fatto” che si fondano l’imparzialità e l’indipendenza dei giudici, la credibilità dei loro giudizi e soprattutto, insieme alle garanzie della verità processuale, le garanzie di libertà dei cittadini contro l’arbitrio e il sopruso.
       Aggiungo che ho più volte espresso la mia ammirazione per la Costituzione brasiliana, forse la più avanzata in tema di garanzie dei diritti sociali – i vincoli di bilancio, i poteri del pubblico ministero in tema di inadempienze delle prestazioni sociali, la presenza di un Procuratore presso il Tribunale costituzionale – al punto da costituire un modello di quello che ho chiamato “costituzionalismo di terza generazione”. E’ stato anche in attuazione di questo avanzato costituzionalismo che in Brasile, come ho all’inizio ricordato, si sono prodotte negli anni passati una straordinaria riduzione delle disuguaglianze e della povertà e un miglioramento generale delle condizioni di vita delle persone.
       Le penose vicende istituzionali che hanno colpito i due presidenti che sono stati artefici di questo progresso sociale ed economico hanno portato alla luce un’incredibile debolezza del costituzionalismo di prima generazione, cioè delle garanzie penali e processuali dei classici diritti di libertà: una debolezza sulla quale la cultura giuridica e politica democratica del Brasile dovrebbe seriamente riflettere. Soprattutto, inoltre, esse generano la triste sensazione del nesso che lega le due vicende – l’infondatezza giuridica della deposizione di Dilma Rousseff e la violenza della campagna giudiziaria contro Lula – e perciò la preoccupazione che la loro convergenza abbia il senso politico di un’unica operazione di restaurazione antidemocratica. Questa sensazione e questa preoccupazione sono aggravate dalle notizie, riportate concordemente e serenamente da molti giornali, che i giudici starebbero cercando di affrettare i tempi del processo per giungere quanto prima alla condanna definitiva; la quale, in base alla legge “Ficha limpia” (fedina pulita), impedirebbe a Lula, ancora popolarissimo, di candidarsi alle elezioni presidenziali dell’ottobre 2018. Si tratterebbe di una pesante interferenza della giurisdizione nella sfera della politica che avrebbe l’effetto, tra l’altro, di una pesante delegittimazione, anzitutto, dello stesso potere giudiziario.


 

Ultimo aggiornamento : 26-11-2017 22:21

   
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