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Elezioni europee - Piero Basso
(1 voto)
 

Scritto da Franco Calamida, 05-05-2014 09:18

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica


Le argomentazioni , assai condivisibili , di Piero Basso a favore della lista Tsipras.

Perché scelgo la lista Tsipras.

Mi sembra che, sia pure lentamente, l'opinione pubblica stia prendendo coscienza dell'importanza del voto del 25 maggio per il Parlamento europeo, l'unico organo della struttura europea eletto direttamente dai cittadini di tutti i paesi dell'Unione europea. L'unica cosa che rimane ancora quasi ignota all'opinione pubblica è la presenza di una lista unitaria di sinistra, grazie al silenzio di tutti i mezzi di informazione (e alla nostra debolezza organizzativa).

E allora utilizzo questa mia circolare per esporre il motivo fondamentale che mi convince a votare per questa lista, sperando che possa convincere anche altri.

Questo motivo non è il programma, anche se ovviamente il programma è importante: dalla fine dei tagli alla spesa pubblica al rilancio dell'economia con provvedimenti di difesa del territorio e del patrimonio culturale; da una politica dell'immigrazione che punti all'integrazione anziché alla repressione, a una politica fiscale comune che combatta l'evasione e la speculazione; non è la stima per i candidati, anche se questa stima ovviamente c'è ed è importante; il motivo fondamentale è la coscienza che in questi anni difficili, l'unica forza politica che si è coerentemente battuta, dentro e fuori il Parlamento, contro le politiche della troika e a favore della stragrande maggioranza dei cittadini è la coalizione di partiti che si riconosce nella sinistra europea (GUE-NGL, Gauche unifiée européenne, Nordic Green Left).

 

Dopo sei anni di crisi, i guasti della politica europea sono sotto gli occhi di tutti: non solo un'immane tragedia personale per decine di milioni di persone espulse dal mondo del lavoro, con perdita di reddito e di dignità, una crescente e avvilente precarietà anche per chi il lavoro ce l'ha, le conquiste sociali di un trentennio bruciate, i più deboli privati del necessario sostegno; sono anche una tragedia per tutta la collettività, una Europa,dove un inestimabile patrimonio di braccia e di menti resta inutilizzato e diventa sempre più irrilevante mentre il resto del mondo va avanti. In poco più di vent'anni l'Italia è precipitata dal 5° all'11° posto tra le economie mondiali, superata non solo dai grandi paesi emergenti (Cina e India, Brasile e Russia, i cosiddetti BRICS - dove la S finale sta per Sudafrica), ma anche distanziata dai vicini europei, Francia e Gran Bretagna, e tallonata da vicino da paesi assai meno popolosi, come il Canadà e la Spagna.

 

Di fronte all'evidenza del disastro sociale provocato, tutti si affannano a promettere la fine dei programmi di austerità e l'avvio di politiche espansive, e in prima linea sono proprio i responsabili di questa situazione, coloro che hanno votato tutti i provvedimenti della troika, in Europa come nei singoli paesi.

Che fiducia possiamo avere in partiti una volta riformisti, ma ormai da tempo convertiti al liberismo, che, in Europa come in Italia, hanno sempre anteposto "i conti in ordine" ai bisogni e alle attese della popolazione, sino a inserire nella Costituzione italiana l'obbligo del pareggio di bilancio (salvo poi, all'atto pratico, andare a chiedere alla Merkel il permesso di sforare il deficit di qualche decimo di punto)?

 

Alle promesse preferisco i fatti: di fronte a tutti i convertiti dell'ultima ora sta il costante impegno politico della sinistra al Parlamento europeo, la prima, e per molto tempo l'unica forza politica a denunciare la politica di Maastricht e a proporre una politica economica alternativa.

Scrive Luigi Vinci, che per anni è stato parlamentare europeo:

In via generale, il GUE ha sempre criticato il merito liberista dei trattati europei, e ha votato contro di essi via via che venivano presentati, in genere a integrazione di quello basilare di Maastricht. Accenno, a questo proposito, per quanto riguarda la mia esperienza diretta, all'opposizione al Trattato di Nizza (che poi saltò per via dei referendum che lo respinsero in Francia e Olanda) e al successivo Trattato di Lisbona. L'opposizione non si riferì solo alle politiche economiche e di bilancio ma anche alla derubricazione a diritti individuali dei diritti universali di tipo sociale (per esempio, sostituendo il diritto al lavoro e quello alla salute con i «diritti» a lavorare e a farsi curare). Una battaglia vinta (grazie ovviamente alla costituzione di una maggioranza parlamentare che andava ben oltre il GUE) fu quella contro l'infame direttiva Bolkenstein (membro della Commissione Europea presieduta da Prodi). Questa direttiva prevedeva che un lavoratore di un paese dell'Unione Europea potesse lavorare in un altro paese dell'Unione Europea fruendo del salario e dei diritti sul lavoro del suo paese di origine; per esempio, prevedeva che un lavoratore polacco potesse essere assunto in Germania alle condizioni della Polonia.

Più recentemente il GUE si è impegnato contro le politiche di austerità e i loro presupposti costituiti da politiche di riduzione di deficit e debito pubblici, con tanto di tagli alla spesa sociale.

 

Oggi si presenta un pericolo ancora più grave della direttiva Bolkenstein (introdotta per consentire la libera circolazione dei servizi in tutta l'Unione europea con la promessa di mirabolanti aumenti dell'occupazione e del PIL, e approvata dopo una dura battaglia della sinistra e dei sindacati senza la clausola territoriale): la minaccia è rappresentata dall'approvazione del trattato TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti, Transatlantic Trade and Investment Partnership), l'accordo commerciale da tempo oggetto di trattative tra gli Stati Uniti e la Commissione.

Anche in questo caso vengono magnificati i risultati attesi: più crescita, più esportazioni, più occupazione, meno burocrazie e controlli, eccetera. In realtà anche gli studi più favorevoli al TTIP ridimensionano molto i benefici attesi: in particolare l'aumento dell'export beneficerebbe sostanzialmente i grandi gruppi (secondo i dati forniti dall'Organizzazione mondiale del commercio, che io ricavo da un articolo del Manifesto, le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72% delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del TTIP) mentre questo aumento sarà controbilanciato dall'arrivo di prodotti statunitensi a basso costo che ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo.

 

Ma al di là degli ipotetici vantaggi in termini di export e di aumento del PIL è soprattutto nell'approccio ultra-liberista del trattato che si nascondono i peggiori rischi: i «lacci e lacciuoli» che il trattato si propone di abolire, o almeno di "armonizzare" (s'intende, al livello più basso) sono in realtà le regolamentazioni che gli stati europei si sono date per proteggere l'ambiente, i diritti dei lavoratori, la salute dei cittadini.

Non solo, il trattato prevede anche un meccanismo per la risoluzione dei contrasti tra stati e investitori a tutto vantaggio delle multinazionali, che potrebbero costringere gli stati (cioè i contribuenti) a rimborsare eventuali mancati guadagni causati dall'emanazione di norme per la tutela dell'ambiente o della sicurezza dei lavoratori.

Sinora solo il gruppo della sinistra europea sta conducendo una battaglia contro questa enorme regalo alle multinazionali a danno di tutti i cittadini europei.

 

Al di là poi dei fondamentali problema di lotta contro la politica di tagli e di regressione imposta ai paesi in debito, solo nell'ultimo mese i parlamentari della sinistra europea si sono impegnati nella ricerca di una soluzione politica del conflitto siriano e di protezione per i rifugiati palestinesi in Siria, nella difesa dell'operato della commissione dell'ONU per i diritti umani, nella proposta di misure concrete contro la povertà e l'esclusione sociale (per saperne di più, vedi http://www.guengl.eu/eu-2014).

 

E sempre Vinci ricorda alcune importanti battaglie vinte, unendo l'impegno in Parlamento con l'azione dei cittadini sul territorio, dal blocco della costruzione della terza pista alla Malpensa, riconosciuta, dopo una lunga battaglia, tra le "grandi opere devastanti, speculative e inutili" alla nascita del movimento No-Tav, sino a ottenere un voto unanime del Parlamento europeo contro i processi che in Turchia gettavano in galera per anni gli autonomisti curdi, e all'introduzione, nel trattato di Amsterdam, della clausola del divieto di discriminazione delle persone sulla base del loro orientamento sessuale.

Abbiamo bisogno di mandare a Bruxelles uomini e donne che continuino questa battaglia.    Piero Basso .

 

 


Ultimo aggiornamento : 05-05-2014 09:18

   
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