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V.Rieser : sindacato e "sponda politica"
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Scritto da Franco Calamida, 08-04-2013 14:15

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Pubblicato in : Lavoro, Lavoro / Stato Sociale


Riportiamo un articolo di Vittorio Rieser che affronta una questione importante e di attualità : il sindacato di classe nel contesto attuale di crisi economica  e sociale , con rapporti di forza sfavorevoli , legislazione di sostegno drasticamente ridimensionata  e "sponda politica " assai debole , se non inesistente . Questione della quale anche nei partiti di sinistra si discute raramente e senza approfondimenti , come se un progetto di sinistra potesse prescinderne.

Vittorio Rieser

Sul problema della “sponda politica” del sindacato di classe

 

Il quadro di riferimento

 

L’azione sindacale ha sempre un “doppio rapporto” con la politica: da un lato, incide sulla politica con le sue lotte e i loro risultati; dall’altro, ha bisogno della politica per realizzare alcuni suoi obiettivi fondamentali o per consolidare alcune sue conquiste.

 

Schematicamente, vorrei sottolineare tre aspetti fondamentali di questo rapporto.

Il primo è un aspetto che emerge solo in determinate fasi, ma che oggi è drammaticamente attuale.

In fasi di crisi economica profonda e generale, la sola azione del sindacato non basta a difendere i lavoratori (si può e si deve lottare nelle singole aziende, ad es., ma se c’è solo questo si riesce solo a “limitare i danni”). C’è bisogno di una politica economica che affronti organicamente la crisi “dal punto di vista dei lavoratori”, cioè avendo come priorità la difesa della loro condizione e la salvaguardia delle loro conquiste. Questa può essere realizzata solo a partire dalle istituzioni politiche nazionali (pur senza sottovalutare la rilevanza che possono avere articolazioni come quelle regionali) e, tanto più oggi, a livello sopranazionale, europeo (e qui sorge un ulteriore problema, per la carenza, a questo livello, della stessa azione sindacale).

 

Secondo aspetto: la conquista di diritti universali dei lavoratori ha bisogno di leggi. Sia chiaro: queste leggi vengono conquistate grazie all’impulso delle lotte; però sono indispensabili, sia per generalizzare questi diritti a tutti i lavoratori, sia per mantenerli anche quando i rapporti di forza sono meno favorevoli ai lavoratori. In questo quadro vanno visti anche i diritti del sindacato, cioè come “proiezione” dei diritti dei lavoratori (altrimenti si riducono a forme di tutela burocratica di un’organizzazione) – e ciò si collega ad un altro aspetto del “bisogno di leggi”, cioè a leggi che regolino e tutelino in modo democratico la rappresentanza sindacale dei lavoratori.

 

Ma vi è un terzo aspetto, più complesso ma non meno importante: nelle fasi di maggior forza sindacale, l’azione del sindacato determina squilibri e contraddizioni nell’assetto economico-sociale esistente: ad es. in termini di  redistribuzione del reddito, ma anche di “redistribuzione dei poteri” nell’impresa, o imponendo che servizi collettivi prima affidati in forme varie al mercato divengano pubblici e gratuiti.

 

Tutto ciò, per consolidarsi, richiede una soluzione politica. Questa in teoria può anche consistere (quando ce ne siano le condizioni) in una rivoluzione anti-capitalistica. Ma, rimanendo in un ambito più limitato e “realistico”, essa consiste (e così è stato ad es. in vari momenti della “fase fordista-socialdemocratica”) in una politica economico-sociale che “ridefinisca” il funzionamento del sistema a partire dalle conquiste dei lavoratori. Se ciò non si realizza, a realizzare il “riequilibrio” ci pensa il capitale: o a partire da misure di politica economica che indeboliscano i lavoratori (è il caso della “recessione manovrata” operata dalla Banca d’Italia nel 1963 – che ebbe un effetto pesante ma di breve durata) o a partire da una brutale “ripresa del potere” in fabbrica (è il caso del 1980 a partire dalla Fiat), su cui si innestano poi politiche più generali di ristabilimento della situazione precedente.

 

La questione della “sponda politica” ieri e oggi

 

A questo punto possiamo definire in termini meno generici la questione della “sponda politica del sindacato”. Con questo termine ci si riferisce a quelle forze politico-istituzionali (partiti e simili) che non solo appoggiano genericamente l’azione sindacale ma che, da un lato, cercano di tradurre in leggi gli obiettivi e le conquiste sindacali che necessitano di una traduzione legislativa, dall’altro lato, sviluppano politiche economico-sociali che modificano l’assetto del sistema in senso coerente con gli obiettivi sindacali.

 

Lo schieramento di queste forze varia in ampiezza e in composizione. Ma, nell’Italia del dopoguerra, ha avuto per lunghi anni un elemento costante: il Partito Comunista Italiano. Sia chiaro: ciò non significa che non ci fossero contraddizioni tra PCI e sindacato (la storia di queste contraddizioni è ricca ed istruttiva – alla faccia della “cinghia di trasmissione”! – e, in tutti gli anni 70, vede il PCI spesso “a destra” del sindacato, in particolare della FLM); ma, in ultima analisi, l’azione sindacale di classe poteva contare su un PCI che la sosteneva in sede politica.

 

A partire dalla fine degli anni 60, si apre una lunga fase (oltre un decennio) in cui la crescita della forza sindacale porta ai livelli più alti il rapporto tra sindacato e politica. Un rapporto che è tra un

sindacato fondamentalmente unitario (le divisioni ci sono, ma sono trasversali rispetto alla distinzione tra confederazioni), sorretto da una fortissima spinta di lotta dei lavoratori, e uno schieramento politico di sostegno al sindacato che (in forme e misure diverse, va al di là del PCI, estendendosi sia a forze più moderate che più radicali.

 

I risultati sono grandi, e in buona parte resistono ancora oggi – proprio per questo oggi sono oggetto di attacco da parte dei governi, da Berlusconi a Monti, che si ispirano alle ricette liberiste.

Ne ricordiamo alcuni: i diritti dei lavoratori, sanciti nella legge 300 e in altre ad essa collegate (fino ad arrivare in tempi più recenti alla legge 626, largamente inapplicata); una serie di riforme che configuravano anche in Italia un welfare state (di cui la riforma sanitaria finora bene o male resiste, mentre quella delle pensioni è già stata stravolta); infine, i mutamenti nel sistema di fabbrica (sintetizzabili in forme di controllo operaio-sindacale  sull’organizzazione del lavoro, sulla struttura salariale ed altri aspetti della condizione di lavoro), che sono stati in larga misura (ma non totalmente!) annullati dalla controffensiva padronale degli anni seguenti.

Ma non voglio dilungarmi ulteriormente sugli aspetti storici. Veniamo all’oggi.

 

Oggi, il rapporto tra sindacato e politica (cioè tra un sindacato capace di incidere sulla politica e forze politiche che raccolgano/sviluppino le esigenze del sindacato) ha toccato il suo punto più basso – proprio quando la gravità della crisi economica richiede in modo drammatico una “risposta politica” ai problemi di difesa dei lavoratori.

 

Da un lato, abbiamo un movimento sindacale profondamente diviso; e non è una semplice divisione tra linee sindacali più moderate e più radicali, in quanto una parte del movimento sindacale si schiera, anche sul piano politico, con le controparti dei lavoratori, e assume la divisione sindacale come un proprio obiettivo. Resta quindi solo la CGIL – tra le grandi confederazioni – a difendere il sindacalismo di classe.

 

Dall’altro, le successive trasformazioni del PCI, che hanno portato all’attuale Partito Democratico,

hanno distrutto la funzione storica del PCI di sostegno al sindacato di classe. Non a caso, si sviluppa proprio oggi l’attacco più duro alle stesse conquiste più durature degli anni 70.

 

Come uscire da questa situazione?

 

Non penso certo di proporre una soluzione complessiva di questo problema. Vorrei però contribuire a sgombrare il campo da soluzioni illusorie, che potremmo definire come “scorciatoie”.

 

Non ci sono scorciatoie dal lato del movimento sindacale che possano “surrogare” l’unità sindacale o “ripristinarla” miracolosamente.  Non funzionano ipotesi di una “grande CGIL” autosufficiente, né tanto meno qualche improbabile ipotesi di “alternativa di sinistra” alla CGIL. E non funzionano i  tentativi di salvare l’unità sindacale spostandosi su posizioni sempre più moderate: sono stati effettuati anche troppo, in anni passati anche recenti, e non hanno salvato l’unità, semmai hanno introdotto elementi di sfiducia nei rapporti tra lavoratori e CGIL.

 

Non c’ è quindi, al momento, altra via che una paziente ricostruzione dal basso di momenti di unità,

a partire dal terreno di lotta e contrattazione e dal funzionamento delle rappresentanze sindacali nei luoghi di lavoro, senza cedimenti sui contenuti: scorciatoie come il contratto nazionale dei chimici ripristinano apparentemente un’unità formale, ma a danno dei lavoratori e del rapporto che il sindacato ha con i lavoratori.

 

E non ci sono scorciatoie neanche dal lato della “sponda politica”. Non bastano, a costruirla, le formazioni di sinistra schierate col sindacato di classe (dalla ex Federazione della Sinistra a SEL – forze che tra l’altro oggi non sono presenti in parlamento) – neanche con l’aggiunta di una IdV convertitasi solo di recente alla difesa dei lavoratori. E’ necessaria la ricostruzione di uno schieramento politico più ampio, che raccolga in modo non equivoco, sul terreno politico-istituzionale, le istanze del sindacalismo di classe, e sia in grado di farle pesare – nella prospettiva (che però non può essere solo italiana) di farle prevalere. Il che pone la questione del PD. Oggi, questo partito è frammentato – per quanto riguarda le posizioni verso il sindacato – tra posizioni che vanno dalla simpatia per Bonanni (quando non direttamente per Marchionne!) fino a posizioni di aperto sostegno alla CGIL. Ciò riflette la mancata scelta, sul terreno politico generale, tra una continuità con la linea liberista del governo Monti e una decisa rottura con le ricette liberiste che aggravano la crisi. Ora, senza un prevalere – nel PD e più in generale nello schieramento di centro-sinistra – di una posizione di deciso appoggio al sindacalismo di classe, questo rimarrà in condizioni di debolezza.

 

Tutto ciò richiede una dura battaglia e un lungo lavoro – anche qui, partendo dal basso. Si tratta, anzitutto, di costruire un tessuto unitario di quadri sindacali politicamente consapevoli ed orientati,                                                                                                                                                                       pur con diverse appartenenze politico-sindacali; questi, tra l’altro, possono realizzare esperienze locali, limitate ma significative, di rapporto col livello politico-istituzionale: su un problema come quello delle aziende in crisi, o delle delocalizzazioni industriali, le Regioni dispongono di poteri di intervento (e di legislazione) limitati ma non irrilevanti.

 

La prossima scadenza elettorale

 

In questo contesto, la prossima scadenza elettorale assume un rilievo abbastanza drammatico.

 

Infatti, oggi, il ripristino di relazioni industriali democratiche, la ricostruzione di una capacità contrattuale autonoma del sindacato e dei lavoratori, passano – più che in altre fasi – per la legislazione e per la politica economico-sociale del governo. Solo in tal modo è possibile ricostruire quell’impalcatura di diritti e regole che, prima Berlusconi e poi con ulteriore chiarezza e determinazione Monti, hanno cominciato a distruggere. E solo una netta svolta anti-liberista può cominciare a creare le condizioni materiali per una ripresa del ruolo del sindacato e un recupero delle condizioni di lavoro e di vita. Ora, abbiamo visto che non c’è uno schieramento di sinistra sufficientemente coeso nell’impegno su questo duplice terreno.

 

In una situazione del genere, una prima risposta poteva venire da una lista comunista (costruita attorno a Rifondazione e alla Federazione della Sinistra) che si presentasse all’interno della coalizione di centro-sinistra con una sua fisionomia netta, sia sui contenuti programmatici che sulle scelte di alleanze di governo. Ciò non è avvenuto, e le varie forze di sinistra che appoggiano il sindacato di classe si presenteranno divise. E tuttavia il banco di prova resta quello: la capacità, nel futuro Parlamento, di costruire una maggioranza che, sul piano legislativo e della politica economica, si muova in sintonia col sindacalismo di classe e in netta contrapposizione alle politiche che il governo Monti ha avviato e che il suo leader propugna ora con particolare durezza. Non dimentichiamoci che Monti si era presentato sulla scena politica, poco prima di essere nominato premier, indicando due riferimenti-chiave del suo “riformismo”: la riforma della scuola decisa dalla Gelmini e la “riforma del sistema contrattuale” (sic!) avviata da Marchionne. L’obiettivo prioritario, al quale vanno subordinate le scelte tattiche immediate, dev’essere quindi di impedire che venga portato a compimento questo “disegno riformatore”.

 


Ultimo aggiornamento : 08-04-2013 14:15

   
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