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un raccontino attinente a Suis - di Calamida
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Scritto da Franco Calamida, 17-01-2013 17:19

Pagina vista : 2079

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Pubblicato in : Svago, Svago


Vi si giungeva passsando su di un piccolo ponte . Molta acqua è passata sotto a quel ponte , poco è cambiato . Tutto è lento , anche il tempo .



Raccontino attinente a SUIS

 

In fondo a destra c’è Suis.

Vi si giungeva passando su di un piccolo ponte in legno. Sotto, uno dei torrenti più belli della valle d’Aosta, con una cascata che avvolgeva un abete e c’erano le trote e massi levigati dal tempo.

E’stato murato.

Si attraversavano campi di mais e di frumento, ai tempi dei vecchi.

Negli inverni di allora partivano da Corgnolaz e da Suis per spalare la neve e si incontravano a metà strada.

Suis è ai bordi del bosco, come nei racconti nordici.

Un bosco senza leggende, senza gnomi, folletti o trolls. Non c’era tempo per la fantasia, per i racconti, neppure per raccontare se stessi.

Era dura la vita dei contadini di montagna.

Delle origini e dei tempi delle origini non si sa nulla.

Narra la leggenda che da lontano arrivò uno svizzero, portava le scarpe capovolte, il tacco al posto della punta, in modo che le impronte ingannassero gli inseguitori. La sua casa fu costruita un centinaio di metri al di sotto dell’attuale insediamento, forse piantò un ciliegio, certo oggi ve ne sono molte decine, lui amava la bellezza.

Fuggito dal mondo, nascosto al mondo.

Quando accadde? in quale secolo?

Nel ‘500 i cattolici erano “perseguitati” dai calvinisti; la valle d’Aosta era terra di frontiera tra riforma e controriforma. La persecuzione religiosa è stata all’origine del costituirsi della comunità di Suis? La prima tra tutte, che manterrà negli anni questa sua specificità: il villaggio che sta oltre il torrente, circondato da larici e abeti, dalla solitudine, isolata anche dalle altre frazioni. Severa e tenace.

Nella prima metà del secolo scorso vivevano a Suis una trentina di persone, in quindici case, raccolte attorno ad una piccola piazza, così piccola che non esiste.

Case in pietra: sotto la stalla, in mezzo tutto, sopra il fienile.

Il tetto in lose; i blocchi di roccia venivano strappati alla montagna battendo sui cunei, lavorati poi in lastre, con tanta fatica che ci rammenta che il passato non era meglio. E ci nega così persino il diritto alla nostalgia.

I pavimenti di assi di larice, tronchi presi nel bosco senza leggende, lavorati con una grande sega, in due, uno sotto e l’altro sopra il tronco, che faceva da supporto. Quanta fatica.

A primavera bisognava riportare la terra, che la neve e le piogge avevano trascinato lontano, sui campi da coltivare. Tutto il paese, ciascuno con la gerla, prelevava la terra dalla parte inferiore e la riportava in cima al campo. Un campo dopo l’altro, in reciproco aiuto. A questo lento, metodico carosello partecipava tutta la comunità, anche i bambini. Quanta fatica.

C’era un forno a Suis, si panificava due volte all’anno. Il pane diventava duro, i bambini rosicchiandolo, come topini, lo riducevano a piccole palle rotonde.

Il forno c’è ancora, si fanno le pizze due volte all’anno.

Le stalle erano calde e protettive, ai bambini piaceva dormire nelle stalle.

L’autorità oltre al sindaco, era il prete.

Don Barrel, poeta e organizzatore sociale, non gradiva che i giovani si concedessero alle movenze e ritmi della danza, però portò, nel primo dopoguerra, correva l’anno 1948, la luce.

I cavi, gli isolatori e i pesanti trasformatori li portarono i contadini, a spalle, come già fecero per la macina del mulino. Quanta fatica.

A Suis vive Emilio Lettry, contadino di montagna. Artigiano di gerle.

Meglio primo in un paesino di montagna che secondo a Roma

Emilio non è stato secondo a nessuno, non è stato neppure a Roma.

Emilio non è solo la storia di Suis, è Suis.

Negli anni 80 a Chamois lo sviluppo fu caratterizzato prevalentemente dal turismo.

Quello di Suis fu particolare. Era fuori dai flussi, laggiù, oltre il torrente, si andò per scelta, un vero e proprio radicamento culturale, in un piccolissimo paesino, con un solo residente, le vecchie case, i sentieri, la chiesetta, il bosco e i prati con i fiori di maggio e il rito collettivo del taglio dei fieni.

Una comunità nuova, segnata da relazioni amicali e solidali forti, passioni ed entusiasmi comuni.

La ricerca del paese perduto,

Si facevano feste sul prato, Emilio suonava la fisarmonica.

Nelle giornate di sole estivo, come è bello a Chamois il sole quando c’è, Vittorio Rieser, tra un caffè corretto a monte e il successivo, suonava Pachebel così bene che tutti si fermavano ad ascoltarlo. E Luigi Bobbio studiava il flauto traverso. Ilaria cantava come un angelo e Claudio Lombardi Brassen con la sua chitarra. Paul Ginsgborg introdusse a Suis il cricket, una variante inglese dello Tzan. Con Luisa Morgantini gli alunni del sole, venuti da ogni parte del mondo e i loro e i nostri racconti.

Vennero anche illustri personaggi: Vittorio Foa, Norberto Bobbio, Natalia Ginsburg, Laura Balbo, Edo Ronchi, Luigi Ferrajoli.

Oggi a Suis hanno casa oltre quaranta persone, come un tempo, cittadini, non contadini.

Tutto è tranquillo, una piccola comunità, che si scompone e ricompone, attorno all’Emilio.

C’e’ una vivacità culturale apprezzabile, del tipo “cosa si mangia questa sera? Come cucini il cotechino?”

Villeggianti? In realtà si passa il tempo raccogliendo e tagliando legna, curando orti e strappando erbacce, sistemando abitazioni e sentieri. Quanta fatica.

Quando si torna in città ci si riposa un poco.

Come è bella Suis.


Ultimo aggiornamento : 17-01-2013 17:19

   
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