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L.Ferrajoli : "Riportare i partiti nella società"
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Scritto da Franco Calamida, 10-06-2015 07:04

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Se questo tema , se le idee di Luigi Ferrajoli troveranno attenzione e consenso , forse , si potrà organizzare unitariamente a Milano una assemble in ottobre. Ma innanzitutto l' articolo va letto , io lo trovo straordinario per lucidità ed efficacia della proposta. franco calamida .

Luigi Ferrajoli, Separare di partiti dallo Stato, riportare i partiti nella società (*)

 

1. La crisi dei partiti come la vera questione costituzionale odierna - Il nostro incontro odierno e la nostra iniziativa nascono da una convinzione. Siamo convinti che oggi la vera questione costituzionale, che se non affrontata alla radice rischia di travolgere la nostra democrazia, è la crisi radicale dei partiti: il crollo della loro capacità di coinvolgere i cittadini nella loro attività politica e il fallimento del ruolo, ad essi affidato dall’art.49 della nostra Costituzione, di strumenti del “diritto dei cittadini” di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Siamo convinti che questa crisi dei partiti – il loro discredito e la loro distanza dalla società, la loro trasformazione in oligarchie autoreferenziali e in macchine elettorali al servizio di un capo, la loro occupazione della sfera pubblica fino alla loro identificazione con le pubbliche istituzioni, in breve la loro perdita di rappresentatività e ancor prima di credibilità – abbia già alterato la fisionomia della nostra democrazia e rischi di provocare il crollo del suo carattere rappresentativo.

      Questa convinzione è rafforzata dalla mutazione in senso verticistico e tendenzialmente autocratico della nostra democrazia parlamentare quale è prefigurata dalla nuova legge elettorale e dal progetto di marginalizzazione del Senato. Del resto, che una simile mutazione della nostra democrazia, che consegna l’intero sistema politico a una maggioranza relativa e di fatto al suo capo, richieda una legge sui partiti in attuazione dell’art.49 della Costituzione è riconosciuto dalla stessa attuale maggioranza, la quale, stando alle notizie di stampa, sta preparando e proporrà tale legge prossimamente. Penso tuttavia che la crisi dei partiti è oggi talmente profonda che una legge di attuazione dell’art.49 non possa limitarsi a richiedere semplicemente la registrazione dei partiti come persone giuridiche e l’approvazione di un generico statuto democratico, ma richieda, a causa dell’attuale confusione di poteri tra partiti e istituzioni rappresentative, soprattutto una misura: la separazione dei partiti dalle pubbliche istituzioni e la loro restituzione al loro ruolo di organi della società, sulla base di rigide incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali. Si produrrebbe in tal modo, a nostro parere, non solo una rifondazione della legittimità dei partiti e per il loro tramite del sistema politico, ma anche un necessario bilanciamento di un potere di governo altrimenti privo di limiti e controlli.

       Ebbene, questo nostro incontro ha lo scopo di promuovere una riflessione su questa proposta e, prima ancora, sul tema più generale del rapporto tra partiti politici e democrazia rappresentativa. A tal fine pensiamo di organizzare nei prossimi mesi una serie di seminari e poi un convegno conclusivo nel quale presentare e discutere una proposta di legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione. Aggiungo che, come Fondazione Basso, pensiamo di avere uno specifico titolo per promuovere questa iniziativa: non dimentichiamo che l’art.49 della Costituzione si deve soprattutto al contributo, nell’Assemblea Costituente, di Lelio Basso.

 

 

 

 

2. L’attuale statalizzazione dei partitiDomandiamoci anzitutto: qual è il rapporto tra partiti politici e democrazia rappresentativa? E’ possibile realizzare la rappresentanza politica senza organizzarla a livello sociale tramite partiti radicati nella società? La democrazia politica può fare a meno dell’organizzazione in partiti delle forze che si candidano alla rappresentanza e al governo del paese? E’ questa la prima questione che proponiamo di discutere nei nostri seminari e poi nel convegno dopo l’estate. Si tratta di una questione di fondo, dato che è sempre più diffusa, anche in settori della sinistra, la tentazione di archiviare l’idea stessa del partito politico o comunque di rassegnarsi all’idea che i partiti altro non sono, né possono essere, che macchine elettorali al servizio di un leader.

      Ebbene, io penso che dobbiamo distinguere tra forme della militanza politica e forme dell’organizzazione sociale della rappresentanza politica. La militanza e la partecipazione alla vita politica, ovviamente, avvengono anche in altre, molteplici forme: attraverso i movimenti di protesta, tramite le inumerevoli associazioni del volontariato, mediante, soprattutto, i movimenti di lotta mobilitati su specifici temi, come la pace, o l’acqua, o il reddito di cittadinanza, o la salute o la scuola. C’è però una cosa che soltanto i partiti, in quanto organizzazioni che si candidano alle elezioni delle istituzioni rappresentative, hanno il compito di fare e che la loro crisi attuale sta compromettendo: svolgere il ruolo loro assegnato dall’art.49 della Costituzione di mediare e di organizzare sul territorio la rappresentanza politica, cioè le forme stesse della democrazia rappresentativa.

       Questo ruolo di mediazione tra società e Stato è stato oggi dissolto dal processo, sviluppatosi progressivamente nei passati decenni, di sostanziale statalizzazione dei partiti politici e perciò dal venir meno, a livello sociale, della loro soggettività collettiva. I partiti, da organi della società, si sono trasformati in organi dello Stato. Il fenomeno non è solo italiano. E’ sicuramente europeo e investe anzi tutte le democrazie occidentali. Ma in Italia si è manifestato in maniera particolarmente allarmante per due ragioni: in primo luogo perché l’Italia è stata sicuramente, tra i paesi dell’Occidente, quello in cui i grandi partiti di massa hanno rifondato, o meglio fondato la democrazia e che della democrazia, cioè del rapporto di rappresentanza tra Stato e società, sono stati, grazie alla loro autonomia dallo Stato e al loro radicamento sociale, i principali artefici e garanti; in secondo luogo perché, a causa delle riforme istituzionali già ricordate, l’identificazione del partito di maggioranza con il governo varrebbe ad accentuare l’involuzione autocratica del sistema politico.

       E’ anche opportuno ricordare che in Italia una legge di attuazione dell’art. 49 non fu emanata, alle origini della Repubblica, per due validissime ragioni: innanzitutto perché i partiti di allora, formatisi nella lotta antifascista e nella Resistenza, erano sicuramente dotati di una forte e sperimentata autonomia dalle istituzioni statali che una legge, sia pure sulla loro democrazia interna, avrebbe potuto addirittura ridurre; in secondo luogo, e soprattutto, per il timore della sinistra che una legge di regolazione dei partiti sulla base del loro carattere democratico avrebbe potuto legittimare – come è avvenuto in Germania con la legge di attuazione degli artt. 13 e 53 della Legge fondamentale tedesca (art. 53: “Le candidature elettorali per la Camera potranno essere presentate soltanto da associazioni che rispondano alle norme dell’art.13 comma 2”, il quale a sua volta stabilisce: “I candidati alla Camera potranno essere presentati soltanto da associazioni che tendano, in conformità ai loro statuti, all’organizzazione democratica dell’attività dello Stato e della società”) – la loro esclusione dalle istituzioni rappresentative.

       Oggi entrambi questi presupposti sono venuti meno. E’ venuta meno, in particolare, l’autonomia dei partiti quali organi della società, dato che i partiti hanno fatto uso di tale autonomia per separarsi dalla società e per statalizzarsi. Ne è seguita una rottura del rapporto, fino a qualche decennio fa mediato dai grandi partiti di massa, tra società e istituzioni. E’ letteralmente crollata la credibilità dei partiti. E’ scomparsa la militanza e la passione che animavano la loro vita interna e, con esse, la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita politica. E’ cresciuta l’astensione dal voto, e il voto stesso, sia a destra che a sinistra, è diventato troppo spesso espressione, ben più che del consenso, del dissenso, o peggio del disprezzo per le formazioni avversarie: è divenuto un voto, prevalentemente, per il partito ritenuto meno penoso tra quelli offerti dal mercato politico. E’ così mutata e si è abbassata, con la qualità del voto e la quantità dei votanti, la qualità della democrazia. Oggi la nostra democrazia è in crisi perché la società è politicamente passiva e non è, e comunque non si sente, in nessun senso rappresentata.

       E’ d’altro canto mutato radicalmente il sistema politico italiano. L’intero sistema dei vecchi partiti che fino a un quarto di secolo fa componeva quello che chiamavamo l’“arco costituzionale” è stato ereditato pressoché totalmente dal Partito Democratico e da qualche formazione minore; mentre il resto dell’elettorato si rifugia nell’astensione, o si riconosce in partiti anti-partitici: ieri e in parte ancor oggi il partito-azienda di Berlusconi, oggi il partito-marchio di Grillo. Tutti i partiti, incluso il Partito democratico, sono stati infine investiti da processi di verticalizzazione e personalizzazione che hanno svuotato il ruolo decisionale dei loro organi collegiali e ancor più il loro carattere rappresentativo dei cittadini, trasformati in spettatori dei dibattiti e degli scontri interni al ceto politico messi in scena dalle televisioni. Il numero degli iscritti ai partiti è per di più letteralmente crollato e, insieme, si è ridotta e svuotata l’attività delle loro organizzazioni di base. Cresce il numero di quanti si iscrivono ai partiti semplicemente per ragioni di interesse: dai banali interessi dei giovani alla ricerca di un posto di lavoro agli interessi del mondo degli affari e talora del mondo del malaffare. Ne sono seguiti due processi involutivi che si alimentano a vicenda e che sono entrambi esiziali per il futuro della democrazia.

       Il primo fenomeno è stato l’abbassamento della qualità della classe politica di governo. Venuti meno, con la perdita del radicamento sociale dei partiti, i vecchi canali di selezione dal basso dei gruppi dirigenti, il personale politico viene reclutato in prevalenza per il tramite di rapporti clientelari o comunque extra-politici. E’ questo uno degli aspetti più gravi della crisi della democrazia. Il crollo, non solo in Italia, della qualità del ceto politico si manifesta nell’abbassamento delle competenze e più in generale della cultura politica, nel tendenziale prevalere degli interessi personali, nel venir meno della trasparenza delle decisioni e nell’ovvia perdita di rappresentatività. I casi quotidiani di sistematica corruzione che in misura crescente infestano la politica sono soltanto la punta dell’iceberg di questa deriva. Sembra che nel mondo della politica si sia letteralmente capovolto il tanto decantato principio meritocratico: la selezione dei gruppi dirigenti avviene prevalentemente nelle forme della selezione dei peggiori.  

      Il secondo fenomeno è conseguente al primo e ne è a sua volta una causa. Il discredito dei partiti e del ceto politico ha retroagito nella società, manifestandosi nel crollo del senso civico e dello spirito pubblico che formano il presupposto elementare della passione e della partecipazione politica. Sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, diffidenza, rancori e pessimismo e, per altro verso, l’aggressività generalizzata e indiscriminata, i razzismi, le angosce, le paure, il primato degli interessi privati e personali, il disinteresse e l’indifferenza per gli interessi collettivi, la svalutazione della sfera pubblica e dei valori civili dell’uguaglianza e della solidarietà sono oggi i sentimenti tristi che hanno sostituito la passione politica.

       Alla base di questa disgregazione della società ci sono state la crescita della disuguaglianza e la riduzione dei diritti sociali e del lavoro promosse da una politica irresponsabile. Parole come classe operaia e movimento operaio sono non a caso fuori uso, essendo in gran parte venute meno – con la precarietà dei rapporti di lavoro e con la rivalità tra lavoratori nei loro rapporti diretti con i datori di lavoro – la vecchia solidarietà di classe e la stessa unità e soggettività politica del mondo del lavoro, fondate entrambe sull’uguaglianza nei diritti e perciò sull’auto-rappresentazione del lavoratore come appartenente a una comunità di uguali. Ma sono venuti meno, con la crescita del qualunquismo, dell’anti-politica e degli egoismi, anche i legami di solidarietà e di reciproco affidamento sui quali si fondano la soggettività collettiva dei partiti e la stessa azione politica, che sono sempre, per loro natura, animate dalla passione per gli interessi generali.

 

 

 

3. Per una rifondazione democratica dei partiti – Si  capisce dunque come di fronte a questa crisi dei partiti, che sta tramutandosi, non solo in Italia, in una crisi della democrazia, è diventata sempre più necessaria ed urgente l’apertura di un dibattito pubblico che ponga all’ordine del giorno quella che oggi è la vera “questione costituzionale”: la riforma dei partiti politici sulla base di una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione, che peraltro potrebbe addirittura far leva sul discredito crescente dei partiti e sul loro stesso interesse a non esserne, in un futuro non lontano, rovinosamente travolti.

      Torniamo allora alla nostra domanda iniziale: qual è il rapporto tra partiti politici e democrazia rappresentativa? E’ possibile la rappresentanza politica senza che essa sia organizzata da partiti radicati nella società? La nostra convinzione è che senza veri partiti organizzati nella società una democrazia fondata sul suffragio universale non può funzionare, ma degenera inevitabilmente in sistemi oligarchici e tendenzialmente autocratici basati sul rapporto diretto tra masse e capi; che l’ostilità nei riguardi dei partiti equivale in ultima analisi, come ha scritto ripetutamente Hans Kelsen, a un’ostilità nei confronti della democrazia; che la formazione democratica dei gruppi dirigenti dei partiti non può avvenire nelle forme oscure della cooptazione, ma deve avvenire in quelle trasparenti del dibattito di base e della selezione dal basso; che, in generale, la qualità delle forme istituzionali di una democrazia è determinata dalla qualità delle forme organizzative dei partiti; che perciò il futuro della democrazia dipende dalla democratizzazione della vita interna ai partiti e da un loro rinnovato rapporto con la società; che infine, di fronte all’attuale trasformazione dei partiti in costose caste di privilegiati, la loro riabilitazione non può più essere affidata alla loro autonomia – come avvenne nei momenti più felici della loro storia, quando nacquero come partiti operai, e poi dopo la Liberazione, quando i loro dirigenti venivano dall’esilio, o dalle prigioni fasciste o dalla lotta partigiana ed era perciò impensabile che fossero animati da interessi personali – ma richiede l’eteronomia della legge, a garanzia dei diritti politici dei cittadini dei quali essi devono rendersi strumenti.

      I partiti del resto, anche nei momenti felici della loro storia, non sono mai stati, al loro interno, un modello di democrazia. Si pensi solo alle denunce della loro burocratizzazione negli scritti di Roberto Michels di oltre un secolo fa, a cominciare dal suo classico saggio La sociologia del partito politico del 1911. Questa assenza di regole e di garanzie, mentre ha sempre indebolito, anche in passato, la qualità delle nostre democrazie, rischia oggi – in presenza dell’attuale feudalizzazione dei partiti, divisi in gruppi di interesse opachi e talora rapaci e corrotti – di provocarne il collasso e di capovolgerne il ruolo. I partiti infatti, la cui tradizionale opposizione alla regolazione per legge della loro organizzazione interna è sempre stata da essi motivata come garanzia della loro autonomia dallo Stato, hanno di fatto scelto di rinunciare alla loro autonomia quali formazioni sociali extra-statali e di identificarsi con le stesse istituzioni rappresentative. Soltanto una legge, perciò, può oggi garantire, con la loro separazione dallo Stato, i diritti politici dei cittadini e, insieme, la credibilità e la rappresentatività democratica dell’intero sistema politico.

     

 

     

4. Per una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione – Certamente non basta la legge a restaurare il nesso dissolto tra società e istituzioni. E tuttavia la legge è a tal fine necessaria, dato che il presupposto di questo nesso è costituito dai limiti e dai vincoli ai poteri altrimenti sregolati e selvaggi dei capi e delle nomenclature, a garanzia dei diritti degli iscritti e, per il loro tramite, dei diritti politici di tutti. Oggi i partiti non offrono ai loro iscritti neppure le garanzie offerte ai suoi soci da una società semplice. Ed è singolare che i soli diritti a sostegno dei quali la cultura giuridica e politica non ha finora elaborato nessuna seria garanzia sono appunto i diritti politici sui quali si fonda la democrazia rappresentativa. Per questo una legge, benché non sufficiente, è oggi necessaria a creare le condizioni di una riabilitazione dei partiti quali strumenti, come vuole la Costituzione, della partecipazione dei cittadini alla formazione degli organi di governo.

      Una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione dovrebbe a tal fine imporre ai partiti il “metodo democratico” da esso previsto a garanzia, appunto, dei diritti politici dei cittadini “a concorrere a determinare la politica nazionale”. Dovrebbe perciò indicare i requisiti minimi di uno statuto sulla democrazia interna che dovrebbero essere imposti ai partiti come condizioni del loro accesso alle elezioni. Potremmo anche promuovere, a tal fine, una raccolta di firme a sostegno di una proposta di legge di iniziativa popolare.

      Tale statuto dovrebbe avere, grosso modo, la struttura delle odierne costituzioni democratiche. Dovrebbe, in una prima parte, dichiarare i principi e i valori il cui perseguimento rappresenta la ragion d’essere del partito. Si tratterebbe di un abbozzo dell’identità sostanziale del partito, in grado di rendere trasparenti le sue opzioni politiche di fondo, le forze sociali e gli interessi che esso intende rappresentare e privilegiare, gli obiettivi programmatici per il cui raggiungimento si candida alla rappresentanza politica e magari al governo del paese.  Naturalmente la legge deve limitarsi a richiedere soltanto l’esistenza di questa prima parte statutaria sull’identità dei partiti, senza minimamente entrare nel merito. Sappiamo bene quanto le enunciazioni di questo tipo possono essere generiche. Ma anche su questo si misurerà la serietà dei diversi partiti. In tutti i casi, questa parte per così dire sostanziale degli statuti dei partiti – per esempio, l’accento posto sulle garanzie del lavoro e dei diritti sociali oppure sui valori dell’ordine pubblico o del mercato, oppure sulla laicità o al contrario sul valore delle tradizioni religiose – varrà a chiarirne la collocazione politica ed anche a richiamarli, nel dibattito pubblico, alla coerenza con i principi dichiarati.

       Ben più importanti e vincolanti, ovviamente, dovranno essere i requisiti imposti dalla legge in tema di organizzazione democratica interna. Anche sotto questo aspetto tali requisiti dovrebbero, grosso modo, far propri i principi organizzativi delle odierne democrazie rappresentative: l’uguaglianza e la pari dignità degli iscritti, il rispetto per il dissenso, la libertà della critica e le garanzie dell’opposizione interna, la separazione dei poteri, la previsione di assemblee di base in grado di vincolare o comunque di orientare le decisioni degli organi dirigenti. A tal fine la legge dovrebbe imporre ai partiti forme di organizzazione sul territorio, idonee a garantire discussioni e decisioni in incontri di base, sia pure integrate dalle odierne tecnologie della comunicazione. Una legge di attuazione dell’art.49 dovrebbe inoltre prevedere che qualora i partiti intendano adottare il sistema delle “primarie” per la selezione dei loro dirigenti, e ancor più dei candidati alle istituzioni pubbliche, tale sistema sia sottoposto a regole rigorose di garanzia, prime tra tutte l’esclusione delle cosiddette “primarie aperte” e la riserva della partecipazione alle elezioni soltanto degli iscritti, a conclusione di dibattiti di base e di effettivi confronti tra i candidati.

 

 

 

 

 

5. Per una incompatibilità tra cariche di partito e cariche istituzionali – Ma la norma a mio parere più decisiva, in grado di provocare una vera rifondazione democratica dei partiti, riguarda il mutamento del loro rapporto da un lato con la società e dall’altro con le istituzioni pubbliche. Si tratta di una norma che introduce un principio indubbiamente radicale: il principio della separazione tra cariche di partito e funzioni pubbliche, anche elettive. Ma radicale è la crisi dei partiti, e i partiti per primi dovrebbero rendersi conto che solo da una rifondazione altrettanto radicale del loro rapporto con lo Stato e con la società – dalla separazione dal primo e dal radicamento nella seconda – dipende il loro stesso futuro.

      L’attuale diaframma tra partiti e società può essere infatti superato solo se i partiti saranno restituiti, grazie all’eteronomia della legge, al loro ruolo di organi della società, anziché dello Stato, quali soggetti rappresentati anziché rappresentanti, e quindi come istituzioni di garanzia del diritto dei cittadini, previsto dall’art.49 della Costituzione, di “concorrere con metodo democratico” alla politica nazionale. I partiti dovrebbero, in breve, essere separati dallo Stato, non solo dagli apparati della Pubblica Amministrazione ma anche da tutte le istituzioni politiche elettive, e deputati alla elaborazione dei programmi di governo, alla scelta dei candidati e alla responsabilizzazione degli eletti, ma non anche alla diretta gestione della cosa pubblica. Per molteplici ragioni: in primo luogo perché ne sia favorito il radicamento sociale; in secondo luogo perché sia assicurato, grazie all’alterità tra rappresentanti e rappresentati, il loro ruolo di mediazione rappresentativa tra istituzioni pubbliche elettive ed elettorato attivo; in terzo luogo per evitare i conflitti di interesse che si manifestano nelle auto-candidature dei dirigenti e nelle varie forme di cooptazione dei candidati sulla base della loro fedeltà a quanti li hanno, di fatto, designati; in quarto luogo per impedire la confusione dei poteri tra controllori e controllati e consentire la responsabilità dei secondi rispetto ai primi; in quinto luogo per determinare un più facile e fisiologico ricambio dei loro gruppi dirigenti e dell’intera classe politica; in sesto luogo per assicurare una selezione incomparabilmente migliore di quella attuale dell’intero ceto politico, sia dei dirigenti dei partiti che degli eletti nelle istituzioni rappresentative. La separazione dei poteri, del resto, rappresenta la prima ed ovvia garanzia contro la loro naturale concentrazione ed accumulazione, che nel caso della rappresentanza politica si risolvono nella sua vanificazione e nell’involuzione autoritaria del sistema politico.

       Occorrerebbe perciò introdurre rigide forme di incompatibilità tra cariche di partito e cariche elettive istituzionali, in forza delle quali i dirigenti di partito, a cominciare dal segretario generale, avrebbero l’onere di dimettersi dai loro uffici di partito all’atto dell’elezione nelle istituzioni rappresentative, lasciando il loro posto a nuovi dirigenti in grado di indirizzarne e controllarne il futuro operato. Si porrebbe così fine all’attuale occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, i quali dovrebbero essere investiti di funzioni soltanto di indirizzo politico e di responsabilizzazione dei rappresentanti, e non anche direttamente di pubblici poteri. Si ristabilirebbero la distinzione e la separazione tra rappresentati e rappresentanti, tra controllori e controllati, tra istanze e sollecitazioni dal basso e funzioni di governo dall’alto: in breve le condizioni elementari della rappresentanza e della responsabilità politica. Si porrebbe infine rimedio alla crisi di rappresentatività e di credibilità dei partiti che sta ormai trasferendosi sul parlamento e sulla stessa democrazia e, insieme, si restituirebbe ai partiti, grazie al loro radicamento nella società, autorevolezza e capacità di attrazione e aggregazione sociale, nonché di controllo e responsabilizzazione degli eletti.

      Si aggiunga un’ulteriore misura, contraria all’attuale demagogia qualunquista: la previsione di un idoneo finanziamento pubblico dei partiti, ovviamente sottoposto a pubblici controlli, e la proibizione invece – se non vogliamo che con le elezioni vengano eletti, insieme ai partiti e ai candidati, anche i loro finanziatori – di ogni forma di finanziamento privato oltre una certa misura, onde impedire gli impropri e occulti vincoli di mandato che potrebbero derivarne. Ingenti finanziamenti, infatti, rischiano sempre di essere motivati dall’aspettativa di indebiti favori: in breve, di essere finalizzati alla corruzione. Questa finalità è del tutto palese nei casi non infrequenti di finanziamenti elargiti da uno stesso soggetto a più schieramenti o a forze politiche diverse o addirittura opposte. Tali finanziamenti dovrebbero, da una legge sui partiti, essere proibiti, non meno dei finanziamenti da parte di persone giuridiche, come le imprese e le società commerciali, essendo evidente che una persona giuridica non può avere motivi ideali, ma soltanto interessi economici per finanziare un partito politico.

 

 

 

6. Separazioni dei poteri e gerarchia democratica del potere – La questione qui sollevata della separazione tra poteri di partito e poteri istituzionali è una questione teorica di fondo, che ha a che fare con la grammatica della democrazia. Questa separazione, infatti, altro non è che uno sviluppo e un aggiornamento del vecchio principio liberale della separazione dei poteri. Nella sua versione classica, formulata oltre 260 anni fa da Montesquieu, la separazione riguardava unicamente i poteri pubblici. Non investiva i rapporti tra poteri pubblici e poteri extra-istituzionali: non i rapporti tra poteri politici e poteri economici, affidati all’ovvio ruolo di governo della politica rispetto all’economia, né tanto meno i rapporti, propri della democrazia rappresentativa, tra poteri di governo e poteri dei partiti organizzati nella società.

       Ebbene l’assenza di esplicie garanzie istituzionali di queste separazioni ha prodotto, soprattutto nell’odierna globalizzazione contrassegnata dall’asimmetria tra il carattere globale dell’economia e della finanza e il carattere ancora locale della politica e del diritto, un singolare ribaltamento nella gerarchia democratica dei poteri. A causa della mancata separazione e subordinazione dei poteri economici ai poteri politici, non sono più i poteri democratici della sfera pubblica che regolano l’economia e la finanza, ma sono sempre più i poteri economici e finanziari globali che dettano regole agli Stati e impongono loro politiche compatibili con le leggi del mercato pur se incompatibili con i limiti e i vincoli costituzionali. In tanto, infatti, possono essere adottate dai governi le politiche anti-sociali dettate dai mercati – dai tagli alla spesa sociale alla dissoluzione dei diritti dei lavoratori – in quanto la società sia “governabile”; e in tanto la società è governabile in quanto la politica si renda tanto impotente e subalterna all’economia e alla finanza quanto onnipotente nei confronti dei governati e dei loro diritti, grazie anche alla smobilitazione sociale dei partiti, trasformati in partiti leggeri, liquidi, personalizzati e verticalizzati, cioè in apparati al servizio dei loro capi e sempre più separati dalla società.

      Si sono così capovolti i rapporti che, in democrazia, dovrebbero presiedere alle diverse sfere del potere. Non è più la politica che governa l’economia e la finanza, ma sono l’economia e la finanza che regolano la politica funzionalizzandola alla difesa dei loro interessi e della legge del mercato. Non è più la rappresentanza parlamentare che controlla il governo, ancorandone l’azione al proprio indirizzo politico ma è il governo che controlla il parlamento, attraverso la sua maggioranza, rigidamente subordinata alla volontà del leader. Non sono più i partiti che indirizzano dal baso l’azione dei loro gruppi parlamentari, ma sono i diversi settori del ceto politico che controllano i partiti come loro strumenti.

      Ebbene, l’introduzione della separazione tra partiti e istituzioni potrebbe forse rappresentare un primo passo per capovolgere questo assurdo ribaltamento dei rapporti tra i poteri. Rafforzando i partiti come luoghi della formazione della volontà popolare, la separazione tra partiti e Stato restituirebbe ai partiti il loro ruolo di organi della società, facendone gli effettivi titolari – grazie al loro autonomo potere di formulare i programmi, di proporre le candidature alle elezioni e di chiamare gli eletti a rispondere del loro operato – del potere di indirizzo politico nei confronti dei loro rappresentanti. Ne seguirebbero un più efficace condizionamento dei poteri politici da parte della loro base sociale, una rilegittimazione e un rafforzamento delle istituzioni rappresentative e, perciò, una riabilitazione loro ruolo di governo nei confronti dell’economia, a tutela del lavoro e dei diritti fondamentali delle persone.

       Certamente, proposte di riforma come queste hanno il difetto di contrastare con gli interessi immediati proprio dei vertici del sistema politico che dovrebbero metterle in atto. Ma è da riforme di fondo come quelle qui indicate che dipende il futuro degli stessi partiti e, insieme, della democrazia. Ed è sulla disponibilità dei loro dirigenti a discuterne, al di là dei loro interessi contingenti, che si misura la loro statura politica.    



* Relazione introduttiva al convegno organizzato a Roma il 18 maggio 2015 dalla Fondazione Lelio e Lisli Basso sul tema “Separare i partiti dallo Stato? Un progetto della Fondazione Basso per l’attuazione dell’art. 49 della Costituzione”.


Ultimo aggiornamento : 10-06-2015 07:04

   
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