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Assemblea 2 giugno - intervento di Basilio Rizzo
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Scritto da Franco Calamida, 05-06-2013 08:25

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Pubblicato in : Attualità politica, Attualità politica


Intervento di Basilio Rizzo , Presidente del Consiglio Comunale , all'assemblea del 2 giugno promossa da Cgil, Cisl, Uil e Comitato 2 giugno insieme per la Costituzione.
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Milano, 2 giugno 2013
Poiché parlo per primo, permettetemi di esprimere l’omaggio di un affettuoso,
ammirato ricordo per Don Andrea Gallo e Franca Rame. Due grandissime
personalità che hanno saputo entrare nel cuore e nelle menti di tantissimi di
noi come testimoniato dal calore e della passione morale e civile del popolo
che ha voluto essere presente alle loro esequie. Venendo al tema del nostro
incontro, partirei da una premessa. Molti si esercitano nel classificare e
parteggiare per una prima, una seconda, una terza repubblica.
Io amerei che ci si riconoscesse e ci si richiamasse ad una sola, ben precisa
Repubblica. Quella “democratica fondata sul lavoro”. In cui “la sovranità
appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della
Costituzione”.
Se proprio si dovesse aggiungerei qualche parola per ancor meglio definirla
direi – come spesso facciamo – “nata dalla Resistenza e dalla lotta di
Liberazione…”.
Idealmente vorrei che la nostra celebrazione del 2 giugno si unisse a quella del
25 aprile e del 1° maggio come cardini di uno stare insieme che troppo spesso
fatichiamo a tradurre in una comune azione politica.
Mi chiedo infatti: perché un popolo che ha una sostanziale, solida base di
principi, sentimenti, aspettative comuni non riesce ad avere una
rappresentanza politica e sociale unitaria e coesa ?
Perché sono così difficili percorsi di unità perfino nel mondo del lavoro ?
Abbiamo così autorevoli oratori quest’oggi che ci aiuteranno certamente a
trovare risposte importanti.
Per parte mia mi limito ad indicare lo spirito, i valori e per alcuni temi la
“lettera” della costituzione come equilibrato riferimento ideale in cui può
riconoscersi la maggioranza degli italiani in cerca di buona politica.
· Per la sovranità riconosciuta al popolo
· per la fondamentale centralità assegnata al lavoro
· per i principi di uguaglianza e di rispetto dei diritti individuali e
collettivi
· per il pacifismo intelligente ed aperto alle istanze sopranazionali
· per l’attenzione alla scuola, alla cultura, alla ricerca scientifica, alla tutela
dell’ambiente e del patrimonio artistico
· per la proposizione di un impianto istituzionale fondato sulla
democrazia rappresentativa che contempera i diversi poteri dello stato e
tutela l’autonomia della magistratura
· per una economia libera ma non in contrasto con l’utilità sociale
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· per una fiscalità doverosa, equa e progressiva
· per il valore attribuito alle autonomie locali
· per la moralità ed onore richiesto nell’esercizio delle funzioni pubbliche.
Potrei proseguire a lungo, ma direi comunque meno e molto peggio di quanto
dice in modo mirabile e penetrante l’articolato della Costituzione.
Aggiungerei allora, in modo riassuntivo, che la Costituzione è una sorta di
spartiacque, utile a far comprendere le sostanziali differenze politiche, non per
il gusto di dividere, ma per definire le scelte di campo: da una parte chi vuole
difendere la Costituzione, dall’altra chi vuole modificarla nel profondo,
intaccandone l’assetto di fondo.
· Sostituire al sistema parlamentare, il presidenzialismo o il
semipresidenzialismo
· mettere a repentaglio l’autonomia della magistratura.
· Ridurre le tutele ed i diritti del mondo del lavoro.
· Imbrigliare il ruolo e l’autonomia del sindacato.
· Imposizioni di vincoli alla formazione del bilancio etc.
Temi che vengono ciclicamente riproposti, sia singolarmente sia rivendicando
una complessiva revisione della Costituzione.
Non sempre è stato contrapposto in modo parimenti determinato un altolà
esplicito a tale disegno. Una difesa a tutto campo del dettato costituzionale.
Abbiamo qui il prof. ONIDA che è per tutti noi un faro prezioso in materia e
quindi avrete parole più efficaci ed importanti delle mie.
Ricorrerò ad una battuta. Tutti voi sapete che in edilizia si parla di
manutenzione ordinaria (che adegua, ripristina, lasciando però invariata la
struttura di fondo) e la manutenzione straordinaria (che talvolta,
disinvoltamente, porta all’abbattimento e alla ricostruzione ex-novo...). Se
allora di qualche intervento c’è bisogno che esso sia davvero di sola, ordinaria
“manutenzione” che lasci inalterato l’impianto di fondo e che tale intervento
avvenga con le forme di garanzia che la stessa Costituzione prevede e regola !
Nessun problema dunque per misure, ad esempio, che semplificano l’assetto
degli enti locali. Misure anzi che appaiono utili e necessarie in tempi brevi.
Abolizione delle Provincie; assecondare proposte che nascono dal territorio di
accorpamenti di comune; portare a compimento l’istituzione delle aree
metropolitane garantendo a regime l’elezione diretta dei loro organi di
governo e contemporaneamente la nascita delle municipalità.
Lo stesso per una razionalizzazione del Parlamento e sulla specializzazione /
articolazione delle due Camere.
Ma come ho detto, nello specifico è meglio lasciare la parola a chi ne sa molto
più di me ed ha ben altra autorevolezza.
Vorrei invece introdurre una riflessione sui beni comuni.
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Nel 2011 il movimento dell’acqua “pubblica” ha raggiunto un risultato storico
con il referendum. Il combinato della percentuale dei votanti e dei sì espressi
ha fatto sì che emergesse l’esistenza di una maggioranza assoluta (certificata
dal voto di oltre il 50% degli aventi diritto) di cittadini italiani che affermava
che l’acqua è un bene comune, non riconducibile alle logiche del mercato.
Un punto di arrivo, ma anche di partenza. La locuzione beni comuni è entrata a
pieno titolo nel vocabolario politico di pari passo con la crescita dei movimenti
che ad essi si rifacevano e con la centralità che i temi si conquistavano nel
dibattito politico.
Osserva il Prof. Settis nel suo testo “Azione Popolare” non a caso sottotitolato
“cittadini per il bene comune”: nella Costituzione l’espressione è bene comune
non c’è. Eppure suo principio ordinatore è precisamente il bene comune in
continuità con la pubblica utilitas. Nel linguaggio della Costituzione questo
concetto è espresso con altre formule (interesse della collettività, interesse
generale, utilità sociale, fini sociali, funzione sociale, utilità generale, pubblico
interesse). Queste espressioni non sono coincidenti, ma convergenti; si
integrano una nell’altra in una coerente architettura di valori…”.
In sintesi si può dunque affermare che a ben vedere la Costituzione dà
indicazioni chiare in grado di ricomprendere e tradurre le aspettive del
“popolo dei beni comuni” forse la novità più significativa nella realtà politica
non solo nazionale.
D’altro canto se si volesse – e forse sarà utile farlo, con la giusta misura – dare
esplicita declinazione giuridica e costituzionale al tema dei beni comuni esso
sarebbe proprio l’esempio di BUONA MANUTENZIONE, un arricchimento
coerente (e non confliggente) con il dettato della Carta.
Per un altro verso una riflessione sul movimento dei beni comuni ci correla ad
un’altra questione rilevante: la partecipazione.
Nella fase di incubazione del movimento, migliaia di assemblee piccole e
grandi, comitati che nascevano gioiosi e spontanei nei paesi e nella metropoli,
trasversali nella composizione, diversi ma non pregiudizialmente conflittuali
con i partiti e poi la scelta del referendum, la raccolta delle firme, la campagna
elettorale… il movimento per l’acqua è stato un momento straordinario di
partecipazione. Pian piano vengono interessati altri settori di intervento: la
cultura, la scuola, l’energia, la mobilità, il territorio…
Per onestà intellettuale occorre rilevare che con il tempo anche nel movimento
dei beni comuni si sono determinati sintomi diciamo di affaticamento e di
difficoltà nel mantenere alti livelli di partecipazione.
La lezione emersa conserva tuttavia per intero il suo valore.
I cittadini partecipano a precise condizioni:
- se sono conquistati da un obiettivo chiaro, importante, riconoscibile
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- se ritengono di poter contare davvero e di decidere
- se avvertono di operare in contesti e strutture democratiche in cui vi sia
confronto vero e libertà reale di scelta.
Ovviamente è fortemente voluto ogni raffronto con la devastante condizione
determinata – nel dopo elezioni scorso – dell’aver creduto di lavorare per un
progetto, una scelta ben precisa e… vederne realizzata un’altra ben diversa.
Ma a proposito di non partecipazione, di disincanto (se non ostilità vera e
propria) nei confronti della politica vorrei fare altre considerazioni a costo
anche di sentirmi dire... bravo hai scoperto l’acqua calda!!!
La politica è scelta di cambiamento, di miglioramento, di speranza.
Ma se la speranza non ha speranza, se la crisi ti travolge e ti sembra
impossibile tirartene fuori, se ti senti terribilmente solo, non aiutato: perché
dovesti partecipare, impegnarti ?
Non so se noi –permettetemi di dirlo– ceto politico e sindacale abbiamo saputo
fare i conti con questa realtà. Spesso parliamo a noi stessi.
Voglio togliermi un tarlo che ho in testa. Noi capiamo che cosa è la povertà?
Al riparo dei nostri stipendi e delle nostre pensioni più o meno ricchi ma
sicuri, nella serenità delle nostre confortevoli case non nel degrado di troppi
quartieri popolari, sappiamo entrare nella testa di chi vive la povertà spesso
non essendovi preparato?
Certo la povertà non è una “categoria” scientifica.
Ma segna, devasta e come! Ogni giorno nelle periferie, nelle famiglie , nell’ozio
obbligato del non lavoro. Impegnati in politica, è un lusso che ritieni di non
poterti permettere se devi darti da fare per far comunque andare avanti la
famiglia, se devi negare con rabbia quel che vorresti dare ai tuoi cari: se non
sai come pagare non il mutuo, ma neppure le spese del condominio e ti
vergogni ad incontrare i coinquilini… Quando sognavi di aiutare i tuoi vecchi
o di offrire un radioso futuro ai tuoi figli e ti trovi in mano nulla e nessuna
prospettiva… non pensi alla partecipazione politica ma sviluppi solo
risentimenti, senza distinguere e senza fare sconti.
Credo che non si possa sottovalutare questa situazione.
Il “populismo” si combatte dando speranze di cambiamento collettivo.
Ma dandole davvero, con atti concreti.
Ci vogliono misure che attestino inequivocabilmente che si sta dalla parte di
chi soffre, senza se e senza ma. Il cammino è stretto. Ma guai a fare errori.
Faccio alcuni esempi. La nostra Amministrazione ha colto il senso della
situazione ed il Sindaco ha chiesto ed ottenuto dal governo un rinvio per
l’approvazione del bilancio. L’alternativa erano lacrime e sangue. Il governo
Monti ha trasformato i Comuni in esattori brutali. Spero davvero che si possa
evitare il peggio. Ma se domani l’idea del governo fosse quella di privilegiare
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le real-politick romane e stringere il cappio attorno al collo dei comuni ed
anche Palazzo Marino ci si adeguasse… sarebbe una scelta giusta aumentare
le addizionali IRPEF così che a pagare sarebbero i soliti noti che pagano le
tasse fino all’ultimo centesimo, abbassando i livelli di esenzione a valori tali
che sarebbero esenti solo gli evasori o i gioiellieri, e magari aumentando anche
rette e tariffe.
Ancora: è davvero impossibile affermare che nell’ambito di un qualsiasi luogo
di lavoro tra chi guadagna meno e chi guadagna di più il rapporto 1 a 10 nella
retribuzione dà comunque una diversità di status, di disponibilità economiche,
di possibilità di agiatezza nella vita da non scadere in un vituperato
egualitarismo comunista, e dunque dovrebbe bastare e ricordare che al di
sopra siamo al di là del tollerabile! Ed operare di conseguenza in questo senso
da subito a partire dal settore pubblico e nelle partecipate.
Ed ancora: che non è esproprio proletario ma equità una tassazione, magari
anche solo a tempo, per i grandi patrimoni così da alimentare un fondo da cui
trarre da subito bonus di sussistenza e di dignità per i giovani in cambio di
lavoro di utilità sociale che surroghi quanto i comuni non riescono più a fare
per colpa dei tagli di bilancio.
Ed ancora: è possibile che non si trovi una soluzione giuridica (che pure è
esistita in passato!) che consenta, in attesa di una efficace lotta all’evasione, di
trattare in modo diverso i redditi da lavoro dipendente dagli altri, al fine delle
graduatorie e per tariffe e servizi per costruire un minimo di giustizia sociale
con sufficienti correttivi consoni alla realtà che tutti sanno (proprio ieri i dati
fissati su gioiellieri, centri benessere etc. sono serviti ad indignazione di
facciata ma nessun atto…).
Ma mi accorgo di essermi fatto prendere la mano e voglio rispettare il tempo
assegnatomi.
Ritorno dunque, per concludere, a dove ero partito.
La repubblica fondata sul lavoro, la costituzione, i beni comuni.
Vorrei che investissimo tutti sulla possibilità, attorno a questi temi, di costruire
un progetto di unità possibile.
Un percorso da farsi ognuno come ritiene di poter fare, senza forzature, senza
architetture fatte a tavolino, ognuno nel proprio ambito di attività nelle
istituzioni, nel sindacato, nel sociale.
Che ognuno declini come crede questo percorso di unità possibile peraltro
l’unico che può dare al paese il cambiamento che è necessario.
A partire dal convinto riconoscimento che la Costituzione è un punto di vasta
e forte condivisione, agibile e fruibile, e dunque assicura un punto d’arrivo che
può essere raggiunto.
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Mi piace credere che questo non sia solo un augurio, ma un progetto che ci
vedrà impegnati in molti, con serena fiducia.
Costituzione e temi comuni, mi sembra una buona parola d’ordine.

Ultimo aggiornamento : 05-06-2013 08:25

   
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