Cos'è il ttip ?
(0 voti)
 

Scritto da Franco Calamida, 12-03-2015 09:34

Pagina vista : 2041

Favoriti : 243

Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riporto una utile descrizione e denuncia di cosa rappresti il ttip ... e come cambierebbe la nostra vita se approvato . 

COS’È IL TTIP?
Perché va FERMATO
Transatlantic Trade
and
Investment Partnership
Cosa cambierebbe nella tua vita se venisse firmato?
SOMMARIO
1 I RAGNI AL LAVORO........................................................3
2 ISDS................................................................................4
3 I SERVIZI..........................................................................6
4 SANITÀ............................................................................7
5 ACQUA..........................................................................8
6 ENERGIA........................................................................9
7 SERVIZI FINANZIARI..........................................................9
8 ALIMENTAZIONE AGRICOLTURA.......................................9
9 LA PROPRIETÀ INTELLETTUALE.........................................11
10 INTERNET E LA NET NEUTRALITY ......................................12
11 LETTERA DI CALENDA ...................................................13
12 REPLICA DI MONICA DI SISTO........................................15
COMITATO STOP-TTIP ITALIA
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
STOP TTIP - Italia
www.stop-ttip-italia.net
COMITATO STOP-TTIP MILANO
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
STOP-TTIP-Milano
www.stop-ttip-milano.net
pag. 3
1 I RAGNI AL LAVORO
Quando nel 1995 nacque l’Organizzazione
Mondiale del Commercio, il WTO,
la strada pareva segnata: la deregolamentazione
dell’economia, all’epoca
già in corso, sarebbe proseguita, ci sarebbe
stata la fine dei protezionismi di
mercato e i capitali avrebbero potuto
spostarsi in sicurezza per il mondo. Il tutto
sotto la guida appunto del WTO, che
avrebbe stabilito le nuove “non-regole”,
dettato i tempi, punito i renitenti e i disobbedienti.
Addirittura, la fiducia in questo
destino ineluttabile - cioè il sogno della
cultura economica liberale - aveva partorito
per il nuovo organismo uno statuto
nel quale le decisioni si sarebbero prese
all’unanimità. Infatti, chi mai avrebbe potuto
essere in disaccordo?
Pochi anni dopo, nel 2003, i nodi vennero
al pettine durante la quinta Conferenza
Ministeriale del WTO a Cancún, in
Messico: una conferenza che puntava
a raggiungere un accordo sul delicato
tema dell’agricoltura. Qui un’alleanza di
22 Paesi dell’ex Terzo Mondo, capitanati
da India, Cina e Brasile, riuscì a bloccare
i negoziati chiedendo l’abolizione dei
sussidi all’agricoltura europea e statunitense
come precondizione per l’apertura
dei mercati agricoli locali. Da quel
momento per il WTO è iniziato un lento
declino. Parallelamente sono nati il G20,
il gruppo di 20 Stati che ha di fatto preso
il posto del G8, e il gruppo dei BRICS:
Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, il
club delle potenze emergenti.
Il fallimento del tentativo di arrivare a
un trattato globale attraverso il WTO non
ha però raffreddato gli spiriti dei Paesi
promotori della globalizzazione: in particolare
gli Stati Uniti. In particolar modo
sono stati gli USA, davanti alla paralisi
europea, a prendere l’iniziativa per aggirare
l’ostacolo. La strategia per arrivare
allo stesso risultato attraverso altre strade
è stata individuata nella stipulazione
di accordi bilaterali: alcuni già esistenti,
come il NAFTA (fra Stati Uniti, Canada e
Messico), sono stati allargati; altri tentativi
sono falliti, come nel caso dell’ALCA,
l’area di libero commercio delle Americhe
che avrebbe dovuto creare un unico
mercato per merci e servizi dall’Alaska
alla Terra del Fuoco, che si arenò nel
2005 per volontà di tre presidenti sudamericani:
Chávez, Lula e Kirchner.
Ma i negoziati sono continuati con la firma
di decine di accordi di libero scambio
tra gli Stati Uniti e singoli Paesi asiatici,
latinoamericani e africani. Insomma,
Washington sta applicando la strategia
del ragno, lavora per tessere una trama
di accordi commerciali che, sommati
tra loro, equivarranno a quegli accordi
che non si è riusciti a firmare a livello di
WTO. Al momento gli USA sono impegnati
in due negoziati decisivi: il TTIP, cioè
l’accordo di partenariato transatlantico
con l’Unione Europea; e il TPP, un’alleanza
con i Paesi emergenti del Pacifico
che esclude però la Cina. Questi accordi
rappresentano la priorità assoluta
della diplomazia economica a stelle e
strisce, in quanto dovrebbero consolidare
i rapporti commerciali e finanziari con
pag. 4
due aree tradizionalmente alleate e, soprattutto,
con due ricchissimi mercati.
Ma a Pechino c’è un altro ragno al lavoro
per tessere una rete simile: già oggi gli
accordi tra la Cina e i Paesi africani e latinoamericani
non si contano. Il grande
obiettivo del gigante asiatico, che per
ora ha un accesso limitato all’Europa,
è assicurarsi un ottimo rapporto di forze
con gli altri Paesi del suo continente. La
zona di libero commercio CAFTA (cioè
Cina-ASEAN Free Trade Agreement) è
dunque prioritaria per la Cina, per la
quale costituisce l’unico modo di neutralizzare
la crescente influenza degli
Stati Uniti nel suo cortile di casa: attualmente
coinvolge 11 Stati per un bacino
economico di oltre 400 miliardi di dollari
(cresciuto di quattro volte rispetto a 10
anni fa, quando il CAFTA è nato).
L’economia a ragnatela, in mancanza
di un accordo-quadro globale che forse
non conveniva a nessuno, è la continuazione
con altri mezzi della guerra tra
le potenze di oggi e quelle del futuro.
Sullo scenario mondiale del XXI secolo,
infatti, i missili contano tanto quanto
le facilitazioni per l’export delle proprie
merci. Mentre a Pechino e a Washington
i ragni continuano a tessere, a Bruxelles
si rischia invece di rimanere intrappolati
in una di queste ragnatele senza neanche
avere capito come e perché ciò
sia accaduto.
2 ISDS
Nell’ambito del TTIP, Stati Uniti e Unione
Europea stanno trattando anche su uno
strumento in grado di limitare fortemente
la libertà di scelta degli Stati membri.
Si chiama ISDS (Investor to State Dispute
Settlement: risoluzione delle controversie
tra Stato e investitore) ed è una clausola
tipica dei trattati sugli investimenti.
Permette alle corporation di portare in
giudizio un governo che – per esempio
approvando leggi per proteggere l’ambiente
o i diritti dei cittadini – dovesse
minacciare le loro prospettive di profitto.
Stati e imprese nazionali non possono
ricorrere all’ISDS; solo le multinazionali
possono farlo.
COME FUNZIONA L’ISDS
Questi “tribunali speciali” non rispondono
ad alcuna legislazione e si riuniscono
a porte chiuse, con totale mancanza di
trasparenza, nel nome della “confidenzialità
commerciale”, anche quando
sono in gioco normative, come quelle
sull’ambiente o sul lavoro, che interessano
i cittadini. Non esiste la possibilità
di ricorrere in appello. I “tribunali” sono
composti da collegi di tre membri,
scelti da un pool di poche centinaia di
avvocati d’affari. Ogni parte nomina il
proprio difensore (stipendio medio: 700
dollari l’ora) e poi concordano la scelta
del “giudice” (anch’egli un avvocato).
L’avvocato che difende l’investitore in
un processo può indossare i panni del
giudice in quello seguente, una prassi
che si presta a gravi conflitti di interesse.
È evidente che l’accordo mina le fondamenta
della democrazia: il potere
giudiziario (tre esperti di commercio
decidono in luogo dei tribunali, a porte
chiuse e con sentenze vincolanti per
pag. 5
Stati ed Enti Locali); il potere legislativo
(un’impresa privata può far abrogare
leggi di uno Stato sovrano); il potere
esecutivo (in molti casi non è nemmeno
necessario arrivare a giudizio: la semplice
minaccia di una disputa basta a
modificare le decisioni dei governi).
QUALCHE DATO SULL’ISDS
La maggior parte delle udienze ha luogo
presso l’ICSID, il Centro internazionale
per il regolamento delle controversie
sugli investimenti, un’istituzione della
Banca mondiale fondata nel 1966, con
sede a Washington; altre si svolgono davanti
all’UNCITRAL, la Commissione delle
Nazioni Unite per il diritto commerciale
internazionale, nata anch’essa nel ’66
e cooperante con la WTO (World Trade
Organization).
Per quanto se ne sa, nel mondo si sono
svolte già 514 dispute, con tendenza
all’aumento (ben 58 si sono aperte nel
solo 2012). Il 64% sono state promosse
da imprese europee e statunitensi.
A oggi, 15 paesi europei sono già stati
citati in giudizio. Un terzo dei ricorsi si è
chiuso a favore delle multinazionali e un
altro terzo circa è finito con un patteggiamento,
in cui i governi hanno dovuto
fare concessioni economiche o normative.
Quindi in due casi su tre i governi
hanno perso.
Trends ISDS - fonte:
http://commons.wikimedia.org/wiki/File:Trends_ISDS.png
CONSULTAZIONE PUBBLICA
SULL’ISDS IN EUROPA
Di fronte ai timori sollevati da più parti in
proposito, la scorsa estate la Commissione
europea ha avviato una consultazione
pubblica, chiedendo non se i cittadini
europei volessero i tribunali privati,
bensì come dovessero essere cambiate
le procedure dei tribunali stessi. Ciononostante
ben 150mila hanno risposto
e il 97%, ha affermato la sua netta contrarietà
a questi meccanismi giudiziari.
La Commissione europea ha ignorato il
risultato, promettendo solo un pò più di
trasparenza sugli arbitrati e la possibilità
di appello. Ovviamente non viene neanche
preso in considerazione l’obbligo
del ricorso, come primo tribunale, a una
corte nazionale.
ALCUNI ESEMPI DI CAUSE
ØØ L’azienda americana Lone Pine Resources
ha chiesto 250 milioni di dollari
al Canada a causa della moratoria
approvata dal Quebec sulle attività di
fracking, una pratica di estrazione di
petrolio dalle rocce con enormi rischi
ambientali. Nel febbraio 2014, diversi investitori
stranieri di Belgio, Francia e Regno
Unito hanno citato in giudizio presso
l’ICSID il governo italiano per la revisione
al ribasso dei sussidi al fotovoltaico.
ØØ Nel 2013 il gruppo Al-Kharafi ha fatto
causa alla Libia per avere annullato il
progetto di costruzione di un complesso
turistico con un leasing di 90 anni e ha
pag. 6
ottenuto un risarcimento di 935 milioni
di dollari, a fronte di un investimento di
soli 5 milioni.
ØØ Philip Morris Asia ha intentato una
causa contro l’Australia sostenendo che
i requisiti imposti alle confezioni di sigarette,
riducendo lo spazio riservato al
marchio, costituivano un’espropriazione
dei loro diritti di proprietà intellettuale.
ØØ La compagnia di energia svedese
Vattenfall ha fatto causa alla Germania
per la decisione di uscire dal nucleare
in seguito al disastro di Fukushima, chiedendo
circa 3.5 miliardi di euro di danni.
ØØ La statunitense Metalclad si è vista riconoscere
un rimborso di oltre 15 milioni
di dollari da parte di un Comune messicano
che aveva revocato l’autorizzazione
a costruire una discarica di rifiuti
pericolosi sul proprio territorio.
SITOGRAFIA:
www.zeroviolenza.it/component/k2/item/69424-
cosa-è-il-ttip-e-perché-cambierà -le-nostre-vite
www.recommon.org/quando-gli-investori-sono-
piu-uguali-di-noi/
www.eunews.it/2014/12/03/ttip-e-isds-breve-storia-
del-tribunale-privato-delle-multinazionali/
26436
www.rinnovabili.it/ambiente/isds-multinazionali-
contro-ambiente-333/
3 I SERVIZI
Negli ultimi vent’anni le multinazionali,
colpite nei loro utili dalle crisi di sovraproduzione
di prodotti e di saturazione
dei mercati, stanno cercando attivamente
altre fonti di guadagno. Oltre
alle attività di speculazione finanziaria,
che ormai sono la loro prima voce di
profitto, si sono rivolte al mercato dei
servizi, soprattutto quelli essenziali (acqua
potabile e servizi igienici, assistenza
sanitaria, istruzione, trasporti, gestione
dei rifiuti), di cui le persone non possono
fare a meno e la cui richiesta in molti
casi dura tutta la vita. Quindi un mercato
estremamente ghiotto.
Nell’ambito dell’Organizzazione Mondiale
del Commercio (OMC o WTO) si
è discusso a lungo del GATS (General
Agreement on Trade Services), poi le
trattative si sono arenate soprattutto per
l’opposizione di alcuni paesi emergenti
alle proposte di liberalizzazione del mercato
agricolo.
Oggi, nell’ambito sia del TTIP (Transatlantic
Trade and Investment Partnership),
attualmente in discussione tra UE e
Usa, sia del CETA (Comprehensive Economic
and Trade Agreement), in fase
finale di trattativa tra UE e Canada, sia
del TISA (Trade In Services Agreement,
accordo sul commercio dei servizi, in
negoziato segreto tra 48 paesi, tra cui
ancora USA e UE e tutti i più ricchi, che si
vorrebbe concludere entro il 2015), si discute
di nuovo di commercio dei servizi.
Sono esclusi soltanto quelli di esclusivo
monopolio statale (per intenderci, tipo
la magistratura e l’esercito), e non sarà
possibile avere forniture esclusive (tipo
aziende municipalizzate) nemmeno a
livello locale o regionale.
Con l’aggravante, prevista da questi
accordi, della possibilità per le multinazionali
di chiamare direttamente gli Stati
pag. 7
e gli enti pubblici a giudizio presso l’ISDS
(vedi scheda sulla sovranità degli Stati),
con possibilità di pesantissime sanzioni
a carico dei cittadini in caso di condanna
per leggi e regolamenti (sulle tariffe,
la qualità dei servizi, i diritti dei lavoratori
e degli utenti ecc.) che possano limitare
i profitti delle multinazionali. Per esempio,
se il Parlamento italiano approvasse
la legge d’iniziativa popolare sull’acqua
per applicare l’esito dei referendum
del giugno 2011, l’Italia potrebbe
essere chiamato in causa da qualsiasi
multinazionale fosse interessata alla gestione
del servizio idrico, con richiesta
di rimborsi di milioni o addirittura miliardi
di euro. Lo stesso varrebbe per ogni
altro servizio, dalla scuola alla salute
ai trasporti: qualsiasi normativa attuata
dall’ente pubblico per salvaguardare il
servizio pubblico potrebbe essere considerata
“concorrenza sleale” nei confronti
delle multinazionali e impugnata.
Già adesso, la pressione delle grandi
imprese (anche europee, particolarmente
potenti nell’ambito di alcuni servizi
come quelli idrici) sulle commissioni
che stanno trattando sono fortissime:
basti pensare che i lobbysti delle multinazionali
che lavorano presso la Commissione
europea sono circa ventimila
e che, prima dell’inizio delle trattative, su
tutti gli incontri avuti dai negoziatori con
altri soggetto il 92% è stato con rappresentanti
delle corporation.
Di fatto, se passassero questi accordi
come vengono proposti dalle multinazionali,
il concetto di diritto a qualunque
servizio essenziale (istruzione, assistenza
sanitaria, acqua potabile e fognature
ecc.), verrebbe cancellato e resterebbe
solo il rapporto privato tra cliente e
fornitore. Tutti i servizi verrebbero totalmente
deregolamentati.
Infine, secondo le clausole “lock-in” dei
trattati, sarebbe estremamente difficile,
se non impossibile, ripubblicizzare un
servizio privatizzato, a causa dei termini
previsti dall’ISDS e del fatto che una
modifica del trattato deve essere approvata
all’unanimità dalle parti coinvolte.
Non solo: se si aprissero altri settori
d’interesse pubblico in futuro, questi
dovrebbero forzatamente essere da
subito posti sul mercato, non essendo
stati esplicitamente esclusi dal trattato
originale.
ECCO ALCUNI ESEMPI DI QUELLO
CHE POTREBBE SUCCEDERE
4 SANITÀ
Un documento firmato dall’Associazione
statunitense delle industrie farmaceutiche
chiede la riduzione del
controllo sul prezzo dei farmaci, il che
comporterebbe un forte aumento della
spesa sia per i privati sia per gli Stati. Lo
stesso succederebbe con il prolungamento
dei tempi dei brevetti sui medicinali
(fino a 90-120 anni!), impedendo di
fatto la produzione dei farmaci generici;
per non parlare della brevettazione di
procedure diagnostiche o chirurgiche,
già proposta dalle corporation statunitensi
nell’ambito del TTP (accordo di lipag.
8
bero scambio tra USA e paesi asiatici),
che comporterebbero, se approvate,
il pagamento di pesanti “royalty” per
chiunque le utilizzasse. Sarebbe la fine
per qualsiasi forma di servizio sanitario
pubblico, a causa dell’esplosione dei
costi.
I rischi legati al TTIP sono così gravi che
in Gran Bretagna c’è stata una forte
mobilitazione (che ha coinvolto anche
la British Medical Association) in difesa
del servizio sanitario nazionale e il 21 novembre
2014 è stata presentata e approvata
a maggioranza una proposta
di legge da parte di un deputato laburista
per ridimensionare le potenziali privatizzazioni
e richiedere l’esenzione del
NHS dai trattati di libero scambio. Non
è facile prevedere che tipo di servizio
sanitario avrebbero i cittadini se passassero
questi trattati così come li vogliono
le multinazionali, ma la cosa più probabile
è che il sistema sanitario nazionale
(e con esso il diritto universale alla
salute) sparirebbe e di fatto rimarrebbe
un “mercato dell’assistenza” totalmente
privatizzato e liberalizzato, quindi a
pagamento, con un servizio pubblico
ridotto al minimo, anche come qualità,
per le fasce di popolazione più povere
e fragili, un po’ come il modello statunitense
prima della riforma Obama.
5 ACQUA
Di fatto verrebbe impedito di mantenere
in mani esclusivamente pubbliche tutto
il servizio idrico integrato, dalla potabilizzazione
alla depurazione: governi ed
enti locali sarebbero obbligati a mettere
i servizi “sul mercato” garantendo a tutti
i concorrenti le stesse condizioni. E possiamo
immaginare che potere avrebbe
un piccolo (o anche grande) Comune
nei confronti di una grande multinazionale,
magari straniera. Il tutto in un
contesto assai preoccupante: la CIA
prevede che dal 2022 si intensificheranno
le guerre per il controllo dell’acqua;
si prevede che entro il 2030 il 70% della
popolazione umana sarà urbanizzata e
che la richiesta d’acqua crescerà del
40%. Ci sarà quindi una fortissima concorrenza
tra agricoltura (in particolare
agrindustria), uso industriale, uso minerario
(il fracking, uso domestico). E una
corporation che mira esclusivamente al
profitto che fa? Ovviamente vende al
miglior offerente. Difficile che incentivi il
risparmio d’acqua, dato che più vende
più guadagna. E le tariffe dovrebbero
coprire interamente i costi (che per la
manutenzione e l’ampliamento dei servizi
idrici sono molto alti) e in più garantire
la remunerazione dei capitali investiti.
A chi non ce la fa a pagare verrebbe
semplicemente tolta l’acqua potabile,
come è successo a 90mila famiglie a
Detroit. In sostanza, l’acqua diverrebbe
una merce da spostare (già oggi grandi
fiumi vengono deviati e l’acqua viene
trasportata su grandi mercantili), desalinizzare,
inquinare e poi depurare (perché
anche questo fa guadagnare) e su
cui speculare. Il magnate texano Boone
Pickens ha comprato un lago in Alaska e
ne vende l’acqua a Cina e Arabia Saupag.
9
dita. In Cile l’acqua dei fiumi viene venduta
all’asta. Morgan Stanley, Goldman
Sacks, Credit Suisse, Carlyle e altri giganti
della finanza, certamente non noti per
la loro trasparenza e correttezza verso i
piccoli risparmiatori, hanno già investito
in titoli idrici 250 miliardi di dollari.
6 ENERGIA
Molto probabilmente aumenterebbe
il commercio dei combustibili fossili,
compresi quelli a impatto ambientale
più grave perché estratti, per esempio,
con la tecnica del “fracking” (fratturazione
di rocce), in forte sviluppo negli
USA. Tuttavia la sicurezza energetica
europea molto probabilmente non
migliorerebbe in modo significativo: si
stima che le importazioni di gas dagli
Stati Uniti aumenterebbero solo da 1 a
1,1 mld di metri cubi, anche perché il
mercato asiatico paga meglio di quello
europeo. Per quanto riguarda l’energia
da fonti rinnovabili, verrebbero rimossi
i requisiti di contenuto locale (LCR),
che favoriscono l’acquisto di energia
prodotta in loco, il che premierebbe le
multinazionali, che possono permettersi
di produrre a basso costo, spesso applicando
standard minimi (per quanto
riguarda salario, orari e diritti in genere)
ai lavoratori.
7 SERVIZI FINANZIARI
Verrebbero con ogni probabilità vanificate
tutte le proposte di regolamentazione
della “finanza selvaggia” che
vengono avanzate - pur tra molte difficoltà
- sia negli Stati Uniti che in Unione
Europea: dal divieto dei derivati “tossici”
(che hanno causato l’attuale crisi economica
e il cui valore oggi è stimato
a 670.000 miliardi di dollari, circa dieci
volte il Pil mondiale) alla limitazione
delle dimensioni delle banche “troppo
grandi per fallire”, dalla separazione
tra banche di investimento e banche
commerciali (che non potrebbero più
fare operazioni ad alto rischio), come
si è tentato di fare nel 2013 negli USA
con la Volcker Rule, alla tassa sulle speculazioni
finanziarie, fino alla tutela dei
clienti degli intermediari finanziari, come
ha timidamente cercato di fare l’UE nel
2004 con la direttiva MiFID.
8 ALIMENTAZIONE E
AGRICOLTURA
A metà degli anni Settanta Henry Kissinger
(allora Segretario di Stato americano
e tutt’ora elemento di primissimo
piano dell’establishment Usa) affermò:
“controllate il petrolio e controllerete le
nazioni, controllate il cibo e controllerete
i popoli”. L’obiettivo degli accordi
di libero scambio come il TTIP è aprire
sempre più i mercati globali agli interessi
economici delle mai sazie multinazionali,
tra cui quelle (potentissime) alimentari-
sementiere.
Formalmente questi accordi vogliono
eliminare le barriere tariffarie (dazi
e quote sulle importazioni) e ridurre o
“armonizzare” le barriere non tariffarie
(regole legislative, amministrative, tecnipag.
10
che che regolano la circolazione delle
merci e degli investimenti). In realtà le
ricadute sarebbero devastanti.
ØØ Dazi e quote sulle importazioni in generale
proteggono i produttori nazionali
(e quindi anche gli agricoltori) dalla concorrenza
mondiale. La riduzione di tali
protezioni indebolirebbe e finirebbe col
distruggere le filiere agricole europee:
ad esempio la carne europea (soprattutto
bovina) non reggerebbe la concorrenza
con quella USA (per dimensioni
delle aziende, modalità di allevamento,
norme sociali, sanitarie, ambientali…).
ØØ Le normative Usa sotto molti aspetti
proteggono i consumatori meno di
quelle UE, per esempio per quanto riguarda
le informazioni in etichetta, l’uso
di ormoni e antibiotici per stimolare la
crescita degli animali da carne, l’uso
di cloro per “lavare” i polli ecc. Anche
gli Ogm, secondo le Linee guida emanate
da Bush nel 1992 e tuttora vigenti,
vengono considerati “sostanzialmente
equivalenti” ai prodotti analoghi non
geneticamente modificati, qundi non
sono sottoposti a vincoli né c’è l’obbligo
di etichettatura. Inoltre in Europa vale il
principio di precauzione, cioè occorre
dimostrare l’innocuità di una sostanza
prima di metterla in commercio, mentre
negli USA “l’onere della prova” di
nocività è a carico di chi si ritiene danneggiato.
È facile prevedere che tutte
le normative di tutela verranno riviste
al ribasso, in quanto “ostacoli” al libero
mercato.
ØØ Il diritto alla concorrenza prevarrebbe
sui diritti sociali e dei lavoratori. Si
creerebbe un mercato del lavoro costituto
da manodopera precaria e flessibile,
funzionale alla “industrializzazione”
dell’agricoltura, con il conseguente rischio
di coltivare unicamente ciò che
richiede il mercato globale, distruggendo
il lavoro contadino.
ØØ Negli Usa i brevetti regolano il mercato
delle sementi, mentre in Europa
è necessaria l’iscrizione delle sementi
di piante destinate allo scambio o alla
commercializzazione al Catalogo ufficiale
delle Specie e delle Varietà. Il TTIP
potenziarebbe i diritti di proprietà intellettuale,
privilegiando le multinazionali
delle sementi e della chimica (in sette
- Syngenta, Aventis, Monsanto, BASF,
DOW, Bayer e DuPont - si dividono il 90%
del mercato): il diritto dei contadini di
scambiare o autoprodurre le sementi
verrebbe di fatto negato, facendo così
scomparire le varietà locali selezionate
nel corso del tempo (di cui il nostro
paese è ricco) e danneggiando ulteriormente
le aziende biologiche.
ØØ Le multinazionali, grazie all’ISDS (vedi
capitolo sul tema), potranno mettere in
discussione la PAC (Politica Agricola Comunitaria)
e tutte le politiche pubbliche
che pongono limiti ai loro profitti (ad es.
i sostegni agli agricoltori europei potranno
essere attaccati perché ritenuti
una forma di concorrenza sleale). Quepag.
11
sto finirebbe per mettere sotto ricatto i
governi nazionali e locali che volessero
sostenere determinate modalità di produzione
agricola (per esempio quella
biologica).
ØØ Nella Ue sono in vigore tre sistemi
per classificare i prodotti agricoli e gli
alimenti di qualità (DOP: denominazione
di origine protetta, IGP: indicazione
geografica protetta, STG: specialità tradizionale
garantita), che garantiscono
la provenienza e i metodi di produzione.
Gli USA non li riconoscono; viene riconosciuta
e protetta unicamente la marca
(di proprietà dell’impresa produttrice).
ØØ Inoltre, la UE sottopone i metodi di
produzione biologica a una normativa
tra le più rigorose del mondo, e vengono
incoraggiati i sistemi di certificazione
che garantiscono il rispetto dell’ambiente
e del benessere degli animali nella
produzione di carne, latticini, uova ecc.
Negli USA non c’è una analoga politica
di sostegno alla diffusione del biologico.
ØØ Le norme di protezione sui prodotti
chimici sono nel mirino delle multinazionali:
ad es. i limiti nell’impiego di pesticidi
o il livello massimo accettabile dei
residui nei prodotti, diversi nei vari Stati,
potrebbero venire “armonizzati” forzatamente
al ribasso. Inoltre la regolamentazione
dei perturbatori endocrini (sostanze
chimiche che alterano l’assetto
ormonale negli organismi viventi) a livello
europeo incontra l’opposizione delle
lobby delle multinazionali.
9 LA PROPRIETÀ
INTELLETTUALE
Nel TTIP (e nel TISA) ci sono numerosi passaggi
che riguardano la Proprietà Intellettuale.
Pur prestandosi a interpretazioni
diverse e non essendo completamente
definiti, destano comunque preoccupazione.
Ci concentriamo in particolare
sul tema dei diritti digitali, attinente all’innovazione
e alla diffusione della conoscenza,
riservando un semplice cenno
ad altri aspetti che sono ripresi anche
da altri capitoli, come il tema dei brevetti
dei farmaci.
DALLA LOTTA ALLA PIRATERIA
ALLA CENSURA
In questo campo il TTIP lancia un attacco
contro la pirateria sia rispetto ai contenuti,
rafforzando il concetto di diritto di
autore, sia nelle forme, attaccando tutti
i tipi di condivisione di file del tipo peer
to peer (condivisione via web di file che
non sono fisicamente sul web ma nei
computer degli utenti) ad esempio il popolare
sistema di file sharing basato sul
protocollo Torrent. Un’impostazione opposta
a quella della filosofia che ispira il
software Open Source, ma anche quella
del mondo dei Makers digitali, basata
sulla condivisione di righe di codice e
vere e proprie librerie di programmazione
accessibili per tutti. Queste librerie, in
presenza di qualcuno che ne reclami la
paternità, diventerebbero rapidamente
pag. 12
private. C’è chi ha parlato a questo proposito
di “fine del software libero”.
A questo si aggiunge il sistema di arbitrati
extragiudiziali e la possibilità per le
multinazionali della comunicazione di
chiedere preventivamente la chiusura
del sito “sospettato” di favorire la pirateria
prima ancora che i tribunali speciali,
addirittura adibiti ad hoc, si siano
espressi in merito. Al di là delle sanzioni
francamente eccessive che possono
colpire il singolo pirata audio o video,
quello che preoccupa davvero è l’utilizzo
del “diritto d’autore” per colpire siti
web scomodi, ad esempio contenenti
informazioni a tutela del consumatore
o “segreti” di stato. Il TTIP, sotto questo
aspetto, apre la strada all’introduzione
di una vera “legge bavaglio” che permetterebbe
di mettere a tacere le voci
scomode su Internet, come già accade
nei paesi che hanno adottato regolamenti
simili.
NUOVE REGOLE SU MARCHI E
COPYRIGHT
L’estensione del concetto di marchio,
segno o scritta o logo proprietario, limita
la creatività grafica e la possibilità di
dotarsi di un nome e simbolo per le piccole
aziende senza correre il rischio di
essere citati in giudizio. Inoltre poiché il
marchio è considerato tale solo se registrato
localmente, le multinazionali che
hanno il denaro e le ramificazioni per
portare avanti le procedure sono ulteriormente
favorite.
Negli accordi è prevista l’estensione della
durata del diritto d’autore, che passa
da 50 a 70 anni. Più che un riconoscimento
del genio dell’inventore dell’opera
creativa, risulta ancora una volta un
premio economico per chi detiene la
proprietà intellettuale, spesso una multinazionale
che l’ha acquistata. Fatta
salva la difficoltà che comunque esisterebbe
in molti casi per dimostrare e
perseguire la violazione, il dettaglio delle
clausole delle possibili violazioni unito
alle regole stringenti sulla pirateria è un
forte freno alla circolazione di idee non
a scopo di lucro, anche semplicemente
tra persone che apprezzano l’opera
creativa e ne vogliono fruire.
10 INTERNET E
LA NET NEUTRALITY
La neutralità della Rete è riassumibile
così: nella gestione del traffico, tutti i
siti e i servizi devono essere gestiti allo
stesso modo. Questo significa che i provider
(i fornitori di connessione) devono
garantire i servizi per il collegamento a
un piccolo sito web di un’associazione
parrocchiale esattamente come fanno
per un colosso come YouTube. Nella gestione
del traffico non è possibile quindi
fare differenze o creare corsie preferenziali.
Si tratta di una sorta di “regola non
scritta”, che fino a oggi è stata tutelata
a livello regolamentare in tutti i paesi,
pag. 13
con maggiore o minore impegno ed
efficacia.
Perché questo principio è importante?
In primo luogo per una questione di
astratta “parità” tra chi anima Internet.
Ma non solo: è facile dedurre che nascerebbero
accordi tra fornitori di servizi
(ad esempio YouTube) e i vari provider
(ad esempio Telecom) in cui il secondo,
a fronte di un corrispettivo economico,
offrirebbe una corsia preferenziale per i
dati del primo. Risultato? Il caos. In primo
luogo perché ci troveremmo con siti e
servizi “veloci” e altri “lenti”. Con l’aggravante
del fatto che i flussi di dati viaggerebbero
in maniera diversa a seconda
del provider, con evidente penalizzazione
di nuovi concorrenti che cerchino di
entrare nel mercato. Il TTIP, con la clausola
ISDS, renderebbe impossibile una
normativa in merito, aprendo la strada
alla balcanizzazione di Internet.
I DATI PERSONALI E IL LORO UTILIZZO
Le polemiche seguite al Datagate
hanno portato l’amministrazione Usa a
ridurre la sua attività di controllo e spionaggio
solo nei confronti dei cittadini
statunitensi. Ancora oggi, i servizi segreti
americani sostengono il loro diritto a registrare
tutte le comunicazioni telefoniche
e telematiche dei cittadini stranieri,
anche europei. In precedenza gli USA
hanno agito attivamente per indebolire
i sistemi di sicurezza (ad esempio la crittografia
delle comunicazioni via Internet)
con l’obiettivo di trarne vantaggio.
Circa 850.000 persone possono accedere
a queste informazioni, molte delle
quali agiscono come contractors, ovvero
come privati che lavorano per conto
delle agenzie governative americane.
In sostanza i dati sono quindi “venduti”.
Paradossalmente il diritto/dovere di controllare
e spiare i cittadini di altri paesi
(alleati o no) non è mai stato messo in
discussione. Basta che i dati in questione
siano conservati sul territorio USA. Per
bloccare questa attività indiscriminata
di spionaggio ai danni di tutti i cittadini
sarebbe quindi necessario obbligare
le aziende (per esempio Facebook) a
conservare i dati sul territorio del paese
in cui operano. Con il TTIP e il sistema
dell’ISDS una norma di questo tipo aprirebbe
però a richieste di risarcimento
miliardarie da parte delle multinazionali.
11 LETTERA DI CALENDA,
VICEMINISTRO ALLO
SVILUPPO ECONOMICO
Ho letto l’articolo di Monica Di Sisto relativo
al ruolo del governo italiano nella
negoziazione dell’accordo di libero
scambio con gli Usa. Ritengo che sia
dovere del governo confrontarsi con tutte
le posizioni e dare risposte, nel merito,
a tutti gli interlocutori anche quando gli
argomenti utilizzati rappresentano una
lettura chiaramente parziale e non oggettiva.
Il governo ha preso il negoziato
pag. 14
sul TTIP molto seriamente e ha compiuto
i seguenti passi:
ØØ abbiamo commissionato un’approfondita
analisi di impatto del TTIP per
quantificare rischi e opportunità per l’Italia.
ØØ abbiamo portato avanti con forza,
in tutte le sedi, e ben prima che iniziasse
il semestre di presidenza, una nostra
proposta per la chiusura di un «interim
agreement» che lasciasse da parte i
capitoli del negoziato troppo controversi
perché siano chiusi, proprio perché
legati a differenti sensibilità culturali e
sociali. Abbiamo anche tratteggiato i
contenuti di questo possibile «interim
agreement» che potrebbe riguardare
tariffe, convergenza in 6 settori, energia,
«public procurement» e riconoscimento,
secondo il modello adottato nell’accordo
Ceta raggiunto con il Canada,
per le nostre IIGG.
ØØ sono sempre stato disponibile a incontrare
e discutere con chi si oppone
a questo negoziato (Di Sisto inclusa).
ØØ abbiamo ottenuto con grande fatica
(perché occorre l’unanimità degli Stati
membri) la de-secretazione delle direttive
negoziali e l’impegno alla pubblicazione
di un riassunto di ciascun round negoziale.
Appare un po’ paradossale il fatto che
chi fino a ieri chiedeva giustamente più
trasparenza sul Ttip sostenga oggi che il
mandato era già apparso su alcuni siti e
dunque era inutile pubblicarlo. Non dovrebbe,
infatti, sfuggire che la pubblicazione
consente: a) un’ampia diffusione;
b) una discussione aperta sui contenuti
del negoziato fra istituzioni e cittadini. Ho
il sospetto che la pubblicazione disturbi
molto chi in questi mesi ha cercato di
diffondere paure irrazionali sul Ttip per
ricavare visibilità. Da una lettura attenta
del mandato emerge chiaramente
come esso escluda qualsiasi discussione
su: servizi pubblici, interferenza
su politiche pubbliche, cambiamento
nell’approccio fino ad oggi seguito sugli
Ogm, cultura. Dal mandato risulta inoltre
chiaro come obiettivo del negoziato
sia un generale aumento degli standard
sociali e ambientali. Nell’evento
pubblico di martedì ho puntualmente
elencato le pagine che si riferiscono a
questi contenuti.
Ho trovato francamente offensivo il fatto
che la Di Sisto abbia ridotto il mio intervento
di martedì a una battuta iniziale,
peraltro in favore del riconoscimento
delle nostre indicazioni geografiche. Nel
mio discorso ho cercato di inquadrare
il Ttip nel contesto della globalizzazione,
poggiando il più possibile le mie argomentazioni
su cifre e fatti e cercando
di fare luce anche sugli «angoli bui» di
un processo che mantiene però a mio
avviso una complessiva spinta positiva.
La trasparenza, tanto invocata dagli oppositori
del Ttip, non è una strada a senso
unico, e distorcere o peggio ridicolizzare le
argomentazioni di chi ha opinioni diverse
dalle proprie, equivale a inquinare volutamente
un dibattito che, almeno a parole,
tutti vorrebbero franco, aperto e oggettivo.
Carlo Calenda
pag. 15
LA REPLICA DI MONICA DI SISTO
CAMPAGNA STOP TTIP ITALIA
Gentile vice ministro, sulla mia ironia, lo stesso
premier Renzi, intervenendo dopo di lei al seminario
in questione l’aveva avvertita: la gente
quando sente i politici parlare di mangiare la
prende male. È così: troppo seri i possibili impatti
del Ttip sulla nostra agricoltura, tra le poche
riserve di Pil nazionale, per poterlo affidare
al successo di una cena sociale. La Commissione
Ue, in una recente ricerca sul Ttip, stima
che le esportazioni agroalimentari degli Usa
verso l’Europa col Ttip aumenterebbero circa
del doppio rispetto a quelle europee verso gli
States, e che l’Italia registrerebbe entro il 2025
una diminuzione di valore aggiunto nel settore
agricolo (–0,4%), con punte da –3,9% nelle
fibre, –2,4% nei cereali e –2,2% in frutta e
vegetali. Nel merito: allo studio commissionato
dal governo - e ai magri ricavi previsti anche
nel caso di uno scenario di massima liberalizzazione
- ci siamo già dedicati in un analogo
speciale ospitato dal “Manifesto “(24 gennaio
2014). Tornarci su mi sembrava infierire.
Tralasciare il fatto che gli Usa abbiano
sempre seccamente rifiutato la possibilità
di ipotizzare un accordo «alleggerito
», sembra voler ritagliare a tutti i costi
per l’Italia un ruolo decisivo nella trattativa
che non sembra abbiamo mai
giocato. Lei si era impegnato a riconvocare
regolarmente il Tavolo di dialogo
del suo dicastero con la società
civile (imprese comprese) sui negoziati
commerciali e siamo in ritardo di ben
tre mesi dalla scadenza da lei annunciata,
nonostante la presidenza italiana
dell’Ue ne avrebbe reso più rilevante la
calendarizzazione.
Sulla pubblicazione del Mandato, è la stampa
specializzata, come l’autorevole «Inside Trade
», ad averla liquidata in poche righe come
di pubblico dominio, e non esprimendo di fatto
che semplici orientamenti. Prova ne è il fatto
che nei veri testi negoziali - pubblicati successivamente
anche dalla Campagna Stop Ttip
Italia, cui aderiscono oltre 100 associazioni,
sindacati, reti agricole e di consumatori - si
capisce, ad esempio, che l’armonizzazione
delle misure di sicurezza alimentare tra Usa e
Ue porterebbe, in realtà, ad un abbattimento
dei livelli attuali di controlli Ue (analisi fatta dall’Istituto
Usa Iatp); che i servizi pubblici sono sul
tavolo (analisi del sindacato europeo di settore
Epsu), e che molte materie controverse – dagli
Ogm ai contratti di lavoro, dall’ambiente alla
sicurezza dei prodotti, alla chimica tossica, veri
oggetti del trattato anche secondo l’intervento
del presidente di Confindustria Squinzi - non
verrebbero affrontate o escluse dai negoziati
in corso, a cose fatte, in via tecnica, non democratica,
più discreta, dal Meccanismo di
Cooperazione regolatoria tra Usa e Ue che
verrà creato dal Ttip, fuori dal raggio d’azione
del mandato.
Gentile Viceministro, consideri con cura gli impatti
negativi del Ttip su un Paese già tanto in
crisi come il nostro: l’ultima ricerca disponibile,
pubblicata appena ieri dall’autorevole Tufts
University, variando il modo di calcolare costi e
ricavi prevede con il Ttip una perdita di 600.000
posti di lavoro, e un calo di reddito procapite
tra i 165 e gli oltre 5mila euro in tutta Europa:
non dovremmo preoccuparci di questo?
Monica Di Sisto.
pag. 16
COMITATO STOP-TTIP MILANO
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
STOP-TTIP-Milano
www.stop-ttip-milano.net
COMITATO STOP-TTIP ITALIA
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
STOP TTIP - Italia
www.stop-ttip-italia.net
Hanno aderito al comitato STOP-TTIP Milano al 26 Febbraio 2015
Adesso Basta
AIAB Lombardia
Anarchici Ponte della Ghisolfa
ARCI Milano e provincia
Associazione Culturale Villa Pallavicini
Associazione Prendiamoci Cura
CGIL, Camera del Lavoro Milano
Circolo degli Scipioni
Circolo Legambiente Terre di Parchi
Comitato Abbiatense Acqua Bene
Comune
Comitato Lavoro Martesana
Comitato Milano Acquapubblica
Comitato STOP-TTIP Novate M.
Coord. NORD-SUD del Mondo
Costituzione Beni Comuni
Dimensioni Diverse
Distr. Ec. Solidale e Rurale PASM*
Economia per i Cittadini (EPIC)
FIOM CGIL Milano
GAS 77
GAS Baggio
GAS Città Studi
GAS Cuccagna
GAS Feltre
GAS Lo.LA.
GAS Martesana
GAS Mediglia
GAS Melegnano
GAS Radici
GASD’8
L’Altra Europa Milano
L’Altra Europa Zona 2 MI
L’Altra Europa Zona 9 Mi
Lega Ambiente Lombardia
Libera Milano
Libertà e Giustizia
Link Sindacato Universitario MI
Lista Civica Italiana
MAG2 Finance SOC. COOP. MI
Partito Pirata
Partito Umanista
PRC Milano
Rete della Conoscenza MI
RiMaflow di Trezzano
Rivista VALORI (A. Di Stefano)
SEL Milano - Forum Internazionale
SEL Regione Lombardia - Forum Salute
Servizio Civile Internazionale
Sinistra Anticapitalista
Studenti Indipendenti Bicocca
Todo Cambia
Unione degli Studenti Milano
VERDI Milano
* Distretto di Economia Solidale e Rurale del Parco Sud Milano


Ultimo aggiornamento : 12-03-2015 09:34

   
Cita questo articolo nel tuo sito web
Preferiti
Stampa
Invia ad un amico
Articoli correlati
Salva in del.icio.us

Commenti utenti  File RSS dei commenti
 

Valuazione utenti

 


Aggiungi il tuo commento
Solo gli utenti possono commentare un'articolo.

Nessun commento postato



mXcomment 1.0.9 © 2007-2018 - visualclinic.fr
License Creative Commons - Some rights reserved
< Prec.   Pros. >
Notizie - La costruzione della sinistra

Newsletter

Tieniti aggiornato con le news della Sinistra di Milano
La Sinistra in Zona - Milano


Ricevi HTML?

Feed RSS

Come fruire di un feed RSS
Sottoscriviti a questo Feed