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La rivoluzione d' ottobre a cura di P. Basso
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Scritto da Franco Calamida, 06-11-2017 10:20

Pagina vista : 410

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica

Ricorre, il 7 novembre 2017, il centesimo anniversario della rivoluzione socialista d'ottobre.

Io sono tra coloro che hanno creduto al mito del socialismo realizzato

(il mito non è il socialismo, che sono sempre convinto rappresenti una forma di

organizzazione della società migliore di quella attuale; illusione era credere che

questa forma di società si fosse realizzata nell'Unione sovietica).

Mi sono chiesto come meglio ricordare questo avvenimento, e magari far

capire agli amici che mi leggono e che non sono mai stati contagiati da

questo mito, in particolare ai giovani che sono divenuti adulti dopo il

totale fallimento dell'esperienza sovietica, le ragioni dell'entusiasmo

e della speranza che quella rivoluzione sollevò allora tra i popoli di

tutto il mondo (le differenze tra comunisti e socialdemocratici vennero dopo).

Lo faccio dedicando alcune righe ai primi due decreti del governo

sovietico, che rispondevano alle più profonde aspirazioni del popolo russo:

la pace e la terra. (Nel giro di pochi giorni seguirono altri decreti che

avviarono una trasformazione radicale della società, dal diritto all'autodeterminazione

per i popoli non russi dell'ex-impero all'abolizione della pena di morte,

dal controllo operaio nelle fabbriche all'estensione del diritto all'istruzione).

Proprio l'importanza dell'istruzione nella costruzione della nuova società

spiega il terzo documento che riproduco, una breve nota di Lenin per la

biblioteca pubblica di Pietrogrado. A questo segue un reportage del 1921

scritto nientemeno che dal filosofo e matematico Bertrand Russell,

e alcune note scherzose di Toni Muzzioli su quello che resta della rivoluzione.

Piero Basso

Ai pochi amici che forse si chiedono perché mai la “rivoluzione d'ottobre” si

celebra in novembre (così come la precedente “rivoluzione di febbraio”

che, sempre nel 1917, abbattè lo zar e portò al potere il governo Kerensky,

si celebra in marzo) è dedicato il breve pezzo sui calendari.

 

 

 

 


 

 

Il decreto sulla pace

Formulato da Lenin, il “decreto sulla pace” è il primo atto del nuovo governo bolscevico dopo la presa del potere e viene promulgato il 26 ottobre (8 novembre per il calendario gregoriano) 1917 durante il secondo “Congresso dei soviet dei deputati operai e soldati di tutta la Russia” che si tenne dal 25 al 27 ottobre all'Istituto Smolny di Pietrogrado.

Riproduciamo il testo da: Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1900-1918, a cura di Vittorio Vidotto, con la collaborazione di Elena Papadia, Roma-Bari, Laterza, 2010.

 

Il Governo degli operai e dei contadini, nato dalla rivoluzione del 24-25 ottobre e fondato sui Soviet dei Deputati degli operai, dei soldati e dei contadini, invita tutti i popoli belligeranti e i loro governi ad intavolare quanto prima trattative per una giusta pace democratica.

Giusta pace democratica di cui è assetata la grandissima maggioranza degli operai e delle classi lavoratrici di tutti i paesi belligeranti, che la guerra ha spossato, estenuato e travagliato; una pace che nella maniera più decisa e tenace reclamavano gli operai e i contadini russi già dopo avere rovesciato il regime zarista.

È una tale pace che il Governo vuole ottenere immediatamente senza annessioni (cioè senza l’occupazione dei territori altrui e senza l’adesione forzata di altre nazionalità) e senza riparazioni di guerra.

Questa è la pace che il Governo di Russia propone a tutti i popoli belligeranti di firmare immediatamente, dichiarandosi pronto a compiere subito senza il benché minimo indugio tutti i passi indispensabili, fino all’approvazione finale di tutte le condizioni di una simile pace da parte delle Assemblee plenipotenziarie dei rappresentanti del popolo di tutti i Paesi e di tutte le Nazioni.

[…]

La continuazione della presente guerra, al fine di distribuire a forti e ricche nazioni le povere popolazioni di cui esse si sono impadronite, viene considerata dal Governo come un gravissimo delitto contro l’umanità; il Governo proclama solennemente la propria intenzione di firmare quanto prima le condizioni di pace, allo scopo di por fine alla guerra, alle condizioni indicate e ugualmente eque per tutti senza eccezione di nazionalità.

Il Governo dichiara inoltre di non ritenere le condizioni di pace sopraesposte assolutamente definitive; esso è pronto ad esaminare qualunque altra condizione, limitandosi a insistere soltanto sulla necessaria rapidità di tali proposte da parte di qualsivoglia parte belligerante, e sulla piena chiarezza di esse, sull’incondizionata esclusione, nell’atto stesso di formulare le condizioni di pace, di ogni doppio senso e punto oscuro.

Il Governo rinuncia alla diplomazia segreta, ed esprime la ferma intenzione di condurre tutte le trattative in maniera aperta, al cospetto di tutto il popolo, procedendo all’immediata, completa pubblicazione di tutti gli accordi segreti ratificati o conclusi dal Governo borghese e capitalista dal mese di febbraio fino al 25 ottobre 1917. Tutto quanto contenuto in questi accordi segreti, in quanto indirizzato, come si è verificato nella maggior parte dei casi, a procurare vantaggi e privilegi a borghesi e capitalisti russi, a mantenere o ad estendere le annessioni di popolazioni russe, viene considerato dal Governo immediatamente e definitivamente come nullo e non avvenuto.

[…]

Il Governo propone a tutti i Governi e popoli di tutti i paesi belligeranti di firmare quanto prima un armistizio; ritiene, inoltre, auspicabile che esso sia concluso non oltre i tre mesi, cioè entro un tempo sufficiente a portare a termine le trattative sulla pace con la partecipazione dei rappresentanti di tutti, senza esclusione di quelle nazionalità o nazioni trascinate nella guerra o costrette a parteciparvi, e sufficiente, altresì, a convocare le assemblee plenipotenziarie dei rappresentanti del popolo di tutti i Paesi, per l’approvazione finale delle condizioni di pace. […]

 

 

 

Il decreto sulla terra

Le righe che seguono sono tratte dall’introduzione di Vladimiro Giacché al volume “Lenin, Economia della rivoluzione”, Milano, Il Saggiatore, 2017, che io ho ripreso dal sito di Contropiano, http://contropiano.org/fattore-k/2017/06/30/la-rivoluzione-primi-atti-del-potere-sovietico-093452

 

[…] Il decreto cruciale sotto il profilo economico è il secondo, il Decreto sulla terra, approvato dal Congresso dei soviet nella notte tra l’8 e il 9 novembre [a sole poche ore dal decreto sulla pace]. Esso prevedeva l’abolizione immediata e senza alcun indennizzo della grande proprietà fondiaria e metteva a disposizione dei comitati contadini e dei soviet distrettuali tutti i possedimenti dei grandi proprietari fondiari e le terre dei conventi, delle chiese e della corona, con il compito di distribuirle ai contadini.

Al decreto era annesso il Mandato contadino sulla terra, approvato nell’agosto 1917 da un congresso contadino e frutto di 242 risoluzioni di assemblee contadine, cui veniva così conferito valore di legge. Questo mandato, ispirato dai socialisti-rivoluzionari, era rimasto lettera morta durante il governo provvisorio, di cui pure i socialisti-rivoluzionari facevano parte. Adesso lo realizzavano i bolscevichi, pur non condividendone appieno i contenuti: esso infatti poneva l’accento più su una ripartizione egualitaria della terra che sulla necessità di creare grandi imprese agricole collettive in grado di aumentare la produttività del lavoro agricolo. Questi diversi punti di vista emersero nella discussione del Congresso dei soviet. Alle perplessità di una parte dei bolscevichi Lenin rispose così: «Si sentono qui voci le quali affermano che il mandato e il decreto stesso sono stati elaborati dai socialisti-rivoluzionari. Sia pure. […] Come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse del popolo, anche se non fossimo d’accordo. […] Ci pronunciamo perciò contro qualsiasi emendamento di questo progetto di legge […]. La Russia è grande e le condizioni locali sono diverse. Abbiamo fiducia che i contadini sapranno risolvere meglio di noi, in senso giusto, la questione. La risolvano essi secondo il nostro programma o secondo quello dei socialisti-rivoluzionari: non è questo l’essenziale. L’essenziale è che i contadini abbiano la ferma convinzione che i grandi proprietari fondiari non esistono più nelle campagne, che i contadini risolvano essi stessi tutti i loro problemi, che essi stessi organizzino la loro vita».

[...]

Le conseguenze del decreto, dal punto di vista dell’entità della terra redistribuita, furono immense. Anche perché nell’attuazione pratica, demandata a livello locale, si andò oltre le stesse previsioni del mandato: di fatto, la parte del patrimonio agrario sottratta alla distribuzione fu molto inferiore a quella prevista. In media, in tutto il paese, la terra concessa in uso ai contadini passò dal 70 per cento al 96 per cento di tutta l’area coltivata, in Ucraina dal 56 per cento al 96 per cento, mentre in altre regioni arrivò quasi al 100 per cento. Passarono così ai contadini 150 milioni di ettari di terra in tutta la Russia; i contadini furono inoltre liberati da fitti nei confronti dei grandi proprietari fondiari del valore di 700 milioni di rubli all’anno e da un debito di 3 miliardi di rubli nei confronti della Banca dell’Agricoltura; il valore degli attrezzi espropriati si aggirò intorno a 300 milioni di rubli. Non meno importanti le conseguenze in termini di stratificazione sociale nelle campagne: il decreto ridusse la polarizzazione sociale, accrescendo il peso dei contadini medi.

Decisive e immediate furono infine le conseguenze politiche: con il decreto sulla terra la Rivoluzione si conquistò l’appoggio dei contadini, legittimando e incentivando un processo dal basso di esproprio delle grandi proprietà fondiarie già in corso, e accentuò la spaccatura all’interno dei socialisti-rivoluzionari tra la destra, ostile all’esperimento rivoluzionario, e la sinistra, che infatti nel mese di dicembre entrò a far parte del Consiglio dei commissari del popolo vedendosi attribuito tra l’altro proprio il Commissariato all’agricoltura.

[…]

Tra i dissenzienti si colloca anche Massimo Gorkij, il quale ricorda così i motivi del proprio dissidio con Lenin nell’anno della Rivoluzione, sin dalle Tesi di aprile: «pensai che sacrificasse ai contadini l’esercito sparuto ma eroico degli operai politicamente consapevoli e degli intellettuali sinceramente rivoluzionari. Quest’unica forza attiva sarebbe stata gettata, come una manciata di sale, nell’insipida palude delle campagne e si sarebbe dissolta senza mutare lo spirito, la vita, la storia del popolo russo». Per Gor’kij la politica di Lenin avrebbe insomma assecondato in misura eccessiva i contadini, non tenendo conto della necessità di «sottomettere gli istinti della campagna alla ragione organizzata della città». [M. Gor’kij, Lenin (1931), a cura di I. Ambrogio, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 46]

 

 

 

Sui compiti della biblioteca pubblica di Pietrogrado

E' un dettaglio, ma è un dettaglio significativo. Non è passato un mese dalla presa del potere che Lenin trova il tempo di scrivere questo biglietto all’indirizzo della direzione della Biblioteca pubblica di Pietrogrado [in: V.I. Lenin, Opere complete, vol. XXVI, Roma, Editori Riuniti, 1966, p. 316-317].

Forse si può apprezzare meglio questa nota leggendo quello che nel 1917 un settimanale socialista italiano che si pubblicava (e si pubblica ancora) a Zurigo, scriveva di Lenin: “Si recava [quotidianamente] al suo posto di combattimento, la biblioteca centrale di Zurigo, dove entrava ad apertura di cancello”.

 

Per partecipare razionalmente, riflessivamente, con successo alla rivoluzione, bisogna istruirsi.

Il funzionamento delle biblioteche a Pietrogrado, a causa del danno causato all’istruzione pubblica dallo zarismo, è veramente pessimo.

È indispensabile realizzare subito e senza fallo le seguenti trasformazioni fondamentali, fondate sui principi da tempo attuati nei liberi Stati dell’Occidente, in particolare la Svizzera e negli Stati Uniti del Nord America:

1. La biblioteca pubblica (ex imperiale) deve procedere immediatamente allo scambio dei libri sia con tutte le biblioteche pubbliche di Pietrogrado e provincia, sia con le biblioteche straniere (Finlandia, Svezia e così via).

2. La spedizione dei libri da una biblioteca all’altra dev’essere proclamata gratuita per legge.

3. La sala di lettura della Biblioteca deve essere aperta tutti i giorni, non escluse le feste e le domeniche, dalle 8 del mattino alle 11 di sera, come si fa nei paesi civili per i ricchi nelle biblioteche e sale di lettura private.

4. Bisogna trasferire immediatamente un numero necessario di impiegati alla biblioteca pubblica dai dipartimenti del ministero dell’istruzione pubblica (allargando l’impiego di personale femminile, dato che il personale maschile è assorbito dalle esigenze di guerra), nei quali dipartimenti i nove decimi sono occupati in lavori non soltanto inutili, ma dannosi.

 

 

 

Il contrasto città-campagna nel reportage di Bertrand Russell

A soli tre anni dalla Rivoluzione, nell’estate del 1920, Bertrand Russell si unì a una delegazione del Partito laburista britannico in visita all’Unione sovietica. Ne trasse lo stesso anno quello che oggi diremmo un instant-book, Teoria e pratica del bolscevismo (tr.it. Roma, Newton Compton, 1970), che è insieme un reportage sulla situazione della Russia post-rivoluzionaria ancora impegnata nella sanguinosa guerra civile (1918-20) e una riflessione politico-culturale sul fenomeno del bolscevismo, da lui visto con forti accenti critici.

Convinto anticapitalista, Russell dà un giudizio nel complesso positivo sulla rivoluzione, pur dichiarando le sue riserve sui metodi troppo spicci dei bolscevichi, accusati di «fanatismo» («il nuovo mondo dev’essere costruito con metodi più lenti e meno velleitari»), e allo stesso tempo mettendo in luce le terribili difficoltà pratiche che il processo di costruzione del socialismo stava incontrando (la stessa NEP era di là da venire). Il grande filosofo britannico vede, in particolare, con grande lucidità, il conflitto tra masse contadine e masse urbane, che nonostante la “buona volontà” del gruppo dirigente bolscevico si mostrerà subito acutissimo, e sarà la base di non pochi dei più tragici sviluppi dei decenni successivi. [tm]

 

[…] Il problema di indurre i contadini ad alimentare le città è comune alla Russia come a tutta l’Europa centrale, e da quanto si può giudicare la Russia ha avuto più successo di altri Stati nel risolverlo. Per il governo sovietico il problema è principalmente concentrato su Mosca e Pietrogrado; le altre città non sono molto grandi e per la maggior parte sono situate nel centro delle ricche zone agricole. […]

Il governo fornisce delle razioni a prezzi fissi bassissimi a tutti coloro che lavorano nelle città. Secondo la teoria ufficiale il governo ha il monopolio degli alimenti e le razioni dovrebbero essere sufficienti per vivere. In verità, però, le razioni non sono sufficienti e costituiscono soltanto una parte del rifornimento alimentare di Mosca. […] Date le circostanze, quasi tutti, ricchi e poveri, si riforniscono al «mercato nero» dove ogni cosa costa all’incirca cinquanta volte di più rispetto ai prezzi fissati dal governo. Per comprare una libbra di burro occorre quasi il salario di un mese. Per ottenere più alimenti la gente ricorre a espedienti di ogni sorta. Qualcuno fa del lavoro straordinario, che viene remunerato meglio di quello ordinario, dopo aver finito la giornata lavorativa regolare. […] Ma la risorsa consueta è la cosiddetta «speculazione», vale a dire una sorta di baratto: alcune persone, una volta ricche, vendono vestiti, mobili o gioielli in cambio di cibo; l’acquirente rivende ad un prezzo maggiorato e così via, per magari venti mani, fino a quando si scopre che l’ultimo compratore è un contadino benestante o uno speculatore “nouveau riche”. […]

È chiaro che questo stato di cose è insoddisfacente, ma, dal punto di vista del governo, non è facile vedere cosa si dovrebbe fare. La popolazione urbana e industriale è principalmente occupata a svolgere lavori ordinati dal governo per i rifornimenti militari [il viaggio di Russell si svolge durante gli ultimi mesi della guerra civile – NdR]. Si tratta di compiti assolutamente necessari, il cui costo però dovrebbe essere sostenuto dalle tasse. Una moderata tassa di questo genere sui contadini sfamerebbe facilmente Mosca e Pietrogrado. Ma ai contadini non interessa né la guerra né il governo. La Russia è tanto vasta che l’invasione di una sua parte non tocca affatto il resto; e i contadini sono troppo ignoranti per avere una qualsiasi coscienza nazionale, come possono averla gli inglesi, i francesi o i tedeschi. I contadini non daranno mai spontaneamente una parte dei loro prodotti semplicemente per la difesa nazionale, ma solo per le merci di cui hanno bisogno – vestiti, strumenti agricoli ecc. – che il governo, a causa della guerra e del blocco, non è in grado di fornire.

Quando la scarsità di cibo raggiunse il punto più critico, il governo si inimicò i contadini con le requisizioni, compiute con mano pesante dall’Armata rossa. Tale metodo è stato ora modificato, ma i contadini continuano a dividere malvolentieri i loro beni, cosa del resto naturale, data l’inutilità della carta moneta e gli altissimi prezzi offerti dagli acquirenti privati.

La principale causa dell’opposizione popolare al bolscevismo è costituita dal problema alimentare; tuttavia, non vedo come si potrebbe adottare una qualsiasi altra politica popolare. I bolscevichi sono malvisti dai contadini perché requisiscono una parte troppo grande dei loro prodotti, e in città sono malvisti perché ne requisiscono troppo poca. I contadini vogliono il cosiddetto libero commercio, cioè la fine di qualsiasi controllo sulla produzione agricola. Se si adottasse questa politica, le città verrebbero a trovarsi di fronte alla miseria più nera e non solo di fronte alla fame e agli stenti. […]

Il governo rappresenta gli interessi della popolazione urbana e industriale, e si trova, per così dire, accampato in una nazione contadina con cui ha relazioni diplomatiche e militari piuttosto che governative nel senso comune della parola. Come nell’Europa centrale, anche qui la situazione economica è favorevole alla campagna e sfavorevole alla città. Se la Russia fosse governata democraticamente, secondo la volontà della maggioranza, gli abitanti di Mosca e di Pietrogrado morirebbero d’inedia; ma data l’attuale situazione le due grandi città riescono a appena a sopravvivere, avendo l’intera forza civile e militare dello Stato impegnata a soddisfare le loro esigenze. La Russia offre il curioso spettacolo di un impero vasto e potente, prosperoso alla periferia, ma afflitto dalla miseria al centro. I più poveri sono i più potenti, e infatti riescono a sopravvivere solo grazie a questa concentrazione del potere.

 

 

 

Briciole rivoluzionarie (1917-2017)

Considerazioni semiserie (o semischerzose, fate voi) per un centenario

 

§ Piovono briciole     Chi pensa che nulla resti oggi della grande Rivoluzione bolscevica, e della stessa vicenda sovietica, dovrebbe sapere che solo pochi giorni fa il satellite Molniya 1-44 (https://it.sputniknews.com/mondo/201710245179668-Satellite-atmosfera-tencologia/), spedito intorno al Globo nel 1979, è rientrato in orbita, disintegrandosi. Come dire, briciole del Glorioso Progresso Socialista ancora piovono dal cielo e voi, ingrati revisionisti, neanche ve ne accorgete più! Nel caso specifico, sono piovute sugli abitanti dello Zimbabwe. Speriamo non si sia fatto male nessuno, ma pare che si tratti solo di frammenti di pochi centimetri. E comunque, insomma, sono pur sempre africani…

 

§ La Madre di tutti i Disastri     Per nulla ininfluente invece la Rivoluzione è stata a parere del grande filosofo politico americano Michael Walzer. Essa ha avuto, anzi, un peso enorme. Soltanto che è stato tutto un «disastro»: «un disastro per il popolo russo. (…) Un disastro per l’Europa (…). Un disastro per la sinistra». Il filosofo consegna poi queste auree e definitive parole alle rosee (o salmonate?) pagine del quotidiano di Confindustria “Il Sole 24 Ore”, dove infatti le troviamo a impreziosire la prima pagina dell’inserto domenicale del 1° ottobre. (Michael Walzer, La verità sulla Rivoluzione d’Ottobre, “Il Sole 24 Ore”, Domenica 1° ottobre 2017).

 

§ Ksenia e la mummia     No, non è l’ultimo film di Steven Spielberg. Ksenia Sobchak, giovane ex conduttrice televisiva, ex modella nonché figlia dell’ex sindaco di Mosca Anatolij Sobchak, sfiderà Putin alle presidenziali del 2018, con lo slogan «contro tutti». Di recente se l’è presa, in particolare, con… la mummia di Lenin: «Il medioevo in cui stiamo sprofondando – ha detto la Sobchak – è dovuto tra le altre cose al fatto che nella piazza principale del nostro Paese giace il cadavere di un uomo» (“il Fatto”, 28 ottobre 2017).

 

§ Putin e l’URSS     Che poi, a dire il vero, l’attuale classe dirigente russa di Rivoluzione parla molto poco. Lo stesso Putin, con la consueta sobrietà, si è sempre limitato a riassumere il suo pensiero con una breve frase che suona così: «chi vuole restaurare il comunismo è senza cervello, chi non lo rimpiange è senza cuore» (cfr. Emmanuel Carrère, Limonov, Milano, Adelphi, 2012).

 

§ Ricordi / 1     È stato D’Alema in un suo libretto di ricordi (A Mosca l’ultima volta, Roma, Donzelli, 2004) a raccontare questo divertente aneddoto su Berlinguer: trovandosi a Mosca in occasione del funerale di Andropov, il segretario del PCI prese da parte i suoi giovani dirigenti (tra i quali appunto D’Alema) e mostrò loro come le caramelle che si trovavano negli alberghi sovietici non si riuscissero mai a scartare in modo decente (la carta rimaneva puntualmente attaccata alla caramella). Prova lampante – era la battuta – della crisi ormai incombente dell’Unione sovietica.

Si trattava in realtà di un’osservazione molto seria sulla difficoltà delle economie pianificate (perlomeno di quelle economie pianificate) a soddisfare le necessità di beni di consumo della popolazione, mentre di contro si producevano e spedivano nello spazio con grande efficienza un sacco di satelliti (vedi sopra: “Piovono briciole”). Insomma: nessuna difficoltà a fare ponti, strade, razzi e trattori; un disastro quando si trattava di produrre spazzolini da denti o reggiseni! Chissà perché poi…

 

§ Ricordi / 2    Ripensando a quell’episodio, mi sono anche ricordato che da bambino – negli anni Settanta – non poche caramelle di cui andavo ghiotto anche in Italia avevano lo stesso difetto, e infatti mangiavo un sacco di carta. Senza bisogno dell’economia di piano, voglio dire. Adesso però – lo riconosco – si aprono tutte molto bene, probabilmente grazie all’impegno in “ricerca e sviluppo” da parte delle aziende del settore dolciario opportunamente stimolate dall’obiettivo del profitto (parafrasando Adam Smith: non è dalla benevolenza dell’industria dolciaria – e men che meno da quella del Comitato Centrale – che mi attendo le mie caramelle, ma dall’interesse dell’amministratore delegato a diventare oscenamente ricco).

Morale: il capitalismo non darà la felicità, ma almeno permette di scartare le caramelle.

[tm]

 

 

 

Perché la rivoluzione d'ottobre è avvenuta in novembre?

La misurazione del tempo attraverso l'osservazione del cielo ha sempre affascinato gli uomini, e già nei tempi più antichi e presso i popoli più diversi l'astronomia era una scienza molto progredita.

Purtroppo, come sappiamo, giorno, mese e anno non sono commensurabili: supposta costante la durata del giorno, l'anno "tropico", cioè l'intervallo tra due successivi passaggi del sole nel punto equinoziale, dura 365 giorni, 5h, 48m e 46s, mentre il mese “sinodico", o lunazione, cioè il tempo necessario perché la luna riprenda la stessa posizione relativamente alla terra e al sole ha una durata molto variabile, a causa dell'eccentricità dell'orbita lunare, ed è mediamente di 29 giorni, 12h, 44m.

I primi calendari sono lunari o lunisolari (Babilonesi, Greci, Romani dei primi secoli); il calendario musulmano (lunare) ha 12 mesi di 29 o 30 giorni, cioè 354 giorni all'anno: 31 anni musulmani corrispondono a 30 anni nostri; il calendario ebraico è lunisolare: mesi di 29 o 30 giorni, ma anni di 12 o 13 mesi (anni comuni e anni embolismici, sette ogni dodici anni comuni). L'anno solare (in cui i "mesi" sono totalmente sganciati dal ciclo lunare) fu introdotto a Roma nel 45 a. C. da Giulio Cesare (calendario "giuliano"), e definitivamente imposto da Augusto cinquant'anni più tardi. Gli anni erano di 365 giorni e ogni quattro anni (anni “bisestili”) di 366 giorni.

La piccola differenza residua tra anno giuliano (365 giorni e 6 ore) e anno tropico fu corretta da Gregorio XIII, che "cancellò" i dieci giorni dal 5 al 14 ottobre 1582 e stabilì la non bisestilità degli anni secolari non divisibili per 400 (con ciò l'anno gregoriano diviene di 365 giorni, 5 h, 49m, 12s). Il calendario gregoriano si è affermato per usi civili anche in paesi non cattolici (Inghilterra 1752, URSS 1918, Grecia 1932) e oggi è adottato praticamente in tutto il mondo.

Una conseguenza dell'adozione del calendario gregoriano fu che noi eravamo più “avanti” rispetto ai paesi che avevano conservato il calendario giuliano di ben 13 giorni (i dieci cancellati dalla riforma gregoriana e i tre accumulati negli anni 1700, 1800 e 1900, bisestili per il calendario giuliano ma non per noi). Ecco quindi che il 23 di febbraio corrisponde all'8 marzo e il 25 ottobre giuliano è il 7 novembre gregoriano, (Uno dei primi atti del potere sovietico fu l'adozione del calendario gregoriano).

 

Aggiungo alcune curiosità: l'inizio dell'anno venne stabilito al 1° gennaio, giorno di insediamento dei consoli, nel 153 a. C.; l'era volgare, o cristiana, venne introdotta nel VI° secolo da Dionigi il Piccolo, facendo corrispondere l'anno 248 di Diocleziano con il 532 a. D.

 

Un cenno merita anche il “calendario repubblicano”, approvato dalla Convenzione con i decreti del 5 ottobre 1793 e 4 frimaio anno II° (24 novembre 1793) e abolito da Napoleone il 22 fruttidoro dell'anno XIII° (9 settembre 1805): inizia il 22 settembre 1792, giorno della proclamazione della Repubblica e dell'equinozio d'autunno. L'anno I° va quindi dal settembre 1792 al settembre 1793 (anche se, essendo stato il calendario adottato successivamente, nessun documento è datato anno I°), l'anno II° dal settembre 1793 al settembre 1794, e così via. L'anno è formato da 12 mesi di 30 giorni ciascuno, oltre a cinque o sei giorni “sanculottidi”. I nomi dei mesi, ispirati alla natura, sono vendemmiaio, brumaio, frimaio, nevoso, piovoso, ventoso, germinale, floreale, pratile, messidoro, termidoro, fruttidoro. Una delle ragioni per cui il calendario repubblicano non riuscì ad affermarsi fu il fatto di ridurre le giornate festive a tre sole al mese (il decadì), oltre alla resistenza opposta dalla tradizione cattolica.

 

Meno innovativo, ma altrettanto osteggiato soprattutto per motivi religiosi, il cosiddetto "calendario universale", sponsorizzato dalle Nazioni Unite (e prima dalla Società delle Nazioni): quattro trimestri di tredici settimane (un mese di 31 e due di 30 giorni), ciascuno iniziante di domenica, con uno o due giorni in più "extra-settimanali" per completare l'anno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento : 06-11-2017 10:20

   
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