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L.Pennacchi : al reddito di cittadinanza preferisco il lavoro
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Scritto da Franco Calamida, 02-06-2017 09:27

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale


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Perché al “reddito di cittadinanza” preferisco il lavoro
Laura Pennacchi (da “il manifesto”, 29 gennaio 2017))

Ha più di un fondamento l’affermazione de Le Monde secondo cui è “una falsa buona idea” l’ipotesi del “reddito universale” o “reddito di cittadinanza”, che in tempi di populismi dilaganti ricorre dall’Italia alla Francia. Bisogna fare chiarezza, in più direzioni. La prima consiste nell’operare accurate distinzioni fra strumenti tra loro molto diversi. L’Italia, per esempio, dotandosi di un “reddito di inclusione attiva”, si appresta a colmare, almeno parzialmente, il suo ritardo in materia di lotta alla povertà che, in buona misura, è stato dovuto al fatto che storicamente il suo “sistema di welfare” clientelistico e particolaristico aveva disseminato in modo disordinato una varietà di sostegni reddituali all’interno di istituti funzionalmente destinati ad altri scopi: tipico il caso della “pensione sociale” e dell’”integrazione al minimo” (per combattere la povertà tra gli anziani) inseriti nel sistema pensionistico (pensato per contrastare gli effetti dell’impossibilità di lavorare nella vecchiaia). A partire da qui è bene rendere più chiare le differenze tra “ammortizzatori sociali” – certamente da estendere e da universalizzare, specie nei paesi europei mediterranei che di tale universalizzazione sono carenti –, varie forme di “reddito minimo” in particolare di contrasto alla povertà, “reddito di cittadinanza”. Quest’ultima è un’ipotesi molto più ampia di quelle stesse di “reddito minimo”, non solo per gradazione ma per qualità e natura, perché con esso si mira a garantire a tutti, per il solo fatto di essere cittadini di una comunità, un reddito universale e non sottoposto a nessun’altra condizione. Questa ipotesi pone immensi problemi di costo – si discute di centinaia di miliardi di euro –, a fronte del ben più limitato ammontare che sarebbe richiesto da “Piani per la creazione diretta di lavoro per giovani e donne” ispirati alla prospettiva del “lavoro di cittadinanza” e al New Deal. Un costo così illimitato rende la prima semplicemente irrealizzabile e i secondi assai più credibili e questo basterebbe a chiudere la diatriba, se non fosse che l’ipotesi di “reddito di cittadinanza” pone anche rilevantissimi problemi culturali e morali, sui quali è bene soffermarsi. Non può essere sottovalutato che tra i primi sostenitori della proposta di “reddito di base incondizionato” ci fu Milton Friedman, il monetarista antesignano del neoliberismo che ne formulò una versione a base di riduzione drastica di spesa pubblica e tasse e rete protettiva ridotta all’osso per i deboli, come nella “imposta negativa”. Ma anche vari teorici di sinistra finiscono con l’avvalorare, pur di realizzare il “reddito di base”, l’immagine di uno stato sociale “minimo”, specie nelle varianti più conseguenti che suggeriscono di assorbire nel nuovo trasferimento tutti quelli esistenti (tra cui le prestazioni pensionistiche e l’indennità di invalidità civile) e di azzerare la fornitura di servizi pubblici dalla cui sospensione verrebbero tratte le risorse aggiuntive necessarie al finanziamento.
 Sottostante a tutto ciò c’è una strana resistenza, anche a sinistra, a fare i conti con le implicazioni più profonde della crisi “senza fine” esplosa nel 2007/2008, quasi si fosse indifferenti a un’analisi politico-strutturale del neoliberismo e del suo esito più devastante, la “crisi permanente“ per l’appunto. La motivazione con cui da parte di molti si giustifica il “reddito universale” è del tipo “tanto il lavoro non c’è e non ci sarà o quello che c’è è di tipo servile”. Con questa motivazione, però, il “reddito di cittadinanza” viene a comportare una sorta di accettazione rassegnata della realtà così come è, quindi una sorta di paradossale sanzione e legittimazione dello status quo per il quale si verrebbe ad essere esentati dal rivendicare trasformazioni più profonde e l’operatore pubblico si vedrebbe giustificato nella sua crescente deresponsabilizzazione (perché per qualunque amministratore è più facile operare un trasferimento monetario che cimentarsi fino in fondo con la manutenzione, la ricostruzione, l’alimentazione di un tessuto sociale vasto, articolato, strutturato). In questa prospettiva è quasi del tutto assente il tentativo di intrecciare l’analisi delle trasformazioni con una osservazione degli elementi strutturali del funzionamento dell’accumulazione e della produzione del sistema economico capitalistico nella sua distruttiva versione neoliberista. Ci si limita a una considerazione delle diseguaglianze come problema solo distributivo e redistributivo da trattare ex post, non anche problema allocativo da trattare ex ante perché attinente al funzionamento delle strutture, dell’accumulazione, della produzione. Problemi di allocazione e di struttura si pongono tanto più al presente: il necessario “nuovo modello di sviluppo” non nasce spontaneamente, né solo per virtù di incentivi monetari, quale è anche il “reddito di cittadinanza”, ma ha bisogno di pensiero, ideazione, progetti.
Chiarezza concettuale e culturale va fatta sulla stessa concezione del lavoro. L’escamotage a cui alcuni a sinistra ricorrono – sosteniamo insieme sia il “reddito universale” sia la “piena occupazione” – è fittizio e lascia tutti i problemi irrisolti. Stupisce, piuttosto, che oggi solo soggetti religiosi – come Papa Francesco, il papa che ha definito il neoliberismo “l’economia che uccide” – mostrino una persistente forte sensibilità al trinomio lavoro/persona/welfare, ribadendo che il diritto al lavoro è primario, superiore alla stesso diritto di proprietà, e che il rapporto che ha per oggetto una prestazione di lavoro non tocca solo l’avere ma l’essere del lavoratore. Così come stupisce che non si faccia appello al Marx che, con Hegel, vede nel lavoro – nella sua “inquietudine creatrice” – il processo attraverso il quale l’uomo non si limita a metabolizzare ma media anche simbolicamente il rapporto fra sé stesso e la natura, cambia sé stesso dandosi una funzione autotrasformativa, esplora sistematicamente dimensioni intellettuali di consapevolezza e di progettualità.
Dunque, piuttosto che ambire a costruire un “welfare per la non piena occupazione”, la priorità assoluta va data alla creazione di lavoro demolendo l’ostracismo che è caduto sull’obiettivo della “piena e buona occupazione”, nella acuta consapevolezza che la sua intrusività – vorrei dire la sua “rivoluzionarietà” – rispetto al funzionamento spontaneo del capitalismo è massima proprio quando il sistema economico non crea naturalmente occupazione e si predispone alla jobless society. Non a caso il grande studioso Anthony Atkinson, scomparso da pochi giorni, da un lato proponeva un “reddito di partecipazione”, cioè un beneficio monetario da erogare sulla base dell’apporto di un contributo sociale (lavoro di varia forma e natura, istruzione, formazione, ecc.), dall’altro si riferiva a Keynes e a Minsky e consigliava di tornare a prendere nuovamente sul serio l’obiettivo della piena occupazione, facendo sì che i governi operino come employer of last resort offrendo “lavoro pubblico garantito”, dall’altro ancora suggeriva che “la direzione del cambiamento tecnologico” sia identificata come impegno intenzionale ed esplicito da parte delle istituzioni collettive, volto ad accrescere l’occupazione, e non a ridurla come avviene con l’automazione. Qui peraltro – sosteneva Atkinson – si colloca la possibilità di smascherare l’inganno che si cela dietro le fantasmagoriche proposte (istituire privatamente e localmente forme di “reddito di cittadinanza”) di alcuni imprenditori della Silycon Valley, interessati a ribadire che l’innovazione è guidata dall’offerta (cioè, traduceva Atkinson, dalle corporations) e non dalla domanda e dai bisogni dei cittadini, ai quali bisogna dare solo capacità di spesa e potere d’acquisto, cioè reddito magari sotto forma di “reddito di cittadinanza”.



Ultimo aggiornamento : 02-06-2017 09:27

   
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