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4° contributo al dibattito di Calamida :democrazia
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Scritto da Franco Calamida, 02-12-2014 16:05

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Nel caso a qualcuno interessino i problemi della democrazia in rapporto al progetto i dar vita ad un nuovo soggetto politico , riporto alcune mie riflessioni. franco calamida.

Non è questione secondaria ciò che pensiamo sia la democrazia , che certamente è gravemente minacciata dalle scelte del governo presieduto da Matteo Renzi. Norberto Bobbio , liberale , ne da una definizione minima e solo formale :”a) tutti devono poter partecipare ,direttamente o indirettamente, alle decisioni collettive b) le decisioni collettive devono essere prese a maggioranza . “ Riferito a noi , per quanto ho sperimentato , il metodo del consenso ha prodotto inizialmente risultati positivi ( sebbene sia stato eccessivamente esaltato come valore in se e non si sa perché ) , ma comincia a segnare dei limiti . Uno , enorme, riguarda la rimozione delle questioni sulle quali sono note le divergenze ( è il caso di  Expo 2015) perché , ovviamente ,non ha soluzione consensuale . Il confronto , peraltro , può portare a convergenze o condivisa gestione delle divergenze , se tutti si accetta che idee diverse possono convivere . Io poi penso che è bene ci siano idee diverse e tornerò su questo aspetto . Ma in alcuni casi ( elezioni dei dirigenti , a voto segreto , come è giusto sia oppure dei candidati ad elezioni o come presentarsi alle elezioni stesse o altre questioni che impongono il si o il no ) che si fa. ? Senza esaltare il principio “una testa un voto” ( nei partiti c’è e non è risolutivo , il distacco dirigenti –militanti è profondo , dunque  niente miti e slogan salvivici , niente basismo ) dovremmo pensare ad una combinazione dei due criteri . Non si può accantonare Norberto Bobbio e definirci democratici . E anche cambiare , per quel che si può , la nostra forma mentis . Nel senso della nostra collettiva crescita sul terreno della cultura politica e della pratica democratica. Io comincerei ad abolire la definizione di portavoce. Se vi sono posizioni diverse il sedicente portavoce quante ne porta ?e la sua , la sua non conta .? Nasconde un presupposto di unanimità del collettivo , da perseguire con estenuanti confronti a danno della rapidità di decisione che spesso i tempi della politica impongono . O, peggio , di un diffondersi di un sentire comune insofferente nei confronti di uno o più che non esprimono (secondo loro) consenso . O ancor peggio , non si tratta di un modo d’essere e decidere di collettivi ma piuttosto di “comunità”. Nulla di grave , è una scelta , basta saperlo . Da Wikipedia “…la parola comunità può essere vista come estensione della famiglia..”  “…una dimensione comunitaria implica la condivisione di comportamenti , valori , storia comune..”  . La comunità si riconosce in una figura che tutti rappresenta ( non solo quelle religiose , anche in campo laico e persino in sperimentazioni politiche ) e dunque non è un particolare modo d’essere del collettivo , è un’altra cosa. Il collettivo implica lo sviluppo di conflitti interni , conflitti di idee , che sono portato dei conflitti presenti nella società e delle forme di lotta , anche culturale , per contrastare le diseguaglianze. Non temo la parola conflitto , capisco che altri preferiscano confronto . Non necessariamente porta a rotture , come purtroppo è stato , ma il conflitto è il sale della democrazia . La democrazia richiede distinzioni , cioè pluralismo, “ La discordia è il sale della democrazia, o più precisamente della dottrina liberale che sta alla base della democrazia moderna” Norberto Bobbio . Per i nostri collettivi , i Comitati , mi parrebbe che la definizione più efficace di un specifica responsabiltà sia “coordinatore” , garante della collegialità , del lavorare insieme , che si assume anche una qualche responsabilità nel dare attuazione a quanto deciso e nel proporre ciò che ritiene utile e pensa vada fatto. Nel coordinamento cittadino dovrebbe esserci una definizione di responsabilità ( come già mi pare esserci , almeno in parte) per settori  e  campagne che vanno sviluppate . Ogni coordinatore dovrebbe far parte di un Comitato di zona e questi dovrebbero essere rappresentati in un esecutivo operativo ristretto ( non così ristretto come l’attuale, a Milano) . Anche a livello nazionale una forma di collegialità fortemente orientata sul primato dei  contenuti e le cose da fare ,  a garantire la presenza nei conflitti sociali , potrebbe essere realizzata con funzioni assunte per specifiche capacità , esistenti e riconosciute , che ci sono ( senza fa nomi penso al lavoro e altri settori importanti ). Schematicamente , con riferimento ai partiti , un esecutivo composto da responsabili di dipartimenti. Fermo restando quello che penso della contraddizione che non possiamo evitare: per far avanzare il progetto è necessario un leader. Per evitare uno dei guai dei partiti ( vi son cose che si vedono solo dall’alto e altre solo dal basso , attualmente nulla sa l’alto del basso e viceversa, questo accade nei partiti e anche da noi, credo ),  la comunicazione verticale e orizzontale è importantissima , in varie forme e principalmente attraverso la rete. Ogni Comitato , e compagno/a ,deve poter comunicare con gli altri Comitati e con il coordinamento cittadino , i siti devono essere aperti (non come sono oggi) e sede di reale e diffuso e partecipato confronto .  franco calamida .

 

 

 

 

 

 


Ultimo aggiornamento : 02-12-2014 16:05

   
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