Note di Piero Basso
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Scritto da Franco Calamida, 02-06-2016 20:24

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riportiamo alcune interessanti di PIero Basso , sulle elzioni a Milano , il sud america e altro ancora.




“MilanoinComune” il vero voto utile
Con questo titolo il settimanale on-line Arcipelago Milano ha pubblicato un mio scritto sulla lista “MilanoinComune” che presenta Basilio Rizzo come candidato sindaco (www.arcipelagomilano.org/archives/43227). Nello stesso numero altri articoli presentano gli altri candidati sindaci del centro-sinistra, Giuseppe Sala, Marco Cappato, Luigi Santambrogio.

Cinque anni fa la città è in festa per il cambio a Palazzo Marino: c'è gioia, entusiasmo, voglia di partecipare, sensazione della fine di un incubo, speranza.
Non sta a me fare un bilancio di questi cinque anni di amministrazione, un bilancio fatto certamente di luci e ombre ma complessivamente positivo, tanto che sino a un anno fa il proseguimento dell'esperienza arancione sembrava una pura formalità.

Poi venne l'annuncio di Pisapia che non intendeva ricandidarsi. E questo, anche se forse allora non tutti ce ne rendessimo conto, significava la fine di quell'esperienza, di quella alleanza tra sinistra e centro-sinistra che aveva portato un vento nuovo alla guida di tutte le maggiori città.
Vecchi démoni sono riapparsi, vecchi intrallazzi, i nomi di Primo Greganti e di Gianstefano Frigerio sono riemersi in relazione agli appalti per Expo, e questo, per chi ha buona memoria, è stato un campanello di allarme.

Poi ci sono state le primarie del PD: poco più di 25.000 milanesi incoronano Sala candidato sindaco del PD. Non li preoccupa l'estraneità di Sala alla storia e ai valori del PD; non li preoccupa l'ineliminabile conflitto di interessi che si viene a creare nel momento in cui il sindaco di Milano, che deve chiedere conto dei molti milioni pagati dai cittadini milanesi per Expo, è la stessa persona che deve risponderne.
Il problema non è Sala, anche se qualche dubbio è lecito su una persona che non si è accorto di essere circondato da ladri e corrotti, o che, se se ne è accorto, non ha voluto o potuto liberarsene. Il problema è questo perverso intreccio tra affari e politica che credevamo di esserci lasciati per sempre alle spalle, e che è riemerso prepotentemente con Expo (e con Mose, e ovunque le cosiddette “grandi opere” suscitano grandi appetiti).

Noi non ci siamo arresi a questa apparentemente inevitabile “non scelta” tra due manager. Come scrisse cinque secoli fa Francesco Guicciardini, confrontato con una situazione analoga: "Non vi affaticate in quelle mutazioni che solo mutano i visi degli uomini, ma non mutano gli effetti che ti dispiacciono. Che rileva cavare di casa de Medici ser Giovanni da Poppi, se in luogo suo entrerà ser Bernardino da San Miniato, uomo della medesima qualità e condizione?".
Noi riteniamo che un Comune non è un'azienda, che i cittadini non sono clienti, che governare non è comandare ma cercare costantemente le migliori soluzioni nell'interesse della città.

Abbiamo pensato che un magistrato ben noto a tutti i milanesi, il simbolo stesso di “Mani pulite”, potesse garantire questo percorso, e io gli sono grato, credo che tutti gli dobbiamo essere grati, per aver preso in seria considerazione questa ipotesi, anche se in definitiva ha ritenuto di non poter assumersi questa responsabilità.

Ma per fortuna Milano non è avara di uomini di assoluta dirittura morale e tra questi abbiamo considerato che Basilio Rizzo, le cui doti di onestà, rigore, esperienza, competenza, combattività sono unanimemente riconosciute (sto citando un amico che ha fatto scelte politiche diverse), e che, a differenza di Gherardo Colombo, vanta una lunga milizia politica alle spalle, potesse rappresentare al meglio queste istanze.

In questa scelta abbiamo incontrato il tavolo che ha poi dato vita alla lista cittadina, plurale, di sinistra, di “MilanoinComune”. Non ignoro il fatto che a Milano, a differenza,per esempio, di Torino e Roma, non tutte le componenti di una sinistra frammentata si ritrovano in “MilanoinComune”, ma malgrado questo piccolo limite non sono in alcun momento emerse posizioni settarie e anzi nella lista sono presenti storie, esperienze e sensibilità molto diverse, e, come scrive Nando Dalla Chiesa, “Basilio non è il candidato di una parte, ma il candidato di tutti coloro che credono nella trasparenza, nella legalità e nella buona politica … Più di trent'anni … passati a difendere l'onore della città davanti alla corruzione, a Tangentopoli, e alla mafia”.

Trent'anni di denuncia pubblica di affari che si vorrebbero tenere riservati, dalle collusioni con Ligresti alla svendita di Metroweb (con guadagni milionari per il fondo acquirente), dalle assunzioni clientelari di dirigenti “amici” ai rischi dei contratti sui derivati. Sono solo alcuni degli episodi che hanno visto Rizzo protagonista, spesso in solitudine, e che testimoniano che l'uomo ha la capacità e la forza per andare avanti nella realizzazione del programma, indipendentemente dagli interessi che potranno essere toccati.

Un programma che guarda alla grande occasione rappresentata dalla dismissione degli scali ferroviari e delle caserme per una città più verde e quindi più sana, che considera la spesa sociale, e in particolare quella per il recupero delle case popolari attualmente vuote, come la destinazione prioritaria della spesa pubblica, che rivendica con forza il ruolo e l'autonomia del Comune contro i tagli indiscriminati praticati dal governo, che si pone in difesa delle aziende pubbliche, strumenti al servizio dell'Amministrazione per una politica a favore della collettività; che si oppone a ogni cessione ai privati di un patrimonio pubblico come le aree Expo.

Oggi il voto alla lista “MilanoinComune” è il vero voto utile, il modo migliore per garantire la presenza in consiglio di una pattuglia di consiglieri in grado di condurre una opposizione intransigente a un'eventuale giunta di destra e un ruolo di stimolo e controllo nei confronti di un'eventuale giunta di centro-sinistra.



America latina: il tramonto di un’era
Abbiamo chiesto ad Alfredo Somoza, storico osservatore delle cose latinoamericane e voce nota di Radio Popolare, una breve nota sulla situazione brasiliana, nel quadro della difficile fase che le esperienze di governo progressiste stanno vivendo in quel continente.

La fase declinante delle sinistre sudamericane è ricca di spunti utili per trarre lezioni e ragionare sul futuro della politica nelle periferie dell’Occidente. Un dato è ormai certo, dal Venezuela all’Argentina passando per il Brasile: i politici che avevano saputo gestire la fase di espansione dell’economia mondiale, generando impiego e instaurando modalità interessanti di redistribuzione del reddito, non hanno trovato gli strumenti adatti per gestire la crisi. La narrazione dello Stato al centro dell’economia si è infranta quando i governi hanno cominciato a doversi districare tra inflazione, recessione e aumento della disoccupazione. Ed è qui che sono venute alla luce le mancanze degli anni precedenti, il grandissimo deficit di riforme su temi che erano stati ignorati, o addirittura cavalcati in modi non sempre limpidi.
Presidenti che si erano contraddistinti sul piano dei diritti civili, ma che non avevano affrontato una riforma in senso progressivo del fisco né tagliato di netto la commistione tra politica e affari. Governanti che avevano garantito una maggiore sicurezza sociale a milioni di persone, ma che non avevano mai affrontato seriamente il groviglio drammatico del narcotraffico, che genera corruzione e insicurezza collettiva. Leader che avevano ribadito il valore della proprietà pubblica rispetto ai bagordi degli anni delle privatizzazioni “a prescindere”, ma che poi si sono foraggiati con le prebende garantite dal controllo delle aziende. Insomma, una stagione di riforme a metà. Riforme che, sotto l’impatto della recessione globale, oggi rischiano di essere vanificate, e in parte lo sono già.
I voti di protesta in Argentina, in Bolivia e in Venezuela, le manifestazioni di piazza in Brasile, il rischio tangibile del ritorno di un Fujimori al governo del Perù spiegano complessivamente la crisi di un modello. Le “rivoluzioni” in democrazia hanno bisogno di un consenso costante nel tempo, consenso che si guadagna con facilità in tempi di crescita e ridistribuzione e che si perde velocemente in tempi di crisi e austerità.

Il caso più macroscopico è il Brasile, che è stato guidato da un “presidente operaio” che si era dimenticato però di fare le riforme più preziose che avrebbero evitato l’attuale scenario, con il ritorno delle destre senza il voto popolare. Il PT scelse di governare seguendo la prassi consolidata del consociativismo “oleato” a colpi di contributi neri, invece di spendersi per una riforma del sistema elettorale, del rapporto tra politica e imprese, di trasparenza. In Brasile il Presidente che vince le elezioni non ha mai maggioranza propria, ma deve negoziarla in Parlamento attraverso una vera e propria compravendita delle alleanze. E’ il sistema presidenzialista più debole al mondo, perché oltre alla mancanza di maggioranza propria, il Presidente è in ostaggio dalla Costituzione che prevede un meccanismo molto semplificato, visto il quadro brasiliano, per avviare l’impeachment. Come dimostra il fatto che dal ritorno alla democrazia negli anni ’80 sia già stato applicato due volte.
Il PT, Lula e Dilma oggi sono vittime delle conseguenze di non essere stati fino in fondo riformisti, di non avere avuto il coraggio, e forse neanche i numeri, per cambiare in profondità un sistema basato sul patteggiamento perpetuo. Per il Brasile si preannunciano tempi duri, perché coloro che incassano questa manovra sono politici mediocri e soprattutto corrotti. E questo, in un contesto di forte recessione, inflazione e perdita del PIL garantisce una deriva che in altri tempi sarebbe finita quasi sicuramente in un golpe militare.
La lettura “complottistica” di quanto sta succedendo in Sud America è datata e fuori luogo. Senza escludere che ci siano poteri forti (multinazionali, gruppi mediatici) e ingerenze esterne (USA) in alcuni degli scenari della crisi, i mali delle sinistre sudamericane sono tutti “autoctoni”. È difficile spiegare con dietrologie la sconfitta democratica di Cristina Kirchner, Maduro ed Evo Morales, oltre al crollo del PT in Brasile. È un ciclo che si chiude.
Esaurita la spinta propulsiva delle sinistre, il resto del quadro politico rimane però quello conosciuto e fallito nei decenni precedenti. Ciò anche perché quelle sinistre erano state in grado di affermare una solida egemonia culturale, consolidando principi relativi ai diritti, ai beni comuni, alla lotta alla povertà: temi che negli anni ’80 e ’90 erano tabù. Le destre che ora stanno arrivando al potere, anch’esse con mille sfumature, per racimolare voti si trovano a ripetere alcuni degli slogan coniati dai governi precedenti. Come il neopresidente argentino che ha promesso “povertà zero” in campagna elettorale, o l’opposizione venezuelana che dichiara di non volere toccare il modello di welfare chavista.
Gli interessi dei cittadini, che a torto considerano ormai consolidate le conquiste sociali e civili degli ultimi anni, si sono spostati di netto sulle questioni della legalità e della trasparenza. Temi cari, almeno a parole, a quasi tutte le sinistre mondiali, ma che in Sudamerica fanno fatica a tramutarsi in fatti. Non è difficile prevedere che i futuri leader di quel blocco sociale che ancora aspetta di uscire dalla povertà dovranno certamente promettere di occuparsi delle diseguaglianze, ma nello stesso tempo garantendo che saranno capaci di prendere in mano una situazione negativa, potenziata dall’eredità di decenni di pessima politica. Avrà successo chi mostrerà le capacità – e la fedina penale pulita – necessarie per promettere una stagione di riforme e la radicale eliminazione di ogni connivenza tra la politica e i poteri forti dell’economia legale e illegale.
Ma perché questo avvenga, è urgente anche un ricambio dei ceti dirigenti, così com’era avvenuto all’inizio della stagione precedente. In questo senso, l’atteggiamento alla “muoia Sansone con tutti i filistei” di alcuni leader in disgrazia non promette nulla di buono. Ma una certezza almeno c’è: il Sudamerica oggi è un continente nel quale la democrazia ha la forza di incoronare e anche di defenestrare il re. E questa è già una grande novità.



Quando gli eserciti uccidono i propri soldati
 Un articolo di Giorgio Nebbia, apparso sul sito web “Edduyburg” e in contemporanea sulla “Gazzetta del Mezzogiorno” (23 maggio 2016) ci rinfresca la memoria su un tema di cui da troppo tempo non si parla più: l’uranio impoverito, il suo uso bellico e i suoi terribili effetti sulla salute dei militari e delle popolazioni coinvolte in conflitti.

Nei giorni scorsi la Corte d’Appello di Roma ha confermato la precedente sentenza di condanna del Ministero della Difesa italiano colpevole di non avere adeguatamente informato e protetto il caporalmaggiore Salvatore Vacca, morto di leucemia a 23 anni per essere venuto in contatto con uranio impoverito durante la campagna di Bosnia del 1998. Il metallo tossico era usato nei proiettili dalle forze NATO di cui il giovane Vacca faceva parte.
L’uranio è un metallo molto pesante (pesa un terzo più del piombo, quasi come il tungsteno), durissimo ed è piroforico: quando un proiettile contenente uranio urta ad alta velocità un corpo metallico (per esempio la corazza di un carro armato), raggiunge altissime temperature, si ossida e il calore liberato è sufficiente a far fondere la corazza di un carro armato o di una fortificazione. Durante l’urto e l’ossidazione una parte dell’uranio si libera sotto forma di finissime particelle di metallo o di ossido che ricadono tutto intorno al punto dell’impatto.
L’uranio non solo è radioattivo, ma è anche tossico.
L’uranio era già stato usato dall’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale, quando scarseggiava il tungsteno impiegato nei proiettili penetranti. Nel suo libro di memorie il ministro degli armamenti della Germania nazista Albert Speer ha scritto: «Nell’estate del 1943 sono cessate le importazioni di minerali di tungsteno dal Portogallo: ho perciò ordinato di usare le riserve di uranio, circa 1200 tonnellate, per la fabbricazione di proiettili penetranti, dal momento che era stato accantonato il progetto di costruire la bomba atomica».
L’impiego dell’uranio come metallo per proiettili penetranti, già presente nelle fertili menti degli ingegneri tedeschi, è rimasto limitato fino a quando non è diventato disponibile in grandi quantità come sottoprodotto delle attività nucleari negli Stati Uniti.
La produzione di energia nelle centrali nucleari e nelle bombe atomiche dipende dall’uranio, un elemento che è presente in natura con due isotopi, uguali dal punto di vista chimico, ma con un differente numero di protoni nel nucleo: l’uranio-235 (presente in concentrazione di appena lo 0,7 percento), e l’uranio-238, il più abbondante. Le centrali nucleari liberano calore sottoponendo a “bombardamento” con neutroni l’uranio contenente circa il 3 o 4 percento di uranio-235 (uranio arricchito); le bombe nucleari liberano l’enorme quantità di energia esplosiva in seguito all’urto con neutroni dell’uranio contenente circa 90 percento di uranio-235.
Nel corso del processo di arricchimento si formano dei residui di uranio “impoverito”, costituito quasi esclusivamente dal più “pesante” isotopo-238 (contenente soltanto circa lo 0,2 percento di uranio-235).
Nel corso di mezzo secolo, nei paesi in cui si sono svolte attività industriali di “arricchimento” dell’uranio - Stati Uniti, Francia, Unione Sovietica (l’attuale Russia), e altri - si sono accumulate grandissime quantità di uranio ”impoverito”, mezzo milione di tonnellate negli Stati Uniti, oltre un milione di tonnellate nel mondo, come sottoprodotto e scoria degli impianti di diffusione gassosa. Il complesso militare-industriale ha così pensato che era un peccato buttare via tutti questi residui di uranio-238 e gli ingegneri militari si sono così ricordati che l’uranio impoverito si presta bene per la fabbricazione di proiettili penetranti, è migliore del tungsteno e, proprio per il suo carattere di sottoprodotto industriale, costava meno del tungsteno stesso. Si trattava, insomma, del recupero e riciclo di un rifiuto, secondo i principi della migliore “economia circolare”!
Con l’unico inconveniente che l’uso militare dell’uranio impoverito, radioattivo anche lui e tossico, rappresentava una fonte di pericolo e contaminazione delle persone e dell’ambiente; non solo sono contaminati i combattenti nemici, ma anche i combattenti che l’hanno usato e i civili che percorrono strade o territori in cui permangono residui di polvere di uranio, di questo “metallo del disonore”, secondo il titolo di un documentato libro sull’uso militare dell’uranio impoverito.
Durante la guerra del 1991 in Iraq l’esercito americano ha usato e disperso nell’aria e sul suolo circa 500.000 chili di uranio impoverito; molti soldati americani sono stati contaminati e hanno manifestato una speciale malattia, la “Sindrome del Golfo” con effetti anche mortali.
Molti reduci americani hanno chiesto e ottenuto dei risarcimenti dal loro governo. È stato stimato che oltre tremila militari italiani nelle forze NATO in missione di pace in Bosnia e nel Kosovo siano stati esposti al metallo tossico usato nei proiettili dei cannoni e dei carri armati e che oltre trecento siano morti per questa causa. Molti reduci hanno chiesto giustizia al governo italiano senza successo. Soltanto dopo 14 anni una qualche giustizia è stata resa almeno al caporalmaggiore Vacca.
Ci sarà una città o un paese che intitolerà una via o una piazza ai “Caduti di guerra avvelenati dalle armi del proprio esercito”? Senza contare che nessuno aiuterà a riconoscere le malattie, dovute ad una così subdola causa, comparse negli abitanti dell’Iraq meridionale, o negli abitanti della ex-Jugoslavia, una volta che sono tornati nelle loro terre devastate e contaminate; chi li aiuterà a guarire, chi riconoscerà la causa della loro morte nell’uranio radioattivo, “brillante” frutto di una tecnologia che non si ferma neanche davanti ai danni alla vita di persone inermi e all’ambiente?



Kosovo: i jihadisti che abbiamo creato noi.
Il 24 marzo 1999 la NATO, senza neppure aspettare un voto del Consiglio di sicurezza dell’ONU, inizia a bombardare le città serbe. Ai bombardamenti partecipa l'Italia, allora governata dal centro-sinistra (D'Alema).
L'intervento militare viene motivato dalla necessità e urgenza di agire per far fronte a una grave emergenza umanitaria in Kosovo. Di più: il Consiglio atlantico ribadisce che l'azione militare contro la Jugoslavia è indispensabile per sostenere la comunità internazionale nella creazione di un Kosovo pacificato, multietnico e democratico. Non c’è bisogno di dire che gli obiettivi erano altri, cioè essenzialmente espandere a Est l’influenza statunitense, mentre il paese veniva posto sotto il protettorato  internazionale di Nato e Unmik (la missione delle Nazioni Unite per il Kosovo).
Istituzioni fragili, un tessuto economico inesistente, l’ascesa ai vertici politici dell’Uck, gli ex liberatori direttamente implicati in attività criminali, sono stati un fertile terreno per la crescita degli estremismi. A questo si aggiunge, come ci ricorda una bella e ampia inchiesta del New York Times di pochi giorni fa (http://www.nytimes.com/2016/05/22/world/europe/how-the-saudis-turned-kosovo-into-fertile-ground-for-isis.html?emc=edit_th_20160522&nl=todaysheadlines&nlid=63399298&_r=0), l’arrivo di finanziamenti dall’Arabia Saudita, una prassi comune verso tutti i paesi a forte presenza musulmana.
Con questi aiuti si sovvenzionano la ricostruzione di scuole e moschee e si diffonde il wahabismo, ormai ben radicato in Kosovo e, in misura minore, in Bosnia. La logica di destabilizzazione portata avanti dall’Occidente per i suoi interessi immediati, ha portato ad armare milizie che oggi si riconoscono nell’Isis.

Il giornale "The Economist" ha redatto un elenco dei paesi europei che hanno inviato jihadisti nelle zone di combattimento. In percentuale, il Kosovo, con circa 300 adepti,  è in cima alla lista, seconda la Bosnia e quarta l'Albania.
Già nel 2004, l’allora primo ministro kosovaro Bajram Rexhepi tentò di introdurre una legge contro le sette estremiste, ma gli europei  lo convinsero che avrebbe violato la libertà religiosa. In un’intervista Rexhepi ha dichiarato: “Non era nel loro interesse, non volevano irritare alcuni paesi islamici. Semplicemente non fecero nulla”.
E ancora, nel 2012, l’ambasciatore russo presso il Consiglio di sicurezza dell’ONU, aveva denunciato che “le autorità del Kosovo hanno dei rapporti con rappresentanti dell’opposizione siriana per addestrare insorti siriani sul proprio territorio”.
L’allarme, in effetti, lo aveva già lanciato in modo molto chiaro nel 2009 Antonio Evangelista, ex comandante de missione Unmik in Kosovo e tra i massimi esperti europei di antiterrorismo. Nel suo libro Madrasse. Piccoli martiri crescono tra Balcani ed Europa spiegava come gli orfani delle guerre balcaniche fossero preda, in Kosovo come in Bosnia, di una rete di caritatevoli predicatori wahabiti che li sottoponevano a un lavaggio del cervello trasformandoli in futuri martiri della jihad. Oggi quei ragazzi sono diventati grandi, pronti a combattere per l’Isis in Siria ma anche a casa loro, in Europa.
(eb)



Lettera aperta da Vienna
Proponiamo una lettera da Vienna, dove attualmente risiede, dell’amico Stefano Agnoletto, all'indomani dell'elezione presidenziale austriaca.

Cari amici e care amiche, in tanti e tante ci avete chiesto notizie su quello che è accaduto qua in Austria negli ultimi mesi, fino alla sconfitta (per un soffio) dell’estrema destra razzista.
Non intendo ammorbarvi con una analisi politica, anche perché non ne sarei in grado. Voglio solo condividere con voi pochi e brevi spunti (non solo sull’Austria) per una riflessione.
 1. La destra è stata fermata solo con un candidato vissuto come anti-establishment, anche se non certamente radicale. I candidati “moderati” tradizionali, impegnati ad inseguire la destra ipotizzando costruzioni di muri anti-immigrati al Brennero, sono stati spazzati via al primo turno (il governo austriaco al momento è a guida socialista, per intenderci gli alleati del PD, mentre all’opposizione ci sono da una parte la destra della FPOE e dall’altra i Verdi).
2. Alcuni compagni qua in Austria stanno avviando una riflessione per costruire uno spazio populista, radicale e di sinistra (un po’ Podemos, un po’ Syriza), per arginare una destra razzista che si è impossessata di tutti i temi sociali abbandonati dal moderatismo imperante. Un modo per recuperare a sinistra la rabbia popolare che monta…
3. In questi stessi giorni negli USA stanno uscendo continui sondaggi molto interessanti e che i nostri giornali riportano in modo molto parziale. Tutti i sondaggi dicono che Trump ha raggiunto la Clinton a livello nazionale e che entrambi questi candidati sono invisi alla maggior parte degli elettori USA. Questo lo avete potuto leggere anche sui nostri mezzi di informazione, che però hanno tralasciato la seconda parte.
4. Gli stessi sondaggi dicono che al momento il candidato presidenziale preferito dagli elettori americani è Bernie Sanders, ossia il socialista radicale, vera sorpresa clamorosa dell’ultimo anno. È l’unico che ha un apprezzamento superiore al 50% sul totale dei potenziali votanti e mediamente è dato avanti del 10% in un ipotetico duello elettorale con Trump (la Clinton è data alla pari se non addirittura indietro!).
5. Vi consiglio ad esempio il sito della CNN su questo, da sempre mass-media schieratissimo con la Clinton che in queste ore propone questo dubbio: l’alternativa migliore alla minaccia Trump è un candidato radicale, anti-establishment, populista di sinistra? Il problema è che Sanders ha vinto quasi tutte le primarie dove potevano votare anche gli indipendenti, perdendo invece quelle dove potevano votare solo gli iscritti al partito democratico. Il dubbio è che in realtà per l’establishment sia più accettabile un Trump piuttosto che un Sanders.
6. In Europa tutti avete visto quale è stato l’attacco frontale contro il governo di Syriza in Grecia (attacco che continua in questi giorni). Vi ricordate anche quante pagine su Alba Dorata, l’estrema destra nazista greca, che in realtà mai è andata oltre il 7%? Il dubbio è che molti commentatori “moderati” avrebbero preferito un exploit dei neo-nazi piuttosto che un successo di una sinistra radicale, che ha arginato l’esplodere razzista in Grecia. E poi l’hanno fatta pagare alla Grecia.
7. In Portogallo la nascita di un governo di sinistra, con l’appoggio dei due partiti di sinistra radicale anti-austerità (il cui forte radicamento ha finora bloccato la crescita dell’estrema destra) è stato duramente ostacolato da tutte le strutture europee, ben più di quanto fatto contro i governi di estrema destra in Polonia e Ungheria.
8. In Spagna la forza di Podemos e la nuova alleanza con l’altra forza di sinistra anti-austerità (Izquierda Unida) ha finora bloccato anche qui la crescita dell’estrema destra.
9. Ben diversa la situazione dove la sinistra radicale è inesistente o in enorme difficoltà (beh, l’Italia è un esempio da manuale: quale alternativa accettabile a sinistra al populismo leghista o 5 Stelle?) In tutti questi paesi cresce una destra razzista e oggettivamente fascista.

Potrei continuare con gli esempi, ma mi fermo perché vorrei che almenoqualcuno di voi potesse arrivare fino in fondo. Da quanto schematicamente (molto schematicamente) descritto io traggo (altrettanto schematicamente)le seguenti conclusioni:
* Contro la crescita dell’estrema destra, non solo elettoralmente, ma anche come egemonia culturale nella società, è necessario ricostruire uno spazio radicale, di sinistra e fortemente populista, capace di parlare con la rabbia popolare oggi consegnata alla destra razzista e leghista, capace di ripartire dai bisogni della gente.
* Emerge sempre più spesso come le forze dell’establishment (sia esso centro-destra o centro-sinistra) preferiscono uno schema in cui ci sono loro e la destra reazionaria come unica alternativa. Ciò che li disturba veramente è quando la sinistra radicale riesce a diventare forza di massa, non patetica scheggia inconcludente (in Italia lo schema Renzi-Grillo-Salvini è da manuale).
* Sia chiaro: io penso che l’inconcludenza della sinistra radicale in Italia è innanzitutto colpa nostra e della nostra totale incapacità, ma questo non toglie che se si vuole arginare la marea neo-razzista e reazionaria qualcosa bisogna inventare.
Saluti da Vienna!



Brevi

Unità della sinistra in Spagna.

Ramon Mantovani, in un lungo e dettagliato articolo comparso sul sito web del Prc ci segnala che in Spagna, in vista delle prossime elezioni politiche, previste per il 26 giugno dopo che non si è riusciti a varare un governo, il mondo della sinistra radicale si presenterà con una lista comune. Le principali formazioni politiche spagnole di quest’area (la tradizionale Izquierda Unida, la “populista-di-sinistra” Podemos e l’ambientalista Equo) si presentano con un programma minimo comune che è di fatto la base di un possibile programma di governo.

Una curiosità: il ruolo della patata nella storia.
Una cosa che sappiamo tutti è che la civiltà umana nasce con l'agricoltura, quando cioè gli uomini cominciano a produrre più di quanto consumino, consentendo quindi l'apparire di figure che non devono procurarsi direttamente il cibo, artigiani, soldati, preti. Non è esattamente così. Ad esempio i Taínos dell'isola di Cuba erano coltivatori di manioca con una produttività agricola molto superiore a quella degli Spagnoli; ciononostante non avevano sviluppato nessuna struttura di tipo statale e vennero rapidamente sottomessi e sterminati dagli Spagnoli. In generale, secondo uno studio recente, le civiltà basate sui cereali sono più evolute di quelle basate sui tuberi, e la spiegazione che viene data è che i primi si possono immagazzinare, trasportare, e anche rubare, e quindi sollecitano il sorgere di costruzioni per lo stoccaggio, strutture di difesa e altro, mentre i tuberi rimangono sotto terra sino al momento del consumo e non possono essere facilmente trasportati o rubati
Non tutti gli studiosi sono d'accordo con questa spiegazione, e sottolineano che le civiltà basate sui tuberi si sono sviluppate solo molto più recentemente di quelle basate sui cereali, per di più in aree tropicali, colpite da malattie endemiche che rallentano il processo di civilizzazione. Altri ancora rifiutano la tesi dello sviluppo della civiltà legato alla produttività agricola.
(dal Washington Post)

Invecchiano gli impiegati dello Stato.
Tra il 2007 e il 2015 l'Italia ha praticato una politica di tagli indiscriminati della spesa pubblica, congelato il contratto dei pubblici dipendenti, bloccato il turnover, realizzando un notevole peggioramento di tutti i servizi, in particolare quelli per i più deboli (dagli insegnanti di sostegno all'assistenza alle persone disabili), con una riduzione della spesa ridicola, essendo passata dal 10,9 al 10,6% del PIL.
Per un confronto: gli occupati nel settore pubblico in Italia sono il 15% di tutti gli occupati, mentre sono, mediamente, il 20% nei paesi OCSE (l'organizzazione per il commercio e lo sviluppo economico, che raggruppa l'insieme dei paesi economicamente sviluppati) e il 30—35% nei paesi del Nord Europa. Dove sopravanziamo tutti gli altri paesi è nell'età dei dipendenti pubblici: la maggioranza ha più i cinquant'anni, mentre i giovani sotto i 34 anni sono solo il 7%, contro il 25% della media OCSE.
(da Il Sole 24 ore del 24 maggio)

Una proposta per i rifugiati
David Miliband, l'ex-ministro degli esteri inglese, ha lanciato una proposta per affrontare realisticamente il dramma dei rifugiati: i paesi ricchi accolgano il 10% più vulnerabile (anziani, minori, invalidi), prestando loro l'assistenza necessaria, e sostengano economicamente i paesi meno ricchi prossimi alle aree di conflitto perché integrino gli altri trasformandoli in residenti permanenti.
Come è noto, l'Europa è disposta sì a finanziare (moderatamente) i paesi di transito dei profughi (ieri la Libia, oggi la Turchia), ma non certo perché li accolgano, bensì perché li trattengano con tutti i mezzi, anche i più brutali, impedendo loro di raggiungere l'Europa.

Lombardia: per cinque anni governati dai falsari
La notizia è passata sotto silenzio, eppure è clamorosa: le elezioni regionali lombarde del 2010 sono state azzerate dal Consiglio di Stato. A causa delle firme false con cui era stato presentato il listino di Roberto Formigoni. Restano validi gli atti politici e amministrativi, ma ora i radicali, a cui va riconosciuto il merito di avere avviato e tenacemente perseguito la denuncia, chiedono indietro i soldi a Formigoni e ai consiglieri di Forza Italia e Lega. Milioni di euro: le spese per la tornata elettorale, le indennità diarie, i vitalizi, le indennità di fine mandato, i rimborsi spese, i trattamenti di missione, le erogazioni per i gruppi consiliari, i rimborsi elettorali e, infine, il danno d'immagine subito dall'istituzione regionale, oltre alle spese legali sostenute dalla Regione per la difesa in giudizio.
I radicali chiedono anche la restituzione delle spese legali sostenute dalla Regione nelle cause amministrative e civili contro i loro ricorsi, perché Formigoni ha fatto pagare la Regione, ma si difendeva come candidato, non come presidente, dunque non poteva farlo a spese dell'istituzione.
(Gianni Barbacetto, Il fatto quotidiano, 26 maggio)

Illegale la tassa sugli iimmigrati.
"Non ci sono più alibi. Il Governo ritiri il provvedimento con il quale ha imposto agli immigrati di pagare un contributo salato per ottenere il rinnovo e il rilascio dei permessi di soggiorno. Dopo la sentenza della Corte di Giustizia europea, il TAR del Lazio ha cancellato ogni dubbio circa l'illegittimità del pesante balzello imposto agli stranieri in Italia, accogliendo tutte le richieste di Cgil e Inca e rigettando le obiezioni, a cui si sono aggrappati la presidenza del Consiglio dei ministri e i ministeri dell'Economia e degli Interni nell'estremo tentativo di difendere l'odiosa tassa imposta agli immigrati". E' questo il commento di Cgil nazionale e Inca alla sentenza del TAR del Lazio (n. 06095/2016), depositata oggi in segreteria, con la quale il Tribunale Amministrativo ha ordinato all'amministrazione l'immediata disapplicazione del provvedimento.

 
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