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Giulio Cengia : cosa cambiare nei partiti della sinistra.
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Scritto da Franco Calamida, 26-03-2013 08:54

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riportiamo un interessante contributo di Giulio Cengia , cosa deve cambiare , dall'analisi della realtà , alla cultura politica , non solo dei partiti , ma anche la loro , alle proposte per il presente e il futuro
NIENTE MURO DEL PIANTO
“Un ciclo si è concluso”, afferma Franco Calamida. In verità, di cicli conclusi ce n'è più d'uno. Se
quello cui allude Franco è la coazione a ripetere, spero che la percezione della sua inutilità si
generalizzi nei partiti della sinistra.
Coazione a ripetere cosa? A ripercorrere le analisi classiche del marxismo, fondate sullo studio di
un'economia che era quella della rivoluzione industriale - quale si sviluppava da un lato in
un'Europa che godeva di vasti imperi coloniali, dall'altro negli Stati Uniti, i quali invece insistevano
in un subcontinente ancora vergine e dai vastissimi spazi - e quindi a riproporre un antagonismo tra
proletariato e classe padronale che era servito, tra metà ottocento e un po' oltre metà novecento, a
ricavare una ripartizione dei profitti industriali tale da consentire, nei Paesi privilegiati, il cosiddetto
welfare state; accettato, nonostante le resistenze, di buon grado dall'alta borghesia perché assicurava
la pace sociale a casa propria.
E' stato quello il secolo del trionfo della socialdemocrazia, sostenitrice di tale compromesso.
Se mi è permesso un ricordo personale, ancora negli anni '60 l'aggettivo “socialdemocratico”
suonava denigratorio nelle sezioni del PCI, in quanto vi era ancora viva la coscienza che una simile
ripartizione dei profitti, la quale permetteva in occidente un confortevole stato sociale, avveniva a
spese dei popoli del terzo mondo. In seguito, questa coscienza si è attenuata o persa, anche nel PCI,
e la competizione per un'equa ripartizione dei profitti capitalistici è parsa giusta in sé e quindi
riproposta ad oltranza (coazione a ripetere), anche quando il rapporto tra occidente e terzo mondo
ha cominciato a mutare a favore di quest'ultimo (paesi emergenti). Il reddito da sfruttamento dei
Paesi terzi si è gradualmente ridotto, è aumentata la loro capacità concorrenziale, le ripercussioni
all'interno dei Paesi di antica industrializzazione sono diventate pesanti ed è mutata la coscienza
della classe operaia, divenuta consapevole che il proprio pane dipendeva non più tanto dalla
competizione con il padrone quanto piuttosto dalla permanenza sul mercato dell'impresa, con
l'ulteriore conseguenza della nascita di un senso di identificazione con quest'ultima (uno degli
aspetti del leghismo).
Tranne che in casi di evidente speculazione, la mera riproposizione del conflitto di classe, quando
in occidente avanzava il processo di deindustrializzazione (dove più dove meno), è caduta nel
vuoto. Si è parlato ad un elettorato sempre più sordo, non insensibile al discorso sulla giustizia ma
non convinto delle ricette proposte, dal sapore stantio. E su questa ostinata riproposizione i partiti di
sinistra estrema hanno insistito troppo a lungo per non perdere credito.
Abbandonare al più presto le vecchie ricette, per ricominciare, è quindi necessario e possibile.
L'obiettivo di una società comunista appare infatti sempre più una meta da raggiungere, non solo
per motivi morali ma per motivi concreti, essendo l'unica via atta a consentire la sopravvivenza
dell'umanità sul pianeta. Alla crescente consapevolezza che non possiamo più permetterci la
distruzione di risorse comportata dalle guerre, generate dall'ingiustizia dei rapporti sociali e dallo
sfruttamento, si aggiunge la considerazione che l'ipersfruttamento dell'ecosistema, quale finora
allegramente attuato dall'iniziativa privata (e in URSS dal capitalismo statale), lo ha portato sull'orlo
del collasso e dell'invivibilità.
Per tornare al qui ed ora. Non è possibile uscire dalle presenti difficoltà (destinate altrimenti non
a terminare ma ad aggravarsi) se non affrontando i problemi dell'economia e del lavoro in una
prospettiva forzatamente rinnovata, in un quadro di relazioni paritarie con il resto del mondo;
coscienti che l'antica supremazia occidentale è irrimediabilmente sul viale del tramonto; che i
profitti derivanti da rapporti di scambio leonini sono, e saranno sempre più, un ricordo del passato.
Volenti o nolenti, non possiamo allora che far conto sulle nostre stesse risorse. Non certo
tornando all'autarchia medioevale ma innanzi tutto recuperando la nostra sovranità, in campo
energetico come in quello alimentare, sviluppando fino all'autosufficienza la produzione di energie
alternative e la produzione agricola (questa su basi biologiche, cioè salvaguardando i terreni e
favorendo la piccola agricoltura, contro quella industriale che li distrugge), liberandoci in tal modo
delle enormi spese dovute all'attuale dipendenza e aprendo ampie possibilità di nuovo lavoro. Per il resto, dobbiamo valorizzare la formazione e la ricerca, per tornare a competere sul piano
internazionale. Godiamo poi di un patrimonio culturale invidiabile, di un ambiente attraente,
caratteristiche ambedue da curare e da conservare, fonti di reddito e di lavoro. Le possibilità di un
livello di vita accettabile per la totalità della popolazione residente non mancano. E sono legate al
territorio, non più alla grande finanza, che è destinata così ad essere alla lunga emarginata, con
un'ultima isola di resistenza limitata alla proprietà fondiaria.
Insomma, se ampliamo la prospettiva al di là dei nostri confini e dell'Europa, una via d'uscita è
chiaramente visibile. Agli storici ed agli economisti ricostruire la storia del secondo dopoguerra e le
sue tappe, la serie di provvedimenti, tutti alla lunga controproducenti, assunti in campo economico
dai Paesi occidentali per continuare nella loro dispendiosissima politica di potenza, pur in assenza
di fonti di ricchezza adeguate: serie di iniziative che, con le loro conseguenze, hanno oscurato la
percezione del fenomeno principale.
D'altra parte, questi provvedimenti li conosciamo bene. Sono la fine della convertibilità del
dollaro in oro (Nixon), la teoria liberista imposta come pensiero comune (cosa resa possibile,
nonostante le assurdità contenute, dal fatto che appariva il mezzo più idoneo a risvegliare gli spiriti
animali del capitalismo), la liberalizzazione del movimento dei capitali e delle merci, la
delocalizzazione dei mezzi materiali di produzione dove minore era il costo della manodopera, la
libertà data alle banche di costruire valori fittizi, sostitutivi dei redditi reali in difetto, il
mantenimento da parte della Fed di bassi tassi di interesse e l'erogazione di crediti ad alto rischio.
Sappiamo che quando la bolla immobiliare è scoppiata negli USA, anche le magagne nascoste
sono venute alla luce. Al posto dell'invasione di merci occidentali nel resto del mondo, abbiamo
dovuto lamentare quella di merci orientali a basso costo. Con la classe operaia, nei Paesi di antica
industrializzazione si è perso il know how, trasferitosi altrove. I redditi delle multinazionali solo in
parte sono tornati nei paesi d'origine, che si sono quindi impoveriti. I capitali non sono più stati
reimpiegati in attività imprenditoriali, sempre a rischio, ma sono rimasti liberi, soggetti solo ai click
dei computer. I titoli tossici sono risultati lo scheletro nell'armadio di banche ed enti locali di mezzo
mondo. Per di più, l'euforia iniziale - dovuta alla ricostruzione postbellica e dal grande sviluppo
della tecnologia cibernetica ed informatica - che ha portato i Paesi europei a realizzare un'unione
sotto il segno di un liberismo sfrenato, ci ha resi incapaci, venuta la contingenza difficile, di
controllare i fattori di crisi.
Sicuramente anche questi ultimi sono problemi che urgono e da risolvere. Ma non è possibile
farlo se non affrontando con opportuna preveggenza la questione principale, cioè prendendo atto del
mutamento dei rapporti di forza a livello internazionale e adeguandoci ad esso, con la riconversione
del sistema produttivo. Con il tempo e gli investimenti che ci vorranno, da ricavare eliminando gli
enormi sprechi che oggi ci appesantiscono. Ma non risolveremo il problema della disoccupazione
dilagante se non creando un nuovo e diverso lavoro, con l'inventiva di cui siamo capaci nei
momenti bui. Un lavoro meno distruttivo di risorse naturali e che tenga quindi conto delle
condizioni cui è ridotto il pianeta.
Saprà la sinistra cambiare non il sistema di valori ma la sua cassetta degli attrezzi e di
conseguenza il suo vocabolario?

Ultimo aggiornamento : 10-04-2013 08:16

   
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