Home arrow La costruzione della sinistra arrow Raniero La Valle: la mia verità sul referendum

logo

Raniero La Valle: la mia verità sul referendum
(1 voto)
 

Scritto da Franco Calamida, 26-09-2016 16:25

Pagina vista : 1271

Favoriti : 170

Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra



La mia verità sul referendum
www.c3dem.it /la-mia-verita-sul-referendum/
Riceviamo e pubblichiamo, per il suo indubbio interesse e per la stima dell’autore, il
discorso da lui tenuto il 16/09/2016 a Messina nel Salone delle bandiere del Comune in
un’assemblea sul referendum costituzionale promossa dall’ANPI e dai Cattolici
del NO, e replicato il giorno successivo a Siracusa in un dibattito con il prof.
Salvo Adorno del Partito Democratico, sostenitore delle ragioni del Sì. Il titolo
originario dell’intervento era “La verità sul referendum”.
Riportiamo di seguito anche il commento a caldo che Tati Sgarlata, portavoce del
gruppo “Siracusa Resiliente”, ha fatto a conclusione del dibattito tenutosi a
Siracusa il 17 settembre 2016.
Cari amici,
poichè ho 85 anni devo dirvi come sono andate le cose. Non sarebbe necessario essere qui per dirvi come sono
andate le cose, se noi ci trovassimo in una situazione normale. Ma se guardiamo quello che accade intorno a noi,
vediamo che la situazione non è affatto normale. Che cosa infatti sta succedendo?
Succede che undici persone al giorno muoiono annegate o asfissiate nelle stive dei barconi nel Mediterraneo,
davanti alle meravigliose coste di Lampedusa, di Pozzallo o di Siracusa dove noi facciamo bagni e pesca
subacquea. Sessantadue milioni di profughi, di scartati, di perseguitati sono fuggiaschi, gettati nel mondo alla
ricerca di una nuova vita, che molti non troveranno. Qualcuno dice che nel 2050 i trasmigranti saranno 250 milioni.
E l’Italia che fa? Sfoltisce il Senato.
E’ in corso una terza guerra mondiale non dichiarata, ma che fa vittime in tutto il mondo. Aleppo è rasa al suolo, la
Siria è dilaniata, l’Iraq è distrutto, l’Afganistan devastato, i palestinesi sono prigionieri da cinquant’anni nella loro
terra, Gaza è assediata, la Libia è in guerra; in Africa, in Medio Oriente e anche in Europa si tagliano teste e si
allestiscono stragi in nome di Dio.
E l’Italia che fa? Toglie lo stipendio ai senatori.
Fallisce il G20 ad Hangzhou in Cina. I grandi della terra, che accumulano armi di distruzione di massa e si
combattono nei mercati in tutto il mondo, non sanno che pesci pigliare e il vertice fallisce. Non sanno che fare per i
profughi, non sanno che fare per le guerre, non sanno che fare per evitare la catastrofe ambientale, non sanno che
fare per promuovere un’economia che tenga in vita sette miliardi e mezzo di abitanti della terra, e l’unica cosa che
decidono è di disarmare la politica e di armare i mercati, di abbattere le residue restrizioni del commercio e delle
speculazioni finanziarie, di legittimare la repressione politica e la reazione anticurda di Erdogan in Turchia e di
commiserare la Merkel che ha perso le elezioni amministrative in Germania.
E in tutto questo l’Italia che fa? Fa eleggere i senatori dai consigli regionali.
E ancora: l’Italia è a crescita zero, la disoccupazione giovanile a luglio è al 39 per cento, il lavoro è precario, i
licenziamenti nel secondo trimestre sono aumentati del 7,4 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente,
raggiungendo 221.186 persone, i poveri assoluti sono quattro milioni e mezzo, la povertà relativa coinvolge tre
1/8
milioni di famiglie e otto milioni e mezzo di persone.
E l’Italia che fa? Fa una legge elettorale che esclude dal Parlamento il pluralismo ideologico e sociale, neutralizza la
rappresentanza e concentra il potere in un solo partito e una sola persona.
Ma si dice: ce lo chiede l’Europa. Ma se è questo che ci chiede l’Europa vuol dire proprio che l’istituzione europea
ha completamente perduto non solo ogni residuo del sogno delle origini ma anche ogni senso della realtà e dei suoi
stessi interessi vitali.
Ma se questa è la distanza tra la riforma costituzionale e i bisogni reali del mondo, dell’Europa, del Mediterraneo e
dell’Italia, la domanda è perché ci venga proposta una riforma così.
La verità è rivoluzionaria, ma se si viene a sapere
E’ venuto dunque il momento di dire la verità sul referendum. La verità è rivoluzionaria nel senso che interrompe il
corso delle cose esistenti e crea una situazione nuova.
Il guaio della verità è che essa si viene a sapere troppo tardi, quando il tempo è passato, il kair s non è stato
afferrato al volo e la verità non è più utile a salvarci.
Se si fosse saputa in tempo la bugia sul mai avvenuto incidente del Golfo del Tonchino, la guerra del Vietnam non ci
sarebbe stata, l’America non sarebbe diventata incapace di seguire la via di Roosevelt, di Truman, di Kennedy, e
avrebbe potuto guidare l’edificazione democratica e pacifica del nuovo ordine mondiale inaugurato venti anni prima
con la Carta di San Francisco.
Se si fosse conosciuta prima la bugia di Bush e di Blair, e saputo che le armi di distruzione di massa di Saddam
Hussein non c’erano, non sarebbe stato devastato il Medio Oriente, il terrorismo non avrebbe preso le forme totali
dei combattenti suicidi in tutto il mondo e oggi non rischieremmo l’elezione di Trump in America.
Se si fosse saputa la verità sul delitto e sui mandanti dell’uccisione di Moro, l’Italia si sarebbe salvata dalla
decadenza in cui è stata precipitata.
Dunque la verità del referendum va conosciuta finché si è in tempo.
Ma la verità del referendum non è quella che ci viene raccontata. Ci dicono per esempio che la sua prima virtù
sarebbe il risparmio sui costi della politica, e che i soldi così ottenuti si darebbero ai poveri. Ma così non è: secondo
la Ragioneria Generale dello Stato, il cui compito è di verificare la certezza e l’affidabilità dei conti pubblici, il
risparmio si ridurrebbe a cinquantotto milioni che si otterrebbero togliendo la paga ai senatori, mentre resterebbe il
costo del Senato, e i poveri non c’entrano niente.
L’altra virtù del referendum sarebbe il risparmio sui tempi della politica. Ci dicono infatti di voler abolire la navetta
delle leggi tra Camera e Senato. Ma così non è. In realtà si allungano i tempi della produzione legislativa; infatti si
introducono sei diversi tipi di leggi e di procedure che ricadono su ambedue le Camere: 1) le leggi sempre
bicamerali, Camera e Senato, come le leggi costituzionali, elettorali e di interesse europeo; 2) le leggi fatte dalla
sola Camera che entro dieci giorni possono essere richiamate dal Senato; 3) le leggi che invadono la competenza
regionale che il Senato deve entro dieci giorni prendere in esame; 4) le leggi di bilancio che devono sempre essere
esaminate dal Senato che ha quindici giorni per proporre delle modifiche; 5) le leggi che il Senato può chiedere alla
Camera di esaminare entro sei mesi; 6) le leggi di conversione dei decreti legge che hanno scadenze e tempi
convulsi se richiamate e discusse anche dal Senato. Ciò crea un intrico di passaggi tra Camera e Senato e un
groviglio di competenze il cui conflitto dovrebbe essere risolto d’intesa tra gli stessi presidenti delle due Camere che
2/8
configgono tra loro.
Ci dicono poi che col referendum si assicura la stabilità politica, e almeno fino a ieri ci dicevano che al contrario se
perde il referendum Renzi se ne va. Ma queste non sono le verità del referendum. Finché si resta a questo la verità
del referendum non viene fuori.
Non è la legge Boschi il vero oggetto del referendum
La verità del referendum sta dietro di esso, è la verità nascosta che esso rivela: il referendum infatti non è solo un
fatto produttore di effetti politici, è un evento di rivelazione che squarcia il velo sulla situazione com’è. È uno
svelamento della vera lotta che si sta svolgendo nel mondo e della posta che è in gioco. Il referendum come cunto
de li cunti, potremmo dire in Sicilia, il racconto dei racconti, come togliere il velo del tempio per vedere quello che ci
sta dietro, se ci sta Dio o l’idolo. Il referendum come rivelatore dello stato del mondo.
Ora, per trovare la verità nascosta del referendum, il suo vero movente, la sua vera premeditazione, bisogna
ricorrere a degli indizi, come si fa per ogni giallo.
Il primo indizio è che Renzi ha cambiato strategia, all’inizio aveva detto che questa era la sua vera impresa, che su
questo si giocava il suo destino politico. Ora invece dice che il punto non è lui, che lui non è la vera causa della
riforma, ha detto di aver fatto questa riforma su suggerimento di altri e ha nominato esplicitamente Napolitano; ma è
chiaro che non c’è solo Napolitano. Prima
ancora di Napolitano c’era la banca J. P. Morgan che in un documento del 2013, in nome del capitalismo vincente,
aveva indicato quattro difetti delle Costituzioni (da lei ritenute socialiste) adottate in Europa nel dopoguerra: a) una
debolezza degli esecutivi nei confronti dei Parlamenti; b) un’eccessiva capacità di decisione delle Regioni nei
confronti dello Stato; c) la tutela costituzionale del diritto del lavoro; d) la libertà di protestare contro le scelte non
gradite del potere.
Prima ancora c’era stato il programma avanzato dalla Commissione Trilaterale, formata da esponenti di Stati Uniti,
Europa e Giappone e fondata da Rockefeller, che aveva chiesto un’attenuazione della democrazia ai fini di quella
che era allora la lotta al comunismo. E la stessa cosa vogliono ora i grandi poteri economici e finanziari mondiali,
tanto è vero che sono scesi in campo i grandi giornali che li rappresentano, il Financial Times ed il Wall Street
Journal, i quali dicono che il No al referendum sarebbe una catastrofe come il Brexit inglese. E alla fine è
intervenuto lo stesso ambasciatore americano che a nome di tutto il cocuzzaro ha detto che se in Italia viene il NO,
gli investimenti se ne vanno.
Ebbene quelle richieste avanzate da questi centri di potere sono state accolte e incorporate nella riforma sottoposta
ora al voto del popolo italiano. Infatti con la riforma voluta da Renzi il Parlamento è stato drasticamente indebolito
per dare più poteri all’esecutivo. Delle due Camere di fatto è rimasta una sola, come a dire: cominciamo con una,
poi si vedrà. Il Senato lo hanno fatto così brutto deforme e improbabile, che hanno costretto anche i fautori del
Senato a dire che se deve essere così, è meglio toglierlo. Inoltre il potere esecutivo sarà anche padrone del
calendario dei lavori parlamentari. Il rapporto di fiducia tra il Parlamento ed il governo viene poi vanificato non solo
perché l’esecutivo non avrà più bisogno di fare i conti con quello che resta del Senato, ma perché dovrà ottenere la
fiducia da un solo partito. La legge elettorale Italicum prevede infatti che un solo partito avrà – quale che sia la
percentuale dei suoi voti, al primo turno o al ballottaggio – la maggioranza assoluta dei seggi alla Camera (340
deputati su 615). Il problema della fiducia si riduce così ad un rapporto tra il capo del governo e il suo partito e
perciò ricadrà sotto la legge della disciplina di partito. Quindi non sarà più una fiducia libera, non sarà una vera
fiducia, sarà per così dire un atto interno di partito, che addirittura può ridursi al rapporto tra un partito e il suo
segretario.
3/8
Per quanto riguarda le altre richieste dei poteri economici, i diritti del lavoro sono stati già compromessi dal Jobs act,
il rapporto tra Stato e Regioni ha subito un rovesciamento, perché dall’ubriacatura regionalista si ritorna a un
centralismo illimitato, mentre, assieme alla riduzione del pluralismo politico, ci sono delle procedure che renderanno
più difficili le forme di democrazia diretta come i referendum o le leggi di iniziativa popolare, e quindi ci sarà una
diminuzione della possibilità per i cittadini di intervenire nei confronti del potere.
Questo è il disegno di un’altra Costituzione. La storia delle Costituzioni è la storia di una progressiva limitazione del
potere perché le libertà dipendono dal fatto che chi ha il potere non abbia un potere assoluto e incontrollato, ma
convalidato dalla fiducia dei Parlamenti e garantito dal costante controllo democratico dei cittadini. E’ questo che ora
viene smontato, per cui possiamo dire che la democrazia in Italia diventa ad alto rischio.
Ma a questo punto è chiaro che quello che conta non è più Renzi, ed è chiaro che quanti sono interessati a questa
riforma gli hanno detto di tirarsi indietro, perché a loro non interessa il sì a Renzi, interessa che non vinca il no alla
riforma.
Il secondo indizio è il ritardo della data della convocazione, che non è stata ancora fissata dal governo; ciò vuol dire
che la partita è troppo importante per farne un gioco d’azzardo, come ne voleva fare Renzi, mentre i sondaggi e le
sconfitte alle amministrative sono stati inquietanti. Perciò occorreva meno baldanza da Miles Gloriosus e più
preparazione. E occorreva alzare il livello dello scontro, e soprattutto ci voleva il riarmo prima che si giungesse allo
scontro finale. Il riarmo per acquisire la superiorità sul terreno era l’acquisto del controllo totale dell’informazione,
non solo i giornali, di fatto già posseduti, ma radio e TV, ciò che è stato fatto in piena estate con le nomine alla RAI.
Se davvero si trattava di scorciare i tempi e distribuire un po’ di sussidi ai poveri, non c’era bisogno del controllo
totale dell’informazione.
Inoltre bisognava distruggere il principale avversario e fautore politico del No, il Movimento 5 Stelle. Questo spiega
l’attacco spietato e incessante alla Raggi. E poi ci volevano i tempi supplementari per distribuire un po’ di soldi con
la legge finanziaria.
C’è poi un terzo indizio. Interrogato sul suo voto, Prodi dice: non mi pronunzio perché se no turbo i mercati e
destabilizzo l’Italia in Europa. Dunque non è una questione italiana, è una questione che riguarda l’Europa, è una
questione che potrebbe turbare i mercati. Insomma è qualcosa che ha a che fare con l’assetto del mondo.
Lo spartiacque non è stato l’11 settembre
A questo punto è necessario sapere come sono andate le cose.
Partiamo dall’11 settembre di cui si è tanto parlato ricorrendone l’anniversario in questi giorni.
Il mondo è cambiato l’11 settembre 2001? Tutti hanno detto così. Ma il mondo non è cambiato quel giorno: quello è
stato il sintomo spaventoso della malattia che già avevamo contratto. L’11 settembre ha mostrato invece il suo volto
il mondo che noi stessi avevamo deciso di costruire dieci anni prima.
Nel 1991, con dieci anni di anticipo sulla sua fine, fu da noi chiuso il Novecento, tanto che uno storico famoso lo
soprannominò “Il secolo breve”[1] e così fu dato inizio a un nuovo secolo, a un nuovo millennio e a un nuovo
regime che nella follia delle classi dirigenti di allora doveva essere quello definitivo, tanto è vero che un economista
famoso lo definì come la “fine della storia”[2].
Quello che avevamo fatto dieci anni prima dell’11 settembre è che avevamo deciso di rispondere alla fine del
comunismo portando un capitalismo aggressivo fino agli estremi confini della terra; avevamo deciso di rispondere
4/8
alla cosiddetta fine delle ideologie trasformando il capitalismo da cultura a natura, promuovendolo da ideologia a
legge universale, da storicità a trascendenza; avevamo preteso di superare il conflitto di classe smontando i
sindacati, avevamo deciso di sfruttare la fine della contrapposizione militare tra i blocchi facendo del Terzo Mondo
un teatro di conquista.
La scelta decisiva, che non si può chiamare rivoluzionaria perché non fu una rivoluzione ma un rovesciamento, e
dunque fu una scelta restauratrice e totalmente reazionaria, fu quella di disarmare la politica e armare l’economia,
ma non in un solo Paese, bensì in tutto il mondo. Non essendoci più l‘ostacolo di un mondo diviso in due blocchi
politici e militari, eguali e contrari, l’orizzonte di questo regime fu la globalità, la mondialisation come dicono i
francesi, si stabilì un regime di globalità esteso a tutta la terra.
Quale è stato l’evento in cui ha preso forma e si è promulgata, per così dire questa scelta?
C’è una teoria molto attendibile secondo cui all’inizio di un’intera epoca storica, all’inizio di ogni nuovo regime, c’è
un delitto fondatore. Secondo René Girard all’inizio della storia stessa della civiltà c’è il delitto fondatore
dell’uccisione della vittima innocente, ossia c’è un sacrificio, grazie al quale viene ricomposta l’unità della società
dilaniata dalle lotte primordiali.
Secondo Hobbes lo Stato stesso viene fondato dall’atto di violenza con cui il Leviatano assume il monopolio della
forza ponendo fine alla lotta di tutti contro tutti e assicurando ai sudditi la vita in cambio della libertà.
Secondo Freud all’origine della società civile c’è il delitto fondatore dell’uccisione del padre.
Se poi si va a guardare la storia si trovano molti delitti fondatori. Cesare molte volte viene ucciso, il delitto Matteotti è
il delitto fondatore del fascismo, l’assassinio di Kennedy apre la strada al disegno di dominio globale della destra
americana che si prepara a sognare, per il Duemila, “il nuovo secolo americano”, l’uccisione di Moro è il delitto
fondatore dell’Italia che si pente delle sue conquiste democratiche e popolari.
Ebbene il delitto fondatore dell’attuale regime del capitalismo globale fondato, come dice il papa, sul governo del
denaro e un’economia che uccide, è la prima guerra del Golfo del 1991.
La guerra come delitto fondatore e il nuovo Modello di Difesa
È a partire da quella svolta che è stato costruito il nuovo ordine mondiale.
E noi possiamo ricordare come sono andate le cose a partire dal nostro osservatorio italiano Non è un punto di
osservazione periferico, perché l’Italia era una componente essenziale del sistema atlantico e dell’Occidente, ma
era anche il Paese più ingenuo e più loquace, sicché spifferava alla luce del sole quello che gli altri architettavano in
segreto.
Questa è la ragione per cui posso raccontarvi come sono andate le cose, a partire da una data precisa. E questa
data precisa è quella del 26 novembre 1991, quando il ministro della Difesa Rognoni viene alla Commissione Difesa
della Camera e presenta il Nuovo Modello di Difesa.
Perché c’era bisogno di un nuovo Modello di Difesa? Perché la difesa com’era stata organizzata in funzione del
nemico sovietico, che non c’era più, era ormai superata. Ci voleva un nuovo modello. Il modello di difesa che era
scritto nella Costituzione era molto semplice e stava in poche righe: la guerra era ripudiata, la difesa della Patria,
intesa come territorio e come popolo, era un sacro dovere dei cittadini. A questo fine era stabilito il servizio militare
obbligatorio che dava luogo a un esercito di leva permanente, diviso nelle tre Forze Armate tradizionali. Le norme di
principio sulla disciplina militare dell’11 luglio 1978 definivano poi i tre compiti delle Forze Armate. Il primo era la
5/8
difesa dell’integrità del territorio, il secondo la difesa delle istituzioni democratiche e il terzo l’intervento di supporto
nelle calamità naturali. Non c’erano altri compiti per le FF.AA. La difesa del territorio comportava soprattutto lo
schieramento dell’esercito sulla soglia di Gorizia, da cui si supponeva venisse la minaccia dell’invasione sovietica, e
la sicurezza globale stava nella partecipazione alla NATO, che prevedeva anche l’impiego dall’Italia delle armi
nucleari.
Con la soppressione del muro di Berlino e la fine della guerra fredda tutto cambia: non c’è più bisogno della difesa
sul confine orientale, la minaccia è finita e anche la deterrenza nucleare viene meno. Ci sarebbe la grande
occasione per costruire un mondo nuovo, si parla di un dividendo della pace che sono tutti i soldi risparmiati dagli
Stati per le armi, con cui si può provvedere allo sviluppo e al progresso di tutti i popoli del mondo; servono meno
soldati e anche la durata della ferma di leva può diventare più breve.
Ma l’Occidente fa un’altra scelta; si riappropria della guerra e la esibisce a tutto il mondo nella spettacolare
rappresentazione della prima guerra del Golfo del 1991, cambia la natura della NATO, individua il Sud e non più l’Est
come nemico, cambia la visione strategica dell’alleanza e ne fa la guardia armata dell’ordine mondiale cercando di
sostituirla all’ONU e anche di cambiare gli ideali della comunità internazionale che erano la sicurezza e la pace.
Viene scelto un altro obiettivo: finita la guerra fredda, c’è un altro scopo adottato dalle società industrializzate,
spiegherà il nuovo “modello” italiano, ed è quello di “mantenere e accrescere il loro progresso sociale e il benessere
materiale perseguendo nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla certezza della disponibilità di
materie prime”. Di conseguenza, si afferma, si aprirà sempre più la forbice tra Nord e Sud del mondo, anche perché
il Sud sarà il teatro e l’oggetto della nuova concorrenza tra l’Occidente e i Paesi dell’Est. Alla contrapposizione Est-
Ovest si sostituisce quella Nord-Sud.
Tutto questo precipita nel nuovo modello di difesa italiano, è scritto in un documento di duecentocinquanta pagine e
il ministro Rognoni, papale papale, lo viene a raccontare alla Commissione Difesa della Camera, di cui allora facevo
parte.
E’ un dramma, una rottura con tutto il passato. Cambia il concetto di difesa, il problema, dice il ministro, non è più
“da chi difendersi” (cioè da un eventuale aggressore) ma “che cosa difendere e come”. E cambia il che cosa
difendere: non più la Patria, cioè il popolo e il territorio, ma “gli interessi nazionali nell’accezione più vasta di tali
termini” ovunque sia necessario; tra questi sono preminenti gli interessi economici e produttivi e quelli relativi alle
materie prime, a cominciare dal petrolio. Il teatro operativo non è più ai confini, ma dovunque sono in gioco i
cosiddetti “interessi esterni”, e in particolare nel Mediterraneo, in Africa (fino al Corno d’Africa) e in Medio Oriente
(fino al Golfo Persico); la nuova contrapposizione è con l’Islam e il modello, anzi la chiave interpretativa
emblematica del nuovo rapporto conflittuale tra Islam e Occidente, dice il Modello, è quella del conflitto tra Israele da
un lato e mondo arabo e palestinesi dall’altro. Chi ha detto che non abbiamo dichiarato guerra all’Islam? Noi
l’abbiamo dichiarata nel 1991. L’ho dichiarata anch’io, in quanto membro di quel Parlamento, anche se mi sono
opposto.
I compiti della Difesa non sono più solo quei tre fissati nella legge di principio del 1978 ma si articolano in tre nuove
funzioni strategiche, quella di “Presenza e Sorveglianza” che è “permanente e continuativa in tutta l’area di
interesse strategico” e comprende la Presenza Avanzata che sostituisce la vecchia Difesa Avanzata della NATO,
quella di “Difesa degli interessi esterni e contributo alla sicurezza internazionale”, che è ad “elevata probabilità di
occorrenza” (e sono le missioni all’estero che richiedono l’allestimento di Forze di Reazione Rapida), e quella di
“Difesa Strategica degli spazi nazionali”, che è quella tradizionale di difesa del territorio, considerata però ormai “a
bassa probabilità di occorrenza”.
A seguito di tutto ciò lo strumento non potrà più essere l’esercito di leva, ci vuole un esercito professionale ben
pagato. Non serviranno più i militari di leva; già succedeva che i generali non facessero salire gli arruolati come
avieri sugli aeroplani, e i marinai sulle navi; ma d’ora in poi i militari di leva saranno impiegati solo come cuochi,
camerieri, sentinelle, attendenti, uscieri e addetti ai servizi logistici, sicché ci saranno centomila giovani in esubero e
ben presto la leva sarà abolita.
6/8
E’ un cambiamento totale. Non cambia solo la politica militare ma cambia la Costituzione, l’idea della politica, la
ragion di Stato, le alleanze, i rapporti con l’ONU, viene istituzionalizzata la guerra e annunciato un periodo di conflitti
ad alta probabilità di occorrenza che avranno l’Islam come nemico. Ci vorrebbe un dibattito in Parlamento, non si
dovrebbe parlare d’altro. Però nessuno se ne accorge, il Modello di Difesa non giungerà mai in aula e non sarà mai
discusso dal Parlamento; forse ci si accorse che quelle cose non si dovevano dire, che non erano politicamente
corrette, i documenti e le risoluzioni strategiche dei Consigli Atlantici di Londra e di Roma, che avevano preceduto di
poco il documento italiano, erano stati molto più cauti e reticenti, sicché finì che del Nuovo Modello di Difesa per vari
anni si discusse solo nei circoli militari e in qualche convegno di studio; ma intanto lo si attuava, e tutto quello che è
avvenuto in seguito, dalla guerra nei Balcani alle Torri Gemelle all’invasione dell’Iraq, alla Siria, fino alla terza guerra
mondiale a pezzi che oggi, come dice il papa, è in corso, ne è stato la conseguenza e lo svolgimento.
Il perché della nuova Costituzione
E allora questa è la verità del referendum. La nuova Costituzione è la quadratura del cerchio. Gli istituti della
democrazia non sono compatibili con la competizione globale, con la guerra permanente, chi vuole mantenerli è
considerato un conservatore. Il mondo è il mercato; il mercato non sopporta altre leggi che quelle del mercato. Se
qualcuno minaccia di fare di testa sua, i mercati si turbano. La politica non deve interferire sulla competizione e i
conflitti di mercato. Se la gente muore di fame, e il mercato non la mantiene in vita, la politica non può intervenire,
perché sono proibiti gli aiuti di Stato. Se lo Stato ci prova, o introduce leggi a difesa del lavoro o dell’ambiente, le
imprese lo portano in tribunale e vincono la causa. Questo dicono i nuovi trattati del commercio globale. La guerra è
lo strumento supremo per difendere il mercato e far vincere nel mercato.
Le Costituzioni non hanno più niente a che fare con una tale concezione della politica e della guerra. Perciò si
cambiano. Ci vogliono poteri spicci e sbrigativi, tanto meglio se loquaci.
E allora questa è la ragione per cui la Costituzione si deve difendere. Non perché oggi sia operante, perché è stata
già cambiata nel ‘91, e il mondo del costituzionalismo democratico è stato licenziato tra l’89 e il ’91 (si ricordi
Cossiga, il picconatore venuto prima del rottamatore). Ma difenderla è l’unica speranza di tenere aperta l’alternativa,
di non dare per compiuto e irreversibile il passaggio dalla libertà della democrazia costituzionale alla schiavitù del
mercato globale, è la condizione necessaria perché non siano la Costituzione e il diritto che vengono messi in pari
con la società selvaggia, ma sia la società selvaggia che con il NO sia dichiarata in difetto e attraverso la lotta sia
rimessa in pari con la Costituzione, la giustizia e il diritto.
Raniero La Valle
Il commento di Tati Sgarlata, portavoce del gruppo “Siracusa Resiliente”, a conclusione del dibattito tenutosi a
Siracusa il 17 settembre.
7/8
Ringrazio Salvo Adorno e Raniero La Valle per aver realizzato un dibattito ricco, forte, ma sempre rispettoso delle
posizioni altrui.
Due visioni però diverse che hanno costretto i partecipanti a vedersi dentro per capire quale scelta fare e la scelta
va molto al di là della riforma costituzionale, anche se ne rappresenta una tappa.
Di cosa ha bisogno questo mondo così preso tra crisi economica, ecologica, sociale e democratica? Si può
sottovalutare il fatto che le democrazie occidentali hanno fallito dopo aver promesso partecipazione, lavoro,
benessere, pace ed ora si risvegliano incapaci ed offrono riforme che accentrano mentre manca sempre più il
lavoro, il benessere e la pace e dilaga la corruzione e la cura degli interessi personali a tutti i livelli?
È necessaria una riforma-rivoluzione radicale che modifichi l’assetto economico-finanziario e la subalternità della
politica e quindi lavorare per rilanciare il patto costituzionale in Italia e per ritornare ad una Europa dei popoli e non
delle banche?
Oppure accontentarsi di una contrattazione con il sistema che c’è cercando di trarre il meglio da questa situazione?
È meglio farci guidare dallo sguardo utopico e rilanciare trovando gli strumenti nuovi per avviare il processo, oppure
bisogna essere realisti e muoversi in questo campo prudentemente ma cercando tutte le forme possibili di
cambiamento?
Entrambe le scelte presuppongono consapevolezza e molto lavoro.
Ieri Raniero rappresentava il coraggio del rilancio utopico, Salvo la tesi opposta ma nostalgico nel non potere stare
nel campo opposto.
Questo è il dramma della nostra generazione, scommetterci per il rilancio utopico o cambiare il possibile? Anche
Renzi paradossalmente soffre di ciò quando si accorge che la Merkel va per la sua strada, ma Renzi deve capire
che se vuole il cambiamento non deve andare a braccetto con il potere economico finanziario che sta distruggendo il
mondo. Ma questo Renzi non lo può fare e non lo vuole fare.
Per tanti anni ho lavorato politicamente con l’ottica di Salvo anche se sempre con lo sguardo rivolto a Raniero, oggi
scelgo Raniero perché penso che la deriva sia diventata oramai irreversibile e poi perché grazie al lavoro svolto da
Siracusa Resiliente ho preso maggiore coscienza di come anche la sinistra in cui ho militato ha svenduto il potere
politico al potere della finanza e del capitalismo.
Il ragionamento è unico: immigrati, ambiente, lavoro, dignità dell’essere umano, democrazia, società solidale.
È per questo che, al di là dei tecnicismi della riforma costituzionale che non mi convincono e che non risolvono il
problema della semplificazione e della economicità ma solo quello della governabilità, ho deciso di votare NO per
potere continuare il cammino della speranza in un mondo altro a partire da scelte di vita individuali e collettive che
debbono però essere perseguite con decisione, impegno e coraggio, se no sarà solo un modo per mettersi a posto
la coscienza e potere continuare a criticare chi cerca di cambiare il possibile con le regole che il gioco si è dato oggi.
Siracusa, 18 settembre 2016
[1] Eric Hobsbawm, Il Secolo breve (1914-1991: l’era dei grandi cataclismi), Rizzoli, Milano, 1995.
[2] Francis Fukuyama, La fine della storia e l’ultimo uomo , Rizzoli, Milano, 1992.
8/8


Ultimo aggiornamento : 26-09-2016 16:25

   
Cita questo articolo nel tuo sito web
Preferiti
Stampa
Invia ad un amico
Articoli correlati
Salva in del.icio.us

Commenti utenti  File RSS dei commenti
 

Valuazione utenti

 


Aggiungi il tuo commento
Solo gli utenti possono commentare un'articolo.

Nessun commento postato



mXcomment 1.0.9 © 2007-2018 - visualclinic.fr
License Creative Commons - Some rights reserved
< Prec.   Pros. >
Notizie - La costruzione della sinistra

Newsletter

Tieniti aggiornato con le news della Sinistra di Milano
La Sinistra in Zona - Milano


Ricevi HTML?

Feed RSS

Come fruire di un feed RSS
Sottoscriviti a questo Feed