Elezioni,crisi della democrazia, riforma dei partiti e rifondazione della politica.
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Scritto da Franco Calamida, 23-09-2017 17:34

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra

Luigi Ferrajoli , preso atto della scomparsa della sinistra in Europa e della crisi della democrazia,

ci racconta come ,in teoria , si potrebbe reagire .

In teoria , perchè nella realtà ,purtoppo , non accade. franco calamida.

 

 

Professor Ferrajoli, all’inizio di settembre la legge elettorale sarà di nuovo al centro del dibattito politico. E sarà il tema dominante delle prossime settimane, visto che il voto è previsto a primavera 2018. Nello scenario attuale, dopo il fallimento del patto elettorale a tre, Pd, M5s e Forza Italia, quali prospettive vede?

      Ho sempre pensato che il sistema elettorale più democratico, quello che meglio garantisce la rappresentanza politica, è il sistema proporzionale. Questo è tanto più vero nelle condizioni attuali: l'Italia, come gran parte degli altri Paesi europei, soffre di una crisi radicale della rappresentanza. Il nostro ceto politico non rappresenta quasi più nulla: il 50 per cento dell'elettorato non vota e l'altra metà è costretta a scegliere tra partiti che nel loro insieme, come dicono i sondaggi di Ilvo Diamanti, non raggiungono il 4 per cento di gradimento. E’ perciò crollata non solo la quantità, ma anche la qualità del voto: si vota prevalentemente il partito meno penoso, per paura o disprezzo di tutti gli altri. Questo crollo della rappresentanza, mentre non danneggia la destra e le forze di governo, essendo perfettamente funzionale alle politiche liberiste – dato che consente la massima e indisturbata onnipotenza del ceto di governo nei confronti della società, in ossequio alle direttive dei mercati – a sinistra è letteralmente distruttivo, dato che equivale allemarginazione di qualunque politica anti-liberista in difesa dei diritti sociali e del lavoro. Per questo i sistemi maggioritari sono funzionali all'attuale crisi della rappresentanza: perché sono fondati sulla personalizzazione e sulla verticalizzazione dei sistemi politici e sulla passivizzazione dell'elettorato.

Quindi sono i sistemi maggioritari ad allontanare i cittadini dalla politica.

Naturalmente sono solo uno dei fattori della distanza tra sistema politico e società. Sicuramente, grazie anche allo sradicamento sociale dei partiti, tali sistemi favoriscono la trasformazione delle elezioni in concorsi di bellezza e in gare di demagogia tra i diversi capi che litigano in televisione. Solo il sistema proporzionale garantisce invece, con l'uguaglianza del voto, la rappresentanza di tutti gli interessi, di tutte le forze politiche, di tutte le opzioni, di tutti i diversi progetti presenti nella società. Solo il sistema proporzionale rende possibile la rifondazione dei partiti quali portatori di interessi e politiche diverse: perché, paradossalmente, i sistemi maggioritari costringono le forze politiche ad assomigliarsi per catturare il voto cosiddetto centrista, che poi è il voto dell’elettorato più spoliticizzato, più disinformato e più disinteressato. Inoltre, solo il sistema proporzionale garantisce la centralità del Parlamento, dato che in base ad esso il partito di maggioranza relativa, supponiamo del 30 per cento, per formare il governo è costretto al compromesso parlamentare che, non dimentichiamolo, è la forma propria delle decisioni nelle democrazie parlamentari. Quindi, solo una legge elettorale proporzionale è in grado di promuovere lo sviluppo di un effettivo pluralismo politico e perciò la massima rappresentatività del Parlamento.

Come giudica la situazione attuale con le due leggi “riformate” dalla Corte costituzionale per la Camera e Senato?

La Corte Costituzionale ha giustamente eliminato quei meccanismi di lesione dei diritti politici e dell'uguaglianza del voto in forza dei quali il partito di maggioranza relativa otteneva una maggioranza assoluta, e quindi il voto al partito di governo valeva più del doppio di quello ai partiti di opposizione. Ha perciò lasciato in piedi leggi elettorali proporzionali, anche se con dei difetti: la differenza tra Camera e Senato della soglia minima di accesso delle liste, e poi il premio di maggioranza, a mio parere incostituzionale, per chi riceve più del 40 per cento dei voti. Non dimentichiamo che la famigerata “legge truffa” del 1953 assegnava il premio a chi avesse superato il 50%. La cosa paradossale è che tutti ripetono che un sistema proporzionale impedirebbe la formazione di un governo perché avremmo tre formazioni, ciascuna con il 30 per cento delle preferenze e tra le quali non sarebbe possibile l'accordo. E questo benché tutte le forze politiche propongano oggi, sostanzialmente, la stessa politica economica! Non si capisce perché sia impossibile il compromesso parlamentare tra forze politiche che ripetono concordemente che non ci sono alternative alle attuali politiche liberiste. In realtà, ciò che si teme è che il sistema proporzionale favorisca il successo di liste antiliberiste, di vera opposizione, in grado di condizionare il sistema politico, votate per se stesse e non per paura delle liste peggiori.

Quali modifiche sono necessarie per uniformare le due leggi attuali?

Intanto la mia speranza è che non si torni al sistema maggioritario, e su questo non sono affatto ottimista. La legge elettorale proporzionale, magari con la riduzione dei parlamentari, dovrebbe prevedere l’unificazione delle soglie di sbarramento, anche se queste non dovrebbero esistere: una forza politica che prende l'1 per cento dei voti deve prendere l'1 per cento dei parlamentari, non capisco il disturbo che questo comporterebbe. Si parla tanto di frammentazione dei partiti, ma non c'è mai stata una frammentazione maggiore di quella di questi ultimi venticinque anni. Quindi occorrerebbe portare la soglia minima al Senato al 3 per cento, o meglio ancora eliminare le soglie di sbarramento e il premio di maggioranza a chi prende il 40 per cento.

Tutti puntano alla legge elettorale, ma è  la soluzione della crisi politica?

È chiaro che la legge elettorale non è affatto la soluzione della crisi. La crisi della democrazia è una crisi profonda, legata alla distanza della politica dalla società. È legata al fatto che la politica si è subordinata ai mercati ed ha abdicato al proprio ruolo di tutela degli interessi generali e di attuazione dei principi costituzionali, primo tra tutti la garanzia dei diritti sociali e del lavoro. Oggi non è più la politica che governa l'economia, ma è l'economia che governa la politica. E’ questo il vero problema, non solo italiano ma europeo, e l'origine della crisi, diciamo pure della scomparsa, in Europa, delle sinistre, le quali hanno accettato questo ribaltamento. Per superare una crisi di questa portata occorre una rifondazione della politica, e naturalmente non basta una legge elettorale. Questa, però. può favorire il processo di rifondazione dei partiti. Perché, ripeto, il sistema proporzionale è quello che più di altri favorisce il loro radicamento nella società.

Lei da anni sostiene la necessità di una riforma dei partiti.

Sì, lo sostengo da sempre: occorre una legge che imponga ai partiti la democrazia interna, a tutela dei diritti politici degli elettori, e che introduca quello che è un presupposto elementare della rappresentanza: l'alterità tra partiti quali organi della società e istituzioni pubbliche rappresentative. Occorre cioè la separazione e l'incompatibilità tra cariche di partito e funzioni pubbliche anche elettive. I gruppi dirigenti dei partiti che vanno in Parlamento e anche al governo dovrebbero lasciare il posto ad altri, che siano in grado di orientarli, di controllarli, di chiamarli a rispondere. Questa è la condizione minima della rappresentanza, senza la quale i partiti - come vediamo - si sono di fatto trasformati in organi parastatali. Non solo. Senza partiti radicati nella società e autonomi dalle istituzioni, la selezione del ceto politico avviene sulla base della cooptazione dei più fedeli al capo di turno. Di qui il crollo della qualità della classe dirigente. Siamo al livello più basso rispetto al passato, non parliamo della Costituente, ma anche dei Parlamenti degli anni 50, 60 e 70, quando i politici, di governo e di opposizione, erano persone incomparabilmente più colte, più capaci, più disinteressate.

Oltre alla crisi economica si avverte oggi una crisi di ideali, a sinistra.

Ma l'Italia del 1945-46 era un cumulo di macerie, altro che crisi economica! Eppure la politica fu capace di costruire la democrazia e di promuovere uno sviluppo economico che ha portato l’Italia ad essere la quinta potenza industriale del mondo. È stata la politica che ha creato lo stato sociale, il diritto del lavoro, tutto quello che oggi viene smontato. La crisi economica oggi cos'è, se non la crisi dei ceti più poveri? Siamo in presenza della più gigantesca esplosione delle diseguaglianze, i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri. Naturalmente la povertà e la riduzione delle garanzie della salute e dell’istruzione aggravano la crisi economica, perché riducono la produttività del lavoro e producono disperazione sociale e mancanza di fiducia nel futuro. Ma è una crisi interamente determinata dalle attuali politiche irresponsabili, interamente subalterne agli interessi dei mercati. Insomma, la crisi economica è l'effetto della crisi della politica.

Quali prospettive vede per la sinistra? E’ possibile una unificazione?

Il vero problema per la sinistra è la sua frammentazione e la sua incapacità di riorganizzarsi sul territorio, di rifondare un rapporto con la società. L’unificazione? Basterebbe prendere sul serio la Costituzione per la quale al referendum del 4 dicembre ha votato il 60 per cento degli elettori. Sarebbe un programma politico di sinistra estrema: pensiamo solo ai diritti all'istruzione e alla salute, universali e perciò gratuiti, senza quei ticket, a mio parere incostituzionali, che coprono una quota ridicola della spesa sanitaria, ma a causa dei quali 11 milioni di italiani non possono curarsi. E poi il salario minimo previsto all'articolo 36 della Costituzione, che varrebbe ad arginare la totale svalutazione odierna del lavoro a beneficio delle grandi ricchezze. E poi, ancora, il reddito di cittadinanza per la disoccupazione involontaria, altro principio stabilito dalla Carta, articolo 38. Infine una seria progressività delle imposte, come prescritto dall’articolo 53.

Come vede il dibattito a sinistra dopo l’assemblea del Teatro Brancaccio?

Quell’assemblea è stata la cosa forse più positiva, ma mi pare che non ci sia la volontà di formare un'unica forza a sinistra del partito democratico, che oramai è diventato un partito che fa concorrenza alla destra; con la sola eccezione, finora, del suo impegno sullo ius soli.

Anche se adesso sembra che ci sia meno entusiasmo. E comunque il ministro Minniti sui migranti sta conducendo una politica dal pugno duro.

E’ il peggior ministro dell’Interno. Il cosiddetto codice di condotta delle Ong è un atto di politica anti-umanitaria, l'aggressione alle Ong è stata una cosa vergognosa, la loro colpa è di aver salvato, solo nell'anno 2016, 47 mila persone! E se mai il M5s poteva avere qualche credibilità democratica, l’ha persa totalmente con la tesi di Di Maio che ha chiamato tassisti del mare coloro che salvavano i migranti. La vita umana è il principale valore: non è lecito, per raccattare qualche voto, denigrare chi fa un'attività così straordinaria come le Ong. E lo stesso vale per i Salvini e le Meloni e il ministro dell'Interno. Dimenticano tutti che il diritto di emigrare fu teorizzato nel ‘500 a sostegno della conquista dell’America ed è rimasto un principio giuridico fondamentale fino a che è servito a legittimare le nostre invasioni del resto del mondo, per colonizzarlo e depredarlo. Ora che i flussi migratori si sono capovolti è diventato un reato. Quanto allo ius soli, esso non ha niente a che fare con le migrazioni e l’unica ragione per non concederlo è di carattere razzista.

 

Ultimo aggiornamento : 23-09-2017 17:38

   
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