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Una legge sulla democrazia interna ai partiti
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Scritto da Franco Calamida, 05-04-2015 17:20

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


La Fondazione Basso organizzerà un convegno per l' applicazione dell' art. 49 della Costituzione , relativo al ruolo dei partiti . A mio giudizio importantissimo e riguarda anche Prc Sel AET , non solo le formazioni maggiori. E riterrei opportuno che anche in ogni struttura di rappresentanza politica si affronti con urgenza la questione delle regole , della democrazia interna e nel rapporto con l'elettorato e i soggetti sociali di riferimento. Non so se possono essere risolutive , le regole, ma rimuovere la crisi della politica ( e delle formazioni politiche) non è la soluzione del problema . E' solo il rifiuto di affrontarlo. franco calamida.


Separare i partiti dallo Stato. Un progetto della Fondazione Basso: per l’attuazione dell’art.49 della Costituzione

 

1. La Fondazione Basso ha deciso di promuovere una riflessione sulla crisi dei partiti politici che si svolgerà, sulla base di una serie di seminari preparatori, in due convegni, il primo nel prossimo giugno e il secondo dopo l’estate, nel corso dei quali saranno altresì avanzate proposte di riforma idonee a dare attuazione all’art.49 della Costituzione la cui formulazione, è bene ricordare, si deve a Lelio Basso.

      L’iniziativa muove dal riconoscimento, largamente condiviso, dell’indebolimento della nostra democrazia rappresentativa provocato dal venir meno del rapporto, fino a due decenni fa mediato dai grandi partiti di massa, tra società e pubbliche istituzioni. E’ letteralmente crollata la credibilità dei partiti. E’ scomparsa la militanza e la passione che animavano la loro vita interna e, con esse, la partecipazione e il coinvolgimento diretto dei cittadini nella vita politica. E’ cresciuta l’astensione dal voto, e il voto stesso, sia a destra che a sinistra, è troppo spesso espressione, ben più che del consenso, del dissenso, o peggio del disprezzo per le formazioni avversarie: è un voto, prevalentemente, per il partito ritenuto meno peggiore tra quelli offerti dal mercato politico. Muta e si abbassa, con la qualità del voto e la quantità dei votanti, la qualità della democrazia; la quale è oggi in crisi perché la società è politicamente passiva e non è, e comunque non si sente, rappresentata.

      Questa crisi della politica e della partecipazione alla politica dipende dal venir meno, a livello sociale, della soggettività politica, che è sempre una soggettività collettiva che ha la sua insostituibile forma organizzata nei partiti politici. Tutti i partiti sono stati infatti investiti da processi di verticalizzazione e personalizzazione che hanno svuotato il ruolo decisionale dei loro organi collegiali e ancor più il loro carattere rappresentativo dei cittadini, trasformati in spettatori dei dibattiti e degli scontri interni al ceto politico messi in scena dalle televisioni. Il numero degli iscritti ai partiti è crollato e si è ridotta e svuotata l’attività delle loro organizzazioni di base. E’ cresciuto il numero di quanti si iscrivono semplicemente per ragioni di interesse: dai banali interessi dei giovani alla ricerca di un posto di lavoro agli interessi del mondo degli affari talora connesso con organizzazioni mafiose. Conseguentemente, venuti meno i canali di selezione dal basso dei gruppi dirigenti, si è abbassata la qualità del ceto politico, reclutato in prevalenza per il tramite di rapporti clientelari o comunque extra-politici. I fenomeni di sistematica corruzione che in misura crescente infestano la politica sono solo la punta dell’iceberg di questa deriva. Simultaneamente, anche a causa della crescita delle disuguaglianze e della riduzione dei diritti sociali e del lavoro, si sono indeboliti il senso civico e lo spirito pubblico, sostituiti dalle passioni tristi della sfiducia, della diffidenza, dei rancori, del sospetto e, per altro verso, dall’aggressività generalizzata, dai razzismi, dalle paure, dal primato degli interessi privati e personali, dall’indifferenza per gli interessi comuni e dalla svalutazione della sfera pubblica. Sono infine venuti meno, con la crescita del qualunquismo, dell’anti-politica e degli egoismi, anche i vecchi legami di solidarietà sui quali si fondano la soggettività collettiva e la stessa azione politica le quali sono sempre, per loro natura, animate dalla passione per gli interessi generali.

      Di fronte a questa crisi, che sta tramutandosi, non solo in Italia, in una crisi della democrazia, la Fondazione Basso ritiene opportuna ed urgente l’apertura di un dibattito pubblico che ponga all’ordine del giorno quella che oggi è la vera questione costituzionale: la riforma dei partiti sulla base di una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione, che identifica nei partiti gli strumenti mediante i quali “i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente… per concorrere a determinare con metodo democratico la politica nazionale”.

       La questione pregiudiziale è quella del rapporto tra democrazia rappresentativa e partiti politici. Il discredito odierno dei partiti sta manifestandosi, in ampi settori dell’opinione pubblica, nella tentazione di archiviare l’idea stessa del partito politico. La tesi proposta al nostro convegno è invece che senza veri partiti radicati nella società una democrazia fondata sul suffragio universale non può funzionare; che l’ostilità nei riguardi dei partiti equivale in ultima analisi, come scrisse ripetutamente Hans Kelsen, a un’ostilità nei confronti della democrazia; che la formazione democratica dei gruppi dirigenti dei partiti non può avvenire attraverso le forme oscure della cooptazione, ma deve avvenire nelle forme trasparenti del dibattito di base e della selezione dal basso; che infine, di fronte alla attuale trasformazione dei partiti in costose caste di privilegiati, la loro riabilitazione non può più essere affidata alla loro autonomia, ma richiede l’eteronomia della legge, a garanzia dei diritti politici dei cittadini, dei quali essi devono rendersi strumenti. I partiti infatti, la cui tradizionale opposizione alla regolazione per legge della loro organizzazione interna è stata sempre da essi motivata come garanzia della loro autonomia dallo Stato, hanno ormai da molti anni fatto uso della loro autonomia per statalizzarsi, cioè per trasformarsi in istituzioni parastatali.

     

 

2. Il nostro convegno, nel quale vorremmo coinvolgere i dirigenti dei partiti, discuterà del “metodo democratico” che una legge di attuazione dell’art.49 della Costituzione dovrebbe oggi imporre ai partiti, tramite la previsione delle condizioni minime di democrazia interna, di garanzia dei diritti degli iscritti e di rapporto con la loro base sociale  che i loro statuti dovrebbero assicurare per essere ammessi alle competizioni elettorali.

      Tali condizioni dovrebbero essere stabilite, dalla legge di attuazione dell’art.49, mediante statuti di partito dotati, grosso modo, della struttura delle odierne costituzioni: l’enunciazione, in primo luogo, dei principi, dei valori e delle opzioni politiche e programmatiche di fondo che disegnano l’identità e la ragion d’essere del partito; le regole, in secondo luogo, di organizzazione democratica interna, modellate sulle regole classiche della democrazia politica: l’uguaglianza e la pari dignità degli iscritti, il rispetto per il dissenso, la libertà della critica e dell’opposizione interna, la previsione di assemblee territoriali di base in vista delle riunioni degli organi dirigenti e la previsione, qualora i partiti intendano adottare il sistema delle “primarie” per la selezione di dirigenti o di candidati alle pubbliche istituzioni, di chiare regole di garanzia, prima tra tutte la limitazione dell’elettorato attivo soltanto agli iscritti.

       Ma la norma più decisiva ai fini di una rifondazione democratica dei partiti, sulla quale intendiamo promuovere una seria riflessione, riguarda il mutamento del loro rapporto da un lato con la società e dall’altro con le istituzioni pubbliche: l’introduzione, nella legge, del principio della separazione tra cariche di partito e funzioni pubbliche, anche elettive. Si tratta di una riforma radicale, perché radicale è la crisi dei partiti, e i partiti per primi dovrebbero rendersi conto che solo da una rifondazione del loro rapporto con lo Stato e con la società – dalla separazione dal primo e dal radicamento nella seconda – dipende il loro stesso futuro.

      L’attuale diaframma tra partiti e società può essere infatti superato, secondo l’ipotesi di lavoro qui suggerita, solo se i partiti saranno restituiti, grazie all’eteronomia della legge, al loro ruolo di organi della società anziché dello Stato, quali soggetti rappresentati anziché rappresentanti, e quindi come istituzioni di garanzia del diritto dei cittadini, come dice l’art.49 della Costituzione, di “concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. I partiti dovrebbero, in breve, essere separati dallo Stato – non solo dagli apparati della Pubblica Amministrazione ma anche dalle istituzioni politiche elettive – e deputati alla formulazione dei programmi di governo, alla scelta dei candidati e alla responsabilizzazione degli eletti, ma non anche alla diretta gestione della cosa pubblica. Per molteplici ragioni: in primo luogo perché siano favoriti il loro radicamento sociale e soprattutto, grazie all’alterità tra rappresentanti e rappresentati, il loro ruolo di mediazione rappresentativa tra istituzioni pubbliche elettive ed elettorato attivo; in secondo luogo per evitare i pesanti conflitti di interesse che si manifestano nelle auto-candidature dei dirigenti e nelle varie forme di cooptazione dei candidati sulla base della loro fedeltà a quanti li hanno, di fatto, designati; in terzo luogo per impedire la confusione dei poteri tra controllori e controllati e consentire la responsabilità dei secondi rispetto ai primi; in quarto luogo per determinare un più rapido e fisiologico ricambio dei gruppi dirigenti e del ceto politico.

       Occorrerebbe perciò introdurre rigide incompatibilità tra cariche di partito e cariche elettive istituzionali, in forza delle quali i dirigenti di partito, a cominciare dal segretario generale, avrebbero l’onere di dimettersi all’atto dell’elezione nelle istituzioni rappresentative, lasciando il posto a nuovi dirigenti in grado di controllarne il futuro operato. Si porrebbe così fine all’odierna occupazione delle istituzioni da parte dei partiti, i quali dovrebbero essere investiti di funzioni soltanto di indirizzo politico, e non anche direttamente di pubblici poteri. Si ristabilirebbero la distinzione e la separazione tra rappresentati e rappresentanti, tra controllori e controllati, tra istanze e sollecitazioni dal basso e loro attuazione nelle funzioni di governo: in breve i presupposti elementari della rappresentanza e della responsabilità politica. Si porrebbe infine rimedio alla crisi di rappresentatività e credibilità dei partiti che sta ormai trasferendosi sul Parlamento e sulla stessa democrazia rappresentativa e, insieme, si restituirebbe ai partiti, grazie al loro radicamento nella società, autorevolezza e capacità di attrazione e aggregazione sociale, nonché di controllo e di responsabilizzazione degli eletti.


Ultimo aggiornamento : 05-04-2015 17:20

   
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