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Per la separazione dei partiti dallo Stato
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Scritto da Franco Calamida, 06-04-2015 17:13

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Questo articolo di Luigi Ferrajoli riprende e argomenta in forma approfondita il documento della Fondazione Basso , già da noi riportato, sulla riforma democratica dei partiti. Chi avrà interesse e la pazienza di leggerlo , ne rileverà l'importanza. Tutti i partiti , e anche Altra Europa , con il suo progetto di nuova forza politica , dovrebbero prenderlo in considerazione, discuterlo , decidere se e come mettere in pratica gli orientamenti che Luigi Ferrajoli esprime . Io ne condivido complessivamante l 'impostazione e obiettivi : se non si cambia si affonda , magari lentamente , ma inesorabilmente. Franco Calamida.


 

Luigi Ferrajoli, Per la separazione dei partiti dallo Stato

 

 

1. Alle radici dell’attuale crisi della rappresentanza politica: la crisi dei partiti – Uno dei fattori della crisi odierna della democrazia rappresentativa è costituito dal venir meno del rapporto, fino a qualche decennio fa mediato dai grandi partiti di massa, tra società e istituzioni. E’ letteralmente crollata la credibilità dei partiti. E’ scomparsa la militanza e la passione che animavano la loro vita interna e, con esse, la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita politica. E’ cresciuta l’astensione dal voto, e il voto stesso, sia a destra che a sinistra, è troppo spesso espressione, ben più che del consenso, del dissenso, o peggio del disprezzo per le formazioni avversarie: è un voto, prevalentemente, per il partito ritenuto meno penoso tra quelli offerti dal mercato politico. Muta e si abbassa, con la qualità del voto e la quantità dei votanti, la qualità della democrazia. Oggi la nostra democrazia è in crisi perché la società è politicamente passiva e non è, e comunque non si sente, in nessun senso rappresentata.

      Questa crisi della politica e della partecipazione alla politica dipende dal venir meno, a livello sociale, della soggettività politica, che è sempre una soggettività collettiva che ha la sua insostituibile forma organizzata nei partiti politici. Oggi, in Italia, l’intero sistema dei vecchi partiti che fino a un quarto di secolo fa componeva quello che chiamavamo l’“arco costituzionale” è stato ereditato pressoché totalmente dal Partito Democratico e da qualche formazione minore; mentre il resto dell’elettorato si rifugia nell’astensione, o si riconosce nel partito-azienda di Berlusconi o nel partito-marchio di Grillo. Tutti i partiti, incluso il Partito democratico, sono stati d’altro canto investiti da processi di verticalizzazione e personalizzazione che hanno svuotato il ruolo decisionale dei loro organi collegiali e ancor più il loro carattere rappresentativo dei cittadini, trasformati in spettatori dei dibattiti e degli scontri interni al ceto politico messi in scena dalle televisioni. Il numero degli iscritti ai partiti è per di più letteralmente crollato e, insieme, si è ridotta e svuotata l’attività delle loro organizzazioni di base. Cresce il numero di quanti si iscrivono ai partiti semplicemente per ragioni di interesse: dai banali interessi dei giovani alla ricerca di un posto di lavoro agli interessi del mondo degli affari e talora del mondo del malaffare.

      Conseguentemente, venuti meno con la crisi della partecipazione i canali di selezione dal basso dei gruppi dirigenti, si è abbassata la qualità del personale politico, reclutato in prevalenza per il tramite di rapporti clientelari o comunque extra-politici. Il crollo, non solo in Italia, della qualità del ceto politico è uno degli aspetti più gravi della crisi della democrazia. Si manifesta nell’abbassamento delle competenze e più in generale della cultura politica, nel tendenziale prevalere degli interessi personali, nel venir meno della trasparenza delle decisioni e nell’ovvia perdita di rappresentatività. I fenomeni di sistematica corruzione che in misura crescente infestano la politica sono soltanto la punta dell’iceberg di questa deriva.

      La crisi dei partiti ha infine retroagito nella società, essendo crollati il senso civico e lo spirito pubblico che formano il presupposto elementare della passione e della partecipazione politica. Sfiducia nei partiti e nelle istituzioni, diffidenza, rancori e pessimismo e, per altro verso, l’aggressività generalizzata e indiscriminata, i razzismi, le angosce, le paure, il primato degli interessi privati e personali, il disinteresse e l’indifferenza per gli interessi collettivi, la svalutazione della sfera pubblica e dei valori civili dell’uguaglianza e della solidarietà sono oggi i sentimenti tristi che hanno sostituito la passione politica.

      Alla base di questa disgregazione della società ci sono state la crescita della disuguaglianza e la riduzione dei diritti sociali e del lavoro. Parole come classe operaia e movimento operaio sono non a caso fuori uso, essendo in gran parte venute meno – con la precarietà dei rapporti di lavoro, con la moltiplicazione delle loro forme contrattuali e con la rivalità tra lavoratori nei loro rapporti diretti con i datori di lavoro – la vecchia solidarietà di classe e la stessa unità e soggettività politica del mondo del lavoro, fondate entrambe sull’uguaglianza nei diritti e perciò sull’auto-rappresentazione del lavoratore come appartenente a una comunità di uguali. Ma sono venuti meno, con la crescita del qualunquismo, dell’anti-politica e degli egoismi, anche i legami di solidarietà e di reciproco affidamento sui quali si fondano la soggettività collettiva dei partiti e la stessa azione politica, che sono sempre, per loro natura, animate dalla passione per gli interessi generali.

 

 

 

2. La vera questione costituzionale odierna: la rifondazione democratica dei partiti - Di fronte a questa crisi, che sta tramutandosi, non solo in Italia, in una crisi della democrazia, è divenuta sempre più necessaria ed urgente l’apertura di un dibattito pubblico che ponga all’ordine del giorno quella che oggi è la vera “questione costituzionale”: la riforma dei partiti politici sulla base di una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione che identifica nei partiti le organizzazioni nelle quali “i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente… per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”.

      La questione che va pregiudizialmente affrontata e discussa è quella del rapporto tra democrazia rappresentativa e partiti politici. Contro la tentazione, presente anche in settori della sinistra, di archiviare l’idea stessa del partito politico, e contro l’odierna tendenza alla riduzione dei partiti a macchine elettorali al servizio di un leader, è anzitutto necessario, a mio parere, riconoscere e ribadire che senza veri partiti radicati nella società una democrazia fondata sul suffragio universale non può funzionare, ma degenera inevitabilmente in sistemi autocratici basati sul rapporto diretto tra masse e capi; che l’ostilità nei riguardi dei partiti equivale in ultima analisi, come ha scritto ripetutamente Hans Kelsen, a un’ostilità nei confronti della democrazia; che la formazione democratica dei gruppi dirigenti dei partiti non può avvenire nelle forme oscure della cooptazione, ma deve avvenire in quelle trasparenti del dibattito di base e della selezione dal basso; che, in generale, la qualità delle forme istituzionali di una democrazia è determinata dalla qualità delle forme organizzative dei partiti; che perciò il futuro della democrazia dipende dalla democratizzazione della vita interna ai partiti e da un loro rinnovato rapporto con la società.

      Questa proposta di democratizzazione, attraverso una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione, potrebbe addirittura far leva sul discredito crescente dei partiti e sul loro stesso interesse a non esserne, in un futuro non lontano, rovinosamente travolti. E’ infatti evidente che di fronte all’attuale trasformazione dei partiti in costose caste di privilegiati, la loro riabilitazione non può più essere affidata alla loro autonomia, ma richiede l’eteronomia della legge, a garanzia dei diritti politici dei cittadini dei quali essi devono rendersi strumenti; che la forza, il prestigio e il ruolo dei partiti come tramiti tra società e pubbliche istituzioni furono il frutto della loro spontanea auto-regolazione solo nei momenti più felici della loro storia, allorquando nacquero come partiti operai e poi, dopo la Liberazione, quando i loro dirigenti venivano dall’esilio, o dalle prigioni fasciste o dalla lotta partigiana ed era perciò impensabile che fossero animati da interessi personali; che quindi, oggi, di fronte alle degenerazioni in atto, il solo rimedio all’attuale assenza di democrazia interna risultante dall’autonomia organizzativa è l’eteronomia della legge.

        I partiti del resto, anche nei momenti più felici della loro storia, non sono mai stati, al loro interno, un modello di democrazia. Si pensi solo alle denunce della loro burocratizzazione negli scritti di Roberto Michels di oltre un secolo fa (è del 1911 il suo classico saggio La sociologia del partito politico). Questa assenza di regole e di garanzie, mentre ha sempre indebolito, anche in passato, la qualità delle nostre democrazie, rischia oggi – in presenza dell’attuale feudalizzazione dei partiti, divisi in gruppi di interesse opachi e talora rapaci e corrotti – di provocarne il collasso. I partiti infatti, la cui tradizionale opposizione alla regolazione per legge della loro organizzazione interna è sempre stata da essi motivata come garanzia della loro autonomia dallo Stato, hanno ormai da molti anni fatto uso della loro autonomia per statalizzarsi, cioè per identificarsi con lo Stato. E’ perciò la loro separazione dallo Stato, nelle forme di cui dirò più oltre, la prima garanzia dei diritti politici dei cittadini e, insieme, della credibilità e della rappresentatività democratica dell’intero sistema politico.

      C’è d’altro canto un nesso non soltanto tra la crisi dei partiti e la crisi della rappresentanza politica, ma anche tra la crisi dei partiti e la crisi della dimensione costituzionale della democrazia quale si sta oggi manifestando nel ribaltamento del rapporto tra poteri pubblici e poteri privati del mercato. Non sono più i poteri democratici della sfera pubblica che regolano l’economia e la finanza, ma sono sempre più i poteri economici e finanziari globali che dettano regole agli Stati e impongono loro politiche compatibili con le leggi del mercato. Questo nesso perverso tra decisionismo politico subalterno ai mercati, smobilitazione sociale dei partiti e rimozione dei vincoli costituzionali ha trovato la sua più efficace espressione nel primato rivendicato dalla cosiddetta “governabilità”, cioè dalla parola d’ordine impostasi nel dibattito pubblico fin dai tempi di Bettino Craxi: in tanto possono essere adottate le politiche anti-sociali dettate dai mercati – dai tagli alla spesa sociale alla dissoluzione dei diritti dei lavoratori – in quanto la società sia governabile; e in tanto la società è governabile in quanto la politica si renda tanto impotente e subalterna all’economia e alla finanza, quanto onnipotente nei confronti dei governati e dei loro diritti.

       E’ così che la governabilità si è realizzata attraverso la scomparsa, dall’orizzonte della politica, dei vincoli ad essa imposti dai diritti costituzionalmente stabiliti. Per questo, per consentire questa liberazione dai vincoli costituzionali, la governabilità richiede riforme costituzionali dirette a verticalizzare i sistemi politici, esautorando i parlamenti e rafforzando gli esecutivi, come sono quelle promosse dall’attuale governo con le forzature nei modi e nei tempi cui stiamo assistendo in questi mesi. Per questo, per realizzare una simile mutazione degli assetti democratici, essa richiede la formazione di partiti leggeri, liquidi, personalizzati e verticalizzati, trasformati in apparati al servizio dei loro capi e sempre più separati dalla società.

      Si sono così capovolti i rapporti che, in democrazia, dovrebbero presiedere alle diverse sfere del potere. Non è più la politica che governa l’economia e la finanza, ma sono l’economia e la finanza che regolano la politica funzionalizzandola alla difesa dei loro interessi e della legge del mercato. Non è più la rappresentanza parlamentare che controlla il governo, ancorandone l’azione al proprio indirizzo politico ma è il governo che controlla il parlamento, attraverso la sua maggioranza, rigidamente subordinata alla volontà del leader. Non sono più i partiti che indirizzano l’azione dei loro gruppi parlamentari, ma sono i diversi settori del ceto politico che controllano i partiti come loro strumenti.

     

 

 

3. Per una legge di attuazione dell’articolo 49 della Costituzione – Certamente non basta la legge a ribaltare questi rapporti e a restaurare il nesso dissolto tra società e istituzioni: l’indirizzo politico dei partiti nei confronti dei loro rappresentanti, il vincolo di fiducia che lega al parlamento l’esecutivo e il ruolo di governo della politica nei confronti dell’economia a tutela del lavoro e dei diritti fondamentali delle persone. E tuttavia la legge è a tal fine necessaria, dato che il presupposto di questo nesso è costituito dai limiti e dai vincoli ai poteri altrimenti sregolati e selvaggi dei capi e delle nomenclature, a garanzia dei diritti degli iscritti e, per il loro tramite, dei diritti politici di tutti. Oggi i partiti non offrono ai loro iscritti neppure le garanzie offerte ai suoi soci da una società semplice. Ed è singolare che i soli diritti per i quali la cultura giuridica e politica non ha finora elaborato nessuna seria garanzia sono appunto i diritti politici, sui quali si fonda la democrazia rappresentativa. Per questo una legge, benché non sufficiente, è oggi necessaria a creare le condizioni di una riabilitazione dei partiti quali organi e strumenti, come vuole la Costituzione, della partecipazione dei cittadini alla vita politica.

      Una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione dovrebbe a tal fine imporre ai partiti il “metodo democratico” da esso previsto a garanzia, appunto, dei diritti politici dei cittadini “a concorrere” alla determinazione della politica nazionale. Dovrebbe perciò indicare i requisiti minimi di uno statuto sulla democrazia interna che dovrebbero essere imposti ai partiti come condizioni del loro accesso alle elezioni. Una simile legge potrebbe anche essere promossa, mediante una raccolta di firme, da una proposta di legge di iniziativa popolare.

      Tale statuto dovrebbe avere, grosso modo, la struttura delle odierne costituzioni democratiche. Dovrebbe, in una prima parte, dichiarare i principi e i valori il cui perseguimento rappresenta la ragion d’essere del partito. Si tratterebbe di un abbozzo dell’identità sostanziale del partito, in grado di rendere trasparenti le opzioni politiche in grado di identificarlo, le forze sociali e gli interessi che il partito intende rappresentare e privilegiare, gli obiettivi programmatici per il cui raggiungimento esso si candida alla rappresentanza politica e magari al governo del paese.  Naturalmente la legge deve limitarsi a richiedere soltanto l’esistenza di questa prima parte degli statuti sull’identità dei partiti, senza minimamente entrare nel merito. Sappiamo bene quanto le enunciazioni statutarie di questo tipo possono essere generiche. Ma anche su questo si misurerà la serietà dei diversi partiti. In tutti i casi, questa parte per così dire sostanziale degli statuti dei partiti – per esempio, l’accento posto sulle garanzie del lavoro e dei diritti sociali oppure sui valori dell’ordine pubblico o del mercato, oppure ancora sulla laicità o al contrario sul valore delle tradizioni religiose – varrà a chiarirne la collocazione politica ed anche a chiamarli a rispondere, nel dibattito pubblico, della loro coerenza con i principi dichiarati.

       Ben più importanti e vincolanti, ovviamente, dovranno essere i requisiti imposti dalla legge in tema di organizzazione democratica interna. Anche sotto questo aspetto tali requisiti dovrebbero, grosso modo, far propri i principi organizzativi delle odierne democrazie rappresentative: l’uguaglianza e la pari dignità degli iscritti, il rispetto per il dissenso, la libertà della critica e le garanzie dell’opposizione interna, la separazione dei poteri, la previsione di assemblee di base in grado di orientare le decisioni degli organi dirigenti. A tal fine la legge dovrebbe imporre ai partiti forme di organizzazione sul territorio, idonee a garantire discussioni e decisioni in incontri di base, sia pure integrate dalle forme odierne della comunicazione. Una legge di attuazione dell’art.49 dovrebbe inoltre prevedere che qualora i partiti intendano adottare il sistema delle “primarie” per la selezione dei loro dirigenti e ancor più dei candidati alle istituzioni pubbliche, tale sistema sia sottoposto a regole di garanzia; prime tra tutte l’esclusione delle cosiddette “primarie aperte” e la riserva della partecipazione alle primarie soltanto degli iscritti, a conclusione di dibattiti di base e di effettivi confronti tra i candidati.

       Ma la norma a mio parere più decisiva, in grado di provocare una vera rifondazione democratica dei partiti, riguarda il mutamento del loro rapporto da un lato con la società e dall’altro con le istituzioni pubbliche. Si tratta di una norma che introduce un principio indubbiamente radicale: il principio della separazione tra cariche di partito e funzioni pubbliche, anche elettive. Ma radicale è la crisi dei partiti, e i partiti per primi dovrebbero rendersi conto che solo da una radicale rifondazione del loro rapporto con lo Stato e con la società – dalla separazione dal primo e dal radicamento nella seconda – dipende il loro stesso futuro.

       L’attuale diaframma tra partiti e società può essere infatti superato solo se i partiti saranno restituiti, grazie all’eteronomia della legge, al loro ruolo di organi della società, anziché dello Stato, quali soggetti rappresentati anziché rappresentanti, e quindi come istituzioni di garanzia del diritto dei cittadini, previsto dall’art.49 della Costituzione, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I partiti dovrebbero, in breve, essere separati dallo Stato, non solo dagli apparati della Pubblica Amministrazione ma anche dalle istituzioni politiche elettive, e deputati alla elaborazione dei programmi di governo, alla scelta dei candidati e alla responsabilizzazione degli eletti, ma non anche alla diretta gestione della cosa pubblica. Per molteplici ragioni: in primo luogo perché siano favoriti il loro radicamento sociale e soprattutto, grazie all’alterità tra rappresentanti e rappresentati, il loro ruolo di mediazione rappresentativa tra istituzioni pubbliche elettive ed elettorato attivo; in secondo luogo per evitare i conflitti di interesse che si manifestano nelle auto-candidature dei dirigenti e nelle varie forme di cooptazione dei candidati sulla base della loro fedeltà a quanti li hanno, di fatto, designati; in terzo luogo per impedire la confusione dei poteri tra controllori e controllati e consentire la responsabilità dei secondi rispetto ai primi; in quarto luogo per determinare un più rapido e fisiologico ricambio dei gruppi dirigenti e del ceto politico. La separazione dei poteri, del resto, rappresenta la prima ed ovvia garanzia contro la loro naturale concentrazione ed accumulazione, che nel caso della rappresentanza politica si risolvono nella sua vanificazione e nell’inevitabile involuzione autoritaria del sistema politico.

       Occorrerebbe perciò introdurre rigide forme di incompatibilità tra cariche di partito e cariche elettive istituzionali, in forza delle quali i dirigenti di partito, a cominciare dal segretario generale, avrebbero l’onere di dimettersi all’atto dell’elezione nelle istituzioni rappresentative lasciando il posto a nuovi dirigenti in grado di indirizzarne e controllarne il futuro operato. Si porrebbe così fine all’attuale occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, i quali dovrebbero essere investiti di funzioni soltanto di indirizzo politico, e non anche direttamente di pubblici poteri. Si ristabilirebbero la distinzione e la separazione tra rappresentati e rappresentanti, tra controllori e controllati, tra istanze e sollecitazioni dal basso e funzioni di governo dall’alto: in breve le condizioni elementari della rappresentanza e della responsabilità politica. Si porrebbe infine rimedio alla crisi di rappresentatività e credibilità dei partiti che sta ormai trasferendosi sul parlamento e sulla stessa democrazia rappresentativa e, insieme, si restituirebbe ai partiti, grazie al loro radicamento nella società, autorevolezza e capacità di attrazione e aggregazione sociale, nonché di controllo e responsabilizzazione degli eletti.

      Si aggiunga un’ulteriore misura che, pur non riguardando direttamente i partiti, sarebbe necessaria a garantire il loro ruolo di mediazione tra Stato e società e la rappresentatità degli eletti rispetto agli elettori: la riduzione degli alti stipendi e dei troppi privilegi di cui attualmente godono i parlamentari e gli altri membri di istituzioni elettive e che, unitamente alla loro nomina dall’alto, generano in essi un interesse personale all’accesso e alla conservazione della carica. Non si tratta di una questione di carattere economico, e neppure di un’istanza di carattere morale. Si tratta di una grave questione istituzionale, che incide pesantemente sul rapporto di rappresentanza, inevitabilmente deformato dall’interesse personale dei rappresentanti ad essere eletti, tanto più se questo è assicurato dal vincolo di fedeltà nei confronti di coloro dai quali, sia pure indirettamente, dipendono la loro elezione e la loro rielezione.

       Infine un’ultima misura, contraria all’attuale demagogia qualunquista: il finanziamento pubblico dei partiti, ovviamente sottoposto a pubblici controlli, e la proibizione invece – se non vogliamo che con le elezioni vengano eletti, insieme ai partiti e ai candidati, anche i loro finanziatori – di ogni forma di finanziamento privato oltre una certa misura onde impedire gli impropri e occulti vincoli di mandato che potrebbero derivarne. Ingenti finanziamenti, infatti, rischiano sempre di essere motivati dall’aspettativa di indebiti favori: in breve, di essere finalizzati alla corruzione. Questa finalità è del tutto palese nei casi non infrequenti di finanziamenti elargiti da uno stesso soggetto a più schieramenti o a forze politiche diverse o addirittura opposte. Tali finanziamenti dovrebbero, da una legge sui partiti, essere proibiti, non meno dei finanziamenti da parte di persone giuridiche, come le imprese e le società commerciali, essendo evidente che una persona giuridica non può avere motivi ideali, ma soltanto interessi economici per finanziare un partito politico.

       Certamente, proposte di riforma come quelle qui avanzate hanno il difetto di contrastare con gli interessi immediati degli stessi vertici del sistema politico che dovrebbero metterle in atto. Ma è da riforme di fondo come quelle qui indicate che dipende il futuro degli stessi partiti e, insieme, della democrazia. Ed è sulla disponibilità dei loro dirigenti a discuterne, al di là dei loro interessi contingenti, che si misura la loro statura politica.    

                                                                                             

    


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