Giovanni Mazzetti : reddito e lavoro
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Scritto da Franco Calamida, 12-04-2017 09:41

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale

Pubblichiamo la seconda parte del confronto di posizioni sui temi del reddito e del lavoro . In particolare riportiamo le interessanti posizioni di Giovanni Mazzetti . I contributi sono estratti dalla news letter curata da Piero Basso , che ringraziamo per consentirne la pubblicazione su questo sito. Chi ha letto la prima parte si è reso conto di quanto sia complessa la questione. Sono utilissimi ulteriori contributi e anche commenti che possono essere riportati su questo stesso sito .

franco calamida

 

 

Piero Basso

Negli scorsi due numeri della “Lettera” abbiamo dato conto delle diverse posizioni esistenti in merito alla riforma del welfare e alle politiche di contrasto alla povertà: reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito, rilancio dell’occupazione con misure di intervento statale... Ci siamo chiesti, in particolare, se il “reddito di cittadinanza”, di cui sempre più estesamente (e confusamente) si parla in Europa, possa essere la soluzione migliore al problema della povertà, ormai giunto nei paesi dell’Unione a dimensioni pesantissime (122 milioni di cittadini europei a rischio povertà o esclusione sociale – dato Eurostat 2015), o se non rischi di diventare, più prosaicamente, il nome di un insieme di misure di sostegno a un mondo del lavoro ormai cronicamente e strutturalmente immiserito. Non tutti i suoi sostenitori lo pensano così (anzi, esso nasce come proposta di “emancipazione”), ma è sicuramente questa l’idea neanche tanto recondita, che circola nelle stanze della Commissione europea. La discussione è complessa, i problemi giganteschi, e il nostro contributo può consistere solo nell’indicare alcune questioni e nel fornire spunti di riflessione, che peraltro hanno già stimolato molti nostri lettori alla critica e all’intervento. Oggi presentiamo il punto di vista di Giovanni Mazzetti, uno dei più stimolanti economisti marxisti italiani, che ci ha autorizzato a riprodurre alcuni passaggi di un suo saggio del 1997 dedicato alla prospettiva della riduzione generalizzata dell’orario di lavoro (tema – sia detto per inciso – del tutto espulso dal dibattito pubblico attuale), recentemente riproposto sui Quaderni on line del Centro Studi sulla Redistribuzione del lavoro. Proseguiamo con una sommaria analisi della recente legge che istituisce in Italia un “Reddito di inclusione”, e un accenno alle diverse posizioni sul tema della sinistra francese. Concludiamo questa parte dedicata al “reddito di cittadinanza” con la lettera di un'amica che ci scrive dalla Germania e un “Controcorrente” di Toni Muzzioli. Le contraddizioni del reddito di cittadinanza Riproduciamo qui, con il consenso dell’autore, la parte conclusiva di un capitolo del volume di Giovanni Mazzetti “Quel pane da spartire. Teoria generale della necessità di redistribuire il lavoro” (Torino, Bollati Boringhieri, 1997), un libro che mantiene, a vent’anni di distanza, tutta la sua attualità.

 

Estratto da "Quel pane da spartire" di G. Mazzetti .

Che l’industria capitalistica si basi sulla costante introduzione di innovazioni capaci di risparmiare lavoro vivo, è cosa nota. Quello che è meno risaputo, e che capì molto bene Keynes negli anni Trenta (ma che aveva intuito anche il Marx dei Grundrisse), è che giunge un momento in cui il modo di produrre, proprio per il livello di produttività raggiunto, non è più in grado di riallocare altrove la manodopera “sovrabbondante” che le macchine determinano. Non, almeno, se esso è lasciato “libero” di funzionare in base ai suoi propri principi, ovvero agli automatismi del mercato. In tal caso l’accresciuta produttività dell’industria potrà solo determinare accresciuta disoccupazione, essendo le innovazioni per il capitalista unicamente uno strumento per risparmiare sull’acquisto di forza-lavoro. La soluzione dello stato sociale novecentesco consistette proprio nel creare un settore di lavoro finanziato dalla mano pubblica in grado di riattivare quella domanda senza la quale lo stesso meccanismo capitalistico non può che interrompersi, come emerge in modo traumatico nelle crisi. Ora che lo stesso stato sociale dei «trenta anni gloriosi» (tra la fine della guerra e lo choc petrolifero) non può più essere mantenuto, – argomenta Mazzetti – è solo l’intervento vòlto alla redistribuzione del lavoro (riduzione d’orario a parità di salario) che può sanare la paradossale condizione che viviamo, nella quale a una crescita impressionante della potenza produttiva delle macchine corrisponde la disoccupazione strutturale. Ci chiediamo anche noi se, a dieci anni da una crisi che non accenna a finire e mentre imperversa l’ansiogena campagna sulla robotizzazione imminente, non sia giunto il momento di rilanciare il bello slogan “lavorare meno / lavorare tutti”.(tm) … Se si imboccasse la via di garantire effettivamente a tutti i cittadini un reddito nell'unica forma praticabile a breve, e cioè per legge, esso potrebbe ovviamente essere solo un reddito monetario [ricordiamo che il reddito di cittadinanza rettamente inteso è la corresponsione di un assegno a tutti i cittadini senza corrispettiva attività lavorativa – NdR]. Poiché questa disponibilità di moneta si riverserebbe su un sistema produttivo che continuerebbe a procedere senza una offerta aggiuntiva di merci, tutto quello che si otterrebbe sarebbe un generale aumento dei prezzi, che annullerebbe il potere che si cerca di instaurare con il reddito garantito. Certo la prospettiva di questo aumento potrebbe sollecitare una fase economica espansiva che, se non fosse contrastata da un processo finanziario speculativo di segno opposto, determinerebbe un qualche aumento dell'occupazione. Ma il problema della disoccupazione troverebbe così, al di là delle stesse vicende speculative di natura finanziaria, solo un'attenuazione temporanea e del tutto marginale. Ma anche a prescindere dal modo in cui il mercato vanifica il presentarsi di un denaro che percepisce non corrispondere all’oggettivazione di un'attività produttiva mercantile, è del tutto ingenuo immaginare che la pura e semplice erogazione di un reddito possa di per sé consentire una effettiva partecipazione di ciascun individuo al processo produttivo. È evidente infatti che nessuno può darsi realmente una occupazione solo grazie al fatto che riceve l'equivalente del valore della sua forza-lavoro. Per produrre, l'abbiamo visto nel secondo capitolo, occorre disporre anche dell'oggetto e dei mezzi della produzione. Senza questi altri due momenti del processo produttivo, la forza-lavoro, per quanto possa essere entrata in possesso delle condizioni della sua esistenza e riprodursi, non può produrre alcunché. Per permettere una partecipazione di tutti gli individui al processo produttivo occorre dunque affrontare direttamente questo problema più vasto. Il reddito di cittadinanza si presenta dunque necessariamente come una definizione altisonante per il tradizionale sussidio, a meno che non si lavori allo stesso tempo a definire le condizioni attraverso le quali le risorse necessarie per produrre possano essere appropriate produttivamente da coloro che cercano di produrre a prescindere dal lavoro salariato. Se si accetta che una parte della popolazione abbia il diritto di ricevere non solo le condizioni della sua esistenza, ma anche le condizioni della sua produzione, per poter agire senza sottomettersi alla costrizione propria del lavoro salariato, ma si esige che queste condizioni siano prodotte da altri, i quali debbono sottostare alla costrizione implicita nel lavoro salariato, si crea dunque una classe parassitaria. Quest'ultima trae infatti, antagonisticamente, la propria libertà dal lavoro altrui. Per sottrarsi a questa conclusione si deve immaginare una situazione che non trova alcun riscontro nella società, e cioè che se tutti e ciascuno agiscono sulla base del proprio spontaneo e autonomo volere, ciò nonostante la vita collettiva potrà procedere in modo ordinato. Se poi ci si spinge più in là, e si immagina che tutti debbano avere il diritto di disporre delle condizioni delle quali hanno bisogno di produrre, si deve allora onestamente riconoscere che si sta parlando della realizzazione del comunismo. Con tutto quello che implica. [...] I fautori del reddito di cittadinanza più avveduti obiettano che essi riconoscono la necessità di una mediazione nuova, e dello sviluppo che a questa conquista corrisponderebbe. E ciò non può essere messo in dubbio. Ma, a nostro avviso, non si accorgono della contraddittorietà nella quale, nella loro rappresentazione, il riferimento a questa mediazione continua a essere avvolto. La disoccupazione, lo abbiamo visto più volte, è tempo reso disponibile dall’accrescimento della produttività, e che non si sa come tornare ad impiegare appunto perché i bisogni formulati attraverso il denaro – cioè come una domanda che emerge spontaneamente dal mercato – non riescono più a sostenere lo sviluppo. Se si dice che i disoccupati debbono comunque percepire un reddito per riprodurre se stessi, si dice una cosa corretta, ma si rimane all’interno di uno sviluppo che in molti paesi avanzati è stato già realizzato, quello relativo alle prime fasi del costituirsi dello Stato sociale. È vero che in molti paesi questa conquista viene attualmente messa in discussione, e che in Italia non ha mai trovato un’attuazione piena, ed è giusto battersi contro questo regresso, garantendo a tutti, nelle more della soluzione del problema, un’indennità di disoccupazione. Se poi si dice – keynesianamente – che, oltre a percepire i mezzi della loro esistenza e a sostenere in tal modo la loro azione, deve essere loro permesso di produrre attraverso la mediazione dello Stato, si dice una cosa economicamente fondata. Ma non si fa altro che ribadire la validità di quello che è stato il meccanismo di sviluppo prevalente fino agli anni Settanta di questo secolo. Il fatto che questi risultati debbano essere difesi non va confuso col tentativo di far credere che si tratti di una conquista nuova. Ma se si dice che la soluzione del problema della disoccupazione deve aver luogo attraverso l’elaborazione di una mediazione superiore, nella quale la socialità astratta che viene riconosciuta attraverso la produzione mercantile e statale venga superata, allora si deve anche riconoscere che mediazione non può prendere corpo senza che il tempo disponibile, rappresentato antiteticamente dalla disoccupazione, divenga un tempo non antiteticamente disponibile per tutti. Infatti solo in questo modo tutti debbono sopportare l’onere di partecipare alla produzione della ricchezza che socialmente viene ritenuta «necessaria» e tutti possono godere di una ricchezza nuova che poggia sul superamento della necessità. Ma è proprio quello che i fautori del reddito di cittadinanza non fanno, perché, nel tentativo di dare concretezza immediata alla loro proposta, accantonano il problema delle forme della ricchezza e della loro coerenza. Non si tratta dunque di garantire ai disoccupati un reddito per usare liberamente quel tempo del quale, attraverso lo svolgimento antitetico dei rapporti capitalistici, sono diventati involontari e sfortunati «depositari». Si tratta piuttosto di garantire a occupati e disoccupati un reddito che scaturisca dalla partecipazione allo svolgimento del lavoro necessario e che assicuri a tutti loro una riproduzione dell’esistenza al livello tecnicamente possibile. Ma proprio perché questo reddito deriva da un lavoro il cui peso tende oggettivamente a diminuire, si apre lo spazio per la redistribuzione tra tutti anche del tempo che è stato e viene reso disponibile. Un tempo che ora viene dissipato come disoccupazione. Il quadro generale che scaturisce da questa soluzione è quello che scaturirebbe dall’introduzione del reddito di cittadinanza ma con una differenza essenziale nell’articolazione. Il tempo di lavoro che si trasforma in tempo di non lavoro, come i fautori del reddito di cittadinanza chiedono, verrebbe comunque remunerato. Nonostante la diminuzione del tempo di lavoro, i salari non dovrebbero infatti subire alcun taglio (e a quelli che sono al di sotto della media sarebbe consentito di crescere fino a raggiungere un livello considerato socialmente accettabile). La remunerazione del tempo di non lavoro non avverrebbe però solo a favore di alcuni, e in antitesi rispetto ad altri, che percepirebbero un reddito solo in seguito allo svolgimento di un lavoro per sé e di un pluslavoro per i disoccupati. Il tempo di lavoro e il tempo di non lavoro, e il corrispondente godimento della ricchezza monetaria e di quella non monetaria, non si distribuirebbero dunque carnalmente tra persone diverse, ma verrebbero coerentemente riuniti in ciascun individuo, consentendo così un’appropriazione da parte di tutti e di ciascuno dei frutti derivanti dagli aumenti della produttività. Ciò non solo determinerebbe una differenza rispetto al modo sin qui seguito, attraverso lo Stato sociale, di appropriazione del tempo superfluo via via prodotto dall’aumento della produttività, ma creerebbe, cosa sulla quale torneremo più avanti, le condizioni per una forma dell’appropriazione che non soffrirebbe dei limiti propri dello Stato sociale. Lo Stato sociale ha garantito infatti ai produttori un’appropriazione astratta di questo tempo, ancora interamente dominata dalla divisione del lavoro. È stata cioè la società nel suo complesso che ha goduto – attraverso la soddisfazione in buona parte gratuita dei grandi bisogni sociali – di un’attività libera, che non essendo però in grado di assumere la forma di un comportamento comunitario, ha dovuto e potuto presentarsi ancora nella forma – non libera – del lavoro salariato di coloro che fornivano i servizi. Ma ora che questa forma dello sviluppo sociale sta mostrando i suoi limiti, sorge il problema di come spingersi al di là di questo livello. Problema che non può essere risolto – come credono i fautori del reddito di cittadinanza, citando forse inconsapevolmente Keynes – attraverso la creazione di «sfere pubbliche non statali». Riuscendo eventualmente a rifugiarsi in queste «sfere», grazie al fatto che riceverebbero un denaro senza scambio, gli individui eliminerebbero indubbiamente la determinazione negativa di quel tempo. Ma facendolo solo per sé godrebbero di esso su una base che continuerebbe a essere casuale. Il diritto di godere di un reddito di cittadinanza, proprio perché corrisponderebbe all’instaurarsi di una società nella quale ci sarebbero dei venditori che si sarebbero sbarazzati dei compratori, ma altri che dovrebbero continuare a sottostare a questo potere esterno, è più vicino al rapporto di denaro di quanto non lo sia lo Stato sociale, perché corrispondente al diritto «di godere indisturbati della casualità all’interno delle condizioni» di libertà determinate dalla continua crescita della produttività». Ma l’individuo che non nega la storia, e con essa la propria socialità, sa che quel tempo libero è stato ed è reso disponibile proprio dallo stesso processo dì lavoro. Egli non può dunque scindere l’appropriazione di quel tempo dalla riproduzione di un lavoro per sé, come espressione della propria socialità tesa ad alimentare quella libertà, della quale non si accontenta di godere parassitariamente, ma vuole trasformare in una conquista universale. Dopo lo sviluppo dello Stato sociale, che ha reso possibile una prima rozza e oscura appropriazione collettiva del tempo reso disponibile dal capitale, sorge cioè ora il problema di come rendere disponibile l’ulteriore tempo anche per tutti i singoli individui. Problema che, come vedremo, trova una soluzione coerente solo nella riduzione del tempo di lavoro a parità di salario, posta in essere al fine di redistribuire tra tutti il lavoro necessario che rimane. Per approfondire i temi della redistribuzione del lavoro e seguire le attività di ricerca, studio e discussione promossa da Giovanni Mazzetti, si può visitare il sito web http://www.redistribuireillavoro.it

 

Reddito di inclusione  -  E.Monticelli .

Cosa prevede il nuovo «reddito di inclusione» L’articolo di Elena Monticelli, tratto dal sito web di “Sbilanciamoci!”, di cui riproduciamo alcuni brani, analizza il recentissimo provvedimento che istituisce in Italia un «reddito di inclusione». Il testo completo qui: http://sbilanciamoci.info/cosa-prevede-reddito-inclusione/ Il REI - Reddito di Inclusione - è legge, essendo stato approvato in queste ore anche al Senato in via definitiva, dopo essere già stato approvato alla Camera il 14 luglio 2016, dopo un percorso lento che a più riprese ha fatto discutere le diverse componenti politiche. Iniziamo subito col dire che il REI sarà la prima misura organica nazionale di contrasto alla povertà approvata dal Parlamento […] dopo il Reddito Minimo di Inserimento di inizi anni 2000 (che aveva tutt’altre caratteristiche). Le disponibilità per finanziare il provvedimento sono pari a poco più di un miliardo di euro per anno (corrispondono a quelle già stanziate per il Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale) e la misura sarà rivolta alle famiglie, al di sotto della soglia dei 3.000 euro di ISEE con almeno un figlio minore, coerentemente con quanto già previsto nella legge di stabilità 2016 per il SIA (Sostegno per l’Inclusione Attiva). Si prevedono dei progetti personalizzati predisposti da un’équipe multidisciplinare, costituita da parte dell’ambito territoriale sociale, in collaborazione con le amministrazioni competenti sul territorio in materia di servizi per l’impiego, formazione, politiche abitative, tutela della salute, istruzione. La delega prevede il riordino degli strumenti di natura assistenziale, pertanto il Reddito di Inclusione dovrebbe assorbire tutte le altre misure utilizzate finora, più contingenti e meno organiche (per esempio la “social card” e il SIA, nato nel 2013 e riadottato nel 2016). Alla luce di questi elementi è possibile fare alcune considerazioni nel merito. In primo luogo, secondo l’Istat, nel 2015 erano stimate 1 milione 582 mila famiglie residenti in Italia (circa il 6% del totale) in condizione di povertà assoluta: si tratta di 4 milioni e 598 mila individui, il 7,6% dell’intera popolazione. Tuttavia, dato il finanziamento disponibile e ipotizzando un assegno non superiore a 350 euro/mese, la platea dei beneficiari si potrebbe restringere a meno di 270 mila famiglie in povertà assoluta e con un figlio minore, per cui è evidente che la misura risulta davvero insufficiente a far fronte all’emergenza della povertà nel nostro Paese. Proprio qualche mese fa, il CILAP (Collegamento Italiano di Lotta alla Povertà) aveva denunciato l’insufficienza del SIA (strumento utilizzato nell’ultimo anno, precursore del REI e che aveva dei criteri simili), affermando come questa misura non stesse dando i risultati attesi a causa dei troppi i vincoli richiesti, tanto che dal 40% all’80% delle domande presentate veniva respinto. Sarà possibile superare questi problemi con il REI? E' lecito dubitarne, dato che viene reiterata la scelta politica di non tutelare l’autonomia individuale, subordinando le necessità delle persone a quelle del nucleo familiare di appartenenza, nonché alla condizione "prioritaria" di avere almeno un figlio minore, escludendo automaticamente tutte le famiglie senza figli, o con figli maggiorenni (magari disoccupati), nonché di tutte le coppie di fatto anche se stabili. Si ipotizza, inoltre una restrizione non ben definita, dei criteri di "residenza qualificata" (residenza protratta per diversi anni), con la conseguenza che per molti stranieri potrebbe essere più difficile o impossibile l’accesso. In attesa di conoscere il contenuto dei decreti legislativi convince poco anche l’approccio che lega l’erogazione di reddito diretto ed indiretto ai cosiddetti "progetti personalizzati, predisposti da un’équipe multidisciplinare", perché al di là della vaghezza del contenuto è utile interrogarsi sul senso di tali "progetti", sempre più sovente utilizzati nell’ambito dell’erogazione di misure di sostegno al reddito (si pensi alle ultime leggi regionali come ad esempio quella pugliese sul “Reddito di Dignità”). Ci si chiede, infatti, se siano davvero uno strumento utile per reinserire i beneficiari all’interno del tessuto lavorativo o siano invece uno strumento più utile alle amministrazioni comunali, alle imprese, al Terzo Settore per poter usufruire di ulteriore manodopera a basso costo. In questo confuso dibattito sui temi del lavoro di cittadinanza vs. reddito di cittadinanza, il Reddito di Inclusione sembrerebbe aggiungere ulteriore confusione. Sembrerebbe però maggiormente in linea con l’idea che i soggetti più vulnerabili, debbano accettare un lavoro "qualsivoglia", anche povero, instabile e non tutelato. In altri termini il REI potrebbe aprire la strada a una nuova frontiera di produzione di lavoro povero, mal pagato e sfruttato? Il tema fondamentale, ora, non è solo dichiararsi a favore o contro il "reddito minimo" o il "reddito di cittadinanza", ma capire di cosa stiamo parlando: quali sono i criteri, chi sono i beneficiari, quali sono (se ci sono) i parametri di condizionalità, dove si trovano le risorse. Se non si ha in mente questo, non si comprendono le enormi differenze di paradigma politico che si nascondono dietro le diverse proposte. Distinguere le proposte che hanno alla base un’altra idea di modello produttivo e che vogliono liberare le persone dal ricatto dello sfruttamento del lavoro povero, precario e mal pagato, da quelle proposte che sono funzionali al mantenimento dello status quo e pongono gli esclusi, i poveri in condizione di coercizione.

Il dibattito nella sinistra francese.

La questione del reddito di cittadinanza si è inserita con prepotenza nel dibattito interno alla sinistra francese in questi mesi di campagna elettorale, in cui al momento nessuno dei due candidati di sinistra, Benoît Hamon, del partito socialista e Jean-Luc Mélenchon, di Francia resistente (France insoumise), sembra avere la possibilità di riuscire tra i primi due al primo turno e quindi di partecipare al ballottaggio. In particolare, Benoît Hamon insiste molto sulla sua proposta di un reddito di inclusione che è quanto di più vicino si possa immaginare al reddito di cittadinanza vero e proprio: contraddittorio e poco chiaro nel dettaglio della proposta (prima sembrava un vero e proprio reddito per tutti nella fascia d’età 18-25 anni, poi è diventato un assegno “condizionato”, lo stesso vale per il suo ammontare – http://www.lemonde.fr/les-decodeurs/article/2017/03/09/benoit-hamon-rabote-de-nouveau-sa-promesse-de-revenu-universel-pour-les-18-25-ans_5092265_4355770.html), Hamon ha comunque insistito molto su questa proposta molto “radicale”, destando non pochi mal di pancia tra l’ala più liberista del suo partito (e non poche fughe verso l’astro nascente “tecno-liberale” Macron – l’ultima in ordine di tempo quella del primo ministro Manuel Valls, annunciata il 29 marzo). A sostegno del revenu universel anche Yannick Jadot, il candidato dei verdi (“Europe écologie Les Verts”), che hanno questo obiettivo nel proprio programma dal 2013. Meno convinto di queste proposte Jean-Luc Mélenchon, il candidato della sinistra radicale (PCF e Parti de Gauche) riunita sotto il cartello “La France insoumise”, accreditato di un notevole 14% da molti sondaggi che propugna viceversa la riduzione dell'orario di lavoro come antidoto alla disoccupazione (“ridurre il tempo di lavoro, lavorare meno per lavorare tutti”, https://laec.fr/section/28/reduire-le-temps-de-travail-travailler-moins-pour-travailler-tous). I termini del dibattito sono sempre quelli: un praticabile “reddito di cittadinanza”, nel presente contesto e in assenza di processi di trasformazione sociale significativi, funzionerà davvero da sostegno per i ceti popolari o non funzionerà, paradossalmente, da sostegno a un «capitalismo dei lavoretti», per dirla con l’espressione del sociologo Moulier-Boutang? I sostenitori del reddito universale, dal canto loro, sono certi che esso potrebbe dare avvio a una grande quantità di nuovi progetti (e anche di imprese e di lavoro) in settori attualmente poco remunerativi ma fondamentali per uno sviluppo ecologicamente sostenibile, come per esempio l’agricoltura ecologica. Contribuendo dunque non solo la lotta alla povertà, ma ad una prospettiva di trasformazione sociale. Per conoscere la discussione nella sinistra politica e sindacale francese si veda l’articolo di Mona Chollet, Reddito garantito, l’ospite a sorpresa, “Le monde diplomatique”, ed.it., marzo 2017, p. 6.

La parabola dei lavoratori a giornata .

Un'amica, convinta assertrice, anche per dirette esperienze familiari, dell'importanza primaria del lavoro, ci ha però segnalato quello che potrebbe essere un primo esempio di un reddito non direttamente legato al lavoro fornito. Il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che uscì all'alba per prendere a giornata lavoratori per la sua vigna. Si accordò con loro per un denaro al giorno e li mandò nella sua vigna. Uscito poi verso le nove del mattino, ne vide altri che stavano in piazza, disoccupati, e disse loro: «Andate anche voi nella vigna; quello che è giusto ve lo darò». Ed essi andarono. Uscì di nuovo verso mezzogiorno, e verso le tre, e fece altrettanto. Uscito ancora verso le cinque, ne vide altri che se ne stavano lì e disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?». Gli risposero: «Perché nessuno ci ha presi a giornata». Ed egli disse loro: «Andate anche voi nella vigna». Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: «Chiama i lavoratori e da' loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi». Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro. Quando arrivarono i primi, pensarono che avrebbero ricevuto di più. Ma anch'essi ricevettero ciascuno un denaro. Nel ritirarlo, però, mormoravano contro il padrone dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo». Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse concordato con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene. Ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te: non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono?». Così gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi». (Vangelo di Matteo, 20, 1-16)

Controcorrente: il premietto per i lavoracci .

Non sono né per il «reddito di cittadinanza» comunque declinato né per «salari minimi» comunque intesi gli economisti di ADAPT, il centro studi creato da Marco Biagi, il giurista assassinato nel 2002 dalle “nuove” Brigate rosse. Nel Libro bianco per un welfare della persona che hanno appena presentato, in compenso, si trova la proposta di un «premio al lavoro» riservato ai lavoratori con basse retribuzioni. Dovrebbe essere una integrazione del reddito, fino non superare comunque la “no tax area”, a beneficio di giovani fino ai trent’anni, over 60 e persone con figli a carico. Commento del “Corriere della sera” (17 marzo 2017, p. 45), da cui traiamo la notizia: «Meglio trovare in lavoro pagato poco, che poi viene integrato da un sussidio, che aspettare passivamente l’assistenza pubblica». Tutto molto chiaro, no? Ma è la stessa espressione di «premio al lavoro», con tutto il suo intrinseco atteggiamento paternalistico, su cui è bene soffermarsi, perché indice di per sé della concezione neoliberale che sottende tali proposte. Si dà un premio per spingere il recalcitrante proletario non abbastanza disponibile a prendere “quel che passa il convento” e che magari chissà che si crede di fare in futuro, magari di avere un lavoro degno e interessante. È ancora la stessa battaglia che aveva spinto una indimenticata ministra «tecnica», alcuni anni fa, a denunciare i giovani troppo… choosy, che poi in inglese – ci spiegò – significa «schizzinosi». Eh già, perché per la teoria economica neoliberale la disoccupazione involontaria non esiste. Come non esiste la crisi, del resto, che infatti la teoria standard non contempla (da cui l’imbarazzo che colse gli astanti allorché la Regina Elisabetta alla London School of Economics nel novembre 2008 chiese, candidamente: «Com’è possibile che nessuno di voi si sia accorto che stava arrivando questa crisi spaventosa?»). Non c’è, insomma, disoccupazione strutturale (invenzione dei marxisti «rosiconi», direbbe un più recente e meno anglofono primo ministro). Ci sono, semmai, «risorse umane» non sufficientemente flessibili, che possono determinare causare scarsa dinamicità del mercato del lavoro. Ma vedrete che, con il… premietto per i lavoracci tutto si sistemerà. tm

Ultimo aggiornamento : 12-04-2017 14:52

   
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