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Diseguaglianze : lo dice la Banca d'Italia
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Scritto da Franco Calamida, 12-01-2014 16:28

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale


Importante , per quanti si propongono di raccogliere le forze per combattere la diseguaglianza.


 

 

La disuguaglianza in Italia. Un rapporto della Banca d'Italia

 

Come sappiamo, la disuguaglianza nella distribuzione del reddito, sintomo e causa di una più profonda disuguaglianza sociale, in regresso nei trentacinque anni seguiti alla fine della guerra, gli anni del “miracolo economico”, della costruzione di un robusto tessuto industriale, della presenza di sindacati forti e di una sinistra che aveva come riferimento la condizione dei lavoratori e non “i mercati”, è andata poi aumentando con l'affermarsi dell'ideologia liberista di Reagan e Thatcher e con la costruzione europea, governata più dalle banche che dagli ideali dei padri fondatori. Dopo alcuni anni di sostanziale equilibrio agli inizi del nuovo secolo, la disuguaglianza ha ripreso a crescere dopo l'inizio della crisi.

 

Se questo è il quadro generale, un recente studio della Banca d'Italia ne approfondisce alcuni aspetti, e mi è parso interessante sintetizzarlo brevemente per aiutarci a capire un po' meglio quello di cui si parla, e anche per capire che non esistono soluzioni facili.

Lo studio, scaricabile dal sito www.bancaditalia.it, si propone di analizzare la distribuzione della disuguaglianza in Italia nello spazio e nel tempo. La disuguaglianza viene misurata mediante l'indice di concentrazione di Gini (così chiamato dal nome di Corrado Gini, lo statistico italiano che lo propose, e che è stato anche il primo presidente dell'Istituto centrale di statistica). L'indice di Gini è  universalmente utilizzato per misurare la disuguaglianza nella distribuzione dei redditi: un valore zero significa una distribuzione perfettamente ugualitaria, un valore 100 significa una distribuzione in cui tutta la ricchezza è concentrata in pochissime mani.

 

L'unica fonte in grado di offrire dati col dettaglio richiesto dall'analisi (per ogni provincia e per ogni anno) è rappresentata dalle dichiarazioni dei redditi, disponibili presso il ministero dell'economia e della finanza (MEF). Questo pone subito alcuni problemi, che gli autori discutono:

- Le dichiarazioni dei redditi sono individuali, mentre la generalità degli studi sulla distribuzione dei redditi fanno riferimento alla famiglia, ritenuta molto più significativa (così l'«indagine sui bilanci delle famiglie» della Banca d'Italia, o le statistiche della CIA (www.cia.gov/library/publications/the-world-factbook/) che ho ricordato altre volte in queste note).

- Le dichiarazioni dei redditi non considerano i percettori di redditi minimi, non tenuti a presentare la dichiarazione; ad esempio, nel 2011 sono state presentate 41,3 milioni di dichiarazioni, corrispondenti all'85% della popolazione adulta (questa percentuale sale al 90% al Centro-Nord e scende al 76% al Sud)

- Le dichiarazioni dei redditi scontano l'evasione fiscale, presente probabilmente a diversi livelli di reddito

- Le dichiarazioni non comprendono i redditi tassati alla fonte in via definitiva (plusvalenze, dividendi, interessi sulle obbligazioni); questa omissione tende a sottostimare i redditi delle fasce alte della distribuzione.

Queste omissioni (sommerso e redditi tassati alla fonte in via definitiva) spiegano la differenza, pari almeno al 35%, tra i risultati ottenuti dalle dichiarazioni e i dati dalla contabilità nazionale elaborati dall'ISTAT, senza contare che quest'ultima considera i redditi da fabbricati a valore di mercato, mentre nelle dichiarazioni viene considerato il valore catastale.

Gli autori effettuano numerosi confronti tra i diversi gruppi di dati (contabilità nazionale, dichiarazioni dei redditi, indagine sui bilanci delle famiglie) trovando andamenti molto simili, pur nell'importante differenza tra i valori assoluti. Ricordo che i dati MEF sono molto sottostimati rispetto alla realtà, ma vengono utilizzati in questo studio per essere molto più abbondanti e dettagliati rispetto agli altri.

 

I principali risultati dello studio mostrano una discesa del reddito in termini reali dall'inizio della crisi: 652 miliardi di euro nel 2011, in aumento del 14% sul 2000, ma in diminuzione del 4,5% sul 2007; il reddito pro capite, sempre in termini reali, è passato da 10.000 euro nel 2000 a 11.600 nel 2007 e a 10.800 nel 2011.

Dal punto di vista della distribuzione territoriale del reddito pro capite lo stacco tra le due Italie è particolarmente drammatico: tutte le regioni meridionali hanno un reddito pro capite inferiore a 10.000 euro (dichiarazioni dei redditi) o 14.000 euro (contabilità nazionale), mentre tutte le regioni del Centro-Nord hanno un reddito pro capite superiore a 11.000 / 17.000 euro.

Anche la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è diversa nelle diverse zone. L'indice di Gini, pari a 40 nel 2011, è maggiore al Sud (supera 44 in alcune provincie) e minore al Nord (scende sino al 35 a Lodi, Biella, Vercelli), ed è maggiore nelle grandi città rispetto alle città minori.

 

Da ultimo gli autori esaminano l'effetto di alcuni fattori sulla disuguaglianza. Il primo fattore considerato è l'effetto perequativo della tassazione, generalmente misurato dalla differenza tra l'indice di Gini sui redditi lordi e quello sui redditi netti (a valle della tassazione). Essendo la tassazione (IRPEF) progressiva, è chiaro che i redditi più alti vengono ridotti in misura maggiore dei redditi più bassi e quindi si riduce la disuguaglianza tra i redditi. Nel 2011 la differenza tra l'indice di Gini sui redditi lordi (44,5) e quello calcolato sui redditi netti (40) è pari a 4,5. Questa differenza è in continua diminuzione dal 2007, diminuisce cioè l'effetto di redistribuzione dei redditi operato dalle tasse.

Altro effetto considerato dagli autori è l'industrializzazione: i distretti industriali presentano una maggiore uguaglianza  nella distribuzione dei redditi, dovuta probabilmente alla la maggiore uniformità delle mansioni (impiegati, operai) e alla maggiore forza sindacale, rispetto alle zone dove prevalgono i servizi, con una maggiore dispersione dei redditi (addetti alle pulizie o alla cura, da una parte, consulenti e professionisti dall'altra).

Infine due fattori considerati, che peraltro non permettono conclusioni definitive, sono l'apertura al commercio internazionale (può costituire un freno ai salari a causa della concorrenza dei paesi con bassissimo costo del lavoro; o può essere uno stimolo a chiudere le imprese meno efficienti e a sviluppare produzioni a più alto valore aggiunto con stipendi più alti) e l'ammontare dei prestiti alle famiglie (mutui, auto, carte di credito). Può interessare rilevare che l'ammontare totale dei prestiti alle famiglie, che nel 2000 rappresentava il 35% del reddito nazionale, nel 2011 è arrivato al 65%.

 

(Paolo Acciari e Sauro Mocetti, Una mappa della disuguaglianza del reddito in Italia, Banca d'Italia, Occasional papers n.ro 208, ottobre 2013)

 


Ultimo aggiornamento : 12-01-2014 16:28

   
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