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Il Manifesto de L'altra Europa con Tsipras
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Scritto da Franco Calamida, 26-10-2014 09:13

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riportiamo la bozza , redatta da Marco Revelli , che apre il dibattito sui contenuti e valori fondanti  un processo costituente di un sogggetto politico europeo della sinistra e dei democratici . Mipare , ad una prima lettura, in molte parti condivisibile . Ben sapendo che la realtà sul territorio , almeno quello che conosco nel milanese, ha problemi che non vengono analizzati . E se non si sbloccano , non si procede.
Inoltre non viene proposto un nome . Sarebbe in contraddizione con le sacrosante enunciazione in tema di democrazia partecipata del documento , la scelta di deciderlo "in alto" . Va scelto con una consultazione democratica , se possibile in rete . Nel corso della campagna elettorale è stato proposto il nome "sinistra" . Penso che sia quello che meglio risponde al progetto , ci colloca con chiarezza,è da tutti comprensibile . Uno diverso , al contrario , cancella una storia . franco calamida


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“Cambiare l’Europa per salvare l’Italia”. Si potrebbe sintetizzare così la proposta che L’altra
Europa con Tsipras aveva posto al centro della scorsa campagna elettorale. Significava che la partita
vera, quella per la quale un paese sopravvive o va giù, si giocava a quel livello: sulla possibilità di
rovesciare l’intero impianto delle politiche europee sostenute dai paesi forti dell’Unione e incentrate
sull’Austerità. Che senza una modificazione sostanziale e radicale di quelle politiche comunitarie,
l’Italia sarebbe stata condannata o a un brusco default (in caso di fuoriuscita dall’Euro). O a una lunga
agonia (nel caso di una permanenza nella sua area).
Ora bisogna aggiungere un secondo passo: “Cambiare l’Italia per cambiare l’Europa”. Perché
l’Europa non ha “cambiato verso”. Nonostante che le elezioni europee abbiano sancito una sostanziale
delegittimazione della politica delle “larghe intese” (Ppe e Pse, i due partiti contraenti di quel patto,
hanno entrambi perso elettori in presenza di un’astensione che supera di molto il 50% mentre cresce
minacciosa l’ondata dei populismi di destra). E nonostante che un’opposizione ferma e intransigente
di sinistra sia cresciuta soprattutto nei paesi più colpiti dalla crisi, l’asse tedesco Merkel-Schulz è stato
riproposto e imposto all’intero continente.
La nuova Commissione non solo replica le linee della precedente, ma le peggiora, come è stato
puntualmente e autorevolmente denunciato dai nostri parlamentari Eleonora Forenza, Curzio Maltese
e Barbara Spinelli, che vi si sono opposti strenuamente insieme a tutto il gruppo del GUE. Composta
da 13 popolari, 7 socialisti, 5 liberali e un conservatore, voluta dalla Merkel e posta sotto il controllo
dei falchi, non farà che aggravare una situazione già drammaticamente compromessa. L’Europa
continuerà a funzionare come una grande “macchina imperiale” destinata a prelevare risorse in basso,
nel mondo del lavoro, e nelle periferie, in particolare nell’area mediterranea, per trasferirle in alto (ai
canali finanziari) e al centro (ai “Paesi forti”).
E’ il modo con cui la crisi viene usata da parte dei poteri - prevalentemente finanziari - che
controllano la politica europea incarnata dalle “larghe intese”: dal lavoro al capitale. Dal salario al
profitto. Dai paesi fragili a quelli forti. Dall’economia reale al circuito finanziario, secondo un
meccanismo che continua ad aumentare le diseguaglianze già scandalose e l’iniquità. E’ questa la
sostanza delle cosiddette “riforme” che ossessivamente vengono richieste: attacco al reddito e al
potere d’acquisto della variegata area del lavoro, privatizzazione di ciò che resta del patrimonio
pubblico e che possa essere oggetto di business, riduzione della spesa pubblica e dell’occupazione
nelle pubblica amministrazione, eliminazione dei vincoli alla spogliazione del patrimonio
paesaggistico, artistico e territoriale e liquidazione del concetto stesso di “bene comune” in nome
dell’utilizzo economico privato. Il memorandum imposto alla Grecia e ora generalizzato su scala
continentale.
Non solo. Quest’Europa chiusa nei propri egoismi e nelle proprie diseguaglianze all’interno,
mostra un volto indecente, sul piano politico e su quello morale, anche all’esterno: nell’assenza
assoluta dalla sua agenda – ma anche dall’orizzonte mentale delle scialbe figure che ne occupano i
vertici – dei grandi temi che decidono del destino dell’umanità intera, come la questione epocale del
crescente degrado ambientale e climatico, la sfida energetica e l’insostenibilità di un modello fondato
su un’impossibile crescita illimitata, la mercatizzazione integrale delle risorse e delle fonti della vita
contro le esigenze della vita stessa. Per non parlare delle politiche migratorie, scandaloso esempio di
chiusura della Fortress Europe, sorda, cieca e muta di fronte alla strage permanente che si consuma
lungo i propri confini, testimone-complice di un crimine contro l’umanità reiterato all’infinito; e di
una politica estera che non solo non è riuscita a prevenire ed evitare la guerra – secondo il mandato
implicito ricevuto nel 1945 di bandire la guerra dalla storia del mondo – ma l’ha disseminata ovunque
intorno a sé con decisioni ottuse e colpevoli, dallUkraina (delicatissimo Paese-ponte tra Est ed Ovest,
il cui equilibrio avrebbe dovuto essere preservato come un bene prezioso e che invece è stato
terremotato da una serie sconclusionata di interventi destabilizzanti) alla Libia, alla Siria e allo sresso
Irak… Quella che avrebbe dovuto essere, secondo una felice definizione, una “grande potenza
culturale” si è trasformata in un gretto agglomerato di interessi, chiuso nel cerchio opaco del business
e della potenza finanziaria come unico criterio di orientamento delle proprie politiche.
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Quel cerchio va spezzato. Con una mobilitazione dal basso, forte, transnazionale, di dimensione
continentale, che unisca al di là dei confini nazionali (e dei nazionalismi) gli europei che non
accettano questo destino, a cominciare dalle vittime di questo uso della crisi e di queste politiche. Ma
anche con un’iniziativa che veda protagonisti gli Stati più colpiti, attraverso una politica di alleanze
che crei un fronte alternativo alla congregazione dei fondamentalisti dell’Austerità e dei custodi di un
Rigore che premia solo i privilegiati, creditori esosi di una massa d’indebitati che non potrà che
crescere su se stessa alimentando all’infinito il meccanismo della crisi e della diseguaglianza che ne
sta all’origine. Un fronte che abbia al centro i 10 punti che già affermammo in campagna elettorale. E
che sono in frontale antitesi alle linee su cui muove la politica e l’ideologia delle “larghe intese”, a cui
invece, sciaguratamente, è del tutto interno e subalterno l’attuale governo, nonostante le promesse
elettorali di Matteo Renzi e le retoriche che avevano accompagnato la kermesse del “semestre
italiano”.
Tra le ragioni del fatidico 40,8% che ne ha certificato la santità come lo scioglimento del sangue
di san Gennaro certifica il miracolo, oltre a una buona dose di demagogia comunicativa e all’appoggio
monopolistico dei media, c’è anche questa millantata promessa di “farsi sentire” in Europa. La
sceneggiata dei “pugni battuti” sul tavolo a Berlino. Gli sfracelli dei sei mesi “alla guida” a Bruxelles.
La fine della subalternità montiana, dell’acquiescenza lettiana… Un grande, consapevole imbroglio.
Non solo perché al momento buono Matteo Renzi ha approvato senza colpo ferire la Commissione
Juncker, col suo pieno di rigoristi e di fustigatori tedeschi e finlandesi, legandosi una macina al collo.
E ha scambiato la primogenitura di un Commissario economico con il piatto di lenticchie di una
propria fedele a capo di una politica estera che non c’è. Non solo perché si è accucciato buono buono
davanti ai diktat della Banca centrale europea, promettendo e consegnando ai banchieri centrali lo
scalpo del sindacato italiano appena macellato. Ma anche e soprattutto perché il suo programma è
scritto, punto per punto, sul palinsesto della peggiore Europa. Dal primo decreto Poletti, che
formalizzava la precarietà del lavoro decretandone la svalorizzazione come destino, al cosiddetto
“Sblocca Italia”, giustamente rinominato “Rottama Italia” dai più prestigiosi esperti del patrimonio
territoriale, fino alla interpretazione della spending review come prevalente piano di privatizzazioni e
al Jobs act come liquidazione della residua civiltà gius-lavoristica moderna. O, in ultimo, alla Legge
di stabilità che simula politiche espansive “in libera uscita” rispetto ai “controllori” europei ma scarica
in realtà i costi dei “doni” offerti alle imprese sulle amministrazioni locali e quindi sui servizi ai
cittadini più bisognosi, in ossequio all’intoccabilità di quel 3% che costituisce (quello sì) il vero totem
dell’ideologia tedesca (ed europea) oggi.
Per questo noi diciamo che Matteo Renzi non è l’alternativa alla Troika, al suo minacciato
commissariamento, secondo il mantra che ha recitato e che gli ha fruttato la legittimazione. Non è il
“male minore”, ultima spiaggia per scacciare il rischio della totale cessione di sovranità. Matteo Renzi
è la Troika interiorizzata. E’ la forma personalizzata che assume la cessione di sovranità quando viene
camuffata con la retorica del demagogo. Il suo “miracolo” – più simile al gioco di un prestigiatore che
al prodigio di un santo – è di far apparire Uno ciò che è Trino (o plurimo), presentando come atto
liberatorio ciò che è in realtà una sottomissione servile. Il suo è un Trasformismo di tipo nuovo, non
più quello di Agostino Depretis ancor tutto sommato interno alla società politica, ma quello, più adatto
alla società dello spettacolo, del “transformer”: dell’illusionista che trucca le carte e se stesso
deviando l’ attenzione del proprio pubblico con la tecnica del diversivo.
Allo stesso modo aggiungiamo che Renzi non è la (possibile) soluzione alla crisi economica e
sociale. Non ne ha la forza, nei rapporti internazionali, privo com’è di una politica delle alleanze. Non
ne ha la cultura e le competenze (la sua squadra di governo, zeppa di figuranti, sembra pensata più per
non far ombra al Capo che per trovare soluzioni a una situazione drammatica). Non ha una sola idea
adeguata, come dimostra la trovata dell’anticipo in busta del Tfr, sintomo della disperazione di chi per
sopravvivere nel presente si mangia il futuro. Lungi dal rappresentarne una qualche, sia pur difficile,
via di uscita Renzi è, al contrario, la crisi stessa messa al lavoro in politica. E’ la forma che la crisi
assume quando il suo potenziale distruttivo viene trasferito sul piano politico e applicato alla forma
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di governo. L’”energia” di cui appare dotato il “renzismo” nella sua opera di rottamazione di tutto ciò
che si oppone e rallenta il dispiegarsi del suo potere è la stessa energia con cui la crisi distrugge e
liquida consolidati equilibri sociali, soggetti collettivi, sistemi di garanzia e di tutela: le forme di
mediazione e gli stessi “patti fondamentali” con cui la società industriale aveva mediato i propri
conflitti e costruito la propria coesione. Senza la crisi il renzismo non sarebbe neppure concepibile.
Senza il renzismo la crisi non potrebbe essere utilizzata dai poteri che reggono l’Europa per
realizzare il progetto di trasformazione che gli hanno assegnato come compito, e che costituisce
l’effettiva (e occulta) legittimazione del suo potere. E quando diciamo “senza il renzismo” intendiamo
senza la sua carica torbida di “populismo dall’alto” (o di “populismo di governo”, che è tra le forme
peggiori), senza la sua capacità (polimorfa e perversa) di mutare la disperazione di massa in speranza
tramite l’espediente dell’illusione, senza la sua tecnica di mutuare linguaggi ribellistici dentro un
progetto reazionario.
Il renzismo non è dunque un punto di caduta temporaneo di una democrazia malata ma ancora
vitale. Non è un incidente di percorso, un’occasionale irruzione di Iksos fiorentini che attende di
essere riassorbita in una qualche normalità istituzionale romana. Il renzismo porta a compimento la
crisi terminale della democrazia rappresentativa. Non la produce, certo (perché essa è il risultato di
un processo lungo di deterioramento, svuotamento e degrado), ma la “mette in sicurezza”, per così
dire: la certifica e la dichiara normale e definitiva. Anzi, utilizza spregiudicatamente il discredito e la
sfiducia di massa – il rancore e il risentimento - nei confronti della classe politica e dei propri
“rappresentanti” come leva del proprio consenso personale e del ruolo demiurgico di esecutore
fallimentare del parlamento e del sistema parlamentare, considerandosene ormai “oltre”.
Irreversibilmente “oltre”, in una post-democrazia plebiscitaria in cui le consolidate istituzioni
costituzionali sono poste in disuso (come, appunto, le auto in attesa di rottamazione), e ciò che ancora
ne resta viene sistematicamente manomesso.
Così è stato per il principio stesso di rappresentanza, in occasione dell’indecente battaglia di
agosto per la liquidazione del Senato come istituzione elettiva. Così è per il rapporto tra Potere
Legislativo e Potere Esecutivo – tra Parlamento e Governo -, con l’umiliazione sistematica del primo e
l’assolutizzazione del secondo, umiliato a sua volta nella sua collegialità e monocratizzato nella figura
del Premier (vera e propria rivoluzione copernicana rispetto a quanto detta la Costituzione). Così è,
d’altra parte, per la natura e il ruolo dei partiti politici, a cominciare dal suo, il Pd, il quale ha subìto,
sotto l’effetto dell’ elettrochoc renziano, una vera e propria mutazione genetica trasformandosi, alla
velocità della luce, da aggregato eterogeneo di gruppi d’interesse e di amministratori (“partito di
massa” aveva cessato da tempo di esserlo) in “partito del capo” e, tendenzialmente, “partito unico
della nazione”. Struttura amorfa, risucchiata d’autorità in alto, fuori dalla società ma anche dal
Parlamento. Appendice del Governo e soprattutto del suo Premier, in attesa di essere sciolto nel
serbatoio bipartisan che già emerge dall’omologazione antropologica degli elettorati che furono, fino a
ieri, di centro-destra e di centro-sinistra. E che tendono ormai, nei fatti, a diventare un’unica platea
plebiscitaria (e pubblicitaria), dopo la stipulazione di quel Patto del Nazareno che riconsegna a un
leader squalificato e pregiudicato, in evidente decadenza, il ruolo di partner costituente. E che ipoteca
pesantemente il futuro per quanto attiene alle più alte cariche dello Stato.
Sotto questa luce, la vicenda parlamentare della mozione di fiducia sul Jobs Act costituisce un
punto di osservazione e di verità straordinario. Una residua istituzione rappresentativa – uno dei due
rami del Legislativo – costretta ad approvare a forza (con la minaccia mortale della caduta del
Governo e della possibile fine della legislatura) una delega in bianco (destinata ad essere concretizzata
unilateralmente dal Governo) relativa alla liquidazione (pratica e, cosa ancor più grave, simbolica) di
storiche tutele del lavoro, resa nota la notte precedente il voto, con un pronunciamento pressoché
unanime del partito che dovrebbe avere nel proprio dna, se non altro per via degli antenati, il
riferimento al movimento dei lavoratori, e con la cooperazione “attivamente passiva” dei senatori
berlusconiani assenti al momento del voto. Se si voleva una prova lampante del processo di
assorbimento del Parlamento dentro (e sotto) il Governo, e dello “sfondamento” di ogni residuo di
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autonomia all’interno dell’ex Partito democratico (dell’impotenza della sua cosiddetta “sinistra”), qui
la si è avuta. Nel giro di un solo giorno si è potuto assistere pressoché in diretta, alla rappresentazione
del processo di verticalizzazione del potere (e della sua personalizzazione in chiave plebiscitaria) che
sta nel progetto e soprattutto nella pratica del renzismo e delle forze che senza comparire ne scrivono
il copione. Contemporaneamente, dai brandelli di un dibattito sgangherato e frettoloso, si è potuto
intravvedere, inquietante, il profilo del nuovo immaginario sociale che avanza, rovesciamento di tutti i
valori, modificazione della costituzione materiale prima che di quella formale, con il Profitto, il
Business, l’Impresa a fondamento di una Repubblica ormai post-democratica, e il Lavoro, le donne e
gli uomini che lo eseguono, ridotti non solo a variabile dipendente, ma a possibile minaccia, con i loro
diritti considerati blasfemamente “privilegi”, alla “libertà d’impresa” e all’attrattività degli
investimenti. Rovesciamento simbolico, appunto, e proprio per questo tanto più devastante del nostro
stato di civiltà.
Le conseguenze politiche di tutto questo – se si condivide il quadro analitico – sono evidenti, e
terribilmente impegnative: siamo in presenza di una grave “emergenza democratica” di fronte a un
processo che tende a produrre una vera e propria mutazione genetica dell’assetto politico-istituzionale
del Paese e del sistema del partiti. Esso sconvolge il tradizionale panorama politico incentrato sulla
contrapposizione bipolare centro-destra/centro-sinistra, categorie travolte ora dalla trasversalità del
progetto e della pratica renziana. Modifica radicalmente il quadro delle identità politiche, svuotando di
significato e rendendo anzi ambigua e deviante l’attribuzione della qualifica di “sinistra” (per quello
che ancora può significare), al Partito democratico. E crea un’inedita necessità di mobilitazione
capace di porsi all’altezza della sfida che viene lanciata.
Quando diciamo “inedita capacità di mobilitazione” intendiamo dire che non si tratta di un
progetto “testimoniale”. Della costruzione di una “piccola casa” per esuli dalle tante vicende politiche
della sinistra. O di un’asta a cui appendere stinte bandiere. Intendiamo dire ciò che un’emergenza
richiede: il massimo possibile di forza da mettere in campo per invertire una tendenza, per fermare
un’azione di devastazione istituzionale e culturale, per scongiurare un pericolo che si avverte
potenzialmente irreparabile, per arginare la devastazione di un patrimonio culturale condiviso, e per
contrapporre a tutto ciò un sistema di valori e un modello di pratica all’altezza dei tempi. Un fronte
più ampio possibile da costruire nella chiarezza su ciò che si vuole contrastare e nella apertura su ciò
che si intende unire.
In quest’opera è importante la capacità di opposizione ai singoli passaggi, nelle diverse sedi, dal
Parlamento alla piazza, ai luoghi di lavoro e alle aule scolastiche. Per questo siamo e saremo sempre
solidali con chiunque, in ogni sede, metta pietre d’inciampo al progetto renziano-berlusconiano che
nel pactum sceleris del Nazareno ha trovato la propria sanzione. Ma ancor più importante, perché da
essa dipende la possibilità di farcela davvero, è l’elaborazione di un’ effettiva alternativa al renzismo.
Di una risposta credibile, adeguata nelle forme e nei contenuti alla sfida che esso apre, capace di
coglierne i punti di forza e di rovesciarli, non solo svelando l’inganno (che c’è sempre) ma offendo
soluzioni praticabili qui ed ora, e soprattutto offrendo un’immagine di noi diversa da quella che ci
accompagna da tempo e che ciclicamente ritorna.
Il principale punto di forza di Renzi è la crisi, come si è detto. La sua stessa gravità. Di più: la
sua apparente insuperabilità senza l’ intervento straordinario di una figura salvifica in cui “credere” (e
poi magari anche obbedire se non combattere). Il mito, appunto, dell’”ultima spiaggia”, del “dopo di
lui il diluvio”, che blocca ogni smottamento, sutura ogni linea di frattura, sana ogni dissenso interno e
ogni ribellione esterna. Dobbiamo contrapporgli una linea di uscita, se non dalla crisi – che è
endemica di questo capitalismo globale e in particolare nel modello europeo – almeno
dall’emergenza. Un programma radicalmente altro rispetto a quello dettato da Bruxelles e da Berlino e
fatto proprio dal “bisbetico domato” Matteo Renzi. Pochi punti, chiari come facemmo con i 10 punti
della Lista, a cominciare dalla questione del debito e del suo necessario “consolidamento”, dalla
rottura dei patti capestro europei e dal superamento del vincoli del fiscal compact, da un programma
eccezionale per l’occupazione, per la messa in sicurezza del territorio, per la ristrutturazione
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energetica, per la rappresentanza dei lavoratori in fabbrica e il superamento vero, non retorico, della
jungla contrattuale tra gli “atipici”… Da portare e discutere tra la gente, non tanto o comunque non
solo nelle nostre solite assemblee che radunano troppo spesso i già convinti.
Il secondo punto di forza di Renzi è l’evocazione sistematica, ossessiva, della rottura – del
“nuovo inizio”, del “cambiar verso”, della “rottamazione” appunto – inserita nel quadro del peggior
continuismo (cosa, se non la sintesi del peggio dell’ultimo quarto di secolo è il Patto del Nazareno?).
L’assunzione dei codici linguistici propri del “populismo di opposizione” – dei suoi luoghi comuni,
dei suoi j’accuse, delle sue domande di tabula rasa – per far da propellente al suo “populismo di
governo”. Il lessico del ribelle come scrittura del libro del potere. Evocazione retorica, naturalmente,
illusoria, manipolante, ma che affonda le radici in un cratere di disperazione, nell’impossibilità di
vedere un futuro, nella consapevolezza che “così non si può andare avanti”, che “ci vuole uno
scossone” che se non può più venire dal basso, che almeno venga dall’alto, nell’affidamento
superstizioso all’intervento salvifico di chi “può”. Quel cratere, che Renzi non può prosciugare, può
soltanto “usare” al proprio fine personale, dovremmo riempirlo noi, almeno in parte. A quella
domanda di rottura giustificatissima dovremmo riuscire a rispondere noi.
Ma qui intervengono i nostri punti di debolezza. Il primo del quali siamo noi stessi. La nostra
storia deragliata. La nostra antropologia lesionata. I vizi acquisiti e forse anche quelli originari. La
principale ragione della nostra difficoltà ad attirare tutti quelli che potenzialmente ci sarebbero, e di
trattenere tutti quelli che si avvicinano, è l’immagine che proiettiamo. Quello che fa fuggire la gente
normale lontano da noi è la nostra endemica litigiosità, il bisogno costante di identificarci per
contrapposizione nei confronti di chi ci sta più vicino, l’incapacità di ascolto degli altri e di
interlocuzione con essi, l’intolleranza, la mania di piantar bandierine, la frammentazione spinta fino
alla scissione dell’atomo, l’assenza di una visione pragmatica dei processi e la difficoltà a separare
l’essenziale dal secondario, lo strategico dal contingente. Questo ci rende incerti e insicuri, come
l’Amleto della tragedia, in questi “tempi bolsi e tronfi” in cui ricostruire una prospettiva credibile
richiederebbe in primo luogo un taglio netto con pratiche consuete, stili di lavoro e di comportamento
improponibili, come in qualche modo, e almeno parzialmente, si era provato a fare nel lancio della
Lista la primavera scorsa. E poi una straordinaria mobilitazione di intelligenza, creatività,
spregiudicatezza, conoscenza perché il nostro pensiero è oggi insufficiente di fronte alle travolgenti
trasformazione della società che vorremmo intercettare: “unire ciò che la crisi e il neoliberismo hanno
diviso” è un buon proposito, ma come questo possa essere fatto in presenza di una scomposizione
feroce di tutti i soggetti e di tutte le aggregazioni – alla frantumazione del “diamante del lavoro”,
come è stato felicemente detto – spinta fino al punto di contrapporne le parti fra loro in una nuova
“guerra di tutti contro tutti”, di fronte alla smaterializzazione dei processi produttivi e dei sistemi di
relazioni, al primato della dimensione finanziaria su quella produttiva, allo spossessamento dei luoghi
tradizionali del conflitto, dobbiamo cercarlo ancora. Allo stesso modo la difesa intransigente della
democrazia non solo come principio ma anche come assetto istituzionale, così come è scolpita nella
nostra Costituzione, è opera nobile e necessaria, ma non ci possiamo nascondere il grado e la misura
in cui il principio stesso di rappresentanza è stato lesionato da processi reali, per certi versi
devastanti e purtroppo irreversibili: dalla globalizzazione dei processi non solo economici e
comunicativi, ma di comando o come si dice di governance, e dalla totalizzazione di un sistema
mediatico pervasivo, multiforme e integrato, a cui occorre dare risposte in avanti, non certo nello
scioglimento di quella crisi nel plebiscitarismo del leader più o meno carismatico ma in un di più di
partecipazione, sviluppata nei luoghi della vita, al livello territoriale, in forme già in parte
sperimentate là dove si sono aperte linee di frattura, conflitti radicati nelle “coscienza di luogo” (si
pensi alla Val di Susa) ma che attendono una sistemazione e una riflessione. Per non dire della crisi
delle forme organizzative, a cominciare dalla “forma partito”, delle cui dinamiche dissolutive la
mutazione genetica del Partito democratico è l’esempio più spettacolare perché lì si rappresenta, in
tutta la sua drammaticità. Sarebbe una catastrofe se noi pensassimo di ricostruire una casa (un “piccola
casa”) per gli esuli di quel crollo, sulle stesse fondamenta e sullo stesso progetto, senza porci il
problema, quello vero, di cosa si sostituisce al modello organizzativo del “partito di massa” che ha
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dominato l’orizzonte politico novecentesco e che con quel secolo si è inabissato: quale forma di
organizzazione della soggettività politica si può immaginare nell’epoca della scomposizione delle
soggettività, dell’inoperosità della politica al livello della dimensione nazionale, della crescente
difficoltà di ricondurre la disseminazione degli “Io” autoreferenziali e impotenti all’operatività di un
“Noi” attivo e consapevole.
Per questo noi non proponiamo oggi un “soggetto politico” già bell’e fatto (o pensato), da
“prendere o lasciare”. Proponiamo al contrario un processo – possiamo chiamarlo un “processo
costituente” – di lunga durata in grado di proiettare l’esperienza de L’Altra Europa oltre la vicenda,
felicemente conclusa, di quella Lista elettorale. Un processo da iniziare subito, questo sì, ma in cui
nessuno può pensare di aver già in mano la Costituzione scritta da imporre agli altri, e nemmeno i
“lavori preparatori” già compiuti: un processo nel quale davvero si avanzi domandando, forse anche
per prove ed errori, e in cui sia ben chiaro il rapporto tra le tappe intermedie e la meta finale che resta,
certamente, la volontà di creare quello che potremmo definire, per ora, un “soggetto politico europeo
della sinistra e dei democratici italiani”, per sottolinearne la doppia vocazione: la dimensione
europea dell’azione strategica e l’apertura a un’ampia area democratica e di sinistra italiana.
Per questo la prima tappa intermedia, da dichiarare subito, senza indugi, è a sua volta
l’obbiettivo di giungere alle prossime elezioni politiche – quale che sia il momento in cui si terranno –
con una lista in grado di unire tutte le componenti di una sinistra non arresa alla austerità europea e
alla sua versione autoritaria italiana incarnata dal renzismo, determinata a sfidarlo in modo credibile
sul doppio terreno dell’egemonia e della capacità d’innovazione nel senso migliore di questo termine,
cioè facendo proprio il bisogno radicale di mutamento dei tanti sacrificati dalla crisi e dall’austerità.
La sfida elettorale sul livello nazionale è senza dubbio la competizione giusta per lanciare il processo
qui descritto con tutta la forza e l’estensione rese necessarie dall’importanza della sfida. Alla sua
piena riuscita è necessario commisurare ogni altra nostra mossa. D’altra parte per il successo
dell’iniziativa è fondamentale lo sviluppo di una proposta programmatica articolata e precisa, con un
ventaglio di punti programmatici completo (dal lavoro e dai diritti, naturalmente, all’ ambiente, alla
sanità, ai trasporti, all’ istruzione e ricerca, dalla politica estera alla questione dei migranti…) per cui
abbiamo ottime basi in quello che abbiamo presentato alle europee ma che deve essere sviluppato e
precisato, senza perdere chiarezza e comprensibilità, in una discussione collettiva che richiederà per lo
meno qualche mese di lavoro intenso e partecipato per cui è bene che tutti si attrezzino.
In quest’ottica di percorso (di ampliamento della nostra base e di approfondimento dei nostri
contenuti) il risultato della Lista L'altra Europa con Tsipras il 25 maggio, può essere considerato, sia
pur moderatamente, un buon punto di partenza, date le condizioni in cui era la sinistra italiana, e un
incoraggiamento per il futuro: si è evitato il rischio - il "paradosso" come l' aveva definito Tsipras -
che per la seconda volta la sinistra italiana non fosse rappresentata in Europa (sono stati portati al PE
tre rappresentanti di alto livello); si è dimostrato che anche la soglia incostituzionale del 4% poteva
essere superata; si è data a 1.103.000 elettori la possibilità di esprimersi con una scelta limpidamente
di sinistra; si è aperta una strada per un percorso che altrimenti, in caso di fallimento, sarebbe stata
irrimediabilmente chiusa. Né va sottovalutato il ruolo di Alexis Tsipras, che ci ha permesso di dare
con chiarezza al nostro progetto – unico tra tutti - un respiro di esperienza, di pratica e di
organizzazione politica trans-nazionale con respiro europeo.
Quel (ancora parziale) successo si è ottenuto con il concorso di diverse forze e realtà: la rete
delle associazioni in lotta per un’alternativa e parti dei movimenti critici dell’esistente, a cominciare
da quello per l'acqua e i beni comuni; un'area di opinione democratica, impegnata nella difesa della
Costituzione e dei diritti e preoccupata della deriva autoritaria dei governo Renzi; le due residue aree
dell' ex "sinistra arcobaleno" fino ad allora divise e contrapposte; e infine, ma non meno importante,
anzi, un robusto gruppo di intellettuali e di esponenti del mondo della cultura che hanno "fatto la
differenza" per quanto riguarda l'immagine della lista, oltre al gran numero di persone, cittadini,
attivisti, simpatizzanti che si sono impegnati nei comitati (e anche fuori di essi, spontaneamente). E'
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convinzione condivisa – ed è d’altra parte un dato di fatti evidente - che nessuna di tali componenti
sia stata prevalente, perché tutte sono state INDISPENSABILI per garantire il superamento della
soglia.
Per questa ragione il percorso oltre l'esperienza elettorale europea per la nascita di una sinistra
italiana deve proporsi di mantenere entro i limiti del possibile il coinvolgimento di tutti i soggetti e le
realtà che hanno contribuito a quel successo, con l'obbiettivo dichiarato non solo di consolidarlo ma di
ampliarlo. Non ci si nasconde infatti che quel 1.103.000 elettori è solo una parte, sottile, di elettorato
potenziale: rappresenta un voto ancora prevalentemente d'opinione, concentrato negli strati più colti e
informati di popolazione. Occorrerà lavorare molto per radicarci nei territori e tra gli strati di
popolazione più sofferenti per la crisi, in parte rifugiatisi nell' astensione, in parte convinti dal
populismo grillino, in parte sedotti dalle elemosine di Renzi. Un lavoro inevitabilmente lungo, perché
ogni realtà locale ha la propria storia e attori politici eterogenei e richiede attenzione alle specificità”di
luogo”, rispetto delle differenti dinamiche di territorio (sfuggendo allo schema da “partito
novecentesco” che imponeva la presentazione automatica delle proprie liste a ogni livello elettorale e
in ogni sede territoriale), capacità di “governare” il rapporto tra progetto generale e domanda locale
secondo logiche non schematiche e soprattutto con attenzione intelligente al rapporto “mezzi-fini”.
Siamo consapevoli che non sarà facile: le condizioni della campagna europea erano in qualche
modo eccezionali e ci favorivano, sia per il riferimento a Tsipras, sia perché era senso comune che o si
faceva come si è fatto, con una certa forzatura anche verso le forze più organizzate in forma di partito,
o non si sarebbe concluso nulla. Quelle condizioni non ci sono più: ora bisogna condurre un percorso
condiviso, che porti ad una definizione di forme di rappresentanza pienamente legittimate, e
procedere a un complesso lavoro diplomatico di cucitura e convergenza, rispettoso di tutte le storie e
di tutte le identità ma anche consapevole della necessita di superare distinzioni e sopravvivenze
sempre più parziali e meno riconosciute, consapevoli dell’insufficienza, sempre più palese, di un
approccio affidato alla vecchia pratica degli accordi tra apparati di partito o frazioni di ceto politico
tanto più dopo che l’attesa di una rottura significativa nei gruppi dirigenti del PD si è rivelata
clamorosamente vana (altro discorso, naturalmente, riguarda l’elettorato di quel partito e quanto resta
del suo corpo militante).
Per far questo in condizioni adeguate noi riteniamo che sia necessario, preliminarmente,
tracciare il campo dei partecipanti al processo o, come si è detto, "definire il nostro corpo", attraverso
l’adesione individuale ai punti qualificanti di questo Documento. E, in connessione con ciò, aprire
l’Associazione L’Altra Europa con Tsipras, a tutt’oggi rappresentante legale della Lista, all’adesione
individuale di massa, scrivendone lo Statuto (entro mesi 9 dall’avvio dalla campagna di adesione) in
una chiave partecipativa e democratica, a partire da tutti coloro che hanno partecipato alla campagna
per le europee, che appartengano o meno a partiti o a movimenti o ad altre formazioni. Ai soggetti
collettivi, d’altra parte, (partiti, movimenti, associazione) non chiederemo di sciogliersi all’inizio del
percorso e come condizione di partecipazione ad esso (ogni soggettività è titolare delle proprie scelte),
ma ne auspichiamo l’impegno convinto e l’assunzione dell’obbiettivo finale (la necessità e l’urgenza
di dar vita a una forma di rappresentanza unitaria nella scena politica nazionale), così come è stato per
le elezioni europee. D’altra parte, intorno a noi, c’è un mondo di donne e di uomini che ogni giorno si
sbatte per resistere e per cambiare, o comunque che “non ci sta”: c’è una “sinistra fuori dalla sinistra”,
che non trova sponda in ciò che c’è (o che si vede) e che meriterebbe una rappresentanza politica
degna di questo nome. E’ con loro che dobbiamo camminare.
Ci saranno senza dubbio tensioni e difficoltà, lungo questo cammino, ma siamo convinti che la
forza del progetto generale, come nel modello tracciato da Syriza, sarà più forte.

Ultimo aggiornamento : 26-10-2014 09:13

   
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