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Le forme dell'organizzazione politica - Riccardo Barbero -
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Scritto da Franco Calamida, 11-03-2013 16:14

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, La costruzione della sinistra


Riporto questa nota di Riccardo Barbero , preparata per un seminario torinese di Alba . Riccardo è un compagno di Torino che militò in Avanguardia operaia e per un breve periodo anche in Rifondazione comunista. Con lui , come molti altri , ho una storia ed esperienze comuni . Può essere utile , per me lo è , questa sua riflessione sulla forma partito , in una fase in cui in molti siamo alla ricerca di noi stessi e delle motivazioni attuali che abbiano una coerenza con quelle delle origini .  franco calamida .

 

 

1. Il processo di costruzione della lista Ingroia.

Lo spunto per iniziare ad argomentare sulle forme dell’organizzazione politica e del loro rapporto con il modello sociale e istituzionale mi viene dalla vicenda della formazione della lista elettorale  alla sinistra della coalizione PD-SEL.  Come è noto, una parte significativa dei promotori di ALBA ha lanciato l’appello “Cambiare si può” per la formazione di una lista apertamente antiliberista alle prossime elezioni politiche nazionali: la vicenda ha avuto un epilogo non felice, almeno agli occhi dei promotori stessi (solo un decimo dei primi 70 firmatari dell’appello, infatti, ha successivamente votato per continuare l’esperienza di CSP con Ingroia, all’interno di una votazione telematica che ha coinvolto appena la metà dei 12 mila sottoscrittori di CSP). D’altra parte tra gli aderenti di ALBA i sottoscrittori di CSP erano – forse questo dato non è molto conosciuto – solo un sesto circa del totale (quest’ultimo allora poco più di 6000, oggi un po’ più di 7000).

Questi dati stanno ad indicare che, al di là delle migliori intenzioni di promuovere la partecipazione, tutto il processo decisionale si è sviluppato all’interno di una minoranza sia in CSP, sia a maggior ragione in ALBA, sicuramente anche a causa dei tempi oggettivamente molto stretti.

La scelta della maggior parte dei promotori di CSP e della quasi totalità di ALBA di abbandonare la trattativa per costruire la lista elettorale è stata determinata dalle modalità “vetuste” di formazione della stessa (la candidatura di Ingroia piovuta dall’alto, la ricerca dei candidati fatta puntando molto all’immagine e meno alla rappresentatività, il mancato rispetto di un equilibrio di genere tra i candidati, il ricorso ad una sorta di manuale Cencelli tra i diversi partitini, la collocazione in posizione utile dei 4 segretari nazionali, ecc.).

Nel dibattito che si è sviluppato in ALBA – soprattutto in quello non pubblico tra i responsabili dei diversi nodi territoriali – la polemica ha assunto talvolta anche toni  moralistici, settari e qualunquistici, quasi che la forma partito sia di per sé un indizio di colpa e di mala politica: certo il manifesto fondativo di ALBA (www.soggettopoliticonuovo.it/manifesto-per-un-soggetto-politico-nuovo ) si apre proprio con una lunga critica ai partiti e alla loro gestione separata della cosa pubblica.

L’impressione è quella che anche all’interno di ALBA – nulla di scandaloso in sè – ci sia un generico (anche se condivisibile) rifiuto dei partiti attuali, delle loro modalità di funzionamento, della loro scarsa democrazia interna, della loro poca cura nel rappresentare i loro iscritti, simpatizzanti ed elettori: quel rifiuto risente, però, molto delle critiche oggi prevalenti che sono di tipo “qualunquista” in quanto non supportate da alcuna analisi più approfondita e da una proposta alternativa concreta e non generica.

 

Si legge nel Manifesto di ALBA: “Il “soggetto nuovo” nascerà da un’istanza diametralmente opposta a quella che ha guidato tutti i processi organizzativi novecenteschi.”; nel testo, però, non si approfondisce l’analisi e l’interpretazione di quei processi, ma ci si accontenta di denunciare i limiti della forma partito che quei processi hanno generato. Questa mancanza è del tutto comprensibile, data la natura “promozionale” del documento stesso: tuttavia alla luce degli ultimi avvenimenti sopra ricordati e delle difficoltà a fare concretamente “qualcosa di diverso” anche all’interno di CSP e di ALBA, pare oggi necessario avviare una discussione critica un po’ più approfondita.

E’ una necessità – quella dell’approfondimento critico – che emerge esplicitamente anche nel Manifesto stesso: “La formazione, ormai assente nelle strutture partitiche (con gravi danni non solo a livello nazionale, ma anche nelle amministrazioni locali, con politici sempre più ignoranti) è un terreno su cui ritornare ad impegnarsi”.

 

Dunque la mia proposta è quella di partire da un’analisi critica dei processi fondativi dei partiti del 900 – che mi limito ad accennare in questa sede – per capire meglio la natura originaria del partito novecentesco e da lì il suo attuale processo degenerativo: non è – come può apparire – uno sfizio da studioso (che certamente non sono!), ma una necessità politica di metodo. Inoltre, come vedremo subito dopo molto schematicamente, la storia di quei tempi è tutt’altro che univoca: negli ultimi anni che precedettero l’inizio del XX secolo si prospettavano alternative interessanti che vennero però sconfitte.

 

2. La nascita dei partiti del 900.

Le fonti dalle quali traggo le mie schematiche considerazioni (e alle quali rinvio per chi è interessato ad un approfondimento critico) sono essenzialmente l’ultimo (credo) libro di Pino Ferraris ( “Ieri e domani” edizioni dell’asino 2011) e il testo storico  di Emilio Gianni “Dal radicalismo borghese al socialismo operaista”  (ed. Pantarei. Milano 2012).

Mi limito qui ad alcuni brevi cenni, traendoli soprattutto dallo scritto di Ferraris.

Nel 1891 a seguito della caduta di Bismarck la SPD, tornata ad essere un’organizzazione legale con un alto numero di iscritti (circa 1,5 milioni di tesserati), si riunisce a congresso ad Erfurt e approva l’omonimo programma: nasce il modello di partito “moderno” organizzato con una struttura nazionale centralizzata, una direzione eletta al congresso annuale, un organo di stampa centrale; la quarta sezione del programma si intitola “lo stato del futuro”  e, pur mantenendo formalmente citazioni marxiane sull’estinzione dello stato, lascia intendere che l’obiettivo del partito è quello di conquistare lo stato e di occuparlo in nome delle masse proletarie.

E’ naturale pensare che un tale modello di partito non potesse che nascere nella Germania unificata e  prussificata da Bismarck: fu, infatti, lo stato bismarckiano per primo nel mondo ad attuare un sistema previdenziale e un’assicurazione contro le malattie e gli infortuni, cioè buona parte di quello che noi oggi chiamiamo stato sociale.

Il modello di partito centralistico venne fatto proprio dal partito bolscevico: l’identificazione tra il partito e lo stato è stata compiutamente realizzata nell’URRS, anche se venne formalizzata solo nella costituzione brezneviana del 1977 (cioè a breve distanza dal crollo di entrambi, stato e partito).

Ciò che interessa qui, però, non è ricordare questa storia nota, quanto piuttosto osservare che il modello tedesco del partito, che influenzerà successivamente la natura di tutti gli altri partiti anche “borghesi” e che prevarrà in Italia nel movimento socialista  grazie alle posizioni di Turati, non era l’unico alla fine dell’ottocento in Europa e in Italia.

Pino Ferraris ci racconta di un’esperienza importante nel movimento socialista italiano (non ancora PSI) e sostanzialmente rappresentata da Gnocchi Viani che, oltre a fondare l’Umanitaria e l’università popolare di Milano, è il padre della Camere del Lavoro italiane ed è un esponente significativo del Partito operaio italiano (1881-1890) particolarmente presente in Lombardia. Quest’ultima organizzazione politica è l’espressione di una vasta rete di organizzazioni sindacali e sociali (società di mutuo soccorso, casse di resistenza, cooperative di consumo): non casualmente la posizione del POI  è fortemente contraria ai progetti di legge Berti (del governo Depretis) che instaurano la cassa pensioni, quella infortuni e le previdenze per il lavoro delle donne e dei fanciulli “perché dà in mano allo stato una nuova forza sociale, la quale resta tutta in arbitrio della classe che comanda e poi perché l’organizzazione operaia che è la leva potente del progresso socialista  è più difficile quando gli operai sono soggetti al potere governativo…” (dalla lettera di Costantino Lazzari ed altri ad Andrea Costa 1884) .

Queste posizioni italiane non erano isolate in Europa: in Belgio nel 1894 il Partito operaio belga approvò la carta di Quaregnon  che rappresentava in qualche modo l’alternativa al programma di Erfurt.

Scrive Pino Ferraris: “ In estrema sintesi si può dire che il programma tedesco afferma l’assoluta centralità della costruzione di un partito politico centralizzato e gerarchico, quasi “stato nello stato” come supremo strumento per l’edificazione del socialismo mediante lo stato.  Il progetto del partito belga propone la convergenza del vasto pluralismo delle “libere associazioni” per far emergere “un’altra società” dentro la società, utilizzando “anche” strumenti istituzionali radicalmente democratizzati: i comuni e il parlamento.”

E aggiunge poco più avanti: “il movimento operaio belga riesce a rappresentare la variegata e differenziata articolazione sociale  e culturale costruendo una rete federativa  che unisce le autonomie senza omologarle. In secondo luogo il partito operaio non si colloca come vertice  gerarchico delle molteplici “libere associazioni”, ma si inserisce  come attore  di una politicizzazione pervasiva  dentro la trama dell’associazionismo, costruendo il senso di una comune appartenenza. (…) L’universo associativo belga  era retto dal principio federativo. Un federalismo orizzontale articolava il partito in ventisei federazioni regionali con ampie autonomie, alle quali facevano capo complessivamente cinquecento raggruppamenti sociali e politici. A questo federalismo orizzontale si accompagnava poi un federalismo funzionale che faceva sì che i diversi raggruppamenti (partito, cooperative, sindacati, associazioni di mutuo soccorso) salvaguardando le loro autonomie, si incontrassero in modo sinergico e collaborativo nella vasta rete delle centosettantadue case del popolo, centri polivalenti di vita sociale e nodi essenziali della rete federativa territoriale e funzionale.”

Secondo Ferraris, nella realtà italiana del movimento operaio di quei tempi, “Gnocchi Viani è fortemente critico nei confronti della “scuola della riforma sociale per opera dello stato” di derivazione bismarckiana. Sostiene invece che le leggi non debbono intervenire per sottrarre spazi, materie, possibilità al “far da sé” degli operai, ma debbono intervenire  per “togliere ostacoli”, per agevolare l’esercizio dell’autogestione  operaia dei problemi e degli interessi degli operai stessi. La sua battaglia contro Turati, accusato di voler importare in Italia il “partito tedesco” fu molto netta.”

 

Perché questa vasta esperienza belga, ma  anche italiana e francese viene sconfitta e spazzata via con i primi anni del nuovo secolo ? Il mondo si avvia progressivamente verso il confronto militare sia tra gli stati, sia all’interno di ognuno di essi: il prevalere della dimensione militare dello scontro (ricordate la frase di Lenin sulla guerra come altra forma per continuare la lotta politica di classe o quella di Mao sul potere che sta sulla canna del fucile ?) favorisce inevitabilmente e “giustamente” il modello di partito centralistico organizzato come una falange militare.

Questa dimensione bellica prosegue per tutto il “secolo breve” fino alla caduta del muro di Berlino: con quella caduta sono travolti i contenuti dei partiti del movimento operaio, ma non la loro forma che ha per altro pervaso anche le altre organizzazioni politiche avverse.

Le socialdemocrazie e i partiti riformisti (come in Italia i derivati del PCI) hanno via via abbandonato i programmi sociali per aderire al pensiero unico neoliberista, accantonando anche il vecchio lessico di battaglia che è invece rimasto nelle piccole formazioni della sinistra europea.

Queste ultime sono spesso apparse litigiose al loro interno e tra di loro, anche a rischio di scomparire dal quadro politico: esse sono per molti aspetti  testimonianza di un passato bellicoso, ma ormai lontano.

D’altra parte, quando si è in guerra, la figura più odiosa non è tanto il nemico con il quale si combatte, quanto piuttosto colui che tradisce, che fa la spia e agisce per conto del nemico: forse questa rozza psicologia bellica spiega perché ancora adesso all’interno dei residui della sinistra   prevale la battaglia interna al singolo partito o tra le organizzazioni alleate rispetto a quella verso il “nemico”.

In guerra prevale il sospetto rispetto alla fiducia: è un atteggiamento paranoico, ma la paranoia spiega molti fatti storici. 

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[Aiace è il prototipo del combattente forte e solitario che nella tragedia di Sofocle perde la ragione e per ottenere in eredità le armi del defunto Achille decide di uccidere Ulisse, Agamennone e Menelao considerandoli rivali e per ciò stesso nemici.  “La vita mentale di Aiace è sospetto pronto ad esplodere. (…) gli dei non amano questo personaggio, forte ma ostinato, leale, ma semplice. Troppo semplice è il suo sentirsi nel giusto. Gli dei quando vogliono annientare un uomo, cominciano con fargli perdere la misura” (“Paranoia” Luigi Zoja 2011 Bollati Boringhieri). Così Atena leva la ragione ad Aiace che uccide gli animali del campo scambiandoli per i suoi presunti nemici. “Aiace non sbaglia perché sbaglia, ma perché, cedendo alla paranoia, è dominato da un’unica idea, sorda alla complessità umana.”.]

 

 

 

3. Involuzione e crisi dei partiti del 900.

Si legge sul Manifesto fondativo di ALBA: “ In tutto il mondo della democrazia rappresentativa i partiti politici sono guardati con crescente sfiducia, disprezzo, perfino rabbia. Al cuore della nostra democrazia si è aperto un buco nero, una sfera separata, abitata da professionisti in gran parte maschi, organizzata dalle élites di partito, protetta dal linguaggio tecnico e dalla prassi burocratica degli amministratori e, in vastissima misura, impermeabile alla generalità del pubblico. E’ crescente l’impressione che i nostri rappresentanti  rappresentino solo loro stessi,  i loro interessi, i loro amici e parenti. Quasi fossimo tornati al  settecento inglese, quando il sistema politico si è guadagnato l’epiteto di ‘Old corruption’.”

 

In un recente libro (“Forza senza legittimità” Piero Ignazi 2012 Laterza) si legge: “I partiti hanno compiuto uno sforzo titanico, plurisecolare, per essere accettati, e una volta affermatisi pienamente vedono sfumare il loro prestigio, la loro credibilità, la loro considerazione. Tanta fatica per arrivare al centro del sistema ed esserne i legittimi protagonisti per poi crollare di schianto travolti dalla perdita di contatto con la società civile. (…) Il percorso …..ha un andamento linearmente declinante a partire dal dopoguerra. I due decenni postbellici rappresentano l’età dell’oro dei partiti…Nelle mentalità collettive di tutti gli europei il ritorno alla democrazia coincide con la politica multipartitica….e persino nei paesi dell’Europa  centro-orientale i regimi comunisti consentono il permanere di partiti ancillari. In quella fase i partiti si sovrappongono simbolicamente alla democrazia: senza gli uni non c’è l’altra, e viceversa.  (…)  Legittimità democratica e forza organizzativa si fondono.”

A partire dagli anni 80 secondo Ignazi (a me sembra più decisamente dagli anni 90, dopo la caduta dell’URSS) “ i partiti tendono a diventare sempre più simili gli uni agli altri sia nella loro strutturazione interna sia nel rapporto con il mondo esterno, vale a dire con la società e con lo Stato.

All’interno, il partito nel territorio, cioè gli iscritti e le sedi locali, viene lasciato lentamente deperire per spostare risorse e attenzione al centro, tanto nei quartieri generali, quanto nelle assemblee elettive. E questo vale per tutti i partiti europei. … All’esterno i partiti si rivelano incapaci di mantenere una fitta trama di interazioni con la società adottando per lo più un atteggiamento clientelare e colonizzatore.”

 

Potremmo dire che in più di un secolo di cammino i partiti ( a partire da quelli di sinistra) sono entrati più decisamente nello stato e nelle sue articolazioni periferiche abbandonando non solo il rapporto con le strutture sociali e sindacali, ma anche trascurando progressivamente di considerare ciò che le organizzazioni sociali e sindacali esprimono. Si pensi ad esempio al rapporto tra il PCI e la CGIL fino a tutti gli anni 70 e a ciò che è rimasto oggi nelle relazioni tra la medesima Confederazione e il PD. 

In realtà  nel dopoguerra il PCI  aveva sì un’ampia articolazione di rapporti con le diverse espressioni della società – si pensi ad esempio alle cooperative rosse - ma il verso del rapporto era, almeno dal punto di vista politico, fortemente univoco: dal gruppo dirigente del partito verso la società proprio in forza di quel modello organizzativo originario mai messo in discussione.

Un processo simile ha investito anche la DC e il collateralismo cattolico.

Sarebbe interessante analizzare anche il percorso dei sindacati confederali italiani e la loro tendenza, presente in tutti ed egemone in quelli più moderati come la CISL, a diventare per molti aspetti una sorta di articolazioni istituzionali dello stato: non è questa la sede, però, per approfondire anche questo aspetto perché ci porterebbe ad ampliare eccessivamente l’analisi e i suoi sviluppi.

Così come sarebbe utile confrontarsi sull’esito del processo di statalizzazione del welfare e del suo progressivo sradicamento dalla società..

 

 

Ma negli ultimi decenni del secolo scorso è emerso anche  un altro enorme processo trasformativo in parte correlato con il superamento della divisione in blocchi e con il nuovo ruolo assunto dalla Cina: è quanto viene genericamente indicato con il termine globalizzazione.

Non intendo ovviamente approfondire l’analisi di questo aspetto, ma limitarmi ad ipotizzare alcune relazioni tra questo fenomeno planetario e il progressivo venir meno del ruolo e del peso degli stati nazionali in particolare in Europa.

Tutte le recenti vicende della crisi finanziaria ed economica che attraversano il mondo cosiddetto occidentale mettono bene in luce questa crisi di ruolo, solo molto parzialmente temperata dalle iniziative sviluppate in contesti come i G8 o più e come la Commissione dell’UE.

D’altro canto, fintantoché Monti si è presentato come tecnico super partes, l’opinione pubblica italiana  ( e non solo) si è confrontata sulla necessità di incidere sulla politica finanziaria della UE e della sua banca, evidenziando i limiti di un’unità costruita sul piano finanziario e bancario e non anche su quello della politica economica e della politica tout court.

Oggi tutti gli stati europei sono in difficoltà, così come i loro partiti, nel rapporto con i cittadini e in particolare con i lavoratori e il ceto medio, da un lato, ma anche nel confronto con le scelte delle grandi imprese finanziarie ed industriali, dall’altro. In qualche modo il rapporto tra banche e imprese multinazionali, da un lato, e lo stato, dall’altro, si è almeno in parte ribaltato: lo stato mette in atto decisioni subalterne rispetto alle scelte del management finanziario ed industriale. Più si scende nella gerarchia istituzionale (dallo stato alle regioni fino ai comuni) e più questo condizionamento si esplicita in maniera netta, a meno che i cittadini del territorio non si approprino della questione e gestiscano direttamente il conflitto, come accade, ad esempio, in Val di Susa a proposito della TAV.

La politica economica che gli stati hanno messo in atto in questo contesto è stata liberista solo dal punto di vista ideologico e dell’immagine ( con il continuo ribadire il ruolo dei “mercati” nel giudizio sull’andamento economico): nei fatti si è attuata per la prima volta una sorta di politica keynesiana di destra oppure un “keynesismo finanziario privatizzato” come scrive Riccardo Bellofiore (“La crisi capitalistica, la barbarie che avanza” 2012 Asterios editore).

 

La mobilità dei capitali ha svuotato le fabbriche manifatturiere del mondo occidentale, favorendo la delocalizzazione degli stabilimenti nei paesi con basso costo della forza lavoro; questo processo, insieme con la progressiva istituzionalizzazione dei partiti di sinistra e di buona parte delle organizzazioni sindacali ha indebolito e rese meno autonome le classi lavoratrici.

Questo indebolimento e questa riduzione di autonomia ha agito non solo sul piano della produzione (il “lavoratore traumatizzato” che è coinvolto nel controllo della qualità del proprio lavoro produttivo per conto del capitale), ma anche su quello del risparmio (il piccolo “risparmiatore maniacale” che investe nei fondi  per il tramite dei money manager) e del consumo (il “consumatore indebitato” sul cui debito le banche costruiscono i derivati che hanno generato la scintilla della crisi finanziaria del 2007).

(Tutte le definizioni virgolettate sono tratte dal libro di Riccardo Bellofiore citato poco sopra.)

Privo di forme autonome di solidarismo, debole nella difesa sindacale, senza una rappresentanza politica il lavoratore di oggi è appeso a ciò che resta, se resta, dello stato sociale: la vicenda degli esodati italiani è, da questo punto di vista, paradigmatica.

 

 

Provando a schematizzare quanto finora si è detto, si può affermare che:

·        i partiti socialisti nati all’inizio del 900 hanno privilegiato la forma centralistica a scapito del rapporto con la ricca articolazione sociale e sindacale del movimento dei lavoratori di allora per concentrarsi sulla lotta per la conquista dello stato; quella scelta è stata rafforzata dal prevalere della dimensione militare dello scontro politico fino ancora a tutti gli anni 70 del XX secolo; quel modello di partito si è esteso in qualche modo anche alle altre tendenze politiche uniformandole dal punto di vista;

·        dopo lo sviluppo della democrazia nei paesi europei e il crollo del blocco sovietico è  progressivamente venuta meno la dimensione militare dello scontro sociale e tra gli stati, ma i partiti, perdendo grossa parte dei loro contenuti programmatici e omologandosi sul pensiero unico, hanno mantenuto la stessa forma organizzativa e gli stessi obiettivi in un contesto affatto diverso;

·        il processo di globalizzazione ha, però, fortemente ridimensionato il ruolo degli stati nei confronti delle grandi imprese finanziarie ed industriali: i conflitti che questo processo innesca nei territori interessati apre ulteriori crepe non solo tra lo stato e i cittadini, ma anche tra questi e i partiti che dovrebbero rappresentarli. Così i partiti appaiono non solo lontani dai cittadini, ma anche impotenti a governare i processi reali.

 

4. Elementi di controtendenza.

 

Il processo del quale sto ipotizzando una descrizione critica non è stato comunque così lineare come può apparire allo sguardo di un  osservatore di oggi. Dalla fine degli anni 70 il movimento ecologista in Europa e, in particolare, in Germania ha espresso contenuti e modalità organizzative nuove.

“ I Grunen si organizzano seguendo una serie di linee guida comuni a tutti i partiti  del movimento ecologista-libertario: la rotazione delle cariche, la leadership collettiva, il divieto di cumulare cariche elettive e di partito, il volontariato nella gestione del partito, l’equilibrio di genere e la democrazia di base al posto della democrazia delegata……l’irruzione di questa famiglia politica nei sistemi partitici europei ha sì vivificato sotto vari aspetti il panorama politico e introdotto innovazioni organizzative stimolanti, ma non ha portato ad un nuovo condiviso modello organizzativo. Mentre i partiti di massa  socialisti e confessionali di inizio novecento hanno, nel corso del tempo, imposto a tutti, anche alle controparti moderate e borghesi, il loro stampo organizzativo, non così è stato (finora) per i verdi.” (libro citato di Piero Ignazi)

Come sappiamo in Italia l’esperienza politica “ecologista” è stata decisamente più effimera che in Germania e appare oggi confinata ai margini del quadro politico.

Nel nostro paese gli elementi di controtendenza al processo degenerativo dei partiti e allo scollamento della società dalla politica vanno ricercati quasi tutti in spazi esterni ai partiti e in momenti estranei al loro programma politico.

I movimenti genericamente politici che si sono espressi negli ultimi 20 anni – dai girotondini, al popolo viola, fino a se non ora quando – si sono manifestati non solo fuori dai partiti  della sinistra, ma anche  spesso in aperta polemica con essi: essi, però, non hanno lasciato tracce concrete se non qualche cooptazione di qualche esponente nei partiti (e in parlamento) e un generico senso di frustrazione.

Anche il movimento No global e le varie articolazioni del movimento pacifista hanno avuto una vita discontinua, breve e tormentata, sia per la pesante repressione che hanno subito, sia per le profonde divisioni interne sui metodi di lotta e sugli obiettivi.

Più consistente, almeno nella durata, è stata la protesta nei territori contro le grandi opere o sui problemi dei rifiuti e del’inquinamento: anche in questo caso i cosiddetti movimenti si sono espressi al di fuori e contro i partiti di sinistra.(dal NO TAV al Dal Molin fino alla situazione recente di Taranto).

Il più importante di questi movimenti sia per durata che per radicalità è quello NO TAV in Valle Susa; in esso emergono più nettamente che altrove anche due aspetti importanti che ne fanno un prototipo: la dimensione politica del territorio e la esplicita subalternità non solo dei partiti, ma anche dello stato agli interessi economici legati all’opera.

Si legge in “Non solo un treno…” (Revelli-Pepino 2012 edizioni Gruppo Abele): “…appare abbastanza evidente che quei modelli di democrazia “qualificata” – caratterizzata nel senso dell’associazionismo e della partecipazione, oltre che delle pratiche conoscitive e argomentative – si siano manifestati in forma consistente più nella realtà di valle, nell’esperienza dei comuni mobilitati contro la TAV  che non nei “palazzi” torinesi (Regione,Provincia, Comune). (…) Chi ha avuto la fortuna  di assistere almeno a qualche fase della lotta condotta …e ha visto le assemblee nei diversi comuni, il rapporto tra i sindaci (e le donne sindaco che in valle sono tante) e la “loro” gente, la discussione partecipata e accesa sulle diverse fasi e forme della lotta, e la crescita di coscienza e conoscenza, anche tecnica, dei problemi da parte dei diretti interessati, dei cittadini legati al loro territorio e tra loro in vere e proprie comunità elettive, sa che lì ha preso consistenza una forma di democrazia deliberativa  vera…”

E in altra parte del libro apprendiamo che: “Nella (realistica) previsione di iniziative  finalizzate a impedirne o disturbarne  l’esecuzione  [ dei sondaggi  geognostici ndr] la Prefettura di Torino predispone un servizio di ordine pubblico, diretto ad intervenire in caso di incidenti. Fin qui, nulla da eccepire. Ma c’è una significativa anomalia. L’8 gennaio [2010 ndr], infatti, il Prefetto di Torino invia a Ltf [Lyon Turin Ferroviarie società mista italofrancese partecipata al 50% da Rete Ferroviaria Italiana RFI e per l’altra metà da Réseau Ferré de France RFF una società di management ferroviario a capitale pubblico] una lettera  con cui sollecita, “nello spirito di massima collaborazione già manifestato”, ad accollarsi le spese per l’alloggiamento delle forze di polizia. (…) Dunque le spese per le forze, preposte a garantire la legalità in una situazione di conflitto, sono pagate da una delle parti in causa.”

 

Molte lotte di operai e impiegati per la difesa dei posti di lavoro hanno assunto in questi anni  caratteristiche inedite: esse indicano da un lato sì la debolezza sindacale (forme di lotta estranee alle tradizioni sindacali), ma anche la volontà di costruire un  rapporto col territorio inteso come comunità politica e sociale capace di difendere il lavoro.

Esiste poi una realtà diffusa e poco conosciuta che non arriva alla ribalta dei media ed è quella delle organizzazioni autonome dei consumatori e dei piccoli produttori ancora una volta legati al territorio: per esempio nel torinese esistono decine di gruppi di acquisto solidale (GAS). Essi sono nati incrociando temi ambientali (le colture biologiche, il risparmio energetico, l’alternativa al consumismo), l’attenzione alla cultura materiale del territorio e la convinzione che per cambiare la situazione occorra partire dai propri comportamenti quotidiani. In questi anni sono cresciuti nel numero, nell’organizzazione e nella richiesta politica.

Esiste e si va rafforzando la rete dei piccoli comuni che sperimentano innovazioni non solo nella qualità dei servizi che erogano ai loro cittadini, ma anche forme di democrazia partecipata che non trovano eco sui media.

Questi diversi tipi di movimenti si sono incontrati non casualmente sul tema dei beni comuni e del referendum sull’acqua: il tema dei beni comuni e la nuova sensibilità che va maturando a tutti i livelli su questo piano connota dunque grande parte dei movimenti fin qui segnalati.

Scrive Stefano Rodotà (“Il diritto di avere diritti” Laterza 2012): “ I beni comuni sono “a titolarità diffusa”, appartengono a tutti e a nessuno, nel senso che tutti devono poter accedere a essi  e nessuno può vantare pretese esclusive. Devono essere amministrati muovendo dal principio di solidarietà. Incorporano la dimensione del futuro, e quindi devono essere governati anche nell’interesse delle generazioni che verranno. (…..) La specialità della relazione istituita dai beni comuni….risiede nell’attitudine di questi beni , storicamente accertata attraverso il raccordo con i diritti fondamentali, a soddisfare bisogni  della persona costituzionalizzata, dunque non di un soggetto astratto, costruito nell’indifferenza per la materialità del vivere. Si va così oltre una sorta di contemplazione dell’orizzonte dei diritti fondamentali, lontano e talvolta irraggiungibile. L’intreccio tra beni comuni e diritti fondamentali produce un concreto arricchimento della sfera dei poteri personali, che a loro volta realizzano precondizioni necessarie per l’effettiva partecipazione al processo democratico. Si potrebbe dire che, per tale via si costruisce una rinnovata opportunità di ricongiungimento tra l’uomo e il cittadino. Si individua uno spazio appunto “comune”, al di là di individuo e stato. (…) Ma i beni comuni si distendono pure in una dimensione più larga dove, accanto al riferimento ai diritti fondamentali, compare quello riguardante un governo del cambiamento inteso come salvaguardia dell’ecosistema e della stessa sopravvivenza dell’umanità”

 

Ma questa nuova attenzione “di massa” al tema dei beni comuni (e della proprietà più in generale) mette in moto una ricerca di uscita dalla tenaglia stato-mercato (denunciata da Ugo Mattei in “Beni comuni. Un manifesto” 2011 Laterza). Occorre dunque ripensare in prospettiva il solidarismo in un’ottica moderna, recuperando aspetti di mutualità e cooperazione, individuando e difendendo i beni comuni, ripensando il  ruolo dello stato nel welfare dal punto di vista di chi vive del proprio lavoro.

 

 

5 Una strategia di lungo periodo

 

Cosa può rendere oggi più credibile la costruzione di una forza politica nuova rispetto alla fase storica precedente?   Una crisi economica lunga, crescente e della quale nessuno pare in grado di controllare gli esiti e la crisi nel reperimento e nell’utilizzo delle risorse naturali sono i fattori fondamentali che agli occhi di vasti strati popolari stanno evidenziando la necessità e l’urgenza di una politica nuova che governi il processo di riconversione culturale, sociale, ambientale ed economico.

Questi gravi fattori di crisi rendono urgente agli occhi di molti la necessità di una riconversione del modello economico e sociale, a partire dalla struttura dei consumi.

Se guardiamo anche solo al nostro paese oggi, possiamo registrare che una decrescita dei consumi e una loro contemporanea ristrutturazione è già in atto: servirebbe una “governance” politica condivisa verso una “abbondanza frugale in una società solidale”.

Questo obiettivo indicato da Latouche  (“Per un’abbondanza frugale” Bollati Boringhieri 2012), però, non è uno sbocco naturale della crisi attuale, ma può essere solo il risultato di un conflitto sociale e politico cosciente e organizzato che richiederà tempi lunghi.

 

Nell’immediato serve, dunque, da un lato, un programma di transizione che usi il bilancio dello stato per uscire dalla crisi costruendo un piano nazionale di piccole opere diffuse, come in più occasioni ha sostenuto Luciano Gallino e, dall’altro, una serie di misure nazionali ed europee di limitazione alla mobilità dei capitali: divieto di costituire società offshore nei cosiddetti paradisi fiscali, separazione delle banche commerciali dalle banche d’affari, divieto di detenere attivi bancari fuori bilancio, imposizione di una tassa  sulle transazioni finanziarie, ridimensionamento della cosiddetta cartolarizzazione dei crediti che ha generato i famigerati prodotti derivati.

Si deve inoltre procedere ad una nazionalizzazione  consistente dei BOT italiani, per riportare il nostro paese in condizioni simili a quelle che permettono al Giappone di non avere eccessivi problemi sull’entità del debito pubblico.

Questo tipo di proposte è ormai molto diffuso e condiviso da tanti economisti a livello nazionale e mondiale: un esempio può essere tratto dalle proposte contenute nel recente libro di Giorgio Ruffolo e Stefano Sylos Labini (“Il film della crisi” Einaudi 2012).

 

Il ruolo del territorio nel rilancio dell’economia reale può essere perseguito sia attraverso un  programma nazionale di opere diffuse sul territorio, di cui si è detto in precedenza, sia attraverso lo sviluppo di un welfare accanto e fuori dello stato ( forme di mutualismo e di cooperazione solidale che già esistono e che possono essere diffuse e rafforzate)  riscoprendo, dalla lezione dei nostri nonni e bisnonni politici, che il solidarismo si può solo parzialmente imporre per legge e che deve essere anche una conquista autonoma.

Anche dal punto di vista finanziario si può intervenire introducendo una moneta complementare  in contesti territoriali: “ uno degli esperimenti in via di definizione  è quello di Nantes, dove sono stati coinvolti due economisti  italiani: Massimo Amato e Luca Fantacci.  Jean-Marc Ayrault, attuale primo ministro francese del governo socialista di Hollande ed ex sindaco della città, ha affidato ai due professori della Bocconi il compito di implementare  una nuova moneta…”bonùs”….una divisa complementare all’euro… In un momento in cui la crisi finanziaria e la stretta creditizia rischiano di soffocare le economie, il “bonùs” dovrebbe realizzare un sistema di credito cooperativo tra aziende  allo scopo di rafforzare l’economia locale e avviare un circuito virtuoso che consenta di avere a disposizione più risorse per acquistare prodotti delle imprese che fanno parte del sistema.” (  libro citato di Ruffolo e Sylos Labini).

 

In sostanza occorre rivendicare e praticare  una società con meno mercato, ma anche meno stato, con più spazio ai beni comuni, più articolazioni del pubblico e con una costante attenzione alle modalità di controllo sociale.

Nella foga attuale della cosiddetta antipolitica, infatti, si annidano anche tendenze e semplificazioni neocentralistiche ben espresse dal governo Monti; la condivisibile lotta agli sprechi (si pensi alle mille iniziative giudiziarie contro amministratori locali corrotti e incapaci) viene spesso utilizzata per accentrare molte decisioni amministrative sottraendole così ad ogni possibilità di controllo da parte dei territori interessati.

Il “vecchio” (ma non vecchissimo) slogan ecologista  “pensare globalmente e agire localmente” è più attuale di prima: occorre  un’alternativa concreta allo strapotere delle multinazionali finanziarie, dell’industria e dei servizi; questa alternativa sta nella rivitalizzazione dei territori non solo come luogo di riconversione economica, ma anche come spazio reale per l’esercizio della democrazia.

 

Bisogna realizzare la costruzione di un tipo nuovo di cittadinanza: lavoro produttivo, istruzione e cultura, lavoro di cura dell’ambiente e delle persone devono trovare un equilibrio sia attraverso il reddito di cittadinanza, sia con la riduzione dell’orario di lavoro e la sua conseguente “ristrutturazione”.

 

Attraverso tutti questi elementi viene definendosi un nuovo modello di società che va oltre i modelli novecenteschi del capitalismo di mercato e di quello di stato.  Serve un modello sociale e politico complesso che ricomprenda pubblico (statale, ma non solo), privato (anche sociale), beni comuni, istituzioni solidaristiche e li metta in una relazione che va governata politicamente: tutto ciò non elimina il conflitto e la lotta di classe, ma li orienta non esclusivamente alla conquista del potere statale, ma anche alla sua progressiva limitazione in favore della società e della sua capacità di amministrarsi in autonomia.

 

 

6. La forma dell’organizzazione politica nuova.

 

Occorre dunque costruire le organizzazioni nel sociale e costruire la politica del e dal sociale fintanto che la guerra è lontana; bisogna costruire la nuova politica del e dal sociale per uscire dalla crisi e allontanare la guerra.

 

Per costruire un’organizzazione politica nazionale e internazionale che sia la cassa di risonanza e di elaborazione politica generale da parte del sociale territorializzato è utile salire sulle spalle delle vecchie generazioni per guardare lontano in avanti senza pensare di riprodurre meccanicamente ciò che ha funzionato nel passato, ma anche senza avere la presunzione di fare del nuovo senza conoscere il passato e senza riflettere con attenzione su di esso.

 

Ci sono allora importanti questioni  di metodo e di forma dell’organizzazione.

La lotta di classe c’è eccome, come ci insegna Gallino, ma è oggi più direttamente politica perché contrappone un pugno di grandi manager di livello mondiale a grande parte della popolazione che lavora o vorrebbe farlo; nel 900 l’operaio doveva prima prendere coscienza del suo conflitto di interessi col  padrone, per scoprire poi la natura di classe della sua contraddizione e in un percorso di progressiva politicizzazione individuare nello stato borghese il comitato d’affari della classe antagonista. C’era una scala da salire gradino per gradino per arrivare alla coscienza politica o almeno questa era la concezione che divenne egemone col modello tedesco di partito socialista. Oggi è più immediata la politicizzazione del conflitto sociale; questo fatto non toglie che ogni organizzazione debba fare il suo compito: il sindacato contrattare, il comune garantire i servizi sociali, i gas permettere risparmio e qualità nel consumo, le eventuali organizzazioni cooperative e mutualistiche sostenere un welfare sociale autonomo, l’organizzazione politica gestire in modo partecipato la battaglia sia nelle sedi istituzionali sia nella società. Ma la costruzione della coscienza politica non è compito esclusivo dell’organizzazione politica che, anzi, trae vantaggio dall’operare in un contesto in cui ogni articolazione organizzativa e sociale elabora una propria riflessione politica a partire dalla propria prassi .

Ci serve allora ancora un’organizzazione politica fatta da professionisti? Abbiamo ancora bisogna di un nucleo d’acciaio da contrapporre alle élites del management internazionale che ci guidi alla vittoria come (non è successo) nel passato?  Non credo.

Abbiamo bisogno, invece, di una grande e inedita partecipazione di classi, ceti, gruppi e individui, figure distinte dell’ampio arcipelago moderno del lavoro all’interno di un confronto complesso, ma anche molto più avanzato nei contenuti e negli obiettivi di quello di un secolo fa: organizzare, gestire e coordinare questa articolazione complessa non è un’attività che si possa basare esclusivamente sul volontariato e la buona volontà di alcuni e/o di tutti.

Cambiano però nettamente le caratteristiche dei “politici puri” che devono operare all’interno di questo progetto: non sarà più l’intellettuale collettivo di gramsciana memoria perché questo compito di elaborazione e di realizzazione dell’uomo nuovo spetterà a tutta la galassia organizzativa (sociale, sindacale e istituzionale) nel suo complesso.

Ci serviranno invece “esperti” conoscitori dei metodi dell’inchiesta partecipata, facilitatori del confronto e dell’informazione, “attivisti” dei metodi deliberativi partecipati; dovranno essere capaci di utilizzare tutti i mezzi di comunicazione ed elaborazione antichi e moderni: costituiranno più uno staff che un nucleo dirigente in senso proprio.

 

Tornando da questa di dimensione di sogno nel futuro alla più modesta realtà attuale per concludere un ragionamento sicuramente troppo ampio e per ciò stesso confuso, non è forse vero che nel nostro piccolo è stata proprio la mancanza di questo tipo di ricche interazioni politiche col sociale e di “personale politico” adatto al nuovo che ci ha impedito di arrivare alla costruzione di una lista elettorale soddisfacente ?

Ragioniamo, dunque, su questa sconfitta per fare qualche passo in avanti, ma facciamolo al di sopra delle polemiche e con un respiro più ampio.

 

 


Ultimo aggiornamento : 11-03-2013 16:14

   
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