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Lavoro di cittadinanza di F. Calamida
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Scritto da Franco Calamida, 06-10-2017 15:30

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale

Arrivano i robots ? Scompare il lavoro ? 

Si passerà dal "lavorare meno, lavorare tutti" al " lavoro per pochi, reddito per tutti"  ?

 

Chiedersi :"quali lavori" ? equivale a domandarsi  : " Quale futura società"?

Se la cose non cambiano domineranno le tecnologie , cioè le ragioni del profitto e del mercato,

se ci sarà progettualità e rinnovata missione della sinistra

ne beneficerà la qualità della vita e il tempo libero per il "buon vivere."

E potremo dire  : "Benvenuti robots" .  franco calamida .

 

 

Lavoro di cittadinanza.

 

Mi propongo di dare un contributo alla ripresa della riflessione sui temi del lavoro su di un aspetto di attualità : l’ “invasione dei Robot” , la supposta fine , sebbene non totale , del lavoro e il “miracolo “del Reddito di cittadinanza . Con alcune proposte.

 

Parte prima :

Fine del lavoro ?

E’ indubbio che i ritmi delle scoperte e delle applicazioni di nuove tecnologie sono sempre più accelerati . L’ automazione non è una novità , c’è in varie forme da più di un secolo , ma l’ accelerazione delle applicazioni non è lineare, ma esponenziale . Ha inciso e incide sui tassi di occupazione. I robot, i primi risultati delle ricerche sull’ intelligenza artificiale, internet of things , Big data , reti digitali , macchine che imparano da sole e automobili senza guida umana ( per citare una delle innovazioni più significative e prevista per un futuro non lontano) segnano un salto qualitativo della rivoluzione informatica.

La società , e il mondo del lavoro in particolare, è forzato ad affrontare la fase della accelerazione nel trasferimento a varie forme di automazione delle attività umane “ non solo in fabbrica, ma in casa , nelle stalle, nelle strade e nella logistica”  .  E le nuove condizioni della competizione . Eppure sembra che non vi sia percezione diffusa di quanto radicali siano i cambiamenti . Sebbene siano attorno a noi, nel nostro quotidiano . Basti pensare al metro’ cittadino senza conduttore. L’ idea dominante è questa :   “non può che essere cosi” , sono processi inarrestabili ,  come i terremoti . E’  esattamente questa la convinzione che va contrastata. Riguarda la politica o l’ assenza della politica.

Autorevoli ricercatori affermano , a ragione , credo , che nasceranno altre forme di attività lavorativa , pochi però si spingono a prevedere che la creazione di nuove occupazioni compenserà la perdita di quelle soppiantate dalle macchine e dai nuovi sistemi tecnologici.

Berta , docente alla Bocconi, per citarne uno , la considera più radicale della rivoluzione industriale e non prevede una compensazione sul terreno dell’ occupazione  . Non la ritiene prevedibile.

 

Uno studio recente (maggio 2017) della Mc Kinsey afferma che : “il 49 % delle attività umane è soggetta  a qualche forma di automazione” ( 27% dei servizi educativi, 73% del settore ospitalità alimentazione – questo dato mi ha sorpreso ndr- , il 60% dell’ industria manifatturiera, 57% dei trasporti,36% assistenza sanitaria/ sociale….).

Questi dati sono confermati dall’ Ocse e da B.Frey e M.Osborne della Oxford University.

Mc Kinsey stima in 1,2 miliardi i posti di lavoro sostituibili , in tutto o in parte, nel mondo con le tecnologie già oggi disponibili ( non comprendendo ancora auto senza pilota e droni per il trasporto umano ) . Da una ricerca del MIT : 1 robot installato ogni 1000 operai distrugge 6,2 posti di lavoro e fa calare il salario dello 0,7 % . Bizzarro : i politici sono esplicitamente considerati non sostituibili , i sindacalisti non sono citati .

 Sebbene non vi siano previsioni attendibili sul numero di nuovi posti di lavoro che verranno creati, si può concludere che certamente il lavoro non scomparirà , ma il massiccio impiego di nuove tecnologie  inciderà pesantemente  sui tassi d’ occupazione e dunque le strategie di vita di milioni di persone.  Quando ci chiediamo : “quali lavori saranno possibili e come saranno distribuiti “,  in realtà  ci domandiamo :” come saranno le future società” .

 

Parte seconda:

Distribuire il lavoro o redistribuire il reddito ?

Un principio evidente di per se , e che perciò non ha bisogno di essere dimostrato, posto a fondamento di una teoria si definisce assioma. La grande maggioranza delle teorie e proposte politiche, elaborate per offrire risposte alla “invasione di robot”, cioè la perdita dei posti di lavoro prevedibile come conseguenza dell’ introduzione di nuove tecnologie , assume come fondamento assiomatico la  certezza che sarà lo sviluppo tecnologico l’incontrastato regista del futuro , che determinerà la scomparsa di lavori , le forme della produzione , le trasformazioni e declino del valore sociale del lavoro . Dunque la rivoluzione informatica avrebbe percorsi diversi da quella industriale di fine 700 che vide nei secoli seguenti la nascita di sindacati e partiti ( i lavoratori si organizzarono per la rivendicare la riduzione dell’ orario di lavoro  e incrementi di salario)  . L’ avanzata dell’ “esercito dei robots” procederà distruggendo le trincee difensive dei diritti , della contrattazione collettiva delle condizioni di lavoro e delle retribuzione, e dunque dello stesso sindacalismo democratico? E’ sensato chiederselo , irresponsabile ignorarlo .  In realtà  sta già accadendo.

 

Questa breve premessa relativa al contesto generale è necessaria per orientare la scelta , tutta politica, tra lavoro garantito o reddito garantito . In sostanza la scelta tra rilancio del valore del lavoro o suo declino . La scelta implica l’ avvio di una convinta ed efficace lotta politico culturale per contrastare le varie opzioni di “reddito di cittadinanza” . In forma netta e chiara . Penso che questo   passaggio sia  necessario per porre le basi di una politica di sinistra orientata ad un modello di sviluppo e di società  dell’ eguaglianza e dei diritti . Un modello socialista.

Forse sono anch’io un poco assiomatico , ma la scelta mi pare ineludibile . A parte i costi del reddito di cittadinanza , versato dallo Stato a tutti i cittadini indipendentemente da ogni altra condizione ( ciascuno può calcolarli , basta moltiplicare la cifra che si ipotizza per il numero di cittadini che dovrebbero beneficiarne ) , a parte questo ,  una società divisa tra una parte che lavora e una che è assistita dallo Stato con un reddito di sopravvivenza , è non solo impraticabile , per prevedibili ingestibili conflitti sociali, ma non auspicabile :  si tratterebbe della “società della diseguaglianza” , del massimo livello di diseguaglianza . Non dobbiamo considerare “ un fatto naturale” , immodificabile ,  il passaggio dalle politiche del  “lavorare meno lavorare tutti” a quelle del “ lavorare in meno e reddito per tutti” .

E vengo all’ attualità politica , agli aspetti più concreti .

Ovviamente la misure di contrasto alla povertà , propagandate anche dal governo , sebbene con risorse assai inferiori alle necessità , sono necessarie. Anche il reddito minimo garantito va preso in considerazione , ma all’ interno dell’ orientamento politico di fondo di rilancio del valore del lavoro.

 

La legge sul reddito minimo garantito proposta dal Movimento 5 stelle è formalmente all’ interno della cultura lavorista , il costo si aggira sui 6/7 miliardi , il sostegno economico viene riconosciuto con la condizione della disponibilità a lavorare. La proposta , certo migliorabile , è , per come esposta , in larga misura  condivisibile  . Eppure è assai pericolosa . Mi spiego : se viene , ad esempio , riassorbita la Cassa integrazione , cambia la cifra della proposta , non è più nella linea lavorista , in quanto l’ effetto di maggior rilievo sarebbe quello di facilitare i licenziamenti ;  infatti la Cassa mantiene la continuità del rapporto contrattuale di lavoro , il dipendente resta dipendente e , spesso , si oppone al licenziamento partecipando alla mobilitazione collettiva . Non è un dettaglio . Ma la questione ancor più politica è questa : non a caso il M5S pone come primo punto ( a fianco della fine dei vitalizi ) del suo programma  il reddito di cittadinanza , propagandato come la misura di politica del lavoro ed economica che tutto risolve . Un “ miracolo” . Non è questione nominalistica , è proprio una impostazione diversa da quanto proposto nella legge. Grillo , noto esperto di rivoluzioni informatiche e modelli di previsione del futuro , ha sentenziato : “ Siamo alla  fine del lavoro , ci vuole il reddito di cittadinanza” .  La stessa lettura ne da’ Di Maio . Teorici vicini al M5S propongono il lavoro gratuito . La cosiddetta democrazia diretta ( che peraltro non esiste) propugnata dal M5S , che implica la liquidazione delle strutture sociali intermedie , comporta la lettura politica della proposta del reddito di cittadinanza come organica alla liquidazione dei sindacati ( non la critica di quelli esistenti , ma la cancellazione del sindacalismo democratico) . Non a caso Di Maio , esplicitamente , ha affermato : “ O i sindacati cambiano o ci penseremo noi”. Attaccare i sindacati , oggi , incrementa, temo, il consenso elettorale. E assai flebili sono le reazioni delle sinistre.

A me pare sia presente nel M5S una cesura profonda con tutta la storia del movimento operaio e che comunque questo debba essere oggi tema di riflessione e , spero , di lotta politica.

 

Laura Pennacchi , in un articolo pubblicato dal Manifesto dal titolo “Perché al reddito di cittadinanza preferisco il lavoro” ( riportato sul sito www.lasinistrainzona.it nella sezione lavoro /stato sociale) affronta con ottime e , a mio giudizio, condivisibili argomentazioni questo ordine di problemi . Ne riporto un brano :

 

“La motivazione con cui da parte di molti si giustifica il “reddito universale” è del tipo “tanto il lavoro non c’è e non ci sarà o quello che c’è è di tipo servile”. Con questa motivazione, però, il “reddito di cittadinanza” viene a comportare una sorta di accettazione rassegnata della realtà così come è, quindi una sorta di paradossale sanzione e legittimazione dello status quo per il quale si verrebbe ad essere esentati dal rivendicare trasformazioni più profonde e l’operatore pubblico si vedrebbe giustificato nella sua crescente deresponsabilizzazione (perché per qualunque amministratore è più facile operare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato). In questa prospettiva è quasi del tutto assente il tentativo di intrecciare l’analisi delle trasformazioni con una osservazione degli elementi strutturali del funzionamento dell’accumulazione e della produzione del sistema economico capitalistico nella sua distruttiva versione neoliberista. Ci si limita a una considerazione delle diseguaglianze come problema solo distributivo e redistributivo da trattare ex post, non anche problema allocativo da trattare ex ante perché attinente al funzionamento delle strutture, dell’accumulazione, della produzione. Problemi di allocazione e di struttura si pongono tanto più al presente: il necessario “nuovo modello di sviluppo” non nasce spontaneamente, né solo per virtù di incentivi monetari, quale è anche il “reddito di cittadinanza”, ma ha bisogno di pensiero, ideazione, progetti”

 

E’ così . Ideazione e progetti . La sfida riguarda il coraggio , oggi, di dire , a sinistra : “ Noi vogliamo progettare un nuovo modello di sviluppo ( o termine analogo , se non piace sviluppo) e di società “.  Basti pensare alle implicazioni dell’obiettivo  “lavoro per tutti “ che includa anche  rifugiati e immigrati ; è , dovrebbe essere , evidente, che non c’è integrazione , o meglio convivenza , se non ci sono  per tutti opportunità di lavoro , che non sono solo fonte di reddito , ovviamente necessario , ma anche dignità e valore sociale. Lo ricorda spesso Papa Bergoglio , almeno lui.

 

In numerosi settori le possibilità e necessità di posti di lavoro sono illimitate . Esattamente illimitate. Basta pensare alla risposta ai bisogni sociali e di cura alla persona , alla formazione , inclusa quella permanente ( necessaria per non essere dominati dalle tecnologie) , alla tutela del patrimonio culturale e ambientale , alla ricerca e l’ elenco è assai esteso . E si può anche estendere la progettualità ad una visione del mondo razionale e solidale : la cooperazione internazionale , inclusa quella decentrata , potrebbe vedere scambi di esperienze e partecipazione di giovani in particolare ( ma non solo ) tra il nostro e altri paesi del mondo , coinvolgendo decine di migliaia di persone , con benefici per l’ economia , la pace , l ‘occupazione e il livello globale di benessere e felicità . Utopia ? se l ‘alternativa è il cambiamento climatico , la desertificazione  e le migrazioni per guerre e fame , il crescere  inarrestabile delle diseguaglianze , perché non pensare che altre vie sono percorribili?

“Lavoro di cittadinanza” ( felice formulazione di Laura Pennacchi)potrebbe essere lo slogan sintesi di questo ragionamento, che poi altro non è che il dettato costituzionale.

Piena occupazione, lavoro pubblico garantito offerto dai governi e battersi affinchè, come scrive Anthony Atkinson, :” …la direzione del cambiamento tecnologico sia identificata come impegno delle istituzioni ad accrescere l ‘occupazione, non a ridurla come avviene”.

Occorrono risorse , occorrono investimenti, occorrono politiche attive del lavoro , occorre che l’ imposizione fiscale progressiva operi in funzione della distribuzione della ricchezza e anche della produzione di ulteriore ricchezza e che per ricchezza si intenda lavoro , stabile e qualificato . Per tutti .

Occorrono politiche opposte a quelle del governo , che non vanno oltre il taglio delle tasse e i bonus.

Sebbene questo approccio possa sembrare “ il libro dei sogni” , non lo difendo affermando che anche i sogni sono necessari ( in effetti non bastano le parole e le buone intenzioni ad affrontare la drammaticità della situazione ) , ma solo segnalando che alcune scelte del prossimo periodo portano nell’ una o nell’ altra direzione. Ad esempio obiettivi che definiscono il rapporto tra tempo di vita e tempo di lavoro , come l’ età pensionabile e la flessibilità di scelta , non penalizzante, come la riduzione dell’ orario  , tenendo conto che in Italia le ore lavorate pro capite sono 1753 , contro le 1397 della Germania . Scrive Mario Agostinelli ( articolo riportato sul sito www.lasinistrainzona.it ) : “… riscattare e liberare tempo proprio con il conseguente complesso di valori, di socialità e di stili di vita.”

 

“Il mio lavoro, la mia vita”  : di quale partito è questo promettente slogan elettorale ? Di nessuno in Italia ;

 è l ‘intestazione della campagna contrattuale della IG metal .

 Avere un orizzonte ,sebbene forse improbabile , è comunque assai utile per qualificare le lotte su obiettivi anche parziali che condurremo , spero ,  nel prossimo periodo .

 

 “ Scopo del lavoro è quello di guadagnarsi il tempo libero “ . E’ uno dei più noti aforismi di Aristotele . Ecco una preziosa definizione del rapporto tempo di lavoro - tempo di vita. Condivisibile o meno , però ha un pregio : non è in lingua inglese .

 

Franco Calamida

 

 

 

 

 

Ultimo aggiornamento : 06-10-2017 15:34

   
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