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Anni 70 : violenza e lode della non violenza
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Scritto da Franco Calamida, 12-04-2012 08:57

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Pubblicato in : La costruzione della sinistra, CUB 1969

Abbiamo un dovere verso le nuove generazioni , trarre insegnamenti dalla storia , elaborare criticamente e in forma collettiva le esperienze degli anni 70 . Anni di lotte generose , di massa ,  di conquiste di democrazia, di eguaglianza sociale e di diritti .  E non dobbiamo rimuovere dalla memoria anche fatti drammatici , amari e riaffermare la cultura e la pratica coerente della non violenza. Non furono affatto gli anni della violenza generalizzata , come molti oggi li descrivono e condannano , esattamente il contrario , ma vi furono scontri cruenti tra giovani , e vite distrutte . Non deve accadere maI più. Riporto alcune mie considerazioni nel merito e un articolo scritto neglianni 70 . Per chi volesse ragionarci.  franco calamida . 
 
 
 
 

 
 

 

Il 29 aprile del 1975 morì Ramelli , la vita stroncata  da  altri giovani , dopo un mese e mezzo di coma ,  lui di destra , loro ( noi )  di sinistra . E’ impresso nella mia memoria . Quella tragedia non può essere rimossa . Non fu un errore , fu un orrore . Ha perso tutta la vita. Come tanti , troppi giovani ,di sinistra e di destra . Un susseguirsi di fatti tragici . Non vanno rimosse quelle morti per una ragione , una e  importantissima : alle nuove generazioni dobbiamo dire : “mai più , mai più , queste tragedie non devono ripetersi mai più , quel passato non deve tornare.”  Premesso che i morti non sono tutti eguali , che   furono diversi e contrapposti in vita , i fascisti e i comunisti . E diversi e contrapposti sono ancora  oggi nella memoria . Non c’è memoria condivisa . Ma dalla nostra parte una cosa va detta , netta , senza  ambiguità alcuna , chiara e limpida  : la violenza  va condannata , non solo oggi , ma anche quella di quegli anni 70 .Ogni atto di violenza va condannato  . Tutti . Nessuno è meno grave e sconvolgente di altri . Quelle morti , ripeto , di giovani e giovanissimi , furono il terribile portato della “cultura e mito “ della violenza. Effetto tragico di una  concezione della politica , aberrante e sintetizzabile nel motto “il fine  giustifica i mezzi “ . I fascisti percossero e uccisero i nemici e , in alcuni casi , ebbe luogo anche una simmetrica , e altrettanto tragica , risposta.

Non solo eravamo , e siamo , contrapposti alla destra estrema e fascista sul modello di società , sui valori della pace , della  libertà  e della giustizia , ma su anche su di un valore fondante un ‘identità  :  la cultura della non violenza , la pratica e testimonianza della non violenza. E’ una concezione della politica .

 Il fine non giustifica i mezzi .

 Non vanno cercate giustificazioni motivate dal contesto ,” lo facevano loro , come potevamo non farlo noi ? “ ,” la violenza era nelle cose” e altri alibi funzionali alla rimozione , come se nulla fosse succcesso . Sarebbe il  trionfo del cinismo .  Non c’era la guerra civile : quegli scontri , agguati e uccisioni eran frutto di aberranti deformazioni ideologiche .Non c’entravano nulla con la resistenza partigiana. E contrapposti fummo anche all’interno della sinistra , anche di quella detta estrema . Gli slogan terribili , che inneggiavano alla violenza omicida ,furono propri di una minoranza ; fu condotta in quegli anni  una convinta e determinata lotta politica e culturale per affermare i principi e la coerente pratica della  della non violenza . Uno scontro di valori e di culture .  Fui tra quanti si impegnarono in questa campagna . Lo ricordo solo perché può essere ancora utile ancora oggi . Perché non accada mai più .

 

Riporto , al riguardo , un mio articolo . Un editoriale scritto per il Quotidiano dei lavoratori . Può essere utile

Riguarda un’altra morte , quella di Roberto Crescenzo e dunque il ragionamento sul rapporto politica e sentimenti , sul valore della vita , sulla concezione etica della politica ha  carattere generale.

 

Dal libro - Democrazia proletaria – di William Gambetta - pag 124 

 

 

Due anni dopo, una nuova morte, quella di Roberto Crescenzio, un giovane bruciato vivo in un bar di Torino nell'ottobre 1977, aveva riproposto il dramma di Ramelli. Il bar, considerato un luogo di ritrovo dell'estrema destra, fu preso d'assalto da uno spezzone del corteo indetto dopo l'assassinio

a Roma di Walter Rossi, a sua volta ucciso da neofascisti143. In quell'occasione un editoriale di Calamida era andato oltre la consueta condanna:

 

"Per la morte di Walter Rossi, un compagno, un antifascista, cosciente del senso della sua vita e della sua lotta, abbiamo provato dolore e rabbia. Rabbia perché i fascisti avevano ucciso uno di noi e dolore perché una vita è stata distrutta. Per la morte di Roberto Crescenzio cosa proviamo? Separando la politica dai sentimenti, la risposta è fin troppo facile.

Politicamente la morte di Roberto è dannosa al movimento, "sarebbe meglio non fosse morto": consente alla borghesia di condurre una campagna d'opinione sulle opposte violenze, alla Tv di non nominare i fascisti, che diventano estremisti di destra, armati della stessa logica della violenza che ispira gli estremisti di sinistra. [ ... ]

Con questa logica si costruisce la base di consenso sociale alla repressione e all'involuzione autoritaria dello Stato. [ . . . ] Dunque la morte di Roberto è politica, viene usata dalle forze politiche, inserita in disegni politici. E questo è normale in una concezione borghese della politica. Per giunta è una morte difficile "da gestite da sinistra", sulla quale si preferisce non riflettere, non

trarne le conseguenze, limitarsi ad affermare che sul piano dei sentimenti "i compagni provano dolore anche per Roberto". Una morte da seppellire rapidamente, troppo strumentalizzabile dall'avversario di classe.

Se così facessimo seppelliremmo  i nostri sentimenti, il nostro essere comunisti, il nostro essere rivoluzionari. Possiamo accettare il cinismo di chi separa giudizio politico e sentimento?"

 

Nello sconcerto di quella morte atroce - resa ancora più sconvolgente dalla pubblicazione di una foto del giovane ustionato, seduto in mezzo alla folla, seminudo, smarrito e in attesa di aiuto - le dichiarazioni di Calamida potevano sembrare strumentali, finalizzate a sganciarsi dalle frange del movimento più decise all'uso della violenza. In realtà quella presa di posizione, quell'idea dì non dividere i sentimenti dalla politica, i valori dalla prassi, il fine di una società migliore dai mezzi per raggiungerla, era anche il segno di riflessioni maturate nel gruppo dirigente e, forse, riecheggiava in essa la necessità di dire  pubblicamente quello che non si era detto dopo la morte di Ramelli.

 
 
 
 

Ultimo aggiornamento : 12-04-2012 08:57

   
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