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Seminario Tsipras su ttip del 13 settembre contributo di Agostinelli
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Scritto da Franco Calamida, 14-09-2014 16:30

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riportiamo il contributo di Mario Agostinelli sui temi del ttip discussi in occasione del seminario promosso da L'altra Europa per Tsipras.

Il Transatlantic Trade and Investiment Partnership (TTIP)

 

 

 

Mario Agostinelli e Roberto Meregalli (Associazione Energifelice www.energiafelice.it)

 

TTIP è un acronimo poco conosciuto al di fuori della cerchia dei diretti interessati e di coloro che si occupano e si preoccupano delle politiche economiche. Rischia di rimanere nel limbo dei miti, positivi o negativi che siano, mentre si tratta della sigla di un accordo commerciale che Unione Europea e Stati Uniti d’America stanno negoziando in maniera ufficiale dal luglio 2013 e che potrebbe influenzare in maniera molto concreta la vita quotidiana di ciascuno di noi.

Le due aree costituiscono circa il 50% del PIL mondiale e quasi 1/3 dei flussi commerciali globali. Lo stock di investimenti bilaterali è pari a 2.394 trilioni di euro ed ogni giorno vengono scambiati merci e servizi per un valore medio di quasi 2 miliardi di euro. In queste poche cifre è racchiuso il motivo per cui sin dagli anni ’90 le maggiori imprese euro-americane si fossero mosse per avviare negoziati per un accordo di libero scambio che aumentasse ulteriormente la generazione di ricchezza legata a questi scambi. Gli anni sono passati in maniera infruttuosa ma l’evoluzione della situazione internazionale, lo stallo ormai consolidato dei negoziati multilaterali (in sede WTO) e la sempre più rilevante importanza economica dei cosiddetti paesi emergenti hanno sollecitato negli anni recenti le diplomazie euroamericane a riprendere in mano la questione nel tentativo di ridare slancio alle due ex regine dell’economia mondiale.

Solo nel novembre 2011 si giunse ad insediare l’High Level Working Group for Jobs and Growth con l’incarico di valutare i possibili ambiti di collaborazione tra le due sponde dell’Atlantico. A dicembre 2012 il Gruppo presentò un interim report che anticipava le conclusioni del rapporto finale, reso noto nel febbraio 2013 e preceduto di poche ore dal Presidente degli Stati Uniti, che nel suo discorso annuale sullo stato dell’Unione, “battezzò” l’avvio di negoziati per un accordo di libero scambio tra Stati Uniti ed Europa, denominato “Transatlantic Trade and Investment Partnership - TTIP”.

Gli obiettivi proclamati non sono nuovi: rimuovere le barriere commerciali fra i due partner per facilitare la vendita di merci e servizi - e messa così la cosa appare positiva per tutti, in particolare per una Europa che cerca disperatamente di ritrovare crescita economica. In verità è qualcosa di più poiché sono tre gli elementi perseguiti: oltre al tradizionale accesso al mercato, vi è la cosiddetta “coerenza nei regolamenti” e una più stretta cooperazione.

 

Accesso al mercato

Partiamo dal tema dell’accesso al mercato che primariamente si occupa dei dazi doganali, cioè di quelle tasse che vengono applicate alle merci in entrata in un paese e che sono il frutto di politiche che miravano a proteggere le imprese nazionali, specie nelle prime fasi del loro sviluppo. Vista la situazione: la tariffa media applicata negli USA e nell’UE è, rispettivamente, del 3,5% e del 5,2%[1], non è questo l’obiettivo primario dei negoziati, anche se un azzeramento del dazi sarebbe visto con molto interesse da parte delle imprese multinazionali poiché circa un terzo del totale del commercio transatlantico (beni e servizi) e oltre il 40% del commercio dei soli beni avviene al loro interno (intra-company) per cui anche un dazio di ridotte dimensioni rende meno competitive le imprese transatlantiche rispetto alle concorrenti globali.

I picchi tariffari (dazi del 350% - 131,8%) e la fascia di tariffe molto alte che segue (79,1% – 37,5%) interessano 11 linee di prodotti e colpiscono quasi esclusivamente le importazioni di tabacco e arachidi, mentre una sola linea riguarda il settore calzaturiero; dazi medio alti (29,8% - 20%) si riferiscono a 32 linee tra cui: frutta secca, giacche uomo e donna, abbigliamento bambino, calzature con suola in cuoio, veicoli per trasporto merci. Al di sotto, tra il 19,9% e 10,2%  troviamo prodotti del settore tessile – abbigliamento, alimentare (tra cui prodotti a base di latte e carni), calzaturiero e vetreria da tavola.

In totale su 5225 codici doganali statunitensi, 2007 sono duty free e 2470 hanno dazi al di sotto del 10%.

Per quanto riguarda l’Italia, le nostre esportazioni ricadono in 350 linee tariffarie, tolte 133 duty free, 192 sono colpite da dazio di fascia bassa (10% - 0,1%) e solo le rimanenti 25 soffrono dazi più elevati e riguardano calzature, prodotti del settore tessile e dell’ abbigliamento e le bevande non alcoliche.

 




 

Barriere non tariffarie

Maggiori benefici sono stimati dall’eliminazione delle cosiddette barriere non tariffarie, cioè da tutti quei limiti e complicazioni costituiti da regolamenti e leggi interne ad ogni singolo paese.

I principali ostacoli che limitano l’accesso al mercato americano delle produzioni europee consistono infatti nei costi e negli oneri per le imprese legati alla difformità delle misure regolamentari, degli standard, dei requisiti tecnici di conformità di sicurezza, salute e tutela dell’ambiente ed è su questo tema che si gioca il negoziato in corso.

Nelle dichiarazioni dei partner ovviamente si afferma che non si mettono in gioco leggi e regolamenti esistenti e si mira ad adottare sistemi di mutuo riconoscimento e/o di altri meccanismi di allineamento degli standard.

Questo non deve però sembrare marginale poiché si tratta di considerare equivalenti certificazioni e controlli che possono essere molto diversi fra le due sponde dell’oceano, si pensi al biologico, agli OGM o ai carburanti, per far e qualche esempio.

Per il futuro poi, si tratta di porre in atto un sistema che permetta a ciascuno dei due partner di verificare l’impatto di ogni nuova regolamentazione prima della sua adozione.

Si tratta di un impegno estremamente rilevante questo, contratto dai poteri esecutivi che stanno negoziando l’accordo, che limiterà il futuro di chi esercita i poteri legislativi e che oggi non siede ai tavoli negoziali. Significa che qualsiasi direttiva europea in materia di salute pubblica o di ambiente dovrà essere discussa non solo dal Parlamento Europeo e dai vari governi comunitari ma anche con il partner d’oltreoceano perché non dovrà risultare dannosa per le sue imprese.

 

Su questi argomenti USA ed UE hanno in verità da tempo avviato un dialogo approfondito, istituzionalizzato dal 2007 con la creazione del Transatlantic Economic Council (TEC), ma gli avanzamenti in materia non sono stati fino ad ora sostanziali e permangono moltissime differenze. Ad esempio in America è d’obbligo l’indicazione di origine (“made in country X”), per la UE non è ancora così (anche se l’Italia spinga da sempre in questa direzione). Sempre negli USA vi sono controlli e le ispezioni sanitarie effettuate dall’APHIS (Animal and Plant Health Inspection Service - U.S. Department of Agriculture) che comportano costi aggiuntivi sia per gli importatori sia per gli esportatori. Le normative sulla sicurezza dei prodotti e del consumatore sono molto differenti in materia di obblighi di certificazione ed etichettatura.

Altre problematiche che toccano da vicino il nostro paese riguardano il mancato riconoscimento da parte USA delle Indicazioni di Origine (IIGG) ed il fenomeno dell’ “Italian sounding”, cioè  nell’evocare l’origine italiana di un prodotto utilizzando termini, simboli, immagini, o altri riferimenti all’Italia. Si calcola che a fronte di un fatturato dell’agroalimentare italiano in USA (per origine o richiamo) pari a 24 mld euro, l’export di prodotti alimentari autentici risulta di circa 3,3 mld euro: pertanto solo un prodotto su otto è veramente italiano ai sensi della legislazione vigente in Europa in materia di regole di origine[2]

In campo alimentare, da oltre quindici anni, il Governo federale ha imposto dazi antidumping e antisovvenzione sulle paste alimentari italiane[3] (con l’eccezione delle paste all’uovo). Le aziende che esportano per la prima volta negli US, sono soggette ad un dazio antidumping del 15,45%, al quale viene aggiunto un dazio compensativo50 del 3,85%.

L’importazione dei formaggi di latte vaccino è contingentata e soggetta a quote e licenze imposte dall’U.S. Department of Agriculture (USDA) per proteggere la produzione nazionale.

I prodotti ortofrutticoli freschi (frutta, verdura) possono essere importati solo da importatori con licenza speciale rilasciata dall’USDA e sono in uso procedure di fumigazione e trattamento a freddo per l’eliminazione degli insetti nocivi; per mele e pere made in UE è vietato l’import.

In genere consideriamo più sicure le normative europee ma non sempre è così, ad esempio la normativa statunitense in materia di criteri microbiologici è più stringente di quella in vigore nell’Unione europea: a fronte della tolleranza zero prevista dagli US per Listeria monocytogens nei prodotti alimentari (assenza in 25 g di prodotto), l’UE ammette la presenza di 100 ufc/g54 di prodotto finito pronto per il consumo. Nell’olio d’oliva l’UE consente la presenza di residui di pesticidi (regolamento UE n. 149/2008) mentre negli USA la presenza dei residui di pesticida chlorpyrifos ethyl riscontrata nell’olio di oliva italiano ha fatto scattare il blocco del prodotto giudicato “non idoneo al consumo umano”.

 

Cercare un minimo comun denominatore fra le normative delle due parti può essere rischioso se si persegue una strategia al ribasso, le politiche ambientali possono subire conseguenze negative.

Questi rischi potrebbero essere evitati se il negoziato avvenisse in maniera trasparente, col monitoraggio ad esempio dei parlamentari europei ed americani eletti dal popolo, ma non avviene così ed è proprio nella modalità di negoziazione che sta il cuore del problema, poiché è influenzata in maniera quasi totale dalle pressioni delle imprese multinazionali, cui il potere politico si inchina considerando come positivo per tutti ciò che risulta positivo per le imprese, secondo il vecchio adagio che “Ciò che va bene per General Motors va bene per il Paese”.

Per esempio, il TTIP può mettere in pericolo la moratoria in vigore nella UE sulla controversa estrazione del gas di scisto e minare il REACH – il Regolamento europeo delle sostanze chimiche, aggirando l’obbligo di sperimentazione per migliaia di prodotti tossici. Sono forti le pressioni dei gruppi industriali che vorrebbero la sua rottamazione. La lobby del gruppo USA Croplife, pesticidi e biotech, per esempio, nella sua presentazione all’Ufficio del Commissario USA per il Commercio in occasione della consultazione sul TTIP, ha aspramente criticato il REACH: “La mancanza nella UE di un approccio basato sul rischio è in contrasto con l’Accordo Sanitario e Fitosanitario (SPS) dell’OMC Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) di cui sono firmatari sia gli USA sia la UE. Ma è in contrasto anche con la prassi normativa USA, con le linee direttrici internazionali accettate, e con lo stesso Principio di Precauzione della UE che fa riferimento ad un approccio basato sul rischio. La valutazione scientifica dei rischi, come base per decisioni di regolamentazione, non deve essere annullata da una non corretta (e politicamente orientata) applicazione del Principio di Precauzione così come avviene oggi nell’Unione Europea”[4].

In base al “principio di precauzione”, il REACH permette alla European Chemical Agency di imporre restrizioni sulle modalità con cui i prodotti chimici vengono prodotti, venduti e utilizzati, al fine di proteggere la salute pubblica e l’ambiente. Le norme USA sui prodotti chimici sono invece molto più labili, con l’US Toxic Substances Control Act (TSCA) che attribuisce poteri molto limitati alla Environment Protection Agency (EPA).

Attualmente circa 30 000 prodotti chimici associati all’aumento dei casi di cancro alla mammella e ai testicoli, di infertilità maschile, diabete e obesità, sono ancora in commercio negli USA, ma prima di poter essere venduti in Europa devono essere sottoposti a sperimentazione[5]. Ecco perché con l’eventuale svuotamento delle normative UE sui prodotti chimici si correrebbe il grave rischio di vedere affluire dagli USA all’Unione Europea prodotti chimici non sperimentati e potenzialmente pericolosi.

 

Ma non solo i cittadini europei a doversi preoccupare perché ad esempio negli USA la regolamentazione finanziaria è più rigorosa rispetto a quella dell’UE e alle grandi banche potrebbe risultare attraente utilizzare le trattative commerciali per scardinare i tentativi del dopo-crisi di introdurre norme più rigide sulla finanza. Il TTIP viene a proporre la liberalizzazione e deregolamentazione dell’intero settore dei servizi, compresi quelli finanziari, col rischio di incoraggiare, anziché prevenire, un’altra crisi finanziaria internazionale.

 


 

Pertanto il negoziato costituisce una sorta di ricerca di un comune denominatore in materia di salute e sicurezza alimentare fra le due sponde dell’atlantico con conseguenze rilevanti sui mercati agricoli.

Da decenni esistono contrasti fra Ue ed USA sugli organismi geneticamente modificati e sugli ormoni utilizzati in America per far crescere i vitelli, i negoziatori stanno tentando di raggiungere dei compromessi che però non tendono a privilegiare atteggiamenti precauzionali. Anche eventuali leggi e regolamenti a favore del consumo di cibo locale sono minacciate poiché la logica che sottintende qualsiasi accordo di libero commercio prevede l’eliminazione di qualsiasi regola di parte che stabilisca corsie preferenziali in base alla nazionalità di un prodotto (il km zero per capirci è aborrito da questi accordi).

 

 

Qualche dato sull’interscambio USA-UE

 

Nel 2012 l’interscambio commerciale transatlantico è stato pari a 497,5 mld euro, con un attivo per parte UE di 85,9 mld euro. Nello stesso anno le esportazioni comunitarie sono state pari a 291,7 mld euro (+10,6% rispetto a 2011), mentre le importazioni UE dagli US erano pari a 205,8 mld euro (+7,5% rispetto a 2011). Nel 2011 lo stock di investimenti diretti esteri comunitari negli US era pari a 1.421 mld euro, con un flusso annuale di 110,7 mld euro.

Viceversa, nello stesso anno, gli IDE americani nella UE avevano uno stock di 1.344 mld euro ed un flusso di 114,8 mld euro. Per quanto attiene alle relazioni bilaterali, nel 2012 l’interscambio Italia – US è stato pari a 39,3 mld euro, con un attivo per parte italiana di 13,9 mld euro. Le esportazioni nazionali verso gli US sono state di 26,6 mld euro (+16,8% rispetto al 2011), mentre l’import dell’Italia dagli US è stato pari a 12,6 mld euro (-2,63% rispetto al 2011).

 


 

Nel 2012 la quota US sul totale dell’export Italiano era pari a 6,9%[6]. I principali prodotti esportati sono: prodotti derivanti da raffinazione petrolio (4,7%); vini (3,8%); parti di veicoli aerei e spaziali (3,6%); navi e imbarcazioni (3,6%); automobili (2,8%); componenti automotive (2,6%); medicinali (2,4%).

Lato import, i principali prodotti sono: medicinali e preparati farmaceutici (11,3%); carbone e combustibili solidi (7,9%); prodotti derivanti da raffinazione petrolio (5,7%); turboreattori e turbine a gas (5,1%); rifiuti da metalli preziosi (4,2%); componenti di velivoli e shuttle (3,1%).

Nel 2012 l’Italia è stata il 13° fornitore ed il 23° cliente degli USA, che a sua volta è stato l’8° fornitore dell’Italia ed il 3° cliente.


 

Per quanto riguarda gli investimenti, nel 2011, lo stock di Investiemnti diretti esteri (IDE) americani in Italia era pari a 25,3 mld USD, con un flusso annuale di 450 mln USD, mentre gli investimenti italiani in USA era di 23 mld USD[7].

 




 

 

Settore energia-ambiente

I grandi gruppi europei lamentano da tempo che, rispetto ad altri Paesi come la Cina e gli USA  dove le normative ambientali sono meno rigide, le politiche della UE sul clima hanno provocato l’arresto della crescita economica delle aziende. Al recente vertice economico europeo del 2013 a Bruxelles, Business Europe - la più grande federazione di datori di lavoro europei, che rappresenta le maggiori multinazionali d’Europa - ha accusato la normativa ambientale europea di aver posto le imprese europee in una situazione di svantaggio rispetto ai loro concorrenti globali, ed ha evidenziato la “necessità di ridurre il differenziale UE-USA”[8].

Pertanto il loro obiettivo è un allineamento al ribasso dei vincoli europei per allinearli a quelli statunitensi. Risultato del reciproco riconoscimento degli standard ambientali potrebbe essere il proliferare di tecnologie controverse come la fatturazione idraulica per produrre il gas di scisto (noto anche come “fracking”) con gravi danni alla salute e alla sicurezza delle persone e dell’ambiente.

Il fracking è una tecnologia ad alta intensità energetica ed ha fatto notizia di recente per la gravità delle sue conseguenze sanitarie e ambientali, tra cui le fuoriuscite di gas metano nell’ambiente (con la possibilità di pericolose esplosioni) e il ritorno in superficie dell’acqua dei pozzi di gas contenente elementi radioattivi e alte concentrazioni saline (che, smaltite non correttamente, sono ritenute la causa scatenante di scosse sismiche localizzate).

Regolamenti ambientali più permissivi di quelli europei, hanno consentito in USA un grande sviluppo del fracking, con 11 000 nuovi pozzi di gas naturale scavati ogni anno. Per contro,

in Europa i siti di prospezione sperimentale non sono più di dodici, per effetto di divieti e moratorie in attesa di verifica dei rischi connessi alla tecnologia estrattiva. Diverse imprese energetiche USA hanno comunque posato gli occhi sui giacimenti europei di gas di scisto (specialmente in Polonia, Danimarca e Francia) e potrebbero avvalersi del TTIP per smantellare i divieti e moratorie nazionali sul fracking, adottate per proteggere i cittadini europei da tali pratiche.[9]

Nei carburanti da autotrazione sono differenti i limiti inquinanti (vedi il grafico che segue) e anche qui il rischio è un accordo al ribasso.



 

Molto critica è la discussione sul meccanismo di attuazione dell’art. 7 della Direttiva Fuel (2009/30/CE) sulla Qualità dei Carburanti che impone per i suppliers dei fuels di assicurare una riduzione delle emissioni dei gas serra nell’intero ciclo di vita dei carburanti impiegati nel settore dei trasporti. Fin dalla sua adozione Shell, BP, ExxonMobil, Chevron e gli altri big del petrolio hanno fatto pressioni per annacquare i suoi effetti. Detto in parole molto sintetiche oggi il punto di scontro è la valutazione della quantità di CO2 emessa dai singoli combustibili fossili. L’UE sinora ha sostenuto che il petrolio non convenzionale (ad esempio quello estratto dalle sabbie bituminose in Canada) per il processo di estrazione emette più anidride carbonica di quello convenzionale, pertanto vorrebbe applicare la direttiva attribuendo un “peso CO2” diverso per ciascun carburante in base all’origine/metodo di estrazione della materia prima.

James Hansen (climatologo di fama mondiale) ed i ricercatori della Queen's University di Kingston (Ontario, Canada) concordano nel sostenere che la produzione di idrocarburi c.d. "non convenzionali" dalle sabbie bituminose è dannosa per l'ambiente. Gli studi più recenti hanno dimostrato come il petrolio ricavato contenga il doppio di anidride carbonica rispetto al petrolio convenzionale e produca da tre a quattro volte in più di scorie. Hansen si è soffermato sulle conseguenze che l'utilizzo del petrolio ricavato dalle "tar sand" avrà sul clima: l'elevato livello di gas serra accelererà in modo incontrollato lo scioglimento dei ghiacciai e la temperatura del pianeta diventerà intollerabile per la maggior parte degli esseri viventi. 

Le imprese non accettano questa soluzione e vorrebbero un bel valore medio attribuito a tutte le materie prime. Nei negoziati TTIP le imprese statunitensi stanno facendo la loro parte unendosi alle pressioni europee[10], fra cui quelle italiane dell’Unione petrolifera, per un obiettivo contrario all’interesse non solo degli europei e degli americani, ma del mondo intero.

In nome della competitività si calpestano le capacità fisiche del pianeta, si ignorano le disastrose conseguenze sul clima, si ipoteca il futuro per un immediato piatto di lenticchie.

BusinessEurope, una delle principali lobby europee sollecita un capitolo energia che renda libero il flusso di petrolio e di shale gas dagli USA all’Europa. Ad oggi infatti non esiste export petrolifero dagli USA e per il gas si attende il 2016 ma esistono molte restrizioni legislative oltreoceano al riguardo. L’eliminazione di qualsiasi restrizione all’export di materie prime fossili in Europa è la richiesta di una industria europea che, consapevole dell’esaurimento delle risorse del vecchio continente (la produzione domestica di petrolio è stimata in calo del 57% al 2035 e quella del gas del 46%), ignora la possibilità della rivoluzione delle fonti rinnovabili e dell’efficienza e rimane ancorata alle fonti fossili.

 

 

Sarebbe lunga e complessa una analisi di dettaglio, è importante considerare che quanto verrà concordato sarà “single undertaking”, ossia sarà valido solo se tutti i capitoli negoziali saranno accettati, secondo la logica “tutto o niente”. Inoltre le nuove regole saranno rese efficaci da un sistema di regolazione delle dispute che permetterebbe alle imprese di porsi sullo stesso piano degli stati e contestare misure a loro giudizio discriminatorie.

Ma al di là di tutto deve essere chiaro un vizio d’origine in questi negoziati. Il TTIP ripercorre la strada del NAFTA, del WTO, di decenni di Washington Consensus, di globalizzazione al servizio delle multi nazionali, riproponendo una ricetta ormai obsoleta. Credere ancora oggi che avere sempre più merci che vanno da un angolo all’altro del pianeta e credere che buttare nel cestino regole sociali, ambientali e sanitarie siano la strada per il benessere della gente è criminale. Non si può continuare a fare business come se negli ultimi anno non fosse successo niente, ignorando tutti le spie d’allarme accese sul cruscotto planetario! La libertà intesa come possibilità di fare ciò che economicamente risulta più conveniente favorisce solo gli oligopoli della ricchezza e danneggia chi purtroppo non ha reddito sufficiente per difendere i propri diritti elementari. L’astrazione del mercato è un danno per il pianeta, l’economia deve rientrare nell’ecosistema perché le leggi della fisica non sono negoziabili, questo va ricordato ai negoziatori del TTIP. Occorre assai di più un trattato sulla biosfera che gli ultimi sussulti della geopolitica imperniata sulla guerra (militare, economica, sociale)



[1] Dati WTO.

[2] Fonte: Federalimentare.

[3] La US International Trade Commission (USITC), con voto del 19 agosto 2013 ha stabilito di non revocare queste misure.

 

 

[4]  CropLife America. Response to USTR request for comments on TTIP. 5 October 2013.

http://www.regulations.gov/contentStreamer?objectId=09000064812ff3c9&disposition=attachment&co

ntentType=pdf

[5] 91. The Financial Times. ‘European parliament approves chemicals law.’ 13 December 2006.

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/db8363ae-8aa4-11db-8940-0000779e2340.html#axzz2UhzoPVuA

[6] Fonte: Osservatorio Economico Mise

[7] Fonte: elaborazioni Agenzia-ICE New York su dati US Department of Commerce - BEA (Bureau of Economic Analysis)

[8] Euroactive.,Hedegaard: Forget US-style shale gas revolution. May 2013.

[9] ExxonMobil ha già firmato un accordo con la compagnia energetica statale ucraina Naftogaz in base al quale la sua filiale texana Conoco Philips sta valutando le riserve di 1.1 milione di acri nella Polonia del nord – v. The Financial Times Ukraine to sign landmark shale gas deal. “ 23 gennaio 2013. http://www.ft.com/cms/s/0/f2e095d4-6578-11e2-a3db-00144feab49a.html

[10] Su questo vedi il Report “Dirty Deal: How trade talks threaten to undermine EU climate policies and bring tar sands to Europe”, Friends of the Earth Europe, luglio 2014.


Ultimo aggiornamento : 14-09-2014 16:30

   
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