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S.Pasta e D.Pizzuti : rom dopo l' emergenza.
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Scritto da Franco Calamida, 03-11-2017 15:47

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Pubblicato in : Immigrazione, Immigrazione

Questi due saggi sono imperdibili per quanti/e si sono ocupati si occupano o si occuperanno di zingari .

E sono di grande interesse per tutti. franco calamida

 

Rom: dopo l’“emergenza”
a che punto siamo?
Dopo anni di provvedimenti adottati seguendo la logica dell’emergenza
e condizionati da erronee comprensioni della realtà
dei rom, nel 2012 l’Italia ha deciso di cambiare approccio,
individuando degli strumenti per favorire la loro integrazione
nella Strategia nazionale d’inclusione. A cinque anni di distanza
dalla sua adozione, dei rom non si parla quasi più e i riflettori
dell’attenzione mediatica sono oramai concentrati su altre vicende,
in primis quelle dei migranti. L’articolo di Stefano Pasta,
dopo aver delineato la storia delle politiche dedicate ai rom nel
nostro Paese, affronta alcuni interrogativi: che cosa è successo
in questo periodo? Qual è la valutazione che si può formulare
dell’attuazione della Strategia? Quali contributi possono essere
tratti dalle esperienze locali e dal coinvolgimento della società
civile? Nel testo di Domenico Pizzuti, invece, l’attenzione si
focalizza sulla situazione dei rom in Campania, che sembra
essere in una condizione di stallo, soprattutto per quanto riguarda
la questione abitativa. Quali tentativi sono stati fatti
negli ultimi anni per uscire da questa impasse?
L’inclusione delle politiche per i rom: una reraltà ancora da assimilare

 

Stefano Pasta


Che fare per per superare le condizioni di disagio sociale delle popolazioni rom,
come previsto dalla Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti
e dei caminanti 2012-2020 1 (UNAR 2012).?  A cinque anni dalla
redazione della Strategia – con gli obiettivi dichiarati ma non raggiunti
– possiamo affermare che la leggendaria moglie di Ulisse ha
smesso di cucire. Gli anni sono trascorsi senza risultati e la storia
delle politiche per i rom – quella che ha portato alla creazione dei
campi nomadi – insegna che le situazioni di stallo e i rinvii fino alla
prossima emergenza non sono risposte valide. Eppure, i quattro assi
individuati dalla Strategia (istruzione, lavoro, salute, abitazione)
rimangono la meta a cui tendere, anche alla luce della realtà e della
storia dei rom nel nostro Paese.
La presenza dei rom in Italia
In Italia si stima che i rom siano tra 110mila e 170mila (Senato
della Repubblica 2011), corrispondenti allo 0,23% della popolazione,
percentuale tra le più basse d’Europa. Accanto a comunità di
antico insediamento, vi sono gruppi originari dell’Europa orientale
giunti in Italia in diverse fasi (dopo le due guerre mondiali, alla fine
degli anni ’60, dopo le guerre nei Balcani tra il 1991 e il 2000); infine
vi sono le comunità di recente immigrazione, provenienti dalla
Romania e dalla Bulgaria a ridosso del loro ingresso nell’Unione
Europea (UE). Alcuni dati smentiscono radicati stereotipi a loro
riguardo: la metà dei rom ha cittadinanza italiana e circa due terzi
di loro vivono in casa, solo il 3% pratica il nomadismo (soprattutto
i circensi); il 55% ha meno di 18 anni, una popolazione giovane
che richiede attenzioni a livello formativo, vincendo i pregiudizi di
un’ottica segnata dalla rassegnazione e dal determinismo sociale.
Nel 2008 furono censiti i rom che vivevano nei “campi” in Lombardia,
Lazio e Campania. In totale furono registrati 167 campi –
124 spontanei e 43 autorizzati –, in cui vivevano 12.346 persone,
di cui 5.436 minori (ivi). Questa minoranza di rom in emergenza
abitativa vive in situazioni molto diverse (campi formali, baraccopoli
informali, microinsediamenti, centri di raccolta monoetnici), ma
nella maggior parte dei casi si tratta di luoghi di esclusione, dove la
segregazione spaziale e abitativa diventa ghettizzazione sociale.
Si tratta di persone che non sono titolari di diritti (se non, almeno
1 Nell’articolo si utilizzerà spesso il termine rom secondo l’accezione data dalla
Commissione europea nei suoi documenti ufficiali, in cui si chiarisce che: «Il termine
“rom” è usato – così come in altri documenti politici del Parlamento europeo e
del Concilio europeo – come un “ombrello” che ricomprende gruppi di persone che
hanno più o meno simili caratteristiche culturali, come i sinti, i caminanti, i kalé, le
gens du voyage, ecc. sia che siano rom sedentari o no».
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 741
sulla carta, quello all’educazione) né beneficiari del welfare. Secondo
l’Associazione 21 Luglio (2017), a Roma un minore rom in emergenza
abitativa su cinque non ha mai iniziato un percorso scolastico,
mentre uno su quattro non lo ha portato a termine. Il Rapporto EU
Inclusive (Casa della Carità 2012) indicava che nelle baraccopoli il
19% dei rom non sa né leggere né scrivere (come in Italia nel 1951);
la maggioranza vorrebbe un lavoro, ma solo il 35% riusciva ad averne
uno e soltanto il 19% in forma regolare; il 75% di chi abitava nei
campi abusivi nel 2012 non aveva la tessera sanitaria, mentre secondo
l’associazione NAGA tra i minori che vivono nelle baraccopoli
a Milano il 41% non è mai stato visitato da un medico e il 42%
non è mai stato vaccinato (Colombo et al. 2011). Si tratta dunque
di seri problemi sociali, di fronte ai quali sovente si accusano i rom
di essere responsabili del loro disagio. Era un concetto sostenuto
anche dall’antropologia nazifascista (Bravi 2009): del resto la storia
dell’umanità è anche storia di processi di esclusione di gruppi – si
dice – «meritevoli di ciò che patiscono» (Zamperini 2010, 54).
Breve excursus sulle politiche italiane per i rom
A livello europeo l’Italia è nota – e criticata – per essere il “Paese
dei campi” (ERRC 2000), che rendono i rom il gruppo maggiormente
oggetto di segregazione su base etnica (Dalla Zuanna 2013).
Negli anni ’80 le Regioni introdussero leggi per la protezione
della “cultura rom”, basate sull’errata convinzione che fossero
“nomadi”. La conseguenza fu la creazione dei campi nomadi da
parte di enti locali; la stessa strada fu adottata per accogliere i rom
slavi, giunti dopo le guerre nei Balcani, sebbene si trattasse di richiedenti
asilo politico abituati a vivere in case nei Paesi d’origine
(Daniele 2011).
Questo approccio fu poi seguito da una politica di tipo emergenziale
e criminalizzante, preparata da una sovraesposizione mediatica
del tema e dall’aumento della tensione sociale (rogo di Opera, pogrom
di Ponticelli, omicidio Reggiani a Roma). Nel maggio 2008
il Governo proclamò lo Stato di emergenza in Lombardia, Lazio e
Campania, esteso nel 2009 a Piemonte e Veneto. Questa situazione
cessò nel novembre 2011 quando il Consiglio di Stato la dichiarò illegittima
(sentenza n. 6050, 16 novembre). Come ha mostrato il report
Segregare costa (Berenice et al. 2013), nel periodo 2008-2011 si
è avuto il picco massimo di fondi pubblici destinati per gruppi
definiti “nomadi”, spesi in larga parte in modo ideologico per
misure di sicurezza. Per i campi regolari, alcuni dei quali furono
chiusi, furono introdotti nuovi regolamenti con misure più restrittive,
forme di controllo (le telecamere all’ingresso), allontanamenti
742 Stefano Pasta
di famiglie assegnatarie di piazzole all’interno dei campi. Le baraccopoli
invece furono oggetto di ripetuti sgomberi, ipermediatizzati
e costosi, senza che fossero offerte alternative agli abitanti; i luoghi
sgomberati venivano allora rioccupati poco dopo.
Oltre ai danni alle persone rom – a Milano ci furono bambini
sgomberati venti volte in un anno, oppure costretti a cambiare otto
scuole in tre anni – la politica degli sgomberi ha avuto effetti di
banalizzazione e spreco delle politiche locali (Vitale 2011). Nel
caso di Roma la normativa emergenziale ha reso possibile la gestione
illecita degli appalti, oggetto poi delle indagini di Mafia Capitale.
Inoltre, ha rinforzato gli stereotipi: la categoria di “nomadi”, anche
nel caso di rom romeni sedentari da generazioni e migrati in Italia
per ragioni economiche, è stata utilizzata in modo strumentale per
giustificare gli sgomberi. Centrale è stata la criminalizzazione di
questo gruppo eletto a bersaglio, come testimonia la frase dell’allora
sindaco di Milano Letizia Moratti – «Anche a noi piacerebbe
pensare una città senza rom» 2 – o la recente ruspa salviniana con il
carico di violenza, abbandono e colpevolizzazione dei rom “che non
si vogliono integrare”.
La Strategia nazionale d’inclusione dei rom, dei sinti e dei
caminanti
Nel novembre 2011 si aprì di fatto la strada a una nuova stagione.
Andrea Riccardi, allora ministro per la Cooperazione e l’integrazione
del Governo Monti, promosse la creazione di un tavolo
interministeriale per attuare la Comunicazione della Commissione
europea n. 173/2011 Quadro dell’UE per le strategie nazionali di
integrazione dei Rom fino al 2020. Da qui nacque la Strategia nazionale
d’ inclusione dei rom, dei sinti e dei camminanti 2012/2020,
inviata alla Commissione europea il 28 febbraio 2012. All’Ufficio
nazionale antidiscriminazioni razziali (UNAR) della Presidenza del
Consiglio fu affidato il coordinamento degli interventi a livello nazionale,
regionale e locale, quale punto di contatto nazionale per
l’elaborazione e l’attuazione della Strategia.
Il riferimento ai diritti umani (Casadei 2012) e alla prospettiva
di genere (Di Stefano 2014) sono alla base della Strategia, che organizza
gli interventi su quattro assi (lavoro, istruzione, salute
e alloggio), da svilupparsi attraverso un forte coordinamento
interministeriale e mediante tavoli regionali e piani comunali
di inclusione. A livello teorico le novità sono significative: abbandonare
la trattazione emergenziale; programmare interventi di in-
2 Cfr «A Milano non più di mille rom», in Corriere della Sera, 17 novembre 2009.
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 743
tegrazione di medio e lungo periodo; rendere l’inclusione dei rom
parte di un processo di maturazione culturale che interessi l’intera
società; connotare la Strategia stessa di una valenza istituzionale e
simbolica mediante l’approfondimento di alcuni temi specifici, come
ad esempio il Porrajmos (il genocidio nazifascista di rom e sinti,
cfr <www.romsintimemory.it>, <www.porrajmos.it>), inserendoli
nel calendario scolastico (Bortone 2016).
La Strategia abbandona un approccio etnicizzante e criminalizzante
per assumere un’ottica sociale. Del resto i baraccati
– immigrati meridionali nel dopoguerra, poi stranieri di recente
immigrazione negli anni ’90 e duemila, infine (anche) rom migranti
– non sono una questione nuova per le città italiane. Scriveva il
sociologo Franco Ferrarotti a proposito di Roma: «I baraccati non
hanno diritto di cittadinanza; sono per definizione abusivi; sono uomini
e donne abusivi. Nella mappa ufficiale della città i luoghi dove
vivono sono spazi bianchi, puliti, vuoti» (1970, 93). A quell’emergenza
(abitativa, non etnica) nel secondo Novecento le città italiane,
con una regia nazionale, seppero rispondere con l’edilizia residenziale
pubblica. In questa prospettiva la Strategia pone la questione
dell’accesso alla casa per i rom.
Se i rom baraccati sono per la maggior parte migranti economici
di recente arrivo, diverso è il discorso dei residenti nei campi
“nomadi”, trasformatisi in ghetti con le problematiche tipiche della
segregazione (evasione scolastica, economia illegale, disoccupazione,
alti livelli di problematiche sociali, isolamento dal resto della città).
A tale riguardo la Strategia pone l’obiettivo di superare i campi
con varie soluzioni abitative alternative, fondate sull’equa dislocazione
ed evitando nuclei abitativi monoetnici, per i connessi rischi
di segregazione e autosegregazione (Bortone 2016). La diagnosi
sull’inefficienza delle politiche precedenti formulata dalla Strategia
appare netta: «È un dato acquisito come la soluzione amministrativa
del campo nomadi risulti ormai da decenni il modello di riferimento
delle politiche abitative in Italia. La politica amministrativa dei
“campi nomadi” ha alimentato negli anni il disagio abitativo fino a
divenire da conseguenza, essa stessa presupposto e causa della marginalità
spaziale e dell’esclusione sociale per coloro che subivano e
subiscono una simile modalità abitativa» (UNAR 2012, 83).
Tra le azioni avviate nell’ambito della Strategia si possono citare:
i tavoli tematici sui quattro assi, coordinati dai Ministeri competenti
(Salute, Lavoro, Infrastrutture e Istruzione); il gruppo di lavoro sulla
complessa situazione giuridica dei rom cosiddetti “apolidi de facto”;
una task force composta da UNAR, ISTAT e ANCI (Associazione
nazionale Comuni italiani) che si è occupata della raccolta e siste744
Stefano Pasta
matizzazione delle fonti sulla presenza
e i bisogni nelle realtà locali (De
Martino, Masi e Pannuzzi 2017; Giovannetti,
Marchesini e Baldoni 2016);
misure di discriminazioni positive in
risposta alle disparità di fatto; un iniziale
coinvolgimento dell’ANCI e dei
Comuni per la formulazione dei Piani
locali di inclusione; la sensibilizzazione
delle Regioni (cfr Bortone 2016).
L’applicazione della Strategia sul territorio
Da una prima valutazione a cinque anni dall’adozione, la Strategia
«risulta di fatto inapplicata, soprattutto per l’inattività
degli enti locali (a partire dalle Regioni), ma anche per l’assenza
di un adeguato coordinamento centrale» (Camera dei Deputati
2017). Si potrebbe aggiungere: inerzia, continui rimandi, resistenze,
antiziganismo radicato, poco coraggio, debolezza dell’UNAR. Va altresì
riscontrato, rispetto al periodo 2007-2011, che l’attenzione politica
e mediatica sul tema è calata. Tale fenomeno, in parte spiegabile
con l’emergere della questione profughi dal 2013, ha anche risvolti
positivi, favorendo strategie di mimetismo ed evitando un’eccessiva
elezione a capro espiatorio dei rom. Lo stesso calo di attenzione si osserva
anche da parte del mondo accademico, delle associazioni internazionali
di monitoraggio e di advocacy, dei fondi europei dedicati.
In questo quadro, le maggiori criticità sono a livello locale, con
l’eccezione di Toscana ed Emilia-Romagna. In quest’ultima, nel
2015 è stata approvata la Legge Regionale n. 11/2015, finalizzata alla
chiusura dei “campi rom” e all’inclusione sociale di queste comunità.
Non vi è stata, però, l’indicazione di obiettivi quantificabili,
di indicatori di risultato e lo stanziamento delle necessarie risorse.
Nel marzo 2016, invece, il Veneto ha abrogato la Legge Regionale
n. 54/1989 (Interventi a tutela della cultura dei Rom e dei Sinti),
senza adottare ulteriori strumenti normativi in materia. Su impulso
dell’UNAR sono stati avviati tavoli di dialogo in alcune Regioni
(Calabria, Campania, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Piemonte e
Umbria), mentre si è ancora ai primi passi in altre (Lombardia, Puglia,
Sardegna, Sicilia e Veneto).
Particolarmente significativo è il ritardo delle due Regioni al
centro dell’attenzione nel periodo in cui era in vigore lo stato di
emergenza: nel Lazio il tavolo è stato avviato solo nel 2015, mentre
in Lombardia non è ancora stato costituito, pur essendo governata
dallo stesso Roberto Maroni che da ministro dell’Interno procla-
Le discriminazioni positive sono misure temporanee,
che derogano al principio di uguaglianza
formale per rimuovere gli ostacoli a
una piena ed effettiva parità di opportunità.
Al venir meno di tali ostacoli, esse andrebbero
tolte per evitare il rischio di riprodurre
la differenza e lo stigma nei confronti dei
beneficiari. Nel caso dei rom, queste politiche
si espongono al rischio di giustificare
rivendicazioni su base etnica invece che sul
legittimo riconoscimento dei propri diritti in
quanto cittadini tutelati dalla Costituzione.
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 745
mò l’emergenza. Intanto le Amministrazioni locali continuano a
spendere per creare campi dedicati ai soli rom (ERRC 2017) 3. L’Associazione
21 Luglio (2017) stima in 31.860.000 euro le spese per
interventi segreganti nel periodo 2012-2016, oltre a quelli ordinari
per mantenere il “Sistema campi”.
Anche in questo caso le realtà di Milano e Roma sono esemplificative
(Maestri e Vitale 2017). A Roma la vicenda giudiziaria di
Mafia Capitale ha portato all’implosione del sistema (Daniele
2016): i dirigenti comunali e i referenti del Terzo settore sono in carcere,
mentre sono abbandonati a se stessi quanti erano stati inseriti a
forza in quel sistema. Le inchieste e i tagli al welfare hanno portato
alla drastica riduzione delle attività sociali nei campi e all’aumento
delle misure carcerarie; in molti casi l’unico presidio è ormai quello
delle forze dell’ordine, che intervengono solo quando la tensione
quotidiana interna sfocia in episodi più allarmanti. Il Piano rom
presentato il 31 maggio dalla Giunta Raggi non appare una risposta
adeguata a questa situazione: indirizzi generali, come il contrasto
alla dispersione scolastica, non sono declinati in azioni concrete; in
due anni si fissa l’obiettivo di uscita di “ben” 60 persone (11 famiglie)
dai campi della Barbuta e della Monachina.
A Milano la vicenda è in parte diversa. In un assordante silenzio
della Regione, il Comune ha operato secondo la Strategia
nazionale. Con le Linee guida rom, sinti e caminanti, approvate per
il 2012-2015, la principale novità è che i rom delle baraccopoli
sono considerati destinatari, oltre che di interventi di allontanamento,
anche di politiche sociali. Dopo lo sgombero nella maggior
parte dei casi alle famiglie è offerta la possibilità di accedere ai
Centri di emergenza sociale (CES) senza separazione del nucleo, con
camere da 24-40 persone e regole di permanenza la cui violazione
può comportare l’allontanamento. Il passaggio successivo, previsto
solo per le famiglie che aderiscono al progetto, sono i Centri per
l’autonomia abitativa (CAA) e appartamenti assegnati temporaneamente,
una soluzione in realtà sperimentata con numeri ridotti; la
gestione di tali centri è stata affidata principalmente al Terzo settore
cattolico. I CES e CAA, inizialmente previsti per i soli rom, sono
stati poi proposti anche a famiglie non rom sfrattate da alloggi po-
3 Al Nord investimenti per nuove costruzioni sono stati effettuati a Merano, Milano
e Carpi, interventi di rifacimento dei campi ad Asti, Parma e Savona, mentre nuovi
insediamenti regolari e monoetnici sono in discussione a Genova e Moncalieri. Al
Centro, due nuovi campi sono stati costruiti a Roma e Pistoia, oltre a un nuovo centro
per soli rom inaugurato nella Capitale. Al Sud sono otto le nuove realizzazioni, non
ancora terminate, per rom nei Comuni di Barletta (100mila euro per sei persone),
Catania, Cosenza, Giugliano, Lecce e Napoli, mentre a Sassari vi sono lavori di rifacimento
straordinario.
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polari occupati abusivamente: la maggioranza rimane nettamente di
rom, ma il carattere monoetnico non è più totale. Sebbene ci siano
stati dei miglioramenti, nel nuovo sistema dell’accoglienza ci sono
criticità e spazi di miglioramento (cfr NAGA 2015). Le Linee guida,
scadute a fine 2015, non sono però ancora state rinnovate e con la
Giunta Sala sono aumentati i casi di sgomberi senza possibilità di
ingresso nei centri. Quanto ai campi regolari milanesi, abitati da
rom italiani e in misura minore slavi, il post-emergenza è segnato
dall’immobilismo, da una minore presenza sociale e da generici e
vaghi propositi di superamento dei campi. Un’eccezione è rappresentata
dal caso di via Idro, costruito nel 1989 e abitato da una
ventina di famiglie italiane. Il campo è stato chiuso dal Comune nel
marzo 2016, offrendo ai nuclei l’accoglienza temporanea nei CES e
CAA. Nel 2017, con una decisione poi confermata dal TAR, l’Assessorato
alla Casa, con delibera del Sindaco, ha negato il punteggio di
sfratto alle famiglie forzatamente allontanate da abitazioni che erano
state assegnate a tempo indeterminato dall’Amministrazione stessa;
si noti che l’equiparazione era stata promessa – verbalmente, ma in
incontri in presenza di più associazioni – dalla Giunta precedente.
Come denunciato dalla Casa della Carità e dal SICET (Sindacato
inquilini, casa e territorio), l’interpretazione è stata restrittiva e ideologica,
poco coraggiosa, mentre avrebbe al contrario potuto aprire la
strada a un reale – e non solo proclamato – superamento dei campi.
Le vie da percorrere nel futuro
A termine di questo excursus, si possono indicare alcune linee da
seguire per affrontare seriamente la questione rom. In primo luogo
va ripreso e attuato a livello sia locale sia nazionale l’approccio
previsto nella Strategia. L’applicazione deve essere locale e non può
essere lasciata alla libera scelta degli enti; a livello centrale serve una
governance efficace ed efficiente, con margini d’indipendenza e autonomia
operativa per evitare che la promozione dell’integrazione dei
rom sia compromessa da un antiziganismo elevato o da calcoli di convenienze
elettorali nelle realtà locali. Occorre inoltre de-etnicizzare
la questione e assumere un’ottica sociale, rifacendosi all’esperienza
del fenomeno dei baraccati nelle città italiane o, per i campi
nomadi, agli studi sui ghetti urbani, liberandosi dalla retorica, diffusa
negli anni dello stato di emergenza, che ha criminalizzato i poveri e
ha associato la pericolosità sociale all’etnia. Senza negare l’importanza
delle culture, conviene assumere un’ottica interculturale, mirante
a ridurre la distanza tra “noi” e gli “altri” piuttosto che basarsi su
rivendicazioni etniche. Un bel progetto in questa direzione è «Insie-
Stefano Pasta
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 747
me. Dal Porrajmos alla Strategia nazionale d’inclusione con i rom e
con i sinti», finanziato dal Ministero dell’Istruzione.
L’approccio interculturale sottolinea l’efficacia delle politiche di
contatto, in cui i rom cambiano insieme ai gagé, come sono chiamati
i non rom nella lingua romanì. L’esempio della baraccopoli di
via Rubattino a Milano, sgomberata nel novembre 2009 nel pieno
dell’emergenza, è significativo. L’anno precedente la Comunità di
Sant’Egidio aveva svolto un lavoro di avvicinamento tra baraccati
e abitanti del quartiere (assemblee con i genitori delle scuole, con
le associazioni della zona, le parrocchie, le polisportive, gli scout,
il circolo ACLI e il Municipio). In particolare la scuola era stata il
luogo dell’incontro sia per i bambini rom e gagé sia per i genitori.
Gli appuntamenti ordinari come le cene di classe, le feste di compleanno
e le partite di calcio dei padri avevano rafforzato le relazioni.
Con l’approssimarsi dello sgombero, la Comunità di Sant’Egidio
e quel gruppo informale di cittadini, chiamato dalla stampa
“Mamme e maestre di Rubattino”, si mobilitano a favore dei rom
con raccolte firme, fiaccolate, gesti concreti, come ospitare a casa
propria gli sgomberati. Rubattino diventa un caso mediatico,
innescando una catena di solidarietà che mostra come sia contagioso
non solo l’antiziganismo (Giunipero e Robbiati 2011) e
che continua nel tempo: a otto anni di distanza, delle 400 persone
che abitavano quella baraccopoli 60 famiglie vivono in casa (in una
pluralità di situazioni, dagli alloggi popolari a quelli temporanei, da
appartamenti reperiti sul mercato immobiliare a cooperative edili),
in ciascuna famiglia almeno un adulto lavora (talvolta dopo tirocini
o borse lavoro), la maggior parte ha la tessera sanitaria e la residenza
(potendo quindi beneficiare del welfare cittadino), 17 ragazzi sono
iscritti alle scuole superiori, i minori che frequentano regolarmente
le scuole a partire dal nido sono quasi cento, una sessantina giocano
durante l’anno nelle polisportive, frequentano gli oratori, partono
d’estate per le colonie del Comune o delle parrocchie. Inoltre, non
sono “concentrati”, ma sparsi per Milano e provincia. L’alleanza
informale tra un’associazione e dei cittadini ha realizzato, senza
fondi pubblici dedicati, un caso di applicazione della Strategia.
L’esperienza di Rubattino indica dunque la necessità, anche
per i Romani Studies, di riformulare il tema delle identità e delle
appartenenze a partire dai contesti e dalle interazioni fra gruppi
rom e società locali, fonte di trasformazione da ambo le parti. A
tal proposito occorre segnalare un altro sguardo verso la questione,
che qui possiamo solo richiamare, ovvero la necessità di dare voce
a quelle comunità che vivono in Italia da secoli, confrontandosi
con un antiziganismo che comunque le colpisce ma che affrontano
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con la forza di una lunga storia di convivenza (ad esempio sui rom
salentini cfr Ciniero 2016).
Quest’articolo si è aperto con una figura della mitologia greca,
Penelope con la sua tela. In conclusione vogliamo richiamare un
volto rom: si tratta di un bambino romeno, emigrato nelle baraccopoli
milanesi nel 2003. Ha subito decine di sgomberi, non ricorda
quanti. Ha provato ad andare a scuola: tra alti e bassi, soprattutto
grazie all’insistenza della madre, ha concluso la seconda media ma
poi ha smesso. Quando faceva la terza elementare, dopo l’ennesimo
sgombero in cui le ruspe distrussero le scarpe a cui teneva molto,
iniziò a non parlare e ad avere disturbi di comportamento: i volontari
che lo seguivano lo portarono dal neuropsichiatra, ne parlarono
anche i media. Un’altra volta, in quinta elementare, mentre andava a
scuola, un uomo in macchina abbassò il finestrino e gli sputò addosso.
Oggi quel bambino ha 18 anni, un figlio, vive in casa ma non ha
un lavoro. Non tutte le ferite si sono rimarginate. Insomma, il suo
futuro è in bilico. Sembra uno scherzo del destino: quel bambino,
oggi neomaggiorenne, si chiama Ulisse e la sua storia spiega perché
la Strategia non può restare una tela di Penelope.
Il superamento dei campi “nomadi”
in Campania
Domenico Pizzuti SJ
Professore emerito di sociologia, < Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo >
In Campania la “questione rom” non costituisce certo una novità.
Non è un caso, infatti, che sia stata una delle tre Regioni in
cui fu dichiarato lo stato di emergenza nel 2008. A livello nazionale,
negli ultimi cinque anni si è cercato di superare l’approccio
emergenziale per impostare in termini nuovi le politiche riguardo
i rom con la Strategia nazionale d’ inclusione dei rom, dei sinti e dei
caminanti (UNAR 2012, cfr alle pp. 742-744), ma i risultati sono
stati scarsi nel territorio campano. Le istituzioni, infatti, continuano
a pensare i rom come un problema di ordine pubblico e
di sicurezza e non programmano politiche in cui essi siano riconosciuti
titolari di diritti umani, come affermato nelle normative
nazionali ed europee 1. Si perpetua così un approccio parziale e con
1 Un esempio lo abbiamo nelle dichiarazioni di Vincenzo De Luca, presidente
della Regione Campania, di voler procedere allo svuotamento dei campi rom (cfr La
Repubblica Napoli, 23 settembre 2015).
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 749
conseguenze ghettizzanti, in cui un fattore chiave è la situazione
abitativa dei rom, come mostra l’analisi della realtà campana.
Una situazione cristallizzata
Nella città di Napoli a dicembre 2016, secondo stime fornite
dal Comune partenopeo, circa tremila rom vivevano nei campi e
quasi 700 in case in affitto o usate ad altro titolo, si stimava poi la
presenza di circa seimila rom nel resto della Regione (Laino 2016).
I flussi migratori più recenti risalgono alla seconda metà degli anni
’80 con l’arrivo dei rom in fuga dalle guerre nei Balcani, a cui non
è stato riconosciuto lo status di rifugiati politici, seguiti da quanti
provenivano dai Paesi dell’Europa orientale, in gran parte romeni,
dopo il collasso dei regimi comunisti.
Nell’area napoletana i rom vivono in campi comunali e abusivi,
una sistemazione definita campland. Il Villaggio della solidarietà di
Secondigliano (450 persone) e l’ex scuola Grazia Deledda a Soccavo
(110 persone) sono i due campi comunali. I campi abusivi si trovano
a Barra-Ponticelli (350 persone), Pianura (50 persone), via Cupa Perillo
a Scampia (638 persone). Il campo di via Virginia Woolf (200
persone) e quello di Gianturco (1.300 persone) sono stati sgomberati
rispettivamente nel novembre 2016 e nell’aprile 2017. Parlarne in
termini di campi “nomadi” non corrisponde alla realtà, sarebbe più
appropriato definirli campi “stanziali”, visto che esistono da decenni
e le persone che vi abitano sono nate in Italia da due o tre generazioni,
parlano italiano e hanno una solida rete di relazioni all’interno
dei campi e con il territorio (cfr Zoppoli e Saudino 2012).
Questi campi, quelli spontanei come quelli ufficiali, sono
abbandonati spesso alla precarietà e al degrado. Le famiglie si
sostengono con un’economia di pura sopravvivenza: le donne si dedicano
alla raccolta e riciclaggio di materiali di varia natura, gli
uomini alla compravendita di beni, in particolare vetture, o talora
ad attività più lucrose al limite della legalità. La possibilità di essere
regolarmente assunti è condizionata dal possesso di un permesso
di soggiorno, che è difficile ottenere dalla Questura napoletana
(Bonetti et al. 2011). Questa situazione è frustrante per i rom, in
particolare le giovani donne, che aspirano a un lavoro regolare per
sostenere le proprie famiglie.
A livello di rete sociale sono molto forti le relazioni primarie,
di tipo parentale o clanico, mentre ancora mancano solide
realtà di tipo associativo, che possano essere la voce dei rom in
ambito pubblico. L’Assessorato al Welfare del Comune di Napoli
ha promosso la costituzione di una Consulta dei rom che vivono
nei campi, senza ancora riuscirci. Altri tentativi sono stati compiu750
ti in occasione di iniziative culturali, ma i risultati non sono stati
duraturi. La rappresentanza dei rom è così spesso demandata all’intervento
sostitutivo di gruppi e associazioni pro rom, al di fuori di
qualche sporadica iniziativa, come il coinvolgimento degli abitanti
del campo di Cupa Perillo su un progetto ancora non attuato di
sistemazione abitativa (Laino 2011).
Politiche pubbliche per l’abitazione ai rom
Il superamento delle precarie condizioni dei campi e il passaggio
a forme di autonomia abitativa dovrebbero costituire un obiettivo
prioritario delle politiche rivolte ai rom. Nils Muizniers, Commissario
ai Diritti umani del Consiglio d’Europa, osservava: «Non ci
si dovrebbe dimenticare che molti rom che vivono in accampamenti
ghetto sono stati cacciati a forza dai loro alloggi precedenti, e
nessuno degli abitanti di quei campi che ho conosciuto durante il
mio sopralluogo del 2012 ha dichiarato di essersi trasferito lì di sua
volontà. Anzi mi sono stati riferiti molti esempi che spiegano in che
modo limiti il contatto, e quello dei loro figli, con la popolazione in
generale, e in che modo vivere lì contribuisce quindi alla loro emarginazione
[...] Per agevolare l’inclusione sociale dei rom nella
società, si rende necessario un cambiamento di politica. Nuovi
sforzi devono essere fatti per andare incontro alle necessità abitative
dei rom. [...] Per cercare alternative migliori l’Italia non ha
bisogno di guardare tanto lontano. Alcune esperienze incoraggianti
portate avanti a livello locale potrebbero essere prese a esempio» 2.
La centralità della questione abitativa non è sfuggita alla Strategia
nazionale d’inclusione del 2012, che ha indicato un ampio
spettro di opzioni al riguardo: edilizia sociale in abitazioni ordinarie
pubbliche, sostegno all’acquisizione o all’affitto di abitazioni ordinarie
private, autocostruzioni accompagnate da progetti di inserimento
sociale, affitto di casolari/cascine di proprietà pubbliche in disuso,
aree di sosta per gruppi itineranti, regolarizzazione della presenza di
roulotte in aree agricole di proprietà di rom. Non sempre, però, le
amministrazioni locali campane dispongono dei mezzi necessari per
operare in questa direzione, anche a causa della mancanza di una
cornice normativa in materia a livello regionale.
Tra gli interventi decisi ricordiamo che la Regione Campania ha
destinato dei fondi per un ammontare di circa 2 miliardi di euro per
la realizzazione di aree attrezzate per i rom nei Comuni di Caivano,
Casoria, Giugliano (tutti nella provincia di Napoli) e di un villaggio
2 Muizniers N., «Cosa serve davvero per integrare i Rom», in La Repubblica, 8
aprile 2015, 31.
Domenico Pizzuti SJ
approfondimenti
Rom: dopo l’“emergenza” a che punto siamo? 751
di accoglienza a Scampia (circa 7 miliardi e mezzo di euro). Il Comune
di Napoli si è proposto di «Smantellare gradualmente e con
una cronologia prestabilita i campi spontanei e non, provvedendo
a mettere a disposizione soluzioni abitative alternative o ad attuare
percorsi di accompagnamento all’abitazione» (Comune di Napoli
2013), ma non ha individuato le soluzioni concrete da adottare in
campo abitativo e le misure per accompagnare i rom in caso di
sgombero o di sequestro dei luoghi dove vivono. Il Comune non si
è neanche dotato di un documento complessivo di programmazione
dell’inclusione sociale abitativa per le popolazioni rom dei campi
informali dell’area napoletana; gli interventi dell’Assessorato al Welfare
nel corso degli anni hanno seguito perciò la logica dell’eccezionalità.
Tuttavia è possibile individuare alcuni orientamenti consolidati
in risposta alle emergenze abitative, in primis la costruzione
di Centri di prima accoglienza temporanea o l’individuazione di
luoghi destinati a tal fine (ad esempio, la costruzione nel 2000 del
Villaggio comunale di accoglienza a Secondigliano per gruppi di
rom o l’utilizzo di un edificio scolastico dismesso a Soccavo).
Nell’attuazione delle politiche abitative si registrano anche
ritardi o battute d’arresto nella realizzazione degli interventi
programmati. È il caso della costruzione di un villaggio di accoglienza
per circa 490 abitanti con fondi europei, approvato dal
Comune di Napoli nel 2015 e sospeso poco prima del bando del
concorso per i lavori di costruzione per vari motivi: mancato rispetto
del cronoprogramma di realizzazione e rendicontazione del
villaggio previsto dalla Commissione europea; osservazioni degli
uffici regionali al progetto tecnico inviato dal Comune; obiezioni
sollevate da alcune associazioni locali alla Commissione europea che
ritenevano il progetto ghettizzante. Una situazione che resta tuttora
bloccata, nonostante vi sia l’urgenza di disporre di adeguate soluzioni
abitative visto il deteriorarsi delle condizioni igenico-sanitarie
nel campo di Cupa Perillo.
Negli ultimi cinque anni vi sono stati vari sgomberi di campi
in particolari condizioni di precarietà e degrado senza che fosse
contestualmente offerta un’immediata alternativa abitativa alle
famiglie occupanti, salvo l’inserimento in strutture pubbliche di
persone fragili (malati, donne e bambini). Talora, però, sono state
le stesse famiglie sgomberate a rifiutare il trasferimento in strutture
pubbliche. L’ultimo episodio risale allo scorso mese di marzo,
quando l’Autorità giudiziaria ha disposto lo sgombero di circa 1.300
abitanti da due campi informali, abitati da circa un decennio da
romeni. A parte l’accoglienza dei soggetti più fragili, il Comune ha
messo a disposizione un’area cittadina attrezzata per 300 soggetti.
752
Chi non ha beneficiato di queste misure ha trovato un aiuto da parte
delle associazioni locali, ma non delle istituzioni.
La necessità di una risposta della politica
I dati che abbiamo presentato sulla situazione e sulle condizioni
di vita dei rom nei campi nomadi nell’area napoletana e campana
rivelano la necessità di un cambiamento di passo non solo nelle
politiche sociali locali, ma anche nelle pratiche di gruppi e
associazioni pro rom, per non continuare a perpetuare situazioni
disumane e/o perseguire obiettivi utopici senza proposte concrete
(cfr Pizzuti 2014). In effetti, né le istituzioni locali né le associazioni
hanno esplicitamente proposto il ricorso a un più ampio spettro di
soluzioni abitative, incluso l’accesso all’edilizia pubblica popolare
e/o ad abitazioni private, come avviene in altre Regioni. A nostro
giudizio, queste soluzioni richiedono alcuni requisiti non sempre
posseduti dagli abitanti dei campi, come i documenti necessari per
avere un lavoro, la disponibilità di un minimo di risorse economiche
per vivere, una rete di relazioni sociali e culturali.
Queste mancanze sono da ascrivere anche alla decennale permanenza
nei campi che finisce per cristallizzare lo status quo e disincentivare
le persone nella ricerca di vie per cambiare la loro situazione.
Pertanto, uno dei compiti principali delle istituzioni e delle associazioni
è di operare perché gli abitanti dei campi siano preparati,
e aiutati anche con incentivi, a fare i passi necessari verso
l’autonomia abitativa. Se non si vuole continuare a riprodurre il
modello ghettizzante dei “campi”, istituzionalizzati o meno, che precludono
una più ampia inclusione sociale, si deve perseguire la meta
di soluzioni abitative nell’edilizia pubblica e privata. Questo implica
il superamento di impostazioni puramente emergenziali o assistenziali
e l’adozione di una nuova visione politica e di una conseguente
assunzione di responsabilità da parte delle Amministrazioni locali
con il contributo della società civile. Per impostare questo nuovo
approccio potrebbe essere di aiuto studiare i “progetti migratori”
espliciti o impliciti dei nuclei rom, per non dare per scontato un
loro adattamento puramente passivo alla vita nei campi e l’assenza
della ricerca di alternative abitative. Passi in tal senso non mancano
in altre Regioni italiane 3 e possono essere di ispirazione anche per la
variegata galassia di gruppi e associazioni pro rom dell’area campana
e napoletana.
3 Un esempio è dato dal documento presentato da un gruppo di associazioni alle
forze politiche e ai candidati in occasione delle scorse elezioni municipali a Roma,
cfr Associazione 21 Luglio (2016) e Vitale (2015).
Domenico Pizzuti SJ
approfondimenti
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risorse

Ultimo aggiornamento : 03-11-2017 15:47

   
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